Crea sito

there is no life b

Ma scrivi un po' cosa ti pare

25 Marzo 2019
di riccardoricciblog
0 commenti

Il Grande Torino

Titolo: in che modo un inglese narra il Grande Torino? Così (da 50 teams that mattered di David Hartrick):

Il Torino ha una storia di trionfi e di tragedie. La sua è una storia di un piccolo club diventato imbattibile e poi scaomparso in un disastro che ha trasformato l’Italia. La storia del Torino non può che essere scritta partendo da una data. Tutto ruota attorno a quel momento: prima e dopo. (John Foot: calcio, a history of italian football).

 

 

4 maggio 1949. La squadra dell’AC Torino era seduta a bordo di un Avio Linee Italiane FIat g212 e stava tornando da un’amichevole giocata a Lisbona in onore della leggenda del Benfica Xico Ferreira. Il Torino era stato invitato grazie al suo status di migior team d’Europa e forse del mondo. L’amicizia tra il presidente granata Ferruccio Novo, il capitano Valentino Mazzola e lo stesso Ferreira aveva reso l’organizzazione priva di problemi. Giravano anche delle voci secondo cui era stato accettato un trasferimento di Ferreira a Torino. Mentre volava in mezzo a condizioni atmosferiche terribili attorno alle montagne di Torino, il pilota Pierluigi Merono sembrava aver perso momentaneamente la posizione. Diversi rapporti indicavano che l’aereo era stato visto muoversi a cerchio dentro la nebbia in attesa di trovare il giusto percorso di discesa. 

In mezzo alla pioggia battente e a nuvole nere e basse, Meroni provò ad abbassare la rotta per migliorare la visibilità. Sulla collina di Superga si trova una basilica del diciottesimo secolo, usata spesso dai piloti come punto di riferimento e ben conosciuta come punto di interesse locale. Gli investigatori concluderanno che il pilota deve aver visto la costruzione troppo tardi mentre volava troppo basso. Il piccolo aereo si schiantò in un muro sul retro della chiesa ed esplose in un’enorme palla di fuoco. I bagagli e i rottami giacevano sparsi in un’area enorme e le fiamme continuavano ad alzarsi malgrado la pioggia. I rapporti iniziali suggerivano che non c’erano sopravvissuti e si sarebbero dimostrati corretti.

Con molte delle vittime identificabili soltanto attraverso i documenti o gli effetti personali a causa dell’intensità delle fiamme, la notizia che il Grande Torino non esisteva più si diffuse in Italia. Le ultime edizioni dei giornali avevano la notizia e l’impatto della perdita si sparse per tutta la nazione. Non c’erano più rivalità: la perdita del Torino era una perdita per tutti. I granata erano diventati uno dei simboli della ricostruzione dell’Italia dopo il fascismo e la guerra. Il Torino, inoltre, era l’ossatura della nazionale, favorita per la Coppa del Mondo in Brasile nel 1950. Con la squadra di club, anche la nazionale si trovò decimata.

 

 

Il capitano della squadra era Valentino Mazzola, che era una figura leggendaria del calcio ed era stato capitano del Torino nelle quattro stagioni consecutive in cui la squadra aveva vinto lo scudetto e in quella in corso, nella quale i granata erano avviati verso il quinto titolo consecutivo. Mazzola era un’ala sinistrache aveva segnato solo 4 gol in nazionale e un numero spaventoso in campionato col club. Era arrivato a Torino dal Venezia. La sua leadership e la sua collaborazione di gioco con Ezio Loik è stata spesso citata come l’inizio del dominio del Toro nel campioanto italiano. In cinque anni Mazzola segnò più di cento gol. Nel 1946-47 vinse la classifica dei cannonieri agevolmente. Mazzola restò una fonte di ispirazione dentro e fuori dal campo durante la sua carriera. Si dice che in momenti drammatici, quando Mazzola si girava attorno e si arrotolava le maniche, voleva dire che era giunto il momento di attaccare e spesso era proprio lui a dare l’esempio. 

I successi del Torino si basavano sui gol segnati. Nella stagione precedente il primo scudetto i granata erano arrivati secondi, dietro alla Roma, ma avevano segnato 60 gol, cinque in più dei campioni e 20 in più del Venezia, classificatosi terzo. Nel 1942 43, l’anno del primo trionfo, segnarono otto gol in più. Il Torino giocava con un rivoluzionario 4 – 4- 2, anni prima rispetto al Brasile, e adottava in anticipo rispetto all’Olanda i principi del calcio totale. L’AC Torino era avanti anni rispetto al resto del mondo del calcio dell’epoca e aveva una forza irresistibile. 

Mazzola e Loik erano tatticamente avanti rispetto ai loro avversari diretti, ma non erano i soli grandi calciatori di quella squadra. I due presero parte a tutti i cinque scudetti vinti, insieme ad altri calciatori dal talento genuino. Guglielmo Gabetto era un attaccante famoso per l’atletismo e l’equilibrio. Gabetto, calciatore di talento, aveva vinto il titolo anche con la Juventus e si era guadagnato onori internazionali con la nazionale. Franco Ossola era fragile ma era uno dei favoriti dai tifosi per il superbo controllo di palla e per il cambio di passo. Ossola segnava, crossava, sapeva cosa fare in ogni momento. Il difensore Giuseppe Grezer era un talento internazionale che fece 150 partite col Torino e conquistò otto trofei per il suo paese. 

Questi cinque calciatori vinsero tutti e cinque gli scudetti del Grande Torino e morirono nella tragedia di Superga. Il portiere Valerio Bacigalupo vinse quattro titoli e cinque coppe col Torino, dopo il trasferimento dal Genoa. Anche il difensore Aldo Ballarin vinse quattro titoli e morì nell’incidente insieme a a suo fratello Dino, portiere di riserva. Romeo Menti segnò l’ultimo gol a Lisbona e giocò 131 volte per il Torino, vincendo tre titoli. 

 

 

 

Il Torino costituiva l’ossatura della nazionale, fornendole almeno otto elementi. Durante una partita amichevole contro l’Ungheria tutta la nazionale era composta da calciatori del Grande Torino. Il presidente Ferruccio Novo aveva creato un patrimonio e lottò per tenerlo insieme, anche chiedendo alle autorità che ogni giocatore lavorasse nei suoi impianti FIAT per evitare chiamate in guerra. 

La Seconda Guerra Mondiale aveva influenzato il campionato 1942 43, il primo vinto dal Grande Torino, conquistato con un punto di vantaggio dal Livorno e sette dalla Juventus, battuta sia all’andata che al ritorno. Due vittorie particolarmente dolci per i supporter granata. Determinante per la conquista dello scudetto fu il gol di Mazzola con cui il Torino espugnò Bari all’ultima giornata.

Nella stessa stagione il Torino vinse la coppa Italia, realizzando venti reti in cinque partite, partendo da un 7-0 contro l’Ancona e terminando con un 4-0 al Venezia, e subendone nessuno. La Coppa non si sarebbe poi più disputata fino al 1958. 

Nel 1943 44 si disputò, a causa della guerra, solo un campionato locale non riconosciuto dalla FIFA e il Torino finì secondo. Il torneo ufficiale ricominciò nel 1945 46 e molte squadre avevano perso dei calciatori a seguito della guerra. Il campionato fu diviso in due gironi, nord e sud per poi disputare un mini torneo unificato finale. Il Torino vinse il proprio gruppo e realizzò tredici gol in più di Inter e Juve, le squadre che lo seguirono in questa classifica dei gol segnati. In sei su tredici incontri in casa il Torino segnò quattro gol o più. Nel girone finale il Torino vinse undici partite su quattordici, realizzando 40 gol, battendo nove a zero il Livorno nell’ultima partita e vincendo lo scudetto con un punto sopra la Juventus.

Il 1946 47 fu la stagione della grande cavalcata. Il Torino vinse lo scudetto con dieci punti di vantaggio sulla Juventus. Fu impressionante sia in attacco che in difesa: segnò 104 gol e ne subì solo 35. Nelle 19 partite casalinghe il Torino non perse mai e conquistò spesso vittorie pesanti, segnando sei gol non meno di tre volte. Mazzola vinse il titolo di capocannoniere, si mise in mostra come il giocatore più importante, giocò ogni minuto di ogni partita e era conscio del proprio valore.

Nella stagione 1947 48 il Torino fu ancora più devastante. I suoi stessi record furono battuti. La squadra fece due punti in più della stagione precedente e realizzò 125 gol in 40 partite. La media di tre gol a partita fu ottenuta anche grazie a delle vittorie spettacolari, come quella per 10 a 0 contro l’Alessandria. In venti partite interne il Torino non segnò almeno tre reti in solo tre occasioni e vinse tutte le partite tranne il pareggio per 1-1 contro la Juventus. Il Torino vinse il campionato con sedici punti di vantaggio su Milan, Juventus e Triestina. Mazzola segnò 25 gol, Gabetto 23. Tra l’altro in 40 partite il Torino impiegò solo 15 calciatori.

Anche nella stagione della tragedia, il 1948 49, il Torino era avviato verso il successo, anche se non aveva ripetuto tutti gli exploit delle due stagioni precedenti. Restò comunque imbattuto in casa e perse solo tre volte fuori casa. Dopo la tragedia di Superga il Torino schierà le riserve e la squadra giovanile e per rispetto così fecero i suoi avversari. La FIGC aveva assegnato comunque il titolo al Torino, che comunque, batté 4-0 il Genoa nella prima partita dopo l’incidente. In un’atmosfera piena di emotività la folla numerosissima pianse e cantò insieme. Il Grande Torino era stato portato via crudelmente. 

Trentuno vittime morirono il 4 maggio del 1949 insieme al sogno di una possibile Coppa del Mondo gloriosa per la nazionale. Il Torino e l’Italia avevano perso il loro cuore calcistico in una tragedia orribile. Ogni quattro maggio i tifosi marciano fino a Superga in segno di rispetto e di conservazione della memoria.

Il Torino aveva realizzato record su record, aveva vinto cinque scudetti, una coppa Italia e aveva mostrato al mondo un nuovo modo di giocare d’attacco e con successo. 

Superga aveva tolgo al mondo uno dei più grandi club calcistici dell’epoca, ma è importante notare che il Grande Torino è una delle grandi squadre della storia del calcio mondiale non per la tragedia accaduta ma per quanto ha ottenuto in campo. 

 

 

 

30 Gennaio 2019
di riccardoricciblog
Commenti disabilitati su Il Wunderteam e tante storie intrecciate

Il Wunderteam e tante storie intrecciate

La storia del Wunderteam è una storia di trionfi finiti in tragedia, una storia di innovazioni nel gioco, ma anche una storia di partite condite da intrighi e minacce.
Alla fine l’Austria (intesa come nazionale di calcio), così come l’Ungheria e l’Olanda in seguito, non vincerà nessun mondiale. Non quello del ‘34, quando verrà sconfitta dall’Italia. Non quello del ‘38 quando sarà annessa alla Germania insieme a tutta la nazione.
La struttura dei trionfi è stata costruita da due persone:. Hugo Meisl e Jimmi Hogan.

Meisl era un banchiere appassionato più di calcio che di finanza, tanto da lasciare il posto in banca per diventare segretario della federazione austriaca. Fin da prima della prima guerra mondiale Meisl studiava il calcio, diviso all’epoca tra quello inglese tutto palla lunga e pedalare (e dribblare) e quello scozzese più attento ai passaggi. Hogan era inventivo già da calciatore, nel Fulham e nel Burnley. Hogan si invaghì del calcio scozzese e pensava a un sistema di gioco che fosse basato sul possesso palla e sui passaggi stretti. Sistema che richiedeva che i giocatori non allenassero esclusivamente le qualità fisiche, ma sviluppassero anche una notevole tecnica di gioco.
Meisl e Hogan si incontrarono prima della guerra e capirono di avere ideali calcistici in comune. Ripresero il discorso dopo la guerra fino a diventare in contemporanea allenatori della nazionale.

Intanto il calcio si era sviluppato in Europa, in particolare in Europa Centrale, tanto che gli anni Venti e Trenta vengono chiamati gli anni d’oro del calcio danubiano. Meisl, tra l’altro, creò la Mitropa Cup, una competizione tra squadre di calcio di Ungheria, Austria, Cecoslovacchia, Jugoslavia. Venne introdotta la novità degli incontri di andata e ritorno per rompere il vantaggio del fattore campo.
Meisl spinse anche, in Austria, per il professionismo, tanto che il primo campionato professionistico fu quello austriaco. Questo, pensava, avrebbe aiutato i calciatori a trovare il tempo per allenare la tecnica.
Le idee c’erano. I tornei pure. Venne innovata dalla FIFA la regola del fuorigioco, che sarebbe stata poi sfruttata abilmente dagli austriaci. Il calcio in Austria aveva sempre più seguito e presto trovò anche i suoi campioni. Il più grande di tutti, uno dei più forti calciatori di tutti i tempi era Sindelar, nato in Moravia.

Matthias Sindelar era chiamato il wafer, carta velina, il Mozart del calcio. Era intelligente, sapeva muoversi ovunque, poteva svolgere qualunque ruolo in ogni posizione, era abilissimo nella combinazione stop e tiro al volo. Nei primi anni Trenta sostituì il robusto Uridil e non uscì più dalla formazione titolare dell’Austria. Contribuì anche ai successi del suo club, l’Austria Vienna. Di lui si diceva che: “non corre, è così leggero che sembra volare, tocca la palla come fanno gli dei, quando parte in velocità non lo ferma nessuno”. Pozzo disse che “la sua non era una finta ma un accenno, una sfumatura, il tocco di un artista”.
La nazionale austriaca giocava col 2-3-5 ma al di là del ruolo Meisl, da allenatore, cercava e voleva l’adattabilità dei calciatori. Un esempio era Smistik, adatto a coprire i difensori e a lanciare gli attaccanti. Con Nausch e Vogel costituiva la spina dorsale della squadra. Il ritorno di coach Hogan dopo qualche anno passato in giro per l’Europa, coach che lavorò insieme a Meisl, fu il suggello che permise di definire la linea di gioco del Wunderteam.
Tra il 12 aprile 1931 e il 23 ottobre 1932 l’Austria restò imbattuta per quattordici partite di fila. I risultati furono: 2-1 contro la Cecoslovacchia, 0-0 contro l’Ungheria, 5-0 contro la Scozia, 6-0 in Germania, 2-0 contro la Svizzera, 5-0 contro la Germania, 2-2 in Ungheria, 8-1 in Svizzera, 2-1 contro l’Italia (il 20 marzo 1932), 8-2 contro l’Ungheria, 1-1 in Cecoslovacchia, 4-3 in Svezia, 3-2 in Ungheria, 3-1 contro la Svizzera.
Fu a Stanford Bridge, nello stadio del Chelsea, di fronte a 72000 spettatori entusiasti, che l’Austria perse l’imbattibilità contro l’Inghilterra, ma mise comunque in mostra il suo gioco spumeggiante e dette filo da torcere agli inglesi. Questi conducevano 2-0 alla fine del primo tempo, ma un gol di Zischek rinvigorì gli austriaci, che però finirono sotto per 4-1 finché Sindelar realizzò due gol, uno dei quali (forse) saltando sette avversari, un po’ come Maradona a Messico ‘86.

I MONDIALI DEL 1934, IL NO DI ZAMORA A ITALIA – SPAGNA, LE BOTTE DI MONTI, LA VITTORIA AZZURRA
Alla coppa del mondo del 1934 l’Austria era favorita, ma molti calciatori erano ormai anzianotti. La Francia costrinse gli austriaci ai supplementari al primo turno, a eliminazione diretta. Nei quarti di finale l’Austria batté l’Ungheria 2-1. In semifinale l’Austria incontrò l’Italia. Gli azzurri erano una squadra molto forte atleticamente e fisicamente. Il pubblico di casa era particolarmente veemente e animoso quando gli arbitri fischiavano contro l’Italia. Si parla di intimidazioni ufficiali nei confronti degli arbitri. La partita tra Italia e Spagna ai quarti di finale fu giocata due volte, fu molto violenta e gli spagnoli protestarono per il gol del pareggio dell’Italia nella prima partita, viziato secondo loro da una spinta, e per i falli, compiuti soprattutto da Monti e non sanzionati dall’arbitro. Il super portiere Zamora non partecipò, per infortunio o per protesta, alla ripetizione della partita, che fu giocata a Firenze a maggio 1934 e che fu altrettanto fallosa, anche se sembra che l’arbitraggio non fosse davvero a senso unico. L’Italia si qualificò per la semifinale batté l’Austria, complici anche i calci dati da Luisito Monti a Sindelar. Un ruolo non secondario potrebbe averlo avuto il terreno fangoso, che rendeva difficile sviluppare un gioco fatto di passaggi e favoriva invece la fisicità dell’Italia, che alla fine vinse 1-0 con gol di Guaita.
Gli azzurri sarebbero poi diventati campioni del mondo battendo la Cecoslovacchia, mentre l’Austria non sarebbe riuscita a vincere nemmeno la finale per il terzo posto, vinta dalla Germania, a testimoniare che quello di Stanford Bridge era stato l’inizio del declino, anche se in quella finalina Sindelar non partecipò, infortunato a seguito delle botte prese da Monti in semifinale.

OLIMPIADE DI BERLINO, AUSTRIA – PERU’, VIOLENZA O IMPRESA CANCELLATA?
L’Olimpiade del 1936 fu caratterizzata da una partita drammatica dell’Austria contro il Perù, gara finita ai supplementari. Il Perù vinse 4-2, i suoi tifosi invasero più volte il campo, tanto che da una parte si parla di pistole puntate contro i calciatori austriaci. L’Austria ottenne che la partita fosse rigiocata, il Perù si ritirò per protesta, supponendo un intervento della Germania nazista. Dall’altra parte infatti si afferma che la cancellazione dell’impresa peruviana fosse da considerare un’indegnità (così si è espresso Eduardo Galeano) e quel Perù dovrebbe salire agli onori della cronaca al pari di Jesse Owens. Per gli approfondimenti, vedi i link più sotto. Dopo questo dramma l’Austria vinse contro la Polonia in semifinale e perse contro l’Italia in finale.

IL NO DI SINDELAR AL NAZISMO, LA MORTE INSIEME ALLA COMPAGNA ITALIANA
Gli anni successivi furono ancora più tragici. Nel 1937 morì Meisl. Nel 1938 la Germania annetté l’Austria, imponendo anche una squadra di calcio unificata. Non tutti accettarono di farne parte. Tra questi lo stesso Sindelar, che morì nel suo appartamento insieme alla compagna, un’ebrea italiana, a gennaio del 1939, a 36 anni, forse suicida, forse ucciso da una fuoriuscita di gas (questa fu la spiegazione ufficiale), forse fatto fuori dai nazisti. Sindelar aveva rifiutato di far parte della squadra unificata, aveva contribuito alla vittoria austriaca in un match del 1938 che doveva segnare l’amicizia e l’unificazione tra le nazionali (il risultato avrebbe dovuto essere un pareggio o una vittoria tedesca), aveva rifiutato di alzare il braccio (il sieg heil), aveva dichiarato che avrebbe continuato a salutare l’ex allenatore dell’Austria, ebreo, contravvenendo al divieto di salutarlo imposto dai nazisti.

I PRECURSORI DEL CALCIO TOTALE
Il posto nella storia del calcio del Wunderteam è assicurato. Meisl e Hogan avevano perfezionato lo stile di gioco scozzese. Non hanno vinto un trofeo, ma hanno rivoluzionato il calcio, facendo dubitare il mondo che la tattica vincente fosse il palla lunga e pedalare e soprattutto spingendo a ulteriori imitazioni e perfezionamenti. Il primo erede del calcio austriaco, nel secondo dopoguerra, sarebbe stato quello ungherese. A seguire poi, sarebbe arrivato il calcio totale olandese. E così via.

Ecco una serie di video e di link. A raffica:

I WUNDERTEAM AUSTRIACI
Inghilterra Austria 7 dicembre 1932

 

a near thing

Austria Ungheria 5-2, 1934

 

Italia Austria 1-0 semifinale a San Siro, commento di Carosio.

 

3 aprile 1938 austria germania partita non amichevole come previsto. La partita dell’anschluss

 

Un video celebrativo

 

L’austria vienna

Coppa Europa, Inter – Austria Vienna 2 1

Articoli vari:

https://www.mondosportivo.it/2014/03/21/cera-un-mondiale-italia-1934-il-wunderteam-austriaco-si-arrende-agli-azzurri/

https://storiedicalcio.altervista.org/blog/wunderteam.html

https://catenaccioecontropiede.it/wunderteam/

https://en.m.wikipedia.org/wiki/Wunderteam

MATTHIAS SINDELAR
Raccontato da Lucarelli

 

Cantato

 

Il Mozart del calcio

 

 

Foto story

Articoli vari:

https://thebottomup.it/2016/01/30/matthias-sindelar-la-triste-stella-del-wunderteam/

https://storiedicalcio.altervista.org/blog/matthias_sindelar.html

https://www.mondiali.it/curiosita-sportive/matthias-sindelar-il-mozart-del-calcio-che-disse-due-volte-no-ad-adolf-hitler/

https://calciatoribrutti.com/it/la-storia-incredibile-di-matthias-sindelar

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Matthias_Sindelar

ITALIA 1934
Italia Spagna 1-1 Firenze, 31 maggio 1934

https://www.calciomercato.com/news/meazza-e-la-strana-assenza-di-zamora-il-selvaggio-italia-spagna–32447

https://www.mondosportivo.it/2014/05/01/giallo-mondiale-presenta-1934-mussolini-zamora-gli-aiutini/

https://storiedicalcio.altervista.org/blog/italia-spagna-quando-zamora-disse-no.html

https://www.museogrigio.it/wp/?p=7798

Italia Cecoslovacchia finale 1934

Italia 1934

AUSTRIA PERU’, LE OLIMPIADI NAZIFASCISTE E LA VITTORIA DELL’ITALIA
http://www.12alessandrelli.com/2016/08/olimpiade-1936-l-impresa-cancellata-del-peru.html

http://rovesciatavolante.blogspot.com/2012/01/il-caso-di-peru-austria-1936.html

http://www.calcioromantico.com/a-spasso-nel-tempo/peru-quasi-come-jesse-owens/

Perù Austria 1936

Italia Austria 1936

https://www.theguardian.com/sport/blog/2011/nov/24/forgotten-story-football-1936-olympics

https://www.clarin.com/deportes/biplaneta-redondobibrcuando-peru-humillo-hitler_0_H1z79IW2v7g.html

https://storiedicalcio.altervista.org/blog/olimpiadi_1936.html

HUGO MEISL
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Hugo_Meisl

https://storiedicalcio.altervista.org/blog/hugo_meisl.html

17 Gennaio 2019
di riccardoricciblog
Commenti disabilitati su Ed è subito entusiasmo!

Ed è subito entusiasmo!

Torni a correre in gruppo ed è subito entusiasmo!

 Ed è subito cena!  Correre per mangiare. “Dai, vieni in pizzeria”. Sono andato in pizzeria. C’era un musicista che intratteneva gli astanti a suon di musica, parole e balli. Il ballo non mi avrà mai, ma in compenso sono affiorati i ricordi. C’erano Erika e Alfredo ed è stato subito Amsterdam 2009,  la mia prima mezza maratona, il mio primo viaggio con i Fontanini, l’ostello con le bici, i giri in bicicletta, l’attacco al polpaccio di una runner che faceva stretching, i ristoranti, i canali, i quartieri, l’aria di libertà che si respirava nella città olandese, la follia di partire troppo piano per poi accelerare troppo per poi finire bollito, la pioggia battente in quei ponti distruttivi e interminabili, le due ore e diciannove minuti, le case strette e lunghe lungo i canali, i dialoghi e le risate a tavola e in particolare quelli tra gli uomini (Alfredo, Alessandro, Carlo), i miei appunti sull’iphone 3GS che non so se ho ancora (gli appunti, dico).

 Ed è subito che gare facciamo, quando ci alleniamo per i fatti propri, dove viaggiamo, maratonadigerusalemme, mezzamaratonadelsoledimezzanotte (aritonfa!), garediquagaredilà! Correre per viaggiare.

 Ed è subito Erika e Alfredo! A 60 anni Erika ha fatto il cammino di Santiago mentre il suo big compagno Alfredo faceva 450km in bicicletta: la Foresta Nera non gli bastava e ha fatto un giro in Francia tanto per farsi quei 200 km in più. Adesso  Alfredo sta preparando la traversata a nuoto dello Stretto di Messina mentre Erika intende iniziare a fare spinning in una palestra diversa da quella dove sta andando adesso. Lui da giovane è stato un rugbista e un musicista. Ci sarebbero altre cose da dire su di loro e in particolare sul lavoro di lui, ma fatevi bastare queste cose. Non vi è venuta voglia di iniziare a fare un po’ di decathlon o come minimo il pentathlon moderno a leggere queste cose? A me sì, a sentire loro.

 Ed è subito adesso corro tutti i giorni, cammino anche di più, faccio trekking, vado a lavoro in bici, faccio judo-sub-kickboxing-pugilato-rugby subacqueo-ricerca di tartufi-caccia alle lucertole! Che poi in palestra ci sono corsi di Judo e di quella arte marziale il cui nome finisce con Thai. E poi già adesso, il giorno dopo, non ho per niente voglia di mangiare e invece vorrei tornare a correre già oggi (anche se non potrò). E poi devo potenziare la parte superiore del corpo, come disse il coach qualche anno fa, per quanto possa essere utile per la corsa.

 Ed è subito coach fammi una scheda! Il boss della palestra ha detto: “Fatti fare una scheda dal tuo coach, che fa finta di niente e si nasconde ma ha una capacità di preparazione atletica mostruosa. Poi vieni qua e ti faccio un prezzaccio”. L’ultima volta che qualcuno mi ha detto così, quando ho venduto la macchina, ho preso un’inculata, ma il tipo è affidabile e comunque ha ragione sul coach. Al quale prima o poi forse chiederò le tabelle di allenamento e il check up personale, lo so già, anche se i miei trainer libreschi americani (Hudson, Hansons) sono lì che fremono talmente tanto che vedo i loro libri ballare sugli scaffali.

 Ed è subito obiettivi. Il coach appena mi ha visto ha chiesto quale fosse il mio obiettivo. “Correre costantemente per un anno senza infortuni”. “Bene. Ora dimmi quello vero”. “Ah, be’, in futuro devo correre una mezza maratona in 1h45’ (a Edimburgo 2014 ci sono andato relativamente vicino, ma sono passati quattro anni e mezzo)”. “Ah, ecco, così va meglio”. Poi in macchina con un certo Stefano, che oltre a correre e  lavorare suona in una nonboyband, mi è apparsa in mente la bellissima (dicono) città di Chicago e chissà che un giorno non voglia completare le big six (maratone di New York, Chicago, Boston, Londra, Berlino, Tokyo) per riprendere il cammino che la Monce ha quasi finito. A proposito. Vuoi che la gente ti guardi come gli scienziati del tempo guardavano Galileo quando lo ascoltavano? Dì la seguente frase:”Hocorsolamaratonadinewyork”. Note a margine sul coach: gli sono apparsi dei capelli bianchi, sua moglie è al settimo mese di gravidanza, si è sposato, il bambino si chiamerà Gregorio (o meglio, lo chiameranno gli altri). Non necessariamente tali eventi sono avvenuti in questo ordine. Note a margine su Stefano: ha corso l’inferno run. Cioè, capite, se cercate uno normale non lo trovate. PER FORTUNA.

 Ed è subito ripetute! “Io voglio iniziare piano”. “Bene. Due serie da 400 300 200 100 metri più ancora 300 200 100 metri”. Va bene vado piano, mi sono detto, ma poi ha prevalso la voglia di spingersi oltre e di acciuffare ragazze russe bionde e carine di nome Halla che andavano veloci ma non così tanto veloci da non poter essere acciuffate. La prima persona che mi è stata presentata prima di mettersi in moto è stata proprio lei, che ha detto: “Aspettatemi: non mi sono messa il rossetto!” Che in effetti è indispensabile quando si corre.

 Ed è subito stretching! Non ti boicotto, ma non mi avrai mai del tutto! Eseguo alcuni tuoi esercizi, ma non pensare che mi impegni più di tanto, hai capito? Risposta dello stretching: senti, raccontami del tuo polpaccio sinistro.

 Ed è subito palestra! Lo spogliatoio della palestra era invaso dai bambini che avevano avuto il corso di judo.Le mamme dei bambini erano preoccupate che ci fossero uomini adulti nudi nello spogliatoio prima di entrare per dare una svegliata ai figli, non particolarmente lesti a togliersi di mezzo dalle panchine.Un bambino aveva perso il kimono e chiedeva a tutti se avevano visto un kimono. Ha preso anche la mia canottiera, che evidentemente non era un kimono. Al massimo poteva essere una kimonottiera. I prezzi dell’abbonamento alla palestra hanno attirato la mia attenzione: 240 euro per sei mesi, quando nelle altre palestre della zona stadio i prezzi sono ovunque più alti, ma le palestre sono anche più grandi, con attrezzature più moderne, con spogliatoi che non sembrano Venezia con l’acqua alta.

 Ed è subito gente motivata e motivante e voglia di allenarsi e migliorare! Il corso è quello dei lenti e indistruttibili. È composto da quasi tutte donne, quasi tutte sconosciute. Le uniche conosciute sono Erika, Simona e Irene. “Per ora continuate a fare questo corso”, ha detto alla fine il coach, quando ha anche distribuito dei giubbotti anti vento e anti investimento da parte delle auto.  “Poi potrete passare a quello del martedì o a quello del giovedì. In quest’ultimo si fanno anche dei bei percorsi, anche percorrendo delle  salite divertenti come quella di San Domenico o quella di Maiano”.  Il coach ha mantenuto il suo strano concetto di divertimento. In realtà penso: “Yeah! Le salite! Un nuovo obiettivo motivante! Nuovo che sarebbe stato anche vecchio, ma vabbe’”. Invece dico: “Be’, allora mi devo allenare in salita”. Interviene una ragazza carina e bionda, di cui non ricordo il nome: “DOBBIAMO fare gli allenamenti in salita. Sono molto propositiva io”. Ha già guadagnato punti. Più o meno tutti hanno guadagnato punti. Questo gruppetto mi piace. Peraltro questo gruppetto si ritrova ad allenarsi anche per i fatti propri e ha un proprio gruppo Whatsapp.

 Ed è subito gruppi whatsapp! C’erano una volta il passaparola, gli appuntamenti dati via sms o per telefono o meglio ancora dopo gli allenamenti. “Ci vediamo sabato alle dieci”. Poi è arrivato Whatsapp. Quindi sono arrivati i gruppi Whatsapp. Adesso c’è un’esplosione di gruppi. C’è quello storico, dedicato al cazzeggio. Quell’altro dedicato agli allenamenti e alle gare. Poi c’è quello di quelli che corrono per i cazzi loro in modo tranquillo. Poi quello di altri che corrono per i cazzi loro. Poi quello dei gruppi di corsa. Poi quelli delle persone che fanno parte di un gruppo di corsa e vogliono andare ad allenarsi per i fatti loro. Ce n’è probabilmente più di uno per ciascun gruppo di corsa. Che poi non è che i gruppi siano a compartimenti stagni. È ben possibile che una persona sia in sei o sette gruppi diversi. La cosa positiva è che così in una settimana non mancano le occasioni per allenarsi, gareggiare e socializzare (e magari cenare) insieme.

 Ed è subito “è fondamentale allenarsi e gareggiare in compagnia!” Perché è vero che si sa che nessuno è mai tornato da una corsa dispiaciuto dopo averla fatta, per quanta poca voglia avesse prima di cominciarla. Ma anche sapere che cazzeggerai mentre corri è motivante. Comunque anche due anni fa ero ripartito a razzo, prima che interferisse lo strappo al polpaccio susseguente al mio voler correre forzatamente sul dolore, quello serio (esistono anche i dolori non seri. Tipo. “Coach, sento un dolorino sulla coscia”. “Non sentire dolori che non esistono”. Lezione numero due del corso di avviamento alla corsa, anno 2009).

E poi è subito nostalgia delle corse attorno allo stadio, della pista del Ridolfi, delle vecchie corse di allenamento, di quando correvo una mezza maratona a settimana come allenamento, di quando correvo cinque o sei giorni di fila a settimana e in ogni viaggio e a ogni sosta non mancava mai la corsa, di quando ho corso dentro la stazione Termini o di quando abbiamo fatto allenamenti con questo o quello per questa o quella garetta. Ma non c’è tempo per la nostalgia.  E allora è subito novità, ma tante novità! Nuovi gruppi, nuove persone (o vecchie persone con nuovi obiettivi), nuove associazioni, nuovi ritmi, nuove idee, perfino un nuovo gruppo che vuole fare duathlon.

Ed è subito “la cosa più importante adesso è non fermarsi”! Cosa è necessario per non fermarsi dovrei saperlo, ma cosa è la conoscenza senza azione? 

 

2 Gennaio 2019
di riccardoricciblog
Commenti disabilitati su Ultimi libri letti, al 2 gennaio 2019

Ultimi libri letti, al 2 gennaio 2019

LACCI, DOMENICO STARNONE

Lui è il marito di lei, ma è stato anche l’amante di un’altra lei. Lei è la padrona di casa con tendenze passivo aggressive. Il figlio maschio somiglia al padre secondo la figlia femmina che somiglia alla madre secondo il figlio maschio. Il libro narra le vicende di loro quattro secondo i rispettivi punti di vista. L’ho letto a volte sfogliandolo velocemente, soprattutto quando parla il marito, ma non ho saltato nemmeno un pagina. La parte in cui parlano i figli mi ha commosso più volte. Due frasi in particolare mi hanno fatto venire le lacrime agli occhi, ma non so che parte inconscia di me abbiano smosso. È un libro che parla di relazioni e di punti di vista all’interno di una famiglia o di più famiglie, ufficiali e nascoste.
L’AMORE E’ ETERNO FINCHE’ NON RISPONDE, ESTER VIOLA
Lei, Olivia, è una trentenne avvocata divorzista. È innamorata di uno, ma si innamora comunque facilmente. Il suo lui, Dario, gioca al gatto col topo: l’ha lasciata ma non del tutto e lei non riesce a mollarlo. Poi lui si vedrà con un’altra, ma resterà geloso di lei. C’è poi una nuova relazione d’amore, ci sono delle relazioni tra amiche (in particolare quella con la cinica e fantastica Viola e l’ottimista Anna). C’è l’amore non corrisposto, che è l’unico eterno. Ci sono le cause di divorzio con la spassosa differenza tra i lascianti che vivono tranquilli e non vedono l’ora che si giunga alla sentenza che stabilirà quanto devono pagare, e i lasciati che sognano vendette ma alla fine la sentenza servirà solo a stabilire l’importo dell’assegno. Ci sono le relazioni tra colleghi. Il libro è divertente e pieno di riflessioni sull’amore. Soprattutto, ho fatto le orecchie agli angoli di un sacco di pagine. Quindi sono troppe per riportarle qui. Quindi però è un libro che rileggerei, addirittura! Posso fare meglio: leggere il seguito. Ah. Il finale è un po’ tirato via, se vogliamo, ma merita arrivarci.
IL PARADISO DEGLI ANIMALI, DAVID JAMES POISSANT
Ho letto solo i primi racconti per ora. Tra l’altro il titolo fa parte di Kindle Unlimited. Nel primo si ritrovano le relazioni tra padri e figli e tra due uomini con un po’ di guai. Caratteri e storie che si ritrovano in tanta letteratura e musica americana. Bruce Springsteen avrebbe potuto scrivere una canzone inventando una storia del genere. Joe Lansdale o Stephen King avrebbero potuto scrivere un libro inventando una storia del genere. Il padre di uno dei due uomini muore, i due vanno alla casa di questo signore e si trovano di fronte un vero e proprio alligatore. Questo è “L’Uomo lucertola”.
Nel secondo un trentenne incontra una diciassettenne senza un braccio. Lui è stato lasciato un anno prima dalla ragazza. Lei non ha al momento un ragazzo. Lei insegna a lui a tuffarsi e a nuotare. Sì, arrivano a letto, ma non dico che succederà da lì in poi. Questo è “The Amputee”.
Nel terzo un ladro punta una pistola alla tempia di un uomo. L’uomo decide di acconsentire alla morte anziché dare il portafogli. Questo è “100% cotone”.
Nel quarto un ragazzino pieno di turbe psichiche e con la passione per le api e il miele viene aiutato da una ragazza che oltre a fare la crocerossina farà anche l’amante, finché morte non li separa. Questo è “La fine di Aaron”.
Relazioni, relazioni ovunque. Racconti finora avvincenti, uno più bello dell’altro. Gli animali del titolo non c’entrano niente.
LA LUNGA NOTTE DEL DOTTOR GALVAN, DANIEL PENNAC
Un ipocondriaco riesce a simulare qualsiasi malattia e fa sì che ogni super specialista in un ospedale venga interpellato e decida come intervenire per curare il signore in questione. Manca solo il traumatologo finché il medico del pronto soccorso che per primo ha dovuto affrontare il caso non gli tira un pugno nel viso.
SOFIA SI VESTE SEMPRE DI NERO, PAOLO COGNETTI
La vita di Sofia attraverso le sue storie, le sue relazioni con altre persone, i racconti vissuti da queste persone. L’amico d’infanzia, i ragazzi, le amiche, la zia ex quasi terrorista, la mamma artista che alterna sprazzi di lucidità a lunghi periodi di follia ma che alla fine farà risorgere le rose che aveva sterminato, il padre che cerca di tirare avanti tra un litigio e un consiglio. Relazioni coinvolgenti. Racconti molto coinvolgenti.
LA VITA FELICE, ELENA VARVELLO
Un bambino ucciso e una ragazza rapita. Si capisce ben presto chi sia il colpevole, ma la tensione cresce ugualmente pagina dopo pagina. Oltre al giallo c’è una storia di relazioni tra un bambino e suo padre, tra il bambino diventato ragazzo e suo padre e anche sua madre (che salva il primo ma non il secondo), tra suo padre e sua madre, tra questo stesso ragazzo e la madre del suo migliore amico. Relazioni, intrecci, tensione, amore, psicosi, rabbia.

1 Gennaio 2019
di riccardoricciblog
Commenti disabilitati su Ho preso 24 libri da leggere in 2 mesi

Ho preso 24 libri da leggere in 2 mesi

Ho preso ventiquattro libri in due giorni in quattro biblioteche diverse: Scandicci, Isolotto, Oblate, Orticoltura. 

Non so quanti riuscirò a leggere in un mese più uno di rinnovi possibili, ma mi ci sono messo d’impegno e ne ho già letti quattro in quattro giorni, oltre ad averne iniziati altri due.

I libri presi sono una selezione tra quelli consigliati da Ilenia Zodiaco nel suo canale YouTube a ogni Natale e ultimo dell’anno tra il 2015 e il 2018. Per ora non ha sbagliato un colpo: ogni suo consiglio lo ritengo eccellente. Oltre a leggere libri belli, scritti bene, con storie coinvolgenti, a volte divertenti, conosco anche autori moderni finora non conosciuti. I video su YouTube si chiamano “Consigli su come non rovinare il Natale a un lettore” o “I libri del 2017” o “Cosa mi regalo a Natale”. Vado a memoria, quindi potrei sbagliare i titoli e sì magari un giorno metto i link in questo post. 

Io sono così: mi metto su un qualcosa d’impeto, cerco di fare tutto di più di quella cosa, sono ingordo di quella cosa. Se faccio così allora quella cosa la finisco. Altrimenti mi manca troppo spesso la costanza. In quel caso questa lista finirà nel dimenticatoio e ne subentreranno troppe altre. Invece meritano tutte le liste che faccio: dovrei trovare un equilibrio tra la procrastinazione e l’ingordigia e forse riuscirei a fare ancora più cose che voglio fare. 

Comunque ci sono stati degli intoppi nelle mie ricerche.

La biblioteca delle Oblate chiudeva dopo le 19 in questi giorni quasi festivi tra Natale e l’Epifania, quindi ho fatto due viaggi. Nel secondo avevo un’ora di tempo, visto che sono arrivato alle 18 di venerdì sera. Facevo le ricerche con l’ipad aperto in multiview: da un lato Safari per trovare la collocazione dei libri dal sito Opac biblioteche Firenze e dall’altro Note dove avevo la lista dei titoli. Andavo un po’ a sentimento e un po’ a bestemmie se il libro era in prestito. In mezzora avevo i libri. 

Anche all’Isolotto, giovedì, avevo fatto in fretta, anche avrei avuto quattro ore di tempo dopo le 19: ipad sul tavolino, ricerca delle collocazioni, ricerca dei libri, et voilà, presentazione al banco dei prestiti e inserimento nello zaino.

A Scandicci molti libri cercati erano in prestito: la biblioteca è frequentata da altri fan di Ilenia che hanno avuto la mia stessa idea? In particolare l’unica biblioteca in cui ci sarebbe stato l’ultimo libro di Veronica Raimo, che volevo assolutamente, era quella di Scandicci e guarda caso il libro era in prestito. 

Si diceva di intoppi. Mentre mi dirigevo camminando baldanzosamente verso l’Orticoltura da Viale dei Mille e via Don Minzoni ho faticato a trovare l’orientamento per arrivare all’Orticoltura, tra un fiume, via Faentina, i ponti che separano viale Milton e via XX settembre (vado sempre a memoria e non voglio controllare adesso l’esattezza di quel che scrivo). 

Comunque alla fine ho preso quel che volevo. 

Ah, già: mentre camminavo il sabato mattina, leggevo uno dei libri presi il venerdì sera: quello di Ester Viola, l’amore è eterno finché non risponde, che mi ha tenuto incollato alle pagine. Penso che dei libri parlerò in un post successivo, penso che avrei potuto descrivere le peripezie di quei giorni con più ironia, penso che il prossimo post riprenderà con le frasi che ho scritto su “l’amore è eterno finché non risponde”. 

1 Gennaio 2019
di riccardoricciblog
Commenti disabilitati su Un caffè al giorno in meno equivale a un viaggio in più in un anno

Un caffè al giorno in meno equivale a un viaggio in più in un anno

Un caffè al giorno sono 30 o 31 o 28 o 29 euro al mese.
Due caffè al giorno sono circa 60 euro al mese.

A volte prendi tre caffè al giorno. Cioè circa novanta euro al mese.

Poi pensi di togliere l’abbonamento al Kindle Unlimited, che costa 10 euro al mese, che è molto meno di quanto costano tutti quei caffè.

La domanda è: se vuoi rinunciare a qualcosa, a cosa vale la pena più rinunciare? A uno o due caffè al giorno o all’abbonamento all’unlimited? Io direi al caffè e dato che la scelta di vita è mia riuscirò a essere coerente con quanto ho detto? Se non lo sono devo riguardare le mie preferenze.

C’è anche l’ipotesi che mantenga tutte le spese, ma bisogna tener conto del vincolo di bilancio.

Comunque il costo di qualcosa è la rinuncia a qualcos’altro, fosse  anche la capacità di risparmio. È il concetto di costo opportunità.

Se poi consideriamo il prezzo annuo scopriamo che un caffè al giorno sono circa 360 euro l’anno. Due caffè al giorno sono 720 euro l’anno. Un caffè in meno può essere barattato per un viaggio in più. O per un accumulo in un fondo pensione.

E’ il momento di pensare a queste cose e fare un budget personale di cassa.

1 Gennaio 2019
di riccardoricciblog
Commenti disabilitati su Letto batte corsa uno a zero

Letto batte corsa uno a zero

Sabato 29 dicembre ha vinto il letto.
L’appuntamento era per le nove di mattina presso la fontanina che si trova all’incrocio tra viale Fanti (e stadio Ridolfi di atletica) e viale Paoli (quello della curva Ferrovia dello stadio di Firenze).
L’appuntamento era stato indicato nel gruppo Whatsapp “Allenamenti e Gare” sul quale i membri della società di running e simili “La Fontanina” (il nome non è una coincidenza) scrivono di allenamenti e gare (ma dai, davvero?). Esistono altri gruppi Whatsapp dello stesso gruppo: quello dedicato al cazzeggio, quello dedicato ai corsi tenuti dal coach Gianni, quello delle corsette amene dedicato a chi corre più piano e a volte si ferma a raccogliere le more durante una gara (Simona B docet).
Quando il gruppo di corsa ha avuto inizio, nel 2008 se non sbaglio, non esisteva Whatsapp e allora gli appuntamenti ce li davamo usando gli arcaici sms o l’antiquato sistema del passaparola. Non era difficile: quando ho iniziato il corso di avviamento alla corsa eravamo tre. Adesso la società è una vera e propria società e ha più di cento membri.
Io sono  quattro anni che sono un ex runner: inizio e smetto, arrivo a buoni livelli in allenamento ma poi mi infortuno oppure la vita e la non voglia mi portano altrove.
Il 29 dicembre 2018 ero fermo da un mese e mezzo, complice anche un mal di schiena da vecchiaia che un giorno mi ha lasciato fermo lungo una strada, senza che riuscissi a muovermi né a sedermi senza provare un dolore quasi atroce. Questo ha comportato tre giorni di stop. Poi sono andato in Spagna e non ho corso (ricordate i tempi in cui l’abbigliamento da corsa era incluso e usato in ogni viaggio?). Poi ho avuto da fare con Greenpeace. Poi ho trovato altre scuse, come quella del freddo. Insomma ero fermo, ma ero deciso a ripartire.
Stavolta l’obiettivo sarebbe stato quello di andare piano tutti i giorni, per riacquisire la costanza. Affinché questo sia possibile è indispensabile correre in compagnia. L’approccio del tipo “Ora raggiungo i vostri livelli e poi torno” non ha funzionato.
Appena ho visto il messaggio nel gruppo ho pensato che era l’ora di tornare a correre in compagnia con loro. Piano piano all’inizio e a lungo e poi via via più veloce. È il metodo Lydiard, peraltro. Ed è anche puro buon senso: abitua il tuo corpo e la tua mente alla corsa e soprattutto evita di infortunarti perché se no fai come i gamberi.
Allora mi sono deciso ad andare a correre venerdì 28 dicembre. Ed ecco che ho pensato: “Ma vediamo se riesco a correre dieci chilometri in un’ora”. Ci sono riuscito, peraltro accelerando nell’ultimo chilometro, ma la sera avevo un dolore al ginocchio destro e uno alla coscia sinistra.
Malgrado ciò, mi sono detto, la mattina vado. Tanto vado piano. E invece ha vinto il letto. Alle 8,45 ero ancora a cazzeggiare col cellulare e non sarei mai arrivato in tempo per la corsa.
Ecco il pensiero giustificatore: “Meglio così, perché a correre col dolore si rischia di infortunarsi”. In compenso mi sono presentato all’appuntamento per il caffè, dimentico che il motto è “correre per mangiare” (e “correre per stare bene” e “correre per viaggiare”…) e non è “mangiare senza avere corso”.
Fatto sta che oggi è il primo dell’anno e a correre ricomincio domani. 364 giorni di corsa. Lo mettiamo come obiettivo?

29 Ottobre 2018
di riccardoricciblog
Commenti disabilitati su Il metodo report

Il metodo report

Come è scritto qui il metodo report è caratterizzato da:

1) Chiamare “verità” ciò che si dà per scontato sia vero prima di mettersi a cercare, e sottolineo “prima”.
2) Cercare ciò che conferma la verità e ignorare ciò che la contraddice.
3) Dividere il mondo in agenti del male e gente per bene, dove i primi sono quelli che negano la verità (hanno secondi fini) e i secondi sono quelli che la affermano (non hanno secondi fini).
4) Torchiare gli agenti del male, incalzarli con domande scomode, mettere in dubbio tutto quello che dicono e, eventualmente, sbeffeggiarli.
5) Lasciarsi versare nelle orecchie senza opporre resistenza tutto quello che dice la gente per bene.

6) Allarmismo. La catastrofe è vicina”

Poi queste trasmissioni fanno scuola, vengono imitate, imprimono lo scandalismo nelle menti delle persone e i populisti vincono le elezioni, foraggiati anche da certe trasmissioni.
Altri link:

Lo staff di Zingaretti smaschera il “metodo Report”. E i limiti del giornalismo spettacolo

Qui un elenco di minchiate trasmesse da Report: https://www.butta.org/2017/04/19/il-metodo-report/

http://paroladimose.it/politica/il-metodo-report/

https://medium.com/@mmonti/dove-fallisce-il-metodo-report-non-mentire-non-è-sufficiente-8e8b03e0f166

https://www.rivistastudio.com/report-gabanelli/

Poi Milena Gabanelli ha esportato il metodo sulle pagine del Corsera.

29 Ottobre 2018
di riccardoricciblog
Commenti disabilitati su Cinzia Savi Scarponi

Cinzia Savi Scarponi

Mistista, stileliberista, delfinista.
64 vittorie ai campionati italiani, un bronzo e due quarti posti ai campionati europei, prima donna italiana a scendere sotto il minuto nei 100 metri stile libero (un tempo che avvicinava l’Italia femminile dello stile libero un po’ al resto del mondo), erede designata di Novella Calligaris fin da giovanissima (1977), destinata a dare nuova linfa al nuoto italiano insieme a Marcello Guarducci a fine anni 70, carriera poi proseguita negli anni 80, ma c’è un grandissimo ma: le tedesche dell’est.

Quanto grande sarebbe stata la sua carriera se avesse avuto avversarie che lottavano alla pari?

Un po’ di link

https://it.wikipedia.org/wiki/Cinzia_Savi_Scarponi

https://fattidinuoto.corsia4.it/category/cinzia-savi-scarponi/

https://www.swimbiz.it/portal/5-giugno-1977-il-primo-grande-exploit-di-cinzia-savi-scarponi/

https://www.swimbiz.it/portal/cinzia-savi-scarponi-per-swimbiz-2/

http://www.treccani.it/enciclopedia/cinzia-savi-scarponi_%28Enciclopedia-dello-Sport%29/

http://www.w2opolo.com/2014/07/cinzia-savi-scarponi-la-regina-haba-waba.html

22 Settembre 2018
di riccardoricciblog
Commenti disabilitati su Verso Glasgow 2018.

Verso Glasgow 2018.

La lotta per la conquista dello spazio in valigia è stata dura e ha vinto questa. Il piccolo trolley acquistato da Decathlon non è bastato a contenere la macchina fotografica e l’ipad e tutto il resto, quindi ho dovuto optare per quello più grande, il Carpisa amico di vecchi viaggi. Ho comunque rinunciato alla roba per correre: avrei dovuto prendere l’abbigliamento da 13 gradi ed era troppo ingombrante. Potevo prendere quello anziché l’ambaradan fotografico? Dovevo?

Ho rischiato di fare come il Nardi, che da presto fece tardi. Ero a prendere una spremuta d’arancia al bar interno della stazione Santa Maria Novella. Mi sono fermato a un tavolino. Mi sono messo a sedere. Ho osservato due coppie di ragazzi francesi che giocavano a carte. Ho prenotato il biglietto da Porta Garibaldi a Milano Malpensa. Nel frattempo il mio treno per Milano Porta Garibaldi sarebbe partito solo dieci minuti dopo. Ero arrivato alla stazione un’ora prima.

La bellezza di un treno vuoto. Lo spazio non solo per le gambe, per le valigie sotto le gambe, per i due caricabatterie tutti per te, ma soprattutto lo spazio visivo. A parte il commesso viaggiatore che telefonava davanti a me e che scenderà a Reggio Emilia AV (esistono treni che ci si fermano ed esistono passeggeri che ci scendono), la situazione è ideale. Spazi aperti e abbastanza sconfinati all’esterno: alberi, campi, pianura padana. Spazi e silenzi non interrotti da teste, valigie, gambe, giornali inutili, personal computer, parlottii, chiacchiericci, bambini urlanti, all’interno.

Milano Porta Garibaldi mi accoglie con un corridoio in stile Miglio Verde, un passaggio per la metro chiuso da tornelli e due uscite verso due desolation road. Ne prendo una e vedo un clochard sdraiato per terra coperto da una coperta, tre persone che somigliano a mafiosi cubani in camicia blu che dialogano all’angolo tra una sfilza di binari e un cumulo di case che a prima vista mi sono sembrate diroccate e a seconda vista non lo erano. Al di là dai binari, volgendo lo sguardo a destra, si vedono frotte di grattacieli, su uno dei quali spicca la scritta AXA, che mi ricorda la compagnia assicurativa che rifiuta di assicurare le centrali a carbone, a differenza di Generali.

Mi aspettavo almeno un bar, dentro o fuori dalla stazione. Un locale dove potessi affogare in un bicchiere la depressione causata dall’infausta scelta di scendere in quella desolate land (o così è stata la prima impressione) e poi di fermarmici anche il tempo necessario per pranzarci.
Dopo aver chiesto aiuto via whatsapp, aver letto la storia di Porta Garibaldi su Wikipedia e avere consultato Google Maps, ho deciso di muovermi, così le prospettive di quell’ora e mezzo che mi ero dato prima di prendere il treno per Malpensa sono cambiate.

Ho scoperto un mondo fatto di grattacieli immersi nel verde (guardando in alto oltre la via stretta tra le case), bar, osterie, ristoranti di mare pugliesi, cavalcavia, saliscendi e ingressi principali della stazione. Quegli ingressi che avrebbero finalmente reso attraente anche il solo girovagare per più di un’ora senza meta: da lì si entrava in un mondo dove prendevano vita la Feltrinelli, la toilette a pagamento, la cassatina siciliana, la crema di caffè, il barista che mi chiedeva se volevo un bicchiere di acqua naturale o gasata (nel caso avessi scelto questa mi sarei aspettato una tipa che usciva dal bicchiere con un giubbotto di pelle, una corona in testa e col codazzo di fan dietro che sbavavano per un autografo), il tabellone degli orari che indicava i treni per Malpensa molto dopo che erano già apparsi sul sito Viaggiatreno.

In una situazione di minore ansia e minore fretta e diversi obiettivi avrei probabilmente indugiato volentieri a osservare le vie strette, le case, i graffiti e a origliare i discorsi dei mafiosi cubani e dei camerieri che aprivano il ristorante. Sarei probabilmente anche entrato dal falegname, che dichiara sull’insegna di esistere e di resistere dal 1960. Stamani, però, non c’era tempo per cullarsi in certe cose. Dovevo trovare subito un luogo familiare, commerciale, con del cibo (possibilmente) e soprattutto dovevo arrivare al binario utile con un congruo anticipo. Il resto è poesia a cui ci dedicheremo un’altra volta. A partire dalle strade di Glasgow, magari.

A proposito di Feltrinelli Express. La sezione “economia” dovrebbe intitolarsi “puttanate, incredibili puttanate”.

Intanto un articolo su Oasport mi segnala una Glasgow fredda, grigia e piovosa, cioè affascinante.
Poi ci sarà tanta musica, ovunque. In ogni locale c’è la musica dal vivo. Sì, anche l’whiskey. Poi sembra che la città si sia preparata a questi campionati europei come se fossero le Olimpiadi. Accoglienza a suon di musica e fuochi d’artificio nella piazza centrale. Non vedo l’ora di esserci.

Quello, però, succederà dopo. Immergersi nell’atmosfera di Glasgow 2018, dico. Adesso c’è da superare la solita tensione dell’attesa: arrivare all’aeroporto, separare i liquidi e gli oggetti metallici, superare il terrore dei controlli di sicurezza (terrore dato dalla possibile apertura della valigia o dello zaino alla ricerca di quel minuscolo oggetto che mi ero dimenticato di togliere), riuscire a chiudere la valigia fischiettando anche mentre interiormente impreco in sanscrito, prendere l’aereo sperando che il bagaglio non venga stivato, ricominciare a leggere Guerra e Pace o comunque qualcosa sul Kindle sempre che riesca ad averlo a portata di mano, arrivare a Glasgow, forse prendere Uber e comunque arrivare alla casa prenotata attraverso Airbnb, capire il territorio, salutare la proprietaria di casa, superare senza troppi patemi la fase dei convenevoli, scoprire se lì vicino ci sono abbastanza possibilità di scottish breakfasts, saggiare il territorio, conquistarlo.

Poi sarà tutto un Carnevale di Rio, come dice qualcuno.

Ah, dimenticavo. Celtic o Rangers?