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Ma scrivi un po' cosa ti pare

3 Maggio 2019
di riccardoricciblog
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Ayrton

Sono stato abbastanza appassionato di Formula Uno fino a fine anni 80. La Ferrari era appassionante. La morte di Villeneuve mi aveva colpito. Poi questa passione è sparita. Eppure Senna e poi Schumacker hanno ogni tanto riacceso quella passione.
Perché la morte di Senna mi lasciò il magone per qualche giorno non so spiegarlo, ma ricordo che fu così.
Di articoli, video, siti, canzoni su Ayrton è pieno il web e è pieno il mondo.
Ho deciso di pubblicare una raccolta di video che ha pubblicato un  commentatore di Hookii.org:
Il primo test.
La  prima vittoria. https://en.wikipedia.org/wiki/1985_Portuguese_Grand_Prix, sotto la pioggia ovviamente, con più di un minuto su Alboreto e almeno un giro su tutti gli altri, dopo aver fatto pole position e giro più veloce:
Il video qui sotto è uno scherzo perché:
La leggendaria qualificazione a Monaco 88 non è stata ripres da una videocamera. Il video qua sotto è un artifizio.
Un secondo e mezzo di vantaggio su Prost. 
Prost v. Senna – Suzuka 
Monaco GP 1990
La battaglia al pit stop, gp di Spagna, 1990.
Prost – Senna
Gp GIappone 1990
Pioggia
The Shortest Race In History | 1991 Australian Grand Prix
Ancora pioggia:
Ayrton Senna’s ‘Lap of the Gods’ | 1993 European Grand Prix
Il video ufficiale sulla rivalità tra Prost e Senna. Stili di guida diversi, forse stili di vita diversi. Prost non sopportava i continui riferimenti a Dio del brasiliano.
Già dal 1992 cominciò una nuova rivalità, quella con Michael Schumacher, (https://www.youtube.com/results?search_query=senna+vs+schumacher) e ci sarebbe molto da dire sulla stagione 1994, (https://en.wikipedia.org/wiki/1994_Formula_One_World_Championship)  le polemiche relative alla regolarità delle macchine (soprattutto per l’uso del traction control), le sospensioni della Williams e i due incidenti mortali di Imola.
Il video qui sotto mostra il vecchio leone e il giovane emergente nel Gran Premio del Brasile, prima gara del 1994. In quella successiva, in Giappone, Senna avrebbe fatto la pole e, dopo essere stato superato da Schumacher in partenza, tamponato da Mika Häkkinen e urtato da Larini, si sarebbe ritirato. Due gare con due vittorie di Schumi e due ritiri di Senna, poi il tragico fine settimana di Imola.
The Last Duel – Ayrton Senna vs Michael Schumacher
https://www.youtube.com/watch?v=1-S85xxMNI4&feature=youtu.be
Ultimo giro:
https://www.youtube.com/watch?v=tvw1BpNxiKY&feature=youtu.be
La top 10  secondo il canale ufficiale della Formula Uno.
https://www.youtube.com/watch?v=-pItzcHBHt0&feature=youtu.be
 Qualche anno fa Fuori Orario mandò in onda l’intero Gran Premio d’Italia del 1990 dalla camera car di Gerhard Berger. Per un’ora e mezza si vedeva l’austrico inseguire invano il compagno di squadra brasiliano che spariva sempre più in lontananza. Ecco i primi venti minuti, abbastanza per apprezzare le accelerazioni brutali e il rumore infernale delle auto di 30 anni fa:
https://www.youtube.com/watch?v=Qi75ayAooGI&feature=youtu.be
Potevo non aggiungere qualcosa? 
Il film
https://it.wikipedia.org/wiki/Senna_(film) (Ulteriori collegamenti si trovano a partire da questo link)
Il film completo
Il suo ultimo weekend
l’uomo, il campione, il documentario

25 Marzo 2019
di riccardoricciblog
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Il Grande Torino

Titolo: in che modo un inglese narra il Grande Torino? Così (da 50 teams that mattered di David Hartrick):

Il Torino ha una storia di trionfi e di tragedie. La sua è una storia di un piccolo club diventato imbattibile e poi scaomparso in un disastro che ha trasformato l’Italia. La storia del Torino non può che essere scritta partendo da una data. Tutto ruota attorno a quel momento: prima e dopo. (John Foot: calcio, a history of italian football).

 

 

4 maggio 1949. La squadra dell’AC Torino era seduta a bordo di un Avio Linee Italiane FIat g212 e stava tornando da un’amichevole giocata a Lisbona in onore della leggenda del Benfica Xico Ferreira. Il Torino era stato invitato grazie al suo status di migior team d’Europa e forse del mondo. L’amicizia tra il presidente granata Ferruccio Novo, il capitano Valentino Mazzola e lo stesso Ferreira aveva reso l’organizzazione priva di problemi. Giravano anche delle voci secondo cui era stato accettato un trasferimento di Ferreira a Torino. Mentre volava in mezzo a condizioni atmosferiche terribili attorno alle montagne di Torino, il pilota Pierluigi Merono sembrava aver perso momentaneamente la posizione. Diversi rapporti indicavano che l’aereo era stato visto muoversi a cerchio dentro la nebbia in attesa di trovare il giusto percorso di discesa. 

In mezzo alla pioggia battente e a nuvole nere e basse, Meroni provò ad abbassare la rotta per migliorare la visibilità. Sulla collina di Superga si trova una basilica del diciottesimo secolo, usata spesso dai piloti come punto di riferimento e ben conosciuta come punto di interesse locale. Gli investigatori concluderanno che il pilota deve aver visto la costruzione troppo tardi mentre volava troppo basso. Il piccolo aereo si schiantò in un muro sul retro della chiesa ed esplose in un’enorme palla di fuoco. I bagagli e i rottami giacevano sparsi in un’area enorme e le fiamme continuavano ad alzarsi malgrado la pioggia. I rapporti iniziali suggerivano che non c’erano sopravvissuti e si sarebbero dimostrati corretti.

Con molte delle vittime identificabili soltanto attraverso i documenti o gli effetti personali a causa dell’intensità delle fiamme, la notizia che il Grande Torino non esisteva più si diffuse in Italia. Le ultime edizioni dei giornali avevano la notizia e l’impatto della perdita si sparse per tutta la nazione. Non c’erano più rivalità: la perdita del Torino era una perdita per tutti. I granata erano diventati uno dei simboli della ricostruzione dell’Italia dopo il fascismo e la guerra. Il Torino, inoltre, era l’ossatura della nazionale, favorita per la Coppa del Mondo in Brasile nel 1950. Con la squadra di club, anche la nazionale si trovò decimata.

 

 

Il capitano della squadra era Valentino Mazzola, che era una figura leggendaria del calcio ed era stato capitano del Torino nelle quattro stagioni consecutive in cui la squadra aveva vinto lo scudetto e in quella in corso, nella quale i granata erano avviati verso il quinto titolo consecutivo. Mazzola era un’ala sinistrache aveva segnato solo 4 gol in nazionale e un numero spaventoso in campionato col club. Era arrivato a Torino dal Venezia. La sua leadership e la sua collaborazione di gioco con Ezio Loik è stata spesso citata come l’inizio del dominio del Toro nel campioanto italiano. In cinque anni Mazzola segnò più di cento gol. Nel 1946-47 vinse la classifica dei cannonieri agevolmente. Mazzola restò una fonte di ispirazione dentro e fuori dal campo durante la sua carriera. Si dice che in momenti drammatici, quando Mazzola si girava attorno e si arrotolava le maniche, voleva dire che era giunto il momento di attaccare e spesso era proprio lui a dare l’esempio. 

I successi del Torino si basavano sui gol segnati. Nella stagione precedente il primo scudetto i granata erano arrivati secondi, dietro alla Roma, ma avevano segnato 60 gol, cinque in più dei campioni e 20 in più del Venezia, classificatosi terzo. Nel 1942 43, l’anno del primo trionfo, segnarono otto gol in più. Il Torino giocava con un rivoluzionario 4 – 4- 2, anni prima rispetto al Brasile, e adottava in anticipo rispetto all’Olanda i principi del calcio totale. L’AC Torino era avanti anni rispetto al resto del mondo del calcio dell’epoca e aveva una forza irresistibile. 

Mazzola e Loik erano tatticamente avanti rispetto ai loro avversari diretti, ma non erano i soli grandi calciatori di quella squadra. I due presero parte a tutti i cinque scudetti vinti, insieme ad altri calciatori dal talento genuino. Guglielmo Gabetto era un attaccante famoso per l’atletismo e l’equilibrio. Gabetto, calciatore di talento, aveva vinto il titolo anche con la Juventus e si era guadagnato onori internazionali con la nazionale. Franco Ossola era fragile ma era uno dei favoriti dai tifosi per il superbo controllo di palla e per il cambio di passo. Ossola segnava, crossava, sapeva cosa fare in ogni momento. Il difensore Giuseppe Grezer era un talento internazionale che fece 150 partite col Torino e conquistò otto trofei per il suo paese. 

Questi cinque calciatori vinsero tutti e cinque gli scudetti del Grande Torino e morirono nella tragedia di Superga. Il portiere Valerio Bacigalupo vinse quattro titoli e cinque coppe col Torino, dopo il trasferimento dal Genoa. Anche il difensore Aldo Ballarin vinse quattro titoli e morì nell’incidente insieme a a suo fratello Dino, portiere di riserva. Romeo Menti segnò l’ultimo gol a Lisbona e giocò 131 volte per il Torino, vincendo tre titoli. 

 

 

 

Il Torino costituiva l’ossatura della nazionale, fornendole almeno otto elementi. Durante una partita amichevole contro l’Ungheria tutta la nazionale era composta da calciatori del Grande Torino. Il presidente Ferruccio Novo aveva creato un patrimonio e lottò per tenerlo insieme, anche chiedendo alle autorità che ogni giocatore lavorasse nei suoi impianti FIAT per evitare chiamate in guerra. 

La Seconda Guerra Mondiale aveva influenzato il campionato 1942 43, il primo vinto dal Grande Torino, conquistato con un punto di vantaggio dal Livorno e sette dalla Juventus, battuta sia all’andata che al ritorno. Due vittorie particolarmente dolci per i supporter granata. Determinante per la conquista dello scudetto fu il gol di Mazzola con cui il Torino espugnò Bari all’ultima giornata.

Nella stessa stagione il Torino vinse la coppa Italia, realizzando venti reti in cinque partite, partendo da un 7-0 contro l’Ancona e terminando con un 4-0 al Venezia, e subendone nessuno. La Coppa non si sarebbe poi più disputata fino al 1958. 

Nel 1943 44 si disputò, a causa della guerra, solo un campionato locale non riconosciuto dalla FIFA e il Torino finì secondo. Il torneo ufficiale ricominciò nel 1945 46 e molte squadre avevano perso dei calciatori a seguito della guerra. Il campionato fu diviso in due gironi, nord e sud per poi disputare un mini torneo unificato finale. Il Torino vinse il proprio gruppo e realizzò tredici gol in più di Inter e Juve, le squadre che lo seguirono in questa classifica dei gol segnati. In sei su tredici incontri in casa il Torino segnò quattro gol o più. Nel girone finale il Torino vinse undici partite su quattordici, realizzando 40 gol, battendo nove a zero il Livorno nell’ultima partita e vincendo lo scudetto con un punto sopra la Juventus.

Il 1946 47 fu la stagione della grande cavalcata. Il Torino vinse lo scudetto con dieci punti di vantaggio sulla Juventus. Fu impressionante sia in attacco che in difesa: segnò 104 gol e ne subì solo 35. Nelle 19 partite casalinghe il Torino non perse mai e conquistò spesso vittorie pesanti, segnando sei gol non meno di tre volte. Mazzola vinse il titolo di capocannoniere, si mise in mostra come il giocatore più importante, giocò ogni minuto di ogni partita e era conscio del proprio valore.

Nella stagione 1947 48 il Torino fu ancora più devastante. I suoi stessi record furono battuti. La squadra fece due punti in più della stagione precedente e realizzò 125 gol in 40 partite. La media di tre gol a partita fu ottenuta anche grazie a delle vittorie spettacolari, come quella per 10 a 0 contro l’Alessandria. In venti partite interne il Torino non segnò almeno tre reti in solo tre occasioni e vinse tutte le partite tranne il pareggio per 1-1 contro la Juventus. Il Torino vinse il campionato con sedici punti di vantaggio su Milan, Juventus e Triestina. Mazzola segnò 25 gol, Gabetto 23. Tra l’altro in 40 partite il Torino impiegò solo 15 calciatori.

Anche nella stagione della tragedia, il 1948 49, il Torino era avviato verso il successo, anche se non aveva ripetuto tutti gli exploit delle due stagioni precedenti. Restò comunque imbattuto in casa e perse solo tre volte fuori casa. Dopo la tragedia di Superga il Torino schierà le riserve e la squadra giovanile e per rispetto così fecero i suoi avversari. La FIGC aveva assegnato comunque il titolo al Torino, che comunque, batté 4-0 il Genoa nella prima partita dopo l’incidente. In un’atmosfera piena di emotività la folla numerosissima pianse e cantò insieme. Il Grande Torino era stato portato via crudelmente. 

Trentuno vittime morirono il 4 maggio del 1949 insieme al sogno di una possibile Coppa del Mondo gloriosa per la nazionale. Il Torino e l’Italia avevano perso il loro cuore calcistico in una tragedia orribile. Ogni quattro maggio i tifosi marciano fino a Superga in segno di rispetto e di conservazione della memoria.

Il Torino aveva realizzato record su record, aveva vinto cinque scudetti, una coppa Italia e aveva mostrato al mondo un nuovo modo di giocare d’attacco e con successo. 

Superga aveva tolgo al mondo uno dei più grandi club calcistici dell’epoca, ma è importante notare che il Grande Torino è una delle grandi squadre della storia del calcio mondiale non per la tragedia accaduta ma per quanto ha ottenuto in campo. 

 

 

 

30 Gennaio 2019
di riccardoricciblog
Commenti disabilitati su Il Wunderteam e tante storie intrecciate

Il Wunderteam e tante storie intrecciate

La storia del Wunderteam è una storia di trionfi finiti in tragedia, una storia di innovazioni nel gioco, ma anche una storia di partite condite da intrighi e minacce.
Alla fine l’Austria (intesa come nazionale di calcio), così come l’Ungheria e l’Olanda in seguito, non vincerà nessun mondiale. Non quello del ‘34, quando verrà sconfitta dall’Italia. Non quello del ‘38 quando sarà annessa alla Germania insieme a tutta la nazione.
La struttura dei trionfi è stata costruita da due persone:. Hugo Meisl e Jimmi Hogan.

Meisl era un banchiere appassionato più di calcio che di finanza, tanto da lasciare il posto in banca per diventare segretario della federazione austriaca. Fin da prima della prima guerra mondiale Meisl studiava il calcio, diviso all’epoca tra quello inglese tutto palla lunga e pedalare (e dribblare) e quello scozzese più attento ai passaggi. Hogan era inventivo già da calciatore, nel Fulham e nel Burnley. Hogan si invaghì del calcio scozzese e pensava a un sistema di gioco che fosse basato sul possesso palla e sui passaggi stretti. Sistema che richiedeva che i giocatori non allenassero esclusivamente le qualità fisiche, ma sviluppassero anche una notevole tecnica di gioco.
Meisl e Hogan si incontrarono prima della guerra e capirono di avere ideali calcistici in comune. Ripresero il discorso dopo la guerra fino a diventare in contemporanea allenatori della nazionale.

Intanto il calcio si era sviluppato in Europa, in particolare in Europa Centrale, tanto che gli anni Venti e Trenta vengono chiamati gli anni d’oro del calcio danubiano. Meisl, tra l’altro, creò la Mitropa Cup, una competizione tra squadre di calcio di Ungheria, Austria, Cecoslovacchia, Jugoslavia. Venne introdotta la novità degli incontri di andata e ritorno per rompere il vantaggio del fattore campo.
Meisl spinse anche, in Austria, per il professionismo, tanto che il primo campionato professionistico fu quello austriaco. Questo, pensava, avrebbe aiutato i calciatori a trovare il tempo per allenare la tecnica.
Le idee c’erano. I tornei pure. Venne innovata dalla FIFA la regola del fuorigioco, che sarebbe stata poi sfruttata abilmente dagli austriaci. Il calcio in Austria aveva sempre più seguito e presto trovò anche i suoi campioni. Il più grande di tutti, uno dei più forti calciatori di tutti i tempi era Sindelar, nato in Moravia.

Matthias Sindelar era chiamato il wafer, carta velina, il Mozart del calcio. Era intelligente, sapeva muoversi ovunque, poteva svolgere qualunque ruolo in ogni posizione, era abilissimo nella combinazione stop e tiro al volo. Nei primi anni Trenta sostituì il robusto Uridil e non uscì più dalla formazione titolare dell’Austria. Contribuì anche ai successi del suo club, l’Austria Vienna. Di lui si diceva che: “non corre, è così leggero che sembra volare, tocca la palla come fanno gli dei, quando parte in velocità non lo ferma nessuno”. Pozzo disse che “la sua non era una finta ma un accenno, una sfumatura, il tocco di un artista”.
La nazionale austriaca giocava col 2-3-5 ma al di là del ruolo Meisl, da allenatore, cercava e voleva l’adattabilità dei calciatori. Un esempio era Smistik, adatto a coprire i difensori e a lanciare gli attaccanti. Con Nausch e Vogel costituiva la spina dorsale della squadra. Il ritorno di coach Hogan dopo qualche anno passato in giro per l’Europa, coach che lavorò insieme a Meisl, fu il suggello che permise di definire la linea di gioco del Wunderteam.
Tra il 12 aprile 1931 e il 23 ottobre 1932 l’Austria restò imbattuta per quattordici partite di fila. I risultati furono: 2-1 contro la Cecoslovacchia, 0-0 contro l’Ungheria, 5-0 contro la Scozia, 6-0 in Germania, 2-0 contro la Svizzera, 5-0 contro la Germania, 2-2 in Ungheria, 8-1 in Svizzera, 2-1 contro l’Italia (il 20 marzo 1932), 8-2 contro l’Ungheria, 1-1 in Cecoslovacchia, 4-3 in Svezia, 3-2 in Ungheria, 3-1 contro la Svizzera.
Fu a Stanford Bridge, nello stadio del Chelsea, di fronte a 72000 spettatori entusiasti, che l’Austria perse l’imbattibilità contro l’Inghilterra, ma mise comunque in mostra il suo gioco spumeggiante e dette filo da torcere agli inglesi. Questi conducevano 2-0 alla fine del primo tempo, ma un gol di Zischek rinvigorì gli austriaci, che però finirono sotto per 4-1 finché Sindelar realizzò due gol, uno dei quali (forse) saltando sette avversari, un po’ come Maradona a Messico ‘86.

I MONDIALI DEL 1934, IL NO DI ZAMORA A ITALIA – SPAGNA, LE BOTTE DI MONTI, LA VITTORIA AZZURRA
Alla coppa del mondo del 1934 l’Austria era favorita, ma molti calciatori erano ormai anzianotti. La Francia costrinse gli austriaci ai supplementari al primo turno, a eliminazione diretta. Nei quarti di finale l’Austria batté l’Ungheria 2-1. In semifinale l’Austria incontrò l’Italia. Gli azzurri erano una squadra molto forte atleticamente e fisicamente. Il pubblico di casa era particolarmente veemente e animoso quando gli arbitri fischiavano contro l’Italia. Si parla di intimidazioni ufficiali nei confronti degli arbitri. La partita tra Italia e Spagna ai quarti di finale fu giocata due volte, fu molto violenta e gli spagnoli protestarono per il gol del pareggio dell’Italia nella prima partita, viziato secondo loro da una spinta, e per i falli, compiuti soprattutto da Monti e non sanzionati dall’arbitro. Il super portiere Zamora non partecipò, per infortunio o per protesta, alla ripetizione della partita, che fu giocata a Firenze a maggio 1934 e che fu altrettanto fallosa, anche se sembra che l’arbitraggio non fosse davvero a senso unico. L’Italia si qualificò per la semifinale batté l’Austria, complici anche i calci dati da Luisito Monti a Sindelar. Un ruolo non secondario potrebbe averlo avuto il terreno fangoso, che rendeva difficile sviluppare un gioco fatto di passaggi e favoriva invece la fisicità dell’Italia, che alla fine vinse 1-0 con gol di Guaita.
Gli azzurri sarebbero poi diventati campioni del mondo battendo la Cecoslovacchia, mentre l’Austria non sarebbe riuscita a vincere nemmeno la finale per il terzo posto, vinta dalla Germania, a testimoniare che quello di Stanford Bridge era stato l’inizio del declino, anche se in quella finalina Sindelar non partecipò, infortunato a seguito delle botte prese da Monti in semifinale.

OLIMPIADE DI BERLINO, AUSTRIA – PERU’, VIOLENZA O IMPRESA CANCELLATA?
L’Olimpiade del 1936 fu caratterizzata da una partita drammatica dell’Austria contro il Perù, gara finita ai supplementari. Il Perù vinse 4-2, i suoi tifosi invasero più volte il campo, tanto che da una parte si parla di pistole puntate contro i calciatori austriaci. L’Austria ottenne che la partita fosse rigiocata, il Perù si ritirò per protesta, supponendo un intervento della Germania nazista. Dall’altra parte infatti si afferma che la cancellazione dell’impresa peruviana fosse da considerare un’indegnità (così si è espresso Eduardo Galeano) e quel Perù dovrebbe salire agli onori della cronaca al pari di Jesse Owens. Per gli approfondimenti, vedi i link più sotto. Dopo questo dramma l’Austria vinse contro la Polonia in semifinale e perse contro l’Italia in finale.

IL NO DI SINDELAR AL NAZISMO, LA MORTE INSIEME ALLA COMPAGNA ITALIANA
Gli anni successivi furono ancora più tragici. Nel 1937 morì Meisl. Nel 1938 la Germania annetté l’Austria, imponendo anche una squadra di calcio unificata. Non tutti accettarono di farne parte. Tra questi lo stesso Sindelar, che morì nel suo appartamento insieme alla compagna, un’ebrea italiana, a gennaio del 1939, a 36 anni, forse suicida, forse ucciso da una fuoriuscita di gas (questa fu la spiegazione ufficiale), forse fatto fuori dai nazisti. Sindelar aveva rifiutato di far parte della squadra unificata, aveva contribuito alla vittoria austriaca in un match del 1938 che doveva segnare l’amicizia e l’unificazione tra le nazionali (il risultato avrebbe dovuto essere un pareggio o una vittoria tedesca), aveva rifiutato di alzare il braccio (il sieg heil), aveva dichiarato che avrebbe continuato a salutare l’ex allenatore dell’Austria, ebreo, contravvenendo al divieto di salutarlo imposto dai nazisti.

I PRECURSORI DEL CALCIO TOTALE
Il posto nella storia del calcio del Wunderteam è assicurato. Meisl e Hogan avevano perfezionato lo stile di gioco scozzese. Non hanno vinto un trofeo, ma hanno rivoluzionato il calcio, facendo dubitare il mondo che la tattica vincente fosse il palla lunga e pedalare e soprattutto spingendo a ulteriori imitazioni e perfezionamenti. Il primo erede del calcio austriaco, nel secondo dopoguerra, sarebbe stato quello ungherese. A seguire poi, sarebbe arrivato il calcio totale olandese. E così via.

Ecco una serie di video e di link. A raffica:

I WUNDERTEAM AUSTRIACI
Inghilterra Austria 7 dicembre 1932

 

a near thing

Austria Ungheria 5-2, 1934

 

Italia Austria 1-0 semifinale a San Siro, commento di Carosio.

 

3 aprile 1938 austria germania partita non amichevole come previsto. La partita dell’anschluss

 

Un video celebrativo

 

L’austria vienna

Coppa Europa, Inter – Austria Vienna 2 1

Articoli vari:

https://www.mondosportivo.it/2014/03/21/cera-un-mondiale-italia-1934-il-wunderteam-austriaco-si-arrende-agli-azzurri/

https://storiedicalcio.altervista.org/blog/wunderteam.html

https://catenaccioecontropiede.it/wunderteam/

https://en.m.wikipedia.org/wiki/Wunderteam

MATTHIAS SINDELAR
Raccontato da Lucarelli

 

Cantato

 

Il Mozart del calcio

 

 

Foto story

Articoli vari:

https://thebottomup.it/2016/01/30/matthias-sindelar-la-triste-stella-del-wunderteam/

https://storiedicalcio.altervista.org/blog/matthias_sindelar.html

https://www.mondiali.it/curiosita-sportive/matthias-sindelar-il-mozart-del-calcio-che-disse-due-volte-no-ad-adolf-hitler/

https://calciatoribrutti.com/it/la-storia-incredibile-di-matthias-sindelar

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Matthias_Sindelar

ITALIA 1934
Italia Spagna 1-1 Firenze, 31 maggio 1934

https://www.calciomercato.com/news/meazza-e-la-strana-assenza-di-zamora-il-selvaggio-italia-spagna–32447

https://www.mondosportivo.it/2014/05/01/giallo-mondiale-presenta-1934-mussolini-zamora-gli-aiutini/

https://storiedicalcio.altervista.org/blog/italia-spagna-quando-zamora-disse-no.html

https://www.museogrigio.it/wp/?p=7798

Italia Cecoslovacchia finale 1934

Italia 1934

AUSTRIA PERU’, LE OLIMPIADI NAZIFASCISTE E LA VITTORIA DELL’ITALIA
http://www.12alessandrelli.com/2016/08/olimpiade-1936-l-impresa-cancellata-del-peru.html

http://rovesciatavolante.blogspot.com/2012/01/il-caso-di-peru-austria-1936.html

http://www.calcioromantico.com/a-spasso-nel-tempo/peru-quasi-come-jesse-owens/

Perù Austria 1936

Italia Austria 1936

https://www.theguardian.com/sport/blog/2011/nov/24/forgotten-story-football-1936-olympics

https://www.clarin.com/deportes/biplaneta-redondobibrcuando-peru-humillo-hitler_0_H1z79IW2v7g.html

https://storiedicalcio.altervista.org/blog/olimpiadi_1936.html

HUGO MEISL
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Hugo_Meisl

https://storiedicalcio.altervista.org/blog/hugo_meisl.html

17 Gennaio 2019
di riccardoricciblog
Commenti disabilitati su Ed è subito entusiasmo!

Ed è subito entusiasmo!

Torni a correre in gruppo ed è subito entusiasmo!

 Ed è subito cena!  Correre per mangiare. “Dai, vieni in pizzeria”. Sono andato in pizzeria. C’era un musicista che intratteneva gli astanti a suon di musica, parole e balli. Il ballo non mi avrà mai, ma in compenso sono affiorati i ricordi. C’erano Erika e Alfredo ed è stato subito Amsterdam 2009,  la mia prima mezza maratona, il mio primo viaggio con i Fontanini, l’ostello con le bici, i giri in bicicletta, l’attacco al polpaccio di una runner che faceva stretching, i ristoranti, i canali, i quartieri, l’aria di libertà che si respirava nella città olandese, la follia di partire troppo piano per poi accelerare troppo per poi finire bollito, la pioggia battente in quei ponti distruttivi e interminabili, le due ore e diciannove minuti, le case strette e lunghe lungo i canali, i dialoghi e le risate a tavola e in particolare quelli tra gli uomini (Alfredo, Alessandro, Carlo), i miei appunti sull’iphone 3GS che non so se ho ancora (gli appunti, dico).

 Ed è subito che gare facciamo, quando ci alleniamo per i fatti propri, dove viaggiamo, maratonadigerusalemme, mezzamaratonadelsoledimezzanotte (aritonfa!), garediquagaredilà! Correre per viaggiare.

 Ed è subito Erika e Alfredo! A 60 anni Erika ha fatto il cammino di Santiago mentre il suo big compagno Alfredo faceva 450km in bicicletta: la Foresta Nera non gli bastava e ha fatto un giro in Francia tanto per farsi quei 200 km in più. Adesso  Alfredo sta preparando la traversata a nuoto dello Stretto di Messina mentre Erika intende iniziare a fare spinning in una palestra diversa da quella dove sta andando adesso. Lui da giovane è stato un rugbista e un musicista. Ci sarebbero altre cose da dire su di loro e in particolare sul lavoro di lui, ma fatevi bastare queste cose. Non vi è venuta voglia di iniziare a fare un po’ di decathlon o come minimo il pentathlon moderno a leggere queste cose? A me sì, a sentire loro.

 Ed è subito adesso corro tutti i giorni, cammino anche di più, faccio trekking, vado a lavoro in bici, faccio judo-sub-kickboxing-pugilato-rugby subacqueo-ricerca di tartufi-caccia alle lucertole! Che poi in palestra ci sono corsi di Judo e di quella arte marziale il cui nome finisce con Thai. E poi già adesso, il giorno dopo, non ho per niente voglia di mangiare e invece vorrei tornare a correre già oggi (anche se non potrò). E poi devo potenziare la parte superiore del corpo, come disse il coach qualche anno fa, per quanto possa essere utile per la corsa.

 Ed è subito coach fammi una scheda! Il boss della palestra ha detto: “Fatti fare una scheda dal tuo coach, che fa finta di niente e si nasconde ma ha una capacità di preparazione atletica mostruosa. Poi vieni qua e ti faccio un prezzaccio”. L’ultima volta che qualcuno mi ha detto così, quando ho venduto la macchina, ho preso un’inculata, ma il tipo è affidabile e comunque ha ragione sul coach. Al quale prima o poi forse chiederò le tabelle di allenamento e il check up personale, lo so già, anche se i miei trainer libreschi americani (Hudson, Hansons) sono lì che fremono talmente tanto che vedo i loro libri ballare sugli scaffali.

 Ed è subito obiettivi. Il coach appena mi ha visto ha chiesto quale fosse il mio obiettivo. “Correre costantemente per un anno senza infortuni”. “Bene. Ora dimmi quello vero”. “Ah, be’, in futuro devo correre una mezza maratona in 1h45’ (a Edimburgo 2014 ci sono andato relativamente vicino, ma sono passati quattro anni e mezzo)”. “Ah, ecco, così va meglio”. Poi in macchina con un certo Stefano, che oltre a correre e  lavorare suona in una nonboyband, mi è apparsa in mente la bellissima (dicono) città di Chicago e chissà che un giorno non voglia completare le big six (maratone di New York, Chicago, Boston, Londra, Berlino, Tokyo) per riprendere il cammino che la Monce ha quasi finito. A proposito. Vuoi che la gente ti guardi come gli scienziati del tempo guardavano Galileo quando lo ascoltavano? Dì la seguente frase:”Hocorsolamaratonadinewyork”. Note a margine sul coach: gli sono apparsi dei capelli bianchi, sua moglie è al settimo mese di gravidanza, si è sposato, il bambino si chiamerà Gregorio (o meglio, lo chiameranno gli altri). Non necessariamente tali eventi sono avvenuti in questo ordine. Note a margine su Stefano: ha corso l’inferno run. Cioè, capite, se cercate uno normale non lo trovate. PER FORTUNA.

 Ed è subito ripetute! “Io voglio iniziare piano”. “Bene. Due serie da 400 300 200 100 metri più ancora 300 200 100 metri”. Va bene vado piano, mi sono detto, ma poi ha prevalso la voglia di spingersi oltre e di acciuffare ragazze russe bionde e carine di nome Halla che andavano veloci ma non così tanto veloci da non poter essere acciuffate. La prima persona che mi è stata presentata prima di mettersi in moto è stata proprio lei, che ha detto: “Aspettatemi: non mi sono messa il rossetto!” Che in effetti è indispensabile quando si corre.

 Ed è subito stretching! Non ti boicotto, ma non mi avrai mai del tutto! Eseguo alcuni tuoi esercizi, ma non pensare che mi impegni più di tanto, hai capito? Risposta dello stretching: senti, raccontami del tuo polpaccio sinistro.

 Ed è subito palestra! Lo spogliatoio della palestra era invaso dai bambini che avevano avuto il corso di judo.Le mamme dei bambini erano preoccupate che ci fossero uomini adulti nudi nello spogliatoio prima di entrare per dare una svegliata ai figli, non particolarmente lesti a togliersi di mezzo dalle panchine.Un bambino aveva perso il kimono e chiedeva a tutti se avevano visto un kimono. Ha preso anche la mia canottiera, che evidentemente non era un kimono. Al massimo poteva essere una kimonottiera. I prezzi dell’abbonamento alla palestra hanno attirato la mia attenzione: 240 euro per sei mesi, quando nelle altre palestre della zona stadio i prezzi sono ovunque più alti, ma le palestre sono anche più grandi, con attrezzature più moderne, con spogliatoi che non sembrano Venezia con l’acqua alta.

 Ed è subito gente motivata e motivante e voglia di allenarsi e migliorare! Il corso è quello dei lenti e indistruttibili. È composto da quasi tutte donne, quasi tutte sconosciute. Le uniche conosciute sono Erika, Simona e Irene. “Per ora continuate a fare questo corso”, ha detto alla fine il coach, quando ha anche distribuito dei giubbotti anti vento e anti investimento da parte delle auto.  “Poi potrete passare a quello del martedì o a quello del giovedì. In quest’ultimo si fanno anche dei bei percorsi, anche percorrendo delle  salite divertenti come quella di San Domenico o quella di Maiano”.  Il coach ha mantenuto il suo strano concetto di divertimento. In realtà penso: “Yeah! Le salite! Un nuovo obiettivo motivante! Nuovo che sarebbe stato anche vecchio, ma vabbe’”. Invece dico: “Be’, allora mi devo allenare in salita”. Interviene una ragazza carina e bionda, di cui non ricordo il nome: “DOBBIAMO fare gli allenamenti in salita. Sono molto propositiva io”. Ha già guadagnato punti. Più o meno tutti hanno guadagnato punti. Questo gruppetto mi piace. Peraltro questo gruppetto si ritrova ad allenarsi anche per i fatti propri e ha un proprio gruppo Whatsapp.

 Ed è subito gruppi whatsapp! C’erano una volta il passaparola, gli appuntamenti dati via sms o per telefono o meglio ancora dopo gli allenamenti. “Ci vediamo sabato alle dieci”. Poi è arrivato Whatsapp. Quindi sono arrivati i gruppi Whatsapp. Adesso c’è un’esplosione di gruppi. C’è quello storico, dedicato al cazzeggio. Quell’altro dedicato agli allenamenti e alle gare. Poi c’è quello di quelli che corrono per i cazzi loro in modo tranquillo. Poi quello di altri che corrono per i cazzi loro. Poi quello dei gruppi di corsa. Poi quelli delle persone che fanno parte di un gruppo di corsa e vogliono andare ad allenarsi per i fatti loro. Ce n’è probabilmente più di uno per ciascun gruppo di corsa. Che poi non è che i gruppi siano a compartimenti stagni. È ben possibile che una persona sia in sei o sette gruppi diversi. La cosa positiva è che così in una settimana non mancano le occasioni per allenarsi, gareggiare e socializzare (e magari cenare) insieme.

 Ed è subito “è fondamentale allenarsi e gareggiare in compagnia!” Perché è vero che si sa che nessuno è mai tornato da una corsa dispiaciuto dopo averla fatta, per quanta poca voglia avesse prima di cominciarla. Ma anche sapere che cazzeggerai mentre corri è motivante. Comunque anche due anni fa ero ripartito a razzo, prima che interferisse lo strappo al polpaccio susseguente al mio voler correre forzatamente sul dolore, quello serio (esistono anche i dolori non seri. Tipo. “Coach, sento un dolorino sulla coscia”. “Non sentire dolori che non esistono”. Lezione numero due del corso di avviamento alla corsa, anno 2009).

E poi è subito nostalgia delle corse attorno allo stadio, della pista del Ridolfi, delle vecchie corse di allenamento, di quando correvo una mezza maratona a settimana come allenamento, di quando correvo cinque o sei giorni di fila a settimana e in ogni viaggio e a ogni sosta non mancava mai la corsa, di quando ho corso dentro la stazione Termini o di quando abbiamo fatto allenamenti con questo o quello per questa o quella garetta. Ma non c’è tempo per la nostalgia.  E allora è subito novità, ma tante novità! Nuovi gruppi, nuove persone (o vecchie persone con nuovi obiettivi), nuove associazioni, nuovi ritmi, nuove idee, perfino un nuovo gruppo che vuole fare duathlon.

Ed è subito “la cosa più importante adesso è non fermarsi”! Cosa è necessario per non fermarsi dovrei saperlo, ma cosa è la conoscenza senza azione? 

 

29 Ottobre 2018
di riccardoricciblog
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Cinzia Savi Scarponi

Mistista, stileliberista, delfinista.
64 vittorie ai campionati italiani, un bronzo e due quarti posti ai campionati europei, prima donna italiana a scendere sotto il minuto nei 100 metri stile libero (un tempo che avvicinava l’Italia femminile dello stile libero un po’ al resto del mondo), erede designata di Novella Calligaris fin da giovanissima (1977), destinata a dare nuova linfa al nuoto italiano insieme a Marcello Guarducci a fine anni 70, carriera poi proseguita negli anni 80, ma c’è un grandissimo ma: le tedesche dell’est.

Quanto grande sarebbe stata la sua carriera se avesse avuto avversarie che lottavano alla pari?

Un po’ di link

https://it.wikipedia.org/wiki/Cinzia_Savi_Scarponi

https://fattidinuoto.corsia4.it/category/cinzia-savi-scarponi/

https://www.swimbiz.it/portal/5-giugno-1977-il-primo-grande-exploit-di-cinzia-savi-scarponi/

https://www.swimbiz.it/portal/cinzia-savi-scarponi-per-swimbiz-2/

http://www.treccani.it/enciclopedia/cinzia-savi-scarponi_%28Enciclopedia-dello-Sport%29/

http://www.w2opolo.com/2014/07/cinzia-savi-scarponi-la-regina-haba-waba.html

22 Settembre 2018
di riccardoricciblog
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Verso Glasgow 2018.

La lotta per la conquista dello spazio in valigia è stata dura e ha vinto questa. Il piccolo trolley acquistato da Decathlon non è bastato a contenere la macchina fotografica e l’ipad e tutto il resto, quindi ho dovuto optare per quello più grande, il Carpisa amico di vecchi viaggi. Ho comunque rinunciato alla roba per correre: avrei dovuto prendere l’abbigliamento da 13 gradi ed era troppo ingombrante. Potevo prendere quello anziché l’ambaradan fotografico? Dovevo?

Ho rischiato di fare come il Nardi, che da presto fece tardi. Ero a prendere una spremuta d’arancia al bar interno della stazione Santa Maria Novella. Mi sono fermato a un tavolino. Mi sono messo a sedere. Ho osservato due coppie di ragazzi francesi che giocavano a carte. Ho prenotato il biglietto da Porta Garibaldi a Milano Malpensa. Nel frattempo il mio treno per Milano Porta Garibaldi sarebbe partito solo dieci minuti dopo. Ero arrivato alla stazione un’ora prima.

La bellezza di un treno vuoto. Lo spazio non solo per le gambe, per le valigie sotto le gambe, per i due caricabatterie tutti per te, ma soprattutto lo spazio visivo. A parte il commesso viaggiatore che telefonava davanti a me e che scenderà a Reggio Emilia AV (esistono treni che ci si fermano ed esistono passeggeri che ci scendono), la situazione è ideale. Spazi aperti e abbastanza sconfinati all’esterno: alberi, campi, pianura padana. Spazi e silenzi non interrotti da teste, valigie, gambe, giornali inutili, personal computer, parlottii, chiacchiericci, bambini urlanti, all’interno.

Milano Porta Garibaldi mi accoglie con un corridoio in stile Miglio Verde, un passaggio per la metro chiuso da tornelli e due uscite verso due desolation road. Ne prendo una e vedo un clochard sdraiato per terra coperto da una coperta, tre persone che somigliano a mafiosi cubani in camicia blu che dialogano all’angolo tra una sfilza di binari e un cumulo di case che a prima vista mi sono sembrate diroccate e a seconda vista non lo erano. Al di là dai binari, volgendo lo sguardo a destra, si vedono frotte di grattacieli, su uno dei quali spicca la scritta AXA, che mi ricorda la compagnia assicurativa che rifiuta di assicurare le centrali a carbone, a differenza di Generali.

Mi aspettavo almeno un bar, dentro o fuori dalla stazione. Un locale dove potessi affogare in un bicchiere la depressione causata dall’infausta scelta di scendere in quella desolate land (o così è stata la prima impressione) e poi di fermarmici anche il tempo necessario per pranzarci.
Dopo aver chiesto aiuto via whatsapp, aver letto la storia di Porta Garibaldi su Wikipedia e avere consultato Google Maps, ho deciso di muovermi, così le prospettive di quell’ora e mezzo che mi ero dato prima di prendere il treno per Malpensa sono cambiate.

Ho scoperto un mondo fatto di grattacieli immersi nel verde (guardando in alto oltre la via stretta tra le case), bar, osterie, ristoranti di mare pugliesi, cavalcavia, saliscendi e ingressi principali della stazione. Quegli ingressi che avrebbero finalmente reso attraente anche il solo girovagare per più di un’ora senza meta: da lì si entrava in un mondo dove prendevano vita la Feltrinelli, la toilette a pagamento, la cassatina siciliana, la crema di caffè, il barista che mi chiedeva se volevo un bicchiere di acqua naturale o gasata (nel caso avessi scelto questa mi sarei aspettato una tipa che usciva dal bicchiere con un giubbotto di pelle, una corona in testa e col codazzo di fan dietro che sbavavano per un autografo), il tabellone degli orari che indicava i treni per Malpensa molto dopo che erano già apparsi sul sito Viaggiatreno.

In una situazione di minore ansia e minore fretta e diversi obiettivi avrei probabilmente indugiato volentieri a osservare le vie strette, le case, i graffiti e a origliare i discorsi dei mafiosi cubani e dei camerieri che aprivano il ristorante. Sarei probabilmente anche entrato dal falegname, che dichiara sull’insegna di esistere e di resistere dal 1960. Stamani, però, non c’era tempo per cullarsi in certe cose. Dovevo trovare subito un luogo familiare, commerciale, con del cibo (possibilmente) e soprattutto dovevo arrivare al binario utile con un congruo anticipo. Il resto è poesia a cui ci dedicheremo un’altra volta. A partire dalle strade di Glasgow, magari.

A proposito di Feltrinelli Express. La sezione “economia” dovrebbe intitolarsi “puttanate, incredibili puttanate”.

Intanto un articolo su Oasport mi segnala una Glasgow fredda, grigia e piovosa, cioè affascinante.
Poi ci sarà tanta musica, ovunque. In ogni locale c’è la musica dal vivo. Sì, anche l’whiskey. Poi sembra che la città si sia preparata a questi campionati europei come se fossero le Olimpiadi. Accoglienza a suon di musica e fuochi d’artificio nella piazza centrale. Non vedo l’ora di esserci.

Quello, però, succederà dopo. Immergersi nell’atmosfera di Glasgow 2018, dico. Adesso c’è da superare la solita tensione dell’attesa: arrivare all’aeroporto, separare i liquidi e gli oggetti metallici, superare il terrore dei controlli di sicurezza (terrore dato dalla possibile apertura della valigia o dello zaino alla ricerca di quel minuscolo oggetto che mi ero dimenticato di togliere), riuscire a chiudere la valigia fischiettando anche mentre interiormente impreco in sanscrito, prendere l’aereo sperando che il bagaglio non venga stivato, ricominciare a leggere Guerra e Pace o comunque qualcosa sul Kindle sempre che riesca ad averlo a portata di mano, arrivare a Glasgow, forse prendere Uber e comunque arrivare alla casa prenotata attraverso Airbnb, capire il territorio, salutare la proprietaria di casa, superare senza troppi patemi la fase dei convenevoli, scoprire se lì vicino ci sono abbastanza possibilità di scottish breakfasts, saggiare il territorio, conquistarlo.

Poi sarà tutto un Carnevale di Rio, come dice qualcuno.

Ah, dimenticavo. Celtic o Rangers?

22 Settembre 2018
di riccardoricciblog
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Glasgow 2018 (1)

Glasgow 2018. (1)

Bambino che mi fissi mentre sistemo la valigia in aeroporto. Posso cancellarti?

Dopo tre giorni a Glasgow è apparso il sole. Oddio, non è molto convinto. Si è limitato a proiettare i suoi raggi su degli alberi per qualche minuto prima di tornare a nascondersi sotto le nuvole. Avrà particolarmente sonno. Che sia andato a fare bisboccia in qualche paese mediterraneo?

Sono riapparsi i francesi, invece. È bastato loro vincere due ori inattesi e mi sono ritrovato due tifosi francesi accanto. Non è che avessero comprato i biglietti, secondo me. Si sono generati dentro la piscina: sono spuntati come i funghi.

L’accoglienza.
Durante il percorso di uscita dall’aeroporto ti trovi immerso in un pavimento di pietre e legni, delle pareti che sembrano foreste e canti di uccellini.
Gli steward all’esterno della piscina cercano di intavolare una conversazione mentre setacciano tu e le tue borse. Più che controlli sono pacche sulle spalle.
Passi davanti a un locale in cui stanno suonando della musica, un uomo esce nello stesso momento in cui passi tu e ti saluta.
Sei seduto al tavolo di un pub, arriva un gruppo di signori piuttosto attempati, una donna ti chiede se vuoi qualcosa del loro cibo appena arrivato.
Un autista del bus non si preoccupa più di tanto se la tua carta di credito non viene letta o se il qr code del biglietto settimanale del bus non viene riconosciuto, generalmente perché lo disponi non correttamente agli occhi dello scanner. Il bus non parte finché non dimostri che hai pagato (come in un sacco di altri posti in Europa, tranne che in Italia, non si sa perché), ma nel frattempo potete fare una partita a carte.
Non pensiate però di farmi dire più di due o tre frasi di circostanza. Al massimo posso sorridervi.

Ho potuto guardare l’oro azzurro dell’inseguimento maschile e l’argento dell’inseguimento femminile nel ciclismo su pista mentre camminavo dalle piscine verso il velodromo. Stamani ho guardato il canottaggio in piscina mentre si svolgevano le batterie dei 1500sl. Hanno contribuito Ipad, telefonino, Vodafone video plus più Vodafone giga in & out, Easy europe roaming, tariffa Smart all in Tre (con limitazione a un giga al giorno, giga che mi dice sia stato consumato già in una mattina), Eurosport player.

A proposito di velodromo. I successi nell’inseguimento sono importantissimi. Avevo comprato i biglietti per il ciclismo su pista proprio per guardare quelli e li ho visti lungo i marciapiedi di Glasgow a causa della distanza tra la piscina e il velodromo. Dato che era tardi ho anche deciso di non entrare in quest’ultimo. Ci riproverò domenica.

Ogni volta che vengo a questi eventi internazionali succede che mi sieda vicino a tifosi italiani. Ogni volta non so che dire loro, come presentarmi, cose così. A parte la volta di Kazan, in cui conobbi Amelia, potrei avere perso delle occasioni di sana e robusta conoscenza. Stamani è stato il turno di due ragazze fan (o familiari? O fidanzate, almeno una?) di aereo Miressi.

Ovunque mi giri, nei dintorni della piscina, appaiono tifosi italiani: in tribuna, sugli autobus, fuori dalla piscina a prendere un gelato.

Qualcuno sa perché il caffè o il cappuccino debbano essere serviti a una temperatura pari a quella di un altoforno? Così da finirli in una mezzora buona?

Qual è la probabilità che un signore belga che era accanto a me una sera a Budapest durante le gare di nuoto e che poi rividi in aeroporto me lo sia trovato davanti al bar di Glasgow in cui ho fatto “all day breakfast” ieri mattina?

A proposito. Ben contento di aver trovato dove fare colazione tutte le mattine, stamani l’ho trovato chiuso. Mai una gioia.
(In compenso ho scoperto un posto dove fanno buffet con cibo proveniente da tutto il mondo, vicino alle piscine. Non male per i pranzi a 6,95 pound).

Cosa mi ha offerto la proprietaria di casa la prima sera? Ovviamente un ombrello. In realtà per ora è piovuto solo una sera. Il cielo è costantemente grigio tendente al nero. Sprazzi di azzurro sono apparsi solo oggi pomeriggio. La temperatura è sui diciassette gradi. La sera fa quasi freddo.

La piscina è ai confini di un bel parco. I bagni sono solo chimici. I ristoratori sono tre, monopolisti e quindi cari. Gli spazi per sedersi sono pochi: un tronco d’albero e qualche tavolino. Non passa la mascotte. Non si può stare ai tavolini tra le gare della mattina e quelle del pomeriggio perché l’impianto chiude. I posti centrali durante le batterie sono vuoti (perché i biglietti erano davvero troppo cari per le batterie e evidentemente c’è stata un’allocazione delle risorse non ottimale).

Finali di venerdì pomeriggio: “Che bello, sono nelle prime file, alla partenza delle gare di cinquanta metri, a bordo vasca”! Peccato per gli arbitri che si alzano e nascondono la vista degli arrivi e delle virate e per la prospettiva che ti impedisce di vedere le posizioni in gara.
Oggi (sabato) sono un po’ più in alto a destra. Dato che la scelta dei biglietti è stata casuale, nel senso che ho scelto solo quelli di fascia di prezzo b (c’erano a,b,c,d) chissà cosa mi riserveranno i prossimi giorni.

Ah, dimenticavo. Ci sono stati due ori e un bronzo nel canottaggio, oggi.

Vabbe’. Stanno per cominciare le finali di nuoto. Ci si aspettano ulteriori scintille.
E quelle di ieri? Eh, oh, le commenterò insieme a quelle di oggi.
See you soon.

22 Settembre 2018
di riccardoricciblog
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Glasgow 2018 (2)

 

Europei di Nuoto, prime due giornate. Diluvi di emozioni e record che scoppiano come tappi di spumante.

1. C’erano una volta i record italiani di sempre-sia-lodata- Alessia Filippi. Al Settecolli sono stati la Cusinato nei 400 misti e la Panziera nei 200 dorso a toglierglieli. Agli Europei è stato il turno di Simona Quadarella negli 800sl. 8’16”35, tempo di livello mondiale. Un anno fa bronzo mondiale nei 1500sl. Ieri oro europeo negli 800sl. Diciannove anni e un futuro da regina del mezzofondo europeo e, augurabilmente, non solo.

2. Sarah Sjoestroem e Pernille Blume giocano a hunger games. Ne rimarrà solo una. Vederle appaiate per cinquanta metri a dare botte all’acqua senza respirare chiedendosi chi avrebbe toccato per prima è stato bellissimo. Ha vinto la più lunga e robusta di un centesimo e forse di un centimetro. La sfida si ripeterà nei cento stile e sarà ancora lotta dura senza paura. Terza è arrivata, come da attese, Ranomi Kromowidjodjo. Lei è abituata ai piazzamenti, io forse ho finalmente scritto bene il suo cognome.

3. Elena Di Liddo, ovvero un lungo pianto di felicità dopo le mille tribolazioni e la rinascita avvenuta a Copenaghen a dicembre col bronzo in vasca corta nei 100 farfalla. Non aveva mai vinto una medaglia in vasca lunga. Adesso è arrivata. Ilaria Bianchi è finita al quarto posto, battuta da una connazionale. La storia si è poi ripetuta per lei stamani: si sono qualificate per le semifinali dei 200 farfalla Alessia Polieri e Ilaria Cusinato, lasciando fuori, per la regola delle due qualificate per nazione, la Bianchi, che è arrivata subito dietro loro.

4. Adam Peaty distrugge record del mondo anche quando va in bagno? In un cento rana di livello straordinario prende il largo nella seconda vasca e annuncia al mondo che la rottura del muro dei 57” è lì a un passo. Secondo arriva lo scozzese di Glasgow James Wilby, che racconterà un giorno ai nipoti la storia di un atleta che ha vinto un argento europeo a casa sua.

5. Staffetta 4x100sl. A un certo punto è apparso un aereo: airbus Miressi. 46”99 lanciato e tocco solo un soffio dietro i fortissimi russi. Certo che in staffetta è sempre difficile che tutti e quattro siano al top e funzioni tutto alla perfezione. Stavolta è stato Vendrame a non essere al massimo della forma. Inoltre a Zazzeri si è rotto il costume e questo può averlo condizionato.

6. Il giovane predestinato campione russo Kolesnikov imita Peaty nei 50 dorso: 24 secondi netti. A proposito di record: al mattino Georgia Davies ha realizzato quello europeo nei 50 dorso femminili: 27”21. A seguire la russa Fesikova l’ha sfiorato: 27”23.

7. Partenze e altri record italiani. Fabio Scozzoli ha la migliore al mondo, è sul podio ai cinquanta metri, poi i trent’anni si fanno sentire e arriva quinto in una finale stratosferica. Carlotta Zofkova fa il record italiano dei 50 dorso con 27”94, superando di due centesimi Silvia Scalia, che lo aveva superato nella semifinale precedente. Sì, ma le partenze? La contessa Zofkova, con cui ho da qualche parte una foto, tende a lasciare metri in partenza e in virata. Peccato. La ricordiamo tesa ed emozionata, ma brava, nella staffetta mista di Rio.

8. Fantine Lesaffre, chi era costei? La più alta ragazza del circuito e la vincitrice della medaglia di bronzo nei 400 misti a Copenaghen in vasca corta, per dire. Si migliora di quattro secondi in vasca lunga, nuota bene, approfitta dell’assenza di Katinka Hosszu, lascia d’argento (bellissimo, comunque) la multilingue Ilaria Cusinato (alla quale Stefano Morini ha lasciato il lunedì libero per studiare). Lo sentite, però, quel po’ di amaro in bocca per Ilaria?

9. L’applaudito di turno perché arrivato dopo la musica nelle batterie della sua gara (i 1500 sl): l’albanese Franc Aleksi.

10. Charlotte Bonnet avrà dedicato l’oro e il suo strepitoso tempo di lancio nella staffetta 4x100sl femminile a Camille Muffat. Buon or ti faccia.

11. Altri nomi, altre cose. Cseh e Morozov sono finiti fuori dalle semifinali. Gli ungheresi intendono monopolizzare i 200 farfalla. Attenti ai nomi relativamente nuovi come Milak ma anche come Burdisso. Complimenti a Pinzuti. Le stileliberiste veloci hanno fatto il loro (a parte i problemi di stomaco della Pirozzi, ma quando arrivano i ricambi? Romanchuk è sempre più un pericolo per Paltrinieri, che per vincere deve essere al 100%. Il livello è alto e si alza ogni anno di più in diverse specialità, anche in Europa e non solo nel mondo: non c’è mai tempo per rifiatare.

22 Settembre 2018
di riccardoricciblog
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glasgow 2018 (3, 4 e 5)

Questi articoli su Glasgow sono stati inizialmente pubblicati su facebook. i punti 4 e 5 erano solo delle introduzioni ai post di cento sciolto.

1. Il trionfo della Bastianelli. Seduto nel tronco di albero che fa da sedia collettiva davanti all’ingresso della piscina ho visto gli ultimi tredici meravigliosi chilometri della gara di ciclismo su strada. Longo Borghini e olandese in fuga. Vengono riprese dal gruppo a un chilometro dalla fine. A cinquecento metri ci sono tre olandesi in testa al gruppo. A trecento metri spunta la Bastianelli e zac! Va a vincere. Certo che sarebbe stato bello vedere il finale in diretta dal vivo. L’arrivo, come la partenza, erano a Glasgow Green, praticamente a cinque minuti a piedi da dove alloggio. Se fossi rimasto lì avrei avuto l’ansia da oddio ho da vedere il nuoto arriverò in ritardo, per cui ho fatto bene a non spostarmi col bus (con le linee deviate, peraltro) e ho fatto bene a vedere la gara sull’ipad grazie a Eurosport Player. Anche Rai Play va benissimo, comunque.

2. Non sono ancora stato in centro.

3. Non sono ancora stato al velodromo.

4. Nell’indecisione se andare o no a vedere dal vivo un pezzo di gara di ciclismo femminile su strada sono rimasto a passeggiare lungo Tollcross Road tipo prostituto e poi sono stato fermo alla panchina della fermata del bus, senza prendere mai il bus.

5. In Tollcross Road ci sono due agenzie indipendenti di organizzazione e gestione dei funerali. Il motto di una è “accidents will happen”.

6. In Tollcross Road ci sono due pub col loro bancone di birre, i loro tavoli di legno con la gente seduta, la loro tv che trasmetteva Aberdeen – Rangers (1-0 per i Rangers a fine primo tempo). Sono entrato due volte in ambedue con l’intenzione di prendere o una birra o un caffè o un permesso per andare in bagno, ma poi sono uscito. Pensiero fondamentale: “Se mi metto a sedere, qualcuno di questi avventori cercherà di intavolare sicuramente una conversazione con me”.

7. In Tollcross Road c’è mmm…delicious, il locale in cui ho fatto colazione due giorni fa e che oggi mi ha servito un ottimo fish and chips mentre in tv trasmetteva la bbc che trasmetteva il canottaggio evitandomi di guardarlo sull’ipad. Intanto ne ho approfittato per scrivere il precedente post su Facebook. (Sì, presto passerò definitvamente al blog).

8. Ora. Tollcross Road è una via lunghissima, di qualche chilometro, ma le cose citate da me si trovano in un raggio di cinquecento metri.

9. Domenica pomeriggio, quasi adesso. In piscina è apparsa la mascotte! Il problema è che ha inscenato i balli di gruppo. Poteva restare nascosta dove era stata finora.

10. Gara femminile di ciclismo su strada significa deviazione degli autobus che ha significato farsi cinquanta minuti di cammino per raggiungere la piscina. Tutto bene, tranne il fatto che il percorso è più piacevole di quello della mezza maratona di Signa, ma di poco.

11. Sarà la zona ma vicino a dove alloggio molta gente gira con le magliette del Celtic. Ho visto un bambino con strisce biancoverdi nei capelli. Da un bar vicino a casa mia (ormai) ieri sera partivano cori pro Celtic. Dei Rangers nessuna notizia, a parte quella degli incidenti durante la partita contro una squadra croata.

12. Aggiornamento: ieri sera si è disputata Celtic – Livingston. Risultato finale 3-1 per la squadra di casa. Non ho pensato di andare a vedere una partita di calcio. Strano. Forse non mi aspettavo che il campionato di calcio scozzese iniziasse così presto.

13. Vabbe’, ora non c’è più tempo per scrivere altro.
Go Ary, go Greg, go AirbusMiressi.
See you later.

Comunque prima o poi vado in centro e anche sulle highlands e a vedere laghi e castelli, eh. Più poi che prima.

22 Settembre 2018
di riccardoricciblog
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Glasgow 2018 (6)

1. Il sole ci prova, ma non si impegna abbastanza. Fa capolino e si ributta presto sotto, anzi sopra, le nuvole. In compenso è apparsa la subdola pioggerellina di Glasgow, quella che non senti per niente ma ti bagna del tutto.
2. Dicono sorry con la o chiusa (“stiamo per chiudere, il caffè e finito, soooooooorry”), continuano a salutare e a intavolare conversazioni, cioè ti inseguono finché non hanno finito il discorso “morning, see you later, enjoy, hope you enjoyed…”. Dicono cheps per chips, berger per burger, non pronunciano le t finali nemmeno qua, spesso.
3. Con una all day breakfast (pron. brekfest) vai avanti fino a metà pomeriggio.
4. In George Square ci sono maxischermi da cui si vedono le gare, tavolini, sdraio, ambulanti del cibo tossico e salutare (“healthy and hearthy food”, dicono), concerti dal vivo, persone sedute, persone che camminano, persone che ballano, persone che conversano, persone che bevono birra, persone che fotografano altre persone (ehm…), persone imbalsamate sotto forma di statua e poi palazzi, negozi e una scritta gigante su un grattacielo: people make Glasgow.
5. Allora, primo approccio col centro città. Palazzi vittoriani, vie larghe, case a mattoni in vista, look right e look left lungo le strade. Quello che ti aspetti da una città del Regno Unito. Giudizio da rimandare, ma Edimburgo mi era apparsa fin da subito più bella, scura, misteriosa (tipo che dalle parti del castello potevano apparirti fantasmi e vampiri), selvaggia.
6. Dice il saggio: se mentre fai una foto vedi il buio ed è mezzogiorno, guarda dove hai il copri obiettivo.
7. Dice l’altro saggio: prima di cercare ovunque dove abbia messo il copri obiettivo, guarda se per caso non stia già coprendo l’obiettivo.
8. L’inno russo si conferma il più bello di tutti, seguito da quello inglese. Devo scegliere tra quello francese e quello tedesco per la medaglia di bronzo.
9. Cose che ho pensato di fare nei prossimi giorni, tra un evento e l’altro: fare il tour dello stadio del Celtic, visitare l’hunterian museum (già fatto a Londra, comunque), visitare lo scottish football museum, entrare nel negozio Forbidden Planet (tanto per far finta di essere a Londra, di nuovo).