Crea sito

there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

11 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
0 commenti

PA: rapporti tanti riforme poche rivoluzioni nessuna.

Una storia di riforme impantanate. Quelle della Pubblica Amministrazione. Forse c’è più bisogno di una rivoluzione che di una o più riforme disorganiche? Sempre che siano riforme e non si limitino a essere dei rapporti, a partire da quello eccellente del prof.Giannini nel 1979

http://www.tecnichenormative.it/RapportoGiannini.pdf

 

https://www.eticapa.it/eticapa/pubblica-amministrazione-una-riforma-mancata/

 

https://www.edoardolimone.com/blog/2018/11/18/la-semplificazione-secondo-giannini-quella-vera/

 

http://culturaprofessionale.interno.gov.it/FILES/docs/1260/TESTO%20INTEGRALE%20Mastrolia.pdf

 

https://www.lavoce.info/archives/36428/peccato-riforma-pa/

 

https://profilo.forumpa.it/wp-content/uploads/2018/07/Rapporto-sulle-Pubbliche-Amministrazioni-in-Italia.pdf?utm_source=newsletter&utm_medium=TUTTACOMMUNITY&utm_campaign=MAILUP

 

https://www.eticapa.it/eticapa/tag/cassese-rapporto-sulle-condizioni-delle-pubbliche-amministrazioni-anno-1993/

 

11 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
0 commenti

Due link sul debito pubblico

Una spiegazione di natura enciclopedico accademica sul debito pubblico è stata scritta nel 1992  da Luigi Spaventa e si trova nell’enciclopedia delle scienze sociali della Treccani.

http://www.treccani.it/enciclopedia/debito-pubblico_%28Enciclopedia-delle-scienze-sociali%29/

Un paper sulla ristrutturazione del debito pubblico ai tempi della crisi è stato scritto da Giovanni Caccavello e è stato pubblicato nella sezione media dell’Istituto Bruno Leoni

http://www.brunoleonimedia.it/public/Focus/IBL_Focus_254-Caccavello.pdf

11 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
0 commenti

Il libro bianco di Tremonti è rimasto in bianco

Nel 1994 Giulio Tremonti pubblicò un libro bianco sulla riforma fiscale.

http://www.bollettinoadapt.it/old/files/document/5006RIFORMA_09.pdf

Tremonti è stato al governo e è stata una persona influente nell’epoca berlusconiana.

Perché i problemi decennali del fisco italiano non sono stati affrontati? Si direbbe che il libro bianco sia rimasto lettera morta, nelle parti essenziali.

Un po’ come la rivoluzione liberale di Berlusconi.

Parole tante, fatti nessuno. O al limite, pochi: https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/fisco-fiasco-fatti-fotti-destino-banana-si-gioca-due-12208.htm

Qui Mario Seminerio: https://phastidio.net/2010/01/18/berlusconi-e-tremonti-sulle-tasse-indietro-tutta-il-94-e-lontano-anni-luce/

11 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
0 commenti

La malvagia idea della nuova IRI

 

Un fallimento di mercato si ha quando, in un mercato concorrenziale, che funziona pure in modo efficiente, un certo bene, utile ai consumatori, non viene prodotto. Non perché qualcuno non sia capace di produrlo a dei costi inferiori al prezzo, ma non viene prodotto per delle cose chiamate esternalità o incentivi distorti. Un tipico esempio è il servizio di polizia. Se venisse affidato al mercato l’ordine pubblico sarebbe una follia perché non ci sarebbe il livello ottimo di sicurezza perché ognuno si farebbe la polizia privata. Le polizie private litigherebbero fra di loro provocando disastri e non ci sarebbe una garanzia comune. Alcuni sostengono che l’educazione di base in offerta privata non raggiungerebbe livelli ottimali.

Adesso invece sembra che quando un’azienda in un mercato trasparente e concorrenziale fallisce perché fa peggio dei suoi concorrenti e ha costi superiori ai prezzi si tratti di un fallimento di mercato quando invece è un fallimento di quella azienda nel mercato. Data una certa struttura di costi (dipendenti, fornitori ecc) se il mercato non remunera quell’impresa e quindi questa fallisce a fallire sarebbe il mercato.   Quindi Alitalia ha deciso di avere una certa struttura di costi e dato che il mercato non la paga abbastanza fallirebbe. In pratica dovrebbero fallire i consumatori italiani, i quali dovrebbero essere generosi e accettare di pagare i biglietti su Alitalia più di quanto li pagano su Easyjet o Ryanair o Lufthansa e volare con loro. Invece gli italiani si rifiutano di pagare il prestigio di Alitalia da consumatori però chiedono alla politica di imporre loro le tasse per pagare i dipendenti di Alitalia.

Oggi hanno fatto un ennesimo prestito ponte ad Alitalia. Questo ponte ormai è lunghissimo. Chissà quando finirà.

Rifacciamo l’IRI, dicono. Facciamoci carico delle aziende in perdita. Così lo stato farebbe prestiti ponte a se stesso. Anche l’Ilva e le aziende in crisi dovrebbero diventare di proprietà dello stato, investitore di lungo periodo che investe in settori strategici importanti. Nella pratica le aziende sarebbero malate e invece di essere investitore paziente lo stato diventa investitore infermiere, che pratica cure palliative a queste aziende.

La Mazzuccato sostiene che le innovazioni del mondo arrivano dal pubblico. È falso. Ammesso che sia vero ha ache fare con il finanziamento e la titolarità dell’innovazione e del cambio tecnologico. Da questo a gestire le compagnie aeree che nel mondo funzionano e fanno profitti e Alitalia no e quindi solo lei avrebbe bisogno di questo governo lascia un po’ perplessi.

Quale sarebbe la specialità di Alitalia rispetto a British Airways o Lufthansa o Air France?

Per la Mazzuccato lo stato dovrebbe essere imprenditore e trovare quelle strategie che il mercato non è stato in grado di fare. Per esempio fare un’alleanza con air China. Il futuro sarebbero i voli a lungo raggio con la Cina. Ilva dovrebbe fare accordi coi cinesi per contrastare l’oligopolio degli indiani di Mittal. Peraltro il mercato dell’acciaio mondiale è molto competitivo. Non è oligopolizzato. Poi il problema di Arcelor Mittal sarebbe l’Ilva?

Secondo lei esisterebbe una strategia manageriale che farebbe funzionare Ilva e Alitalia. Però gli attuali manager non l’hanno capita. Non c’è sul mercato nessun manager che ha capito la strategia. Lo stato ci riuscirebbe! Di Maio! Potrebbe offrirsi lei come AD. In pratica se lo stato mette i miliardi quel manager spunta? Lo stato avrebbe una visione di lungo periodo, i cinesi potrebbero metterci capitali ecc. Sapelli dice che la nuova IRI è l’unico modo per sconfiggere l’ordoliberismo (che non si sa cosa c’entri). L’ordoliberismo farebbe star male tutti.

L’IRI aveva dei settori importanti per il catching up. La siderurgia o le autostrade. Dopo 70 anni si chiede di rientrare in settori dove era uscito e se c’era uscito ci sarà stato un perché. Non si chiede di fare ricerca di base. Un istituto pubblico che raccolga capitali su progetti di ricerca potrebbe essere interessante.

Sia nel caso Ilva che nel caso Alitalia non ci sono problemi di innovazione. Non sono settori dove ci sia tanta ricerca e sviluppo. Ci sono fior fiori di imprese che comunque innovano o fanno profitti. Ci può essere una strategia per la quale Alitalia potrebbe fare profitti? Può essere che tale strategia non sia stata compresa da altre imprese? Quindi Alitalia potrebbe essere disruptive? Bene. Se esistono persone con idee del genere probabilmente tutte le compagnie aeree vorrebbero assumerle. Secondo gli articoli in Italia mancano delle competenze che c’erano una volta nell’IRI e si potrebbe creare questa classe manageriale. Bisogna aprire una business school. La scuola della pa forma (forse ma forse) ottimi funzionari pubblici ma non hanno niente a che fare con l’acciaio. Insomma non c’è una classe manageriale. Manca una classe politica con le competenze ma si vuole affidare alla classe politica la gestione di Alitalia e Ilva.

Avessimo manager e politici lungimiranti avrebbe senso la strategia. Invece non abbiamo soldi, siamo indebitati, i politici sono improvvisati, i manager non hanno le competenze e vogliamo fare la nuova Iri. La politica peraltro non adotta misure di lungo periodo, ma di breve periodo. Stanno pensando a cose simili alla GEPI.

Finisce tutto nella storiella tipica, che poi distrusse anche quel poco di buono che c’era nell’IRI. La trasformazione dell’IRI nel luogo in cui entrava ogni azienda privata italiana che non si voleva che chiudesse, uscisse dal settore o facesse le cose diversamente perché c’erano dei riflessi occupazionali. Fu lì che l’Italia decise di declinare. Tutte le volte che c’era da cambiare, anche da chiudere, da far perdere capitalei privato e dare anche dei sussidi di disoccupazione che permettessero ai lavoratori di spostarsi a fare cose produttive, fu deciso di non farlo. Caso dopo caso, invece di fare ciò che è naturale (chiudere l’azienda decotta o ristrutturarla e fare entrare altro capitale e se c’è forza lavoro in eccedenza gli si danno sussidi di disoccupazione e la si forma per andare da altre parti) si decise di pensionare anticipatamente alcuni e di passare gli altri all’IRI che teneva in piedi aziende decotte. Simboli furono quelle dei panettoni. Quando la cosa diventò gigantesca e l’IRI non ce la faceva più crearono la GEPI. Era una specie di nosocomio industriale in cui venivano messe imprese decotte che non avevano il coraggio di lasciarle al mercato, affinché le ristrutturasse, le cambiasse o le chiudesse. Vennero tenute lì a esaurimento. Quando il carico verso lo stato fu insopportabile fu un disastro e questo forse impedì anche all’italia negli anni 70 e 80 di reagire al cambiamento tecnologico mondiale e di attrezzarsi. La classe politica illuse gli italiani che potevano continuare a vivere e a produrre come avevano sempre fatto.

 

L’idea è cominciamo da Ilva e Alitalia per poi allargare. Su questo c’è consenso da destra a sinistra. Anche i sindacati dicono che serve la nuova Iri perché con le privatizzazioni le aziende sono andate in mano agli stranieri.

 

La GEPI aveva accumulato centinaia di migliaia di dipendenti. L’IRI a metà anni 70 aveva tutte le aziende in perdita. Anche le sue originarie.

La Polonia ha ancora delle IRI. L’azionista di controllo delle banche è lo stato. Non stanno andando male. Sono consapevoli che nella fase iniziale di ricostruzione, di entusiasmo, passione nazionale c’è attenzione da parte della classe dirigente e alla sua selezione.

Via via che passa il tempo, quando diventi manager pubblico non sei più costretto dai soft budget costraint, non sei soggetto alla concorrenza, queste cose si attenuano. La capacità del management di gestire bene diminuisce. La selezione dei nuovi manager avviene per nomina politica. Sono consapevoli che prima o poi andranno privatizzate. Ben prima che diventino decotte.

In Italia c’era una spinta etica dopo la guerra. Poi si privatizzò ben dopo la fase di cottura.

 

Le autostrade furono anche fatte con capitali privati. L’IRI le costruì. Cova non voleva la Salerno RC perché era un’autostrada in perdita. C’era un senso di managerialità all’inizio.

Oggi ci sono la cassa depositi e prestiti, che dovrebbe fare innovazione non può investire in società in perdita. E invitalia, che è la nuova GEPI, un’infermiere che deve prendere gli ammalati e portarli nel lazzaretto. I dipendenti in esubero dovrebbero essere presi da Invitalia. Il fatto è che oggi non c’è il debito degli anni 70 e non c’è spazio fiscale.

Queste persone usano la teoria economica ad cazzum. Specificano certe cose che valgono in certi casi e le rigirano per applicarle dove non si dovrebbero applicare. L’idea che ci siano investimenti che richiedono pazienza perché bisogna fare le cose bene e il rendimento arriva in cinque anni (infant industries) è legittima in certi casi. Non ha mai a che fare con industrie mature. Amazon o Tesla sono state infant industries. Entrambe hanno fatto grandi perdite perché hanno scomesso su grandi investimenti di capitale e curve di apprendimento. I capitali, peraltro, il mercato glieli ha dati. Se qualcuno avesse comunque un’idea più bella di quelle di Toyota, Tesla o Amazon e volesse fare macchine elettriche e sapesse risolvere il problema delle batterie, convince che il mercato non investirebbe e che avrebbe bisogno di capitale pubblico, potrebbe avere senso l’infant industry e l’intervento statale (anche se Tesla prende il capitale privato).

Ma Alitalia con l’infant industry che c’entra?

 

Hanno anche l’idea di far rientrare Tim nel pubblico perché non ci sarebbe la concorrenza deleteria (si dice) e inutili doppioni come open fiber. Il doppione è stato fatto dallo stato per contrastare il presunto monopolio di Tim. Prima lo stato crea il doppione e poi lo vuole togliere? Ma poi in base a cosa dice che è inutile? Poi lo stato non era lungimirante? Ha fatto una cosa inutile?

Il mercato delle tlc in Italia funziona. I prezzi sono bassi rispetto alla media. La qualità del servizio non è altissima quando esci dalle grandi città. Esistono tante imprese tutte private che reggono. Per quale ragione Tim, che una volta era pubblica, pure se finita agli amici dei politici un tempo, dovrebbe tornare a essere controllate dalla politica?

Lo stato innovatore dovrebbe rinazionalizzare ciò che ha privatizzato?

Castronovo sul Sole 24 ore: è impossibile risuscitare i successi dell’IRI perché erano avvenuti in un contesto storico ben preciso, oggi non più presente.

La primissima fase dell’Iri ha avuto successo perché ha preso in mano delle aziende che erano mal gestite e le ha portate avanti. Non è ovvio che negli anni 50 e 60 siano state gestite ottimamente o se invece in un contsto di mercato con incentivi giusti dei privati avrebbero potuto gestirle meglio. Questo però non possiamo saperlo.

Lo stato già non è capace di gestire le partecipazioni che ha. Nel Foglio Trento e Stagnaro ne hanno parlato.

Il problema è che la voglia di Iri è cavalcata dai politici.

11 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
0 commenti

Aboliamo il sistema e la mentalità del liceo classico. Il panel di liberioltre

 

 

Sbobinatura

 

MODICA

 

Gli insegnanti italiani sono pagati poco e male.

Gli insegnanti italiani sono pagati meno dei portoghesi. Non ha senso pensare a un incremento uniforme.

Hanno lavorato bene? Dai risultati invalsi si vede che la situazione alle elementari è buona. I docenti sono invece scarsamente competenti in quinta liceo, al sud. Molti studenti al sud al diploma hanno competenze da terza media, in italiano. In inglese al sud la situazione è drammatica.

Che succede tra la quinta elementare e la quinta liceo? Le famiglie non riescono a seguire i ragazzi oltre un certo livello?

La signora delle pulizie non sapeva leggere. Quello che non sapeva disegnare le rette aveva preso ventinove a matematica.

Quindi hanno lavorato bene? A nord sì, al sud alcuni pure.

La varianza totale delle performance cognitive esiste. Non c’è sostanziale differenza tra le classi e le scuole al nord. Al sud la variabilità tra le scuole e tra le classi dentro le scuole è alta. Alcuni docenti del sud hanno lavorato bene. Sicuramente i manager non hanno lavorato bene. I dirigenti scolastici hanno responsabilità se una scuola è peggio di un’altra e soprattutto se una classe è peggio di un’altra all’interno della stessa scuola.

Un ragazzo bravo deve potere entrare a scuola e deve uscire guadagnando più di tremila euro al mese se è bravo.

Gli insegnanti devono essere valutati. Però non ogni anno. Ogni tot anni si accumulano dati e si vedono i risultati: chi li ha migliori, prende più soldi. Come accade coi ricercatori.

Come fanno i genitori a valutare i docenti?

Dicono: “Quelli usciti dalla Giardina…” Valutano i risultati in base a cosa accade dopo la scuola. Si può fare, ancorare le performance agli incentivi degli insegnanti bravi. Anche se econometricamente può essere complicato. Quelli bravi devono prendere di più, sono angeli e è allucinante che debbano prendere 15000 euro l’anno.

A sud ci vuole il supporto. Si vuole ridurre il gap cognitivo col nord, che è identico a quello che era nel 1870 (gli analfabeti di allora erano uguali a quelli che oggi non passano il primo livello dei test PISA)? I governi non hanno affrontato il problema. Si devono mettere più soldi. Il doposcuola ci deve essere. Dove dobbiamo prendere i soldi? Al top. Ci sono un sacco di dottorati al sud che sono soldi buttati. Gli universitari costano 7000 euro, pagano 1500, i ricercatori non meritano i 5500 euro pagati. Devi promuovere lo studente perché se no restano pochi, se no vanno fuori corso, se no non ci danno soldi. No, vanno bocciati.

Articolo di Fusacchia su La Voce.

Struttura della scuola. Oggi la scuola dell’obbligo dura dieci anni con gli ultimi due che sono l’inizio delle superiori. Le materie sono spezzate. Non ha senso. I programmi non sono studiati per i cinque anni. Al sud si fa la seconda lingua in terza media. Coi risultati che abbiamo in inglese e in italiano.

La scuola dell’obbligo può diventare cinque più cinque o sei più quattro.

Le scuole professionali e tecniche sono la colonna dell’economia tedesca. In Italia sono sminuite.

Come mai al sud ci sono tutti cento e poi l’invalsi fa schifo? Se il sessanta per cento ha competenze di terza media dovresti bocciare quasi tutti ma non puoi. Allora all’ottanta per cento metti sessanta. A quello che sa fare le equazioni devi mettere centodieci. La soluzione? Eliminare il sessanta. Metti da zero a cento. Levi il vincolo e il problema sparisce. Esci con 40 a matematica, 50 a italiano. Le università ti ammetteranno se vogliono se no no.

Devi fare classi per materia, avanzamenti per materia. Questo è al primo livello di italiano, al quarto di matematica ecc.

Agli insegnanti bravi darei classi di 90 persone, con due assistenti. Così sono 90 che si godono l’insegnante bravo.

 

FUSACCHIA

Ho fatto tre anni al ministero. Il MIUR ha più di un milione di dipendenti.

Il patto storico con gli insegnanti dopo la seconda guerra mondiale è stato ti pago poco, controllo poco, non pretendo niente. In quel periodo poteva avere un senso perché c’era un paese da ricostruire.

Questo dato lo trasciniamo dietro. Il paese è refrattario alla cultura della valutazione. Tutto, soprattutto il pubblico, soprattutto alcuni pezzi del pubblico.

Ecco che tante belle idee non si trasformano in politiche pubbliche.

Sappiamo che un insegnante bravo è importante per il paese e per i figli.

Aumentare lo stipendio per i nuovi? Possiamo fare entrare solo i bravissimi e li paghiamo di più? No. Se il criterio è solo perché abbiamo fatto una selezione più dura non possiamo pagarli di più. Se diamo mansioni diverse sì. Ci sono dei reggenti, che sono selezionati discrezionalmente dal preside. Potrebbe diventare una professione attraente. Ci possono essere criteri diversi per differenziare gli stipendi. Ci sono differenze nelle scuole. Nell’entroterra appenninico non ci vuole andare nessuno. Ci vanno i supplenti. Se vuoi andare in un paesino sperduto nell’entroterra abruzzese ti devo poter pagare di più.

Dobbiamo cominciare a prendere alcuni buchi neri e sperimentare lì.

In Germania guadagnano il doppio? Sì, ma lavorano anche il doppio. Nel senso di numero di ore di lezione frontale. Poi in Italia ci sono docenti che lavorano anche tutto il giorno, informalmente.

Certo. Non sono dignitosi gli stipendi dei docenti. Qualcuno ragiona di stipendi in più indifferenziati per tutti, per un costo totale di 1,3 miliardi che non risolve il problema. Questa misura dà respiro e aumenta i salari di persone che hanno i salari bassi ma non rimette in discussione il patto storico.

Metto solo aumenti a chi se lo merita e faccio valutazioni? Si dice in tv ma in parlamento e in governo non si fa.

Invalsi. Il mondo della scuola è terrorizzato dalla valutazione degli apprendimenti. Una volta che ho capito che so da Roma se tu in Veneto o in Calabria sei bravo o meno (se hai dieci classi, in otto sono secondo la media e in due fanno schifo, forse c’è un problema è in quella classe; se in una scuola tutti i problemi sono in quella scuola c’è un problema di preside forse; se in tutte le scuole di un posto gli studenti fanno schifo ci sarà un problema di sistema). Il problema è che l’invalsi viene deciso dalle scuole. Se l’insegnante sa che verrà premiato o punito in base all’invalsi, potrà aiutare gli studenti a fare gli esercizi. Dobbiamo essere in grado di misurare e poi valutare e fare accettare la valutazione.

In Italia si fa fatica a valutare la didattica dei professori universitari. È ancora più difficile valutare la didattica degli insegnanti delle superiori.

Manca in Italia un test standardizzato finale. Valutiamo a fine scuola con delle commissioni locali autoreferenziali e non con un test oggettivo che misuri il livello di apprendimento dei ragazzi. Possiamo pure tenere l’esame di maturità (perché anche un test può essere limitante) ma accompagnandolo a un test standardizzato obbligatorio.

Dispersione scolastica. Al miur ci sono tanti soldi, soprattutto sui fondi europei, soprattutto sulla scuola, soprattutto sul sud. Arrivati al ministero c’è una signora bravissima perché prende tanti fondi europei. In realtà spendeva tutti i soldi che le davano. La commissione europea la usava come buona prassi. Scavando, si è scoperto che il meccanismo era di distribuire a pioggia soldi alle scuole. Il problema è che se tu fai un progetto innovativo e dici che metti 40 milioni su educazione ambientale o insegnamento del coding questo si traduce in 1500 euro a scuola al sud. Che dice il preside? Devo fare educazione ambientale? Esco. Venite, fate un’associazione, che abbiamo 1500 euro. Non è meglio selezionare un player nazionale di livello facendo un bando da 40 milioni invece di tanti bandi da miseri 1500 euro? Avevamo speso 800 milioni di euro in sette anni per il contrasto alla dispersione. I soldi ci sono ma la dispersione era aumentata. Senza soldi sarebbe aumentata ancora di più?

Basta con questi milioni a pioggia alle scuole, soprattutto del sud, che mettono in moto quella clientela locale che non serve e trasforma le scuole in progettifici?

Cambiare quella roba lì ha un potere trasformativo sulla scuola molto significativo.

Quando ogni anno arrivano i docenti si fa la chiamata, tu ti presenti una mattina in un assembramento, faccio firmare un contratto. La digitalizzazione permetterebbe di fare questa cosa in modo più facile e rapido. Voi potete fare pil, io che sono un funzionario posso fare ispezioni nelle scuole. Digitalizzare combatterebbe la corruzione. Con l’algoritmo non puoi prendere il foglio di carta dell’amico e metterlo in vetta alla pila di chi deve entrare nel catasto.

La scuola media è il buco nero del paese. Noi abbiamo fatto in terza elementare le stesse cose della prima media e poi della prima superiore. Il sistema di reclutamento è incartato.

Qual è il turnover della scuola? Pensionato va via, uno lo sostituisce. Ogni anno quanti insegnanti devo assumere perché altrettanti sono andati in pensione? Trentamila assunzioni ogni anno. Quanti concorsi vengono fatti? Con le supplenze si creano storicamente falle. I numeri sono questi. Ci sono problemi biblici.

Dobbiamo lavorare sui criteri di selezione ma non dobbiamo aspettare che vadano in pensione 700000 persone. Dobbiamo fare formazione ai docenti. Anche esperienze in Europa.

Le disuguaglianze stanno crescendo e dobbiamo intervenire nel periodo 3 6 anni. Le implicazioni sono enormi. Sul reclutamento e la riorganizzazioni. Certe cose sociali possono essere rese obbligatorie già a tre anni.

 

DUFER

Non si tratta di abolire il liceo classico. Quello che chiamiamo classico rappresenta la mentalità del sistema scolastico italiano.

La scuola è la prima istituzione che deve aprirsi alle altre realtà. Invece cerca di chiudersi in un sistema che non è più sostenibile.

Quante scuole superiori sono aperte a progetti con altre scuole europee?

La mentalità del classico è intanto nazionalista. È il nazionalismo che ci convince che saremmo eredi delle scienze umanistiche, che negli ultimi 300 anni si sono sviluppate maggiormente in Francia o nei paesi anglosassoni. Soprattutto formerebbero il sé ma non si capisce cosa sia.

A scuola si insegna una galleria di pazzie e non la filosofia. Ti dicono che Kant ha scritto questo, ha fatto questo in quell’anno. Manca il legame con il mondo. Il classico è il sistema di diffusione di contenuti che non spiega a che serva quello che si studia.

Manca lo studio della logica, della teoria dell’argomentazione. Manca la capacità di dibattere. Resta un nozionismo che serve solo a restare in una bolla autarchica che poi ci impedisce di confrontarsi col resto del mondo.

Applicare le competenze e ragionare in modo logico: i ragazzi sanno farlo?

In Italia il premier dice che non ha mai aperto libri di matematica.

Con Conte unisci nazionalismo, ignoranza e machismo. È il modello che vuoi dare a un quindicenne.

Questo modello ci slega dal mondo.

Voglio sapere come funziona un motore a scoppio. Certo che si deve insegnare anche il sapere umanistico. Ma non è che Cicerone mi dà una strada per il futuro e la fisica invece sarebbe di seconda mano. Non solo non è così, ma rischiamo di formare gente che pensa che la scienza che ti permette tanti vantaggi e ti salva la vita sia una cosa che non pensa.

Ci sono filosofi che non hanno aperto un libro di meccanica quantistica e dicono puttanate solo perché hanno letto Heidegger.

La scuola non forma persone che si chiedono come l’informazione appresa possa essere applicata, in modo non distorto, là fuori.

Non abbiamo nemmeno il più grande patrimonio culturale al mondo, per la cronaca.

 

BOLDRIN

Aboliamo il Classico è una sineddoche. C’è tutto un problema di valutazione. Io ho l’idea di fare cooperative e farle competere. Eckman esagera. Non importa andare a quattro anni a scuola. Potrebbero finire a diciotto come dalle altre parti d’Europa.

Abolire la follia gentiliana fascista nazionalista che ritiene che la scuola sia uno strumento di stratificazione sociale anziché essere uno strumento di preparazione al mondo.

La menata del classico è la menata di un’elite fascistoide borghese che si preparava ad amministrare i cafoni col latinorum. Poi via via scalando si scendeva fino allo schifo dell’umanità che veniva mandata all’avviamento. Hanno fatto cinquemila riforme finte mantenendo l’ossatura della scuola gentiliana. La scuola va fatta preparando al mondo di oggi.

Per cinque anni insegni gli elementi basilari per vivere oggi: matematica, fisica, italiano, inglese, biologia. Ti spiega perché l’aereo funziona, perché internet funziona. I linguaggi della modernità: c più più è oggi più utile del latino, che invece è un lusso.

Quando hai insegnato gli elementi base per vivere nel mondo di oggi, negli ultimi tre anni lo studente può scegliersi i suoi elettivi. Musica, logica, cosa vuoi, dentro certi limiti perché non hai la maturità per sapere che potrai fare yoga nel futuro.

11 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
0 commenti

Giovanni Federico spiega l’economia fascista

Dobbiamo considerare due cose che sono propedeutiche all’avvento del fascismo.
La prima guerra mondiale. Che ha avuto un impatto sull’economia e sulla politica.
Il quadro internazionale. Le politiche fasciste non vennero fuori dalla testa dei gerarchi di Mussolini per caso. Stanno in un quadro, pur essendo peggiori della media. Queste politiche avevano anche una domanda, che veniva dagli industriali del nord e dagli agrari del sud.

Prima guerra mondiale.
È stata un’iniziativa di una minoranza di italiani raccolti attorno al re. Gli irredentisti erano favorevoli. La maggioranza della popolazione era di contadini che poi sono andati a morire e probabilmente non volevano andare in guerra.
Ci fu uno shock politico, uno shock demografico (600000 morti), uno shock economico.

Nel 1913 l’Italia aveva inIziato un percorso di industrializzazione (tessile, seta, sostanzialmente industria leggera). Poi si producevano armi e quindi acciaio e tutta la filiera e macchine per la produzione del tessile. L’Italia pretendeva di essere una grande potenza ma non lo era e non poteva basarsi solo sull’importazione di armamenti.
Andando in guerra l’Italia provò a gonfiare la produzione siderurgica e di armi. Con un po’ di aiuto alleato ci è riuscita: a produrre armi e a vincere la guerra. La produzione bellica si è gonfiata e ha fatto crescere alcune aziende: la Fiat, l’Ansaldo, la Caproni ecc.
Il problema è che le commesse erano soprattutto statali. Non si badava all’efficienza e ai costi ma solo a produrre e basta. Bisognava avere ogni volta più fucili, più pallottole, più carri armati, più aerei. Finita la guerra, queste industrie si sono trovate in difficoltà e sono state salvate dalle banche, con tutta una serie di decisioni politiche.
Molta meccanica pesante (non la Fiat), tutta la siderurgia avanzata (il nome Ilva fu adottato in quella occasione, come complesso di industrie siderurgiche possedute dalla Banca Commerciale). La Banca Commerciale e il Credito Italiano possedevano il grosso delle imprese private italiane e ritroveremo questa cosa negli anni 30. Comunque è un prodotto della guerra. Le banche usavano i depositi a breve dei depositanti per finanziare le industrie. Questo era folle e sarebbe continuato fino al 1933. Le banche erano chiaramente fragili: se i depositanti avessero ritirato i depositi, le banche sarebbero crollate.

Nel 1922 l’economia italiana era comunque tornata a una situazione di equilibrio pre bellico, con una produzione industriale più grossa e diversificata e con l’altro vantaggio che la Germania era fuori causa. Con l’iperinflazione i tedeschi non potevano più esportare. L’Italia, come potenza vincitrice, si era anche creata una zona di influenza nei Balcani e in Europa centrale. Il ruolo sarebbe poi stato in seguito preso dalla Germania.

C’erano squilibri macroeconomici nel 1922 ma la situazione economica era simile a quella prebellica.
C’erano anche conflitti sociali, come quelli del biennio rosso, che furono eliminati con l’abolizione dei sindacati. Sappiamo che durante il fascismo i diritti civili non erano garantiti e la libertà non c’era. Molti diritti erano estranei per tutti (come il voto alle donne) ma nel fascismo erano riconosciuti in misura inferiore rispetto al periodo prima della guerra.

Andamento del pil pro capite a prezzi costanti. Fino al 1913 c’è stata una piccola crescita. Negli anni venti c’è stata una certa crescita. Non particolarmente rapida, ma una crescita. Quindi è arrivata la grande depressione per finire alla guerra che ha portato un enorme calo del reddito pro capite. Dal 1922 al 1939 il reddito pro capite è cresciuto del 15%, una crescita minima. Se consideriamo il periodo fascista fino al 1943, come è ragionevole visto che la guerra è stata dichiarata dai fascisti, la performance è stata disastrosa.

Nel 1945 il reddito è inferiore a quello del 1895. La grande crescita avverrà nel secondo dopoguerra.

Durante il regime fascista tutta l’economia mondiale è andata male mentre prima del 1913 cresceva.
L’Italia beneficiava dell’economia mondiale in termini di immigrazione, importazione di capitali, capacità di esportare, prima del 1913 e rimase intrappolata dalla depressione negli anni trenta.

Se un paese è più povero ha più possibilità di crescita di un paese ricco perché può importare progresso tecnico, capitali, tecnologia. Ci possiamo aspettare che se le condizioni sono favorevoli (la lista è lunga) un paese più arretrato come l’Italia del tempo cresca di più dei paesi avanzati. Il modello di riferimento è quello di Solow ma comunque il concetto è intuitivo.

Mettiamo a confronto il pil procapite italiano con altri quattro paesi: Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Germania.
Vedi foto 24 novembre. Italia è uno.
Il catching up dell’Italia.

Nel 1895, quando inizia il boom giolittiano, l’Inghilterra aveva un reddito procapite sostanzialmente doppio rispetto a quello italiano, gli Stati Uniti un 50% superiore, la Francia un 20% superiore.

Nel primo periodo, fino alla prima guerra mondiale, c’è un po’ di catching up con l’Inghilterra. Non tanto con la Germania, che stava rincorrendo l’Inghilterra. Non con gli Stati Uniti, che stavano crescendo. Lì lì con la Francia. L’Italia in quel periodo si alza.

Tra le due guerre non c’è nessun catching up. L’Italia perde sostanzialmente rispetto all’Inghilterra, perde rispetto alla Germania, resta uguale alla Francia e agli Stati Uniti (che hanno avuto un collasso durante la grande depressione). Quindi le politiche fasciste non hanno prodotto grande crescita e non hanno prodotto catching up.

Nel dopoguerra, fino al 1971, c’è stato un grande catching up. Gli Stati Uniti avevano un reddito di oltre 2 volte e mezzo quello italiano nel 1949. Nel 1971 diventa meno di una volta e mezzo superiore. L’Inghilterra aveva un reddito doppio dell’Italia nel 1949 e era poco più basso dell’Italia nel 1971. L’Italia ha raggiunto la Francia e poi nel 1971 aveva un reddito di poco inferiore. La Germania parte nel 1949 con un reddito inferiore all’Italia e finisce con un 50% superiore.

Il boom italiano va dal 1957 al 1962 e continua per una decina di anni, volendo.

Torniamo ai fascisti.
Nel primo periodo adottano una politica liberista. Il ministro delle finanze era De Stefani. L’idea è quella che l’Italia provi a tornare al modello di sviluppo ante 1913. Scommette sulla crescita del mercato mondiale e quindi una crescita che può basarsi sulle esportazioni. Più o meno ci riesce.
Le dimensioni dello stato durante la guerra sono aumentate moltissimo. Dopo la guerra ci sono state un po’ di liberalizzazioni. Sono state un tentativo non del tutto riuscito di un ritorno alla situazione pre 1913. Che era quella di uno stato minimo. Il rapporto spesa / pil era del 12%, più o meno, prima del 1913. Poi andò a un 40% durante la guerra e poi tornò giù fino a un 20%. Le esportazioni andavano bene. Il reddito cresceva abbastanza. Alcuni mercati nazionali si riprendevano. Avevamo aperture verso gli stati balcanici e l’ex impero austro ungarico.
Il modello era: crescita basata sulle esportazioni e favorite anche dalla svalutazione della lira.

Prima del 1913 le principali valute erano agganciate all’oro. Quindi il sistema di cambi erano fissi. Il dollaro valeva x grammi d’oro. La sterlina y. Il cambio tra i due era x/y. L’Italia non era formalmente agganciata all’oro ma era vicino.
Il sistema fu smantellato durante la guerra perché i paesi volevano tenere le riserve d’oro e usarle per comprare beni dai paesi non belligeranti.
Comunque la politica monetaria di tutti i paesi era finalizzata a tornare all’oro perché era visto come una cosa normale.
Il ritorno all’oro avvenne in periodi diversi nei vari paesi.

Il primo grande provvedimento dei fascisti fu quota 90.
In pratica fu il ritorno a una parità fissa, con la sterlina.
Durante la prima guerra mondiale la lira si era svalutata. L’Italia poteva esportare poco un po’ perché la struttura industriale era orientata a fini bellici, un po’ perché alcuni paesi erano in guerra, un po’ perché doveva importare più materie prime. In particolare doveva importare più grano perché molti contadini erano andati a combattere e la produzione di grano era calata. In pratica l’Italia importava più di quanto esportasse e aveva accumulato pesanti debiti con l’estero. La lira si era svalutata. Era a 120 contro la sterlina. Quindi la svalutazione era stata fortissima durante la prima guerra mondiale. Era continuata lentamente durante gli anni 20 (favorendo in parte le esportazioni). Questa situazione era vista come anomala a livello internazionale: i grandi paesi dovevano tornare all’oro, si diceva. Inoltre l’inflazione colpiva i ceti medi risparmiatori, proprietari terrieri, i quali erano stati tra i sostenitori del fascismo. Un esempio era il canone di affitto delle terre. I proprietari terrieri, tra biennio rosso e inflazione, videro crollare il valore della rendita. I fascisti ottennero grandi finanziamenti dagli agrari per cambiare questa situazione.
Il consenso per il ritorno all’oro era forte, sia all’interno che a livello internazionale.
La peculiarità fascista, l’errore fascista fu quello di voler tornare a quota 90.
Il tasso di cambio con la sterlina era 25 prima della guerra. Era 120 nel 1926. Perché 90? Era il livello del 1922. Politicamente era un gran favore agli importatori, a coloro che avevano risparmi (che avevano un potere di acquisto internazionale più grande, prima per comprare un metro di tessuto inglese ci volevano 120 lire ora ce ne volevano 90). Gli esportatori avevano problemi ma chi aveva soldi in banca poteva comprare più tessuti inglesi. Cambiamento nei terms of trade.
Come pensò di ottenere la rivalutazione? Sfruttando i mezzi della dittatura. I sindacati erano già stati repressi. Nel 1925 ci fu un accordo a palazzo Ghidoni sulla base del quale disse che esisteva solo il sindacato fascista. Più tardi introdusse il ministero delle corporazioni. Pensò di potere usare il potere del sindacato costringendo i lavoratori ad avere un taglio dei salari e dei prezzi. Se abbassi del 30% i prezzi e i salari la moneta è irrilevante. I risultati non furono trascurabili. Riuscì ad avere una deflazione. Non recuperava la differenza ma era consistente. La deflazione colpiva i salariati fissi rispetto ai rentier e rispetto a chi aveva il grano da vendere. I prezzi erano dati dal mercato. Quindi l’Italia ebbe una bruttissima botta. Tra il 1927 e il 1929 ci fu una botta. Gli esportatori si stavano riprendendo comunque, ma nel 1929 arriva la grande botta. Crolla il commercio internazionale. Per l’Italia è più grave il crollo della importazione di capitali. Negli anni 20 gli investitori stranieri avevano iniziato a credere nell’Italia. Avevano iniziato a investire in Italia, a comprare titoli di stato, a investire in aziende. Questo aveva permesso di superare lo shock da Italia 90, calo delle esportazioni compensato da aumento delle importazioni. Il buco della bilancia commerciale fu coperto dalla bilancia dei pagamenti o viceversa, a seconda che tu sia keynesiano o monetarista. Comunque le importazioni di beni erano superiori alle esportazioni di beni. Le importazioni di capitali erano superiori alle esportazioni di capitali.
A fine anni 20 comunque in Italia non c’erano più soldi esteri. La situazione diventa grave e la reazione fu il protezionismo. Il protezionismo dilagava in molti paesi. Comunque nel 1913 furono tolte le tariffe o comunque erano basse. Nel 1921 le tariffe erano un po’ più alte e proteggevano un po’ gli industriali ma erano comunque non eccessive. L’importazione di grano era libera.

Nel 1926 avevano fatto la battaglia del grano. Hanno rimesso il livello dei dazi che era un po’ inferiore a quello del 1913. Poiché amavano la propaganda guerresca, i fascisti chiamarono il dazio del grano e gli incentivi alla produzione di grano (favorevole agli agrari) battaglia del grano. Per aiutare a esportare il grano, il vino ecc. che erano stati colpiti dalla rivalutazione fu messo il dazio e fu incentivata la conversione a grano. I livelli del dazio non furono comunque elevati: erano a livelli del 1913. Era un protezionismo limitato, almeno fino al 1929.

Nel 1929 l’economia ha problemi, per usare un eufemismo. Gli Stati Uniti riportavano capitale a casa, vendendo titoli stranieri. Italia ma anche Germania e Austria si trovarono a corto di capitali. Alzano tutti (anche Australia, Canada ecc) le tariffe protezionistiche. Il problema è che lo fanno tutti. I primi ad aumentare le tariffe doganali furono gli americani. Scatenarono una guerra protezionistica e crollo del commercio mondiale. Anche l’Italia adottò politiche protezionistiche. Lo fecero anche la Francia e perfino l’Inghilterra.

Prima del 1929 il protezionismo era: vuoi importare del grano, paghi x lire per quintale e importi quanto vuoi. Dopo il 1929 si fissarono quote all’importazione. Puoi importare tot q di grano o di macchinari e poi niente. In sé era più efficace, come manovra. Con la quota non potevi esportare più di una certa quantità. Il commercio internazionale crollò.

Secondo grande provvedimento: la nascita dell’IRI, del 1933.
Le banche possedevano le grandi industrie. Siderurgia, meccanica, telefonia, un po’ di tessili. Circa il 40% dell’industria avanzata era di proprietà bancaria. Con la crisi del 1929 le banche inizialmente cercano di resistere mettendoci i loro soldi. Per due anni. Poi cominciano a chiedere aiuto allo stato. Prima lo stato prende le industrie (con l’IMI), poi prende anche le banche. Lo stato compra tutte le banche e quindi anche le industrie. Era un’operazione di emergenza per evitare il crollo del sistema bancario italiano (Banca Commerciale e Credito Italiano), con ciò distruggendo i risparmi della classe media e provocando il crollo del regime. Tra l’altro i creatori dell’IRI non erano nemmeno fascisti. Beneduce era socialisti. Una delle figlie si chiamava Idea Socialista. Che finì a fare la moglie di Cuccia. Riuscì lui a emergere anche per queste relazioni.
Comunque l’IRI doveva anche riprivatizzare il più possibile. Vendette la parte tessile. Vendette alcune cose di telefonia. Vendette un po’ di elettricità. Non c’era però tanta gente disposta a comprare pezzi di industria. Allora Mussolini rese l’IRI permanente.

Terzo pilastro della politica economica, dopo protezionismo e IRI, fu il tasso di cambio.
Il sistema monetario internazionale iniziò a mostrare delle crepe nel 1931. Tutti i capitali, verso l’Europa, tornarono negli Stati Uniti. Questo creò buchi nei bilanci delle banche e nelle bilance dei pagamenti di alcuni paesi. Il sistema dei cambi fissi iniziò a crollare. Il momento decisivo fu l’abbandono della sterlina della parità con l’oro. Gli Stati Uniti svalutarono nel 1933.
Solo la Francia e l’Italia, tra i grandi paesi, mantennero la parità aurea. La Francia aveva enormi risorse auree. Aveva un tasso di cambio con l’oro basso. Quindi aveva un surplus con l’estero che si era manifestato sotto forma di oro.
Forse per ragioni di prestigio interno Mussolini decise di restare attaccato all’oro. Allora la lira continuava a rivalutarsi e fu un disastro. Il cambio della sterlina arrivò a 60. Già prima era difficile esportare, anche per il protezionismo. Sarebbe stato facile importare ma la bilancia commerciale sarebbe partita. Allora Mussolini fu costretto ad applicare un controllo rigido degli scambi con l’estero. Il compito del ministro apposito era quello di allocare le riserve di valuta straniera e oro all’importazione di beni essenziali.
Tutti gli esportatori dovevano dare i loro soldi importati alla banca d’Italia. La banca d’Italia deve autorizzare tutti gli scambi all’estero. Se vuoi comprare del grano o un macchinario devi passare dalla banca d’Italia. Cioè il controllo sull’economia era rigidissimo. Potevi usare i soldi come volevi fino al 1929, poi c’è stato un crescente intervento dello stato, sempre più micro.

La vera autarchia dirigista fascista è stata l’insieme di queste tre politiche. Protezionismo, controllo degli scambi di valute, poi anche la conquista imperiale.

Imitando l’Inghilterra, che aveva fatto un sistema di preferenze imperiali, l’Italia con l’impero avrebbe dovuto essere in grado di soddisfare tutte le sue esigenze. Tra l’altro l’Italia non riuscì neppure a scoprire in tempo il petrolio libico.

Si creò la camera dei fasci e delle corporazioni. Organizzata su base professionale. In sostanza non faceva nulla e non serviva a nulla.

Ci fu un tentativo di controllare le autorizzazioni gli investimenti. Tutti gli investimenti avrebbero dovuto essere autorizzati. Compreso per la costruzione dei capannoni o degli altiforni o degli stabilimenti. Ovviamente questo portò a far sì che le licenze vennero date agli amici o ne furono date un po’ meno di quelle richieste. In ogni caso l’intervento statale fu fortissimo.
Ci fu un tentativo di costruire armi da guerra seriamente. Non riuscì.
La marina era piccola ma era un po’ meglio organizzata. Non aveva comunque portaerei.

Un’altra cosa disastrosa fu la conquista d’Etiopia. Ancora nel 1932 l’Italia aveva buoni rapporti con Francia e Inghilterra e ruppe i rapporti. La credibilità internazionale fu danneggiata. Dal punto di vista economico fu uno spreco orrendo di risorse. Gli italiani ce l’avevano già con la sconfitta di Adua e decisero di schiantare l’Etiopia con grandi mezzi, anche usando i gas. Le scarse risorse italiane furono investite nella guerra e poi nella pacificazione e nell’organizzazione dell’Etiopia. Così molti soldati furono usati per reprimere gli etiopi. Ci fu anche un tentativo di attentato a Graziani che causò molti massacri.
L’idea era quella di mandare italiani in Etiopia per coltivare il cotone e il tè.
La percentuale di spese dedicate alla colonia fu altissima, rispetto alle risorse disponibili. Mentre l’Italia poté permettersi la guerra in Libia, la guerra etiope fu costosissima. L’Etiopia assorbiva il 30% delle esportazioni italiane. Quelle esportazioni erano una partita di giro.
La sconfitta del 1941 in Etiopia fu un bene perché lo spreco di risorse finì.
Se avessimo mantenuto l’impero avremmo avuto condizioni molto peggiori di quelle avute negli anni 50 e 60.

I fascisti fecero un po’ di investimenti. Iniziarono a costruire o fare pezzi di alcune autostrade e di alcune linee ferroviarie. Il principale investimento fu la bonifica dell’agro Pontino. Fu costruita Latina. Fu una cosa importante ma mettiamola in prospettiva. Nel 1861 in Italia c’erano un sacco di paludi. Tre grosse: Pontino, Ferrarese rovigiano, Fucino. Due su tre erano già state bonificate. Il ferrarese fu bonificato da un consorzio privato. Il Fucino fu bonificato da un principe. Non stiamo parlando di investimenti megagalattici.

Quindi.
Performance limitate.
Catching up inesistente.
Politiche normali fino agli anni trenta, ma peggio.
Nel 1936 l’Italia dovette abbandonare il cambio con l’oro.
Politica autarchica e di conquista disastrose.
Poi la guerra.

9 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
0 commenti

Ecologia e mercato: un workshop di Liberioltre

 

 

 

Come coadiuvare la crescita economica con la risoluzione del problema dei cambiamenti climatici?

 

Dalla rivoluzione industriale la combustione di fossili si è impennata e con lei il rilascio di CO2.

 

 

Nel 1900 venivano emessi nel mondo due miliardi di tonnellate di CO2.

Nel 2013 sono state messe trenta miliardi di tonnellate di CO2.

 

La CO2 in eccesso provoca il riscaldamento del pianeta, a causa dell’effetto serra. Il cambiamento climatico comporta l’aumento della temperatura, una maggior frequenza di eventi estremi, l’aumento del livello del mare, l’aumento delle precipitazioni. Ci sono diversi rischi per la salute umana, per la biodiversità, per le risorse idriche,

 

Per l’accordo di Parigi la temperatura entro il 2100 dovrebbe restare sotto il grado e mezzo di aumento rispetto al periodo anteriore alla rivoluzione industriale.

 

GITTI

Ci sono dei report del Fondo Monetario Internazionale secondo i quali raggiungere gli obiettivi ambientali con un limitato costo economico è possibile sfruttando il dividendo fiscale: imponi delle tasse sulle esternalità ambientali e riduci le tasse sul lavoro.

 

Nel 2002 è entrato in vigore il protocollo di Kyoto.

Dal 2003 sono attivi i meccanismi di scambio delle emissioni nell’Unione Europea.

Nel 2008 è stato legiferato, con target 2020,  il Climate Action Renewable Energy Package.

Nel 2014 sono stati definiti i climate and energy goals for a competitive secure low carbon.

 

 

In Italia possiamo fare riferimento al documento di valutazione n 6 del senato.

 

Vigono delle imposte sull’inquinamento e delle imposte sull’energia,

concentrate sul prodotto e non sulla fonte.

 

Ci sono dei sussidi diretti e degli sconti fiscali dannosi per ambiente. In Italia valgono 16 miliardi.

 

Chi paga i costi delle tasse e dei sussidi? I costi esterni non sono pagati da chi produce l’attività ma da terzi. Si stima che fossero 50 miliardi di euro nel 2013.

 

C’è un divario tra le imposte pagate da un settore e i costi esterni generati dallo stesso settore. Le famiglie pagano più rispetto ai costi esterni che generano.

L’agricoltura e l’industria sono sussidiate (generano costi esterni e pagano meno imposte ambientali dei costi che generano).

I servizi pagano più dei costi che generano.

 

10’04” DE BLASI

Come facciamo a fare una tassazione che sia giusta e che ci preservi?

 

12’25 STAGNARO

Parliamo di problemi globali.

Essi presuppongono accordi e coordinamenti tra nazioni

Ogni nazione ricerca i propri interessi e comunque c’è un problema di equità.

L’occidente ha la responsabilità storica per la crescita della CO2 che è correlata alla crescita economica dell’occidente

Se vogliamo ridurre il flusso di nuove emissioni, però, dobbiamo considerare che le nuove emissioni provengono prevalentemente dagli emergenti.

Però l’europeo va dal cinese e gli dice che deve ridurre le emissioni. Il cinese gli dice che se le attribuisci al cinese e non alla Cina sono meno che per l’europeo. Inoltre gli può dire che il problema lo ha creato lui, l’europeo, e che ora ci pensi lui. Peraltro incide anche la delocalizzazione delle produzioni inquinanti.

La soluzione non verrà da scelte politiche ma dall’0innovazione tecnologica e in questo campo l’occidente può fare molto, anche in termini di contributo al futuro.

 

Quindi come stimolare l’innovazione tecnologica è la domanda fondamentale di lungo periodo.

 

Nel breve termine come si possono ridurre le emissioni in modo meno costoso e più equo? Dobbiamo scendere a dimensioni continentali e nazionali.

 

Tre punti vanno considerati.

1.    Il senso della tassazione: Con alcune attività produci esternalità negative che il mercato non prezza. Produci più inquinamento di quanto sarebbe efficiente. Il livello efficiente di inquinamento non è zero. Vogliamo ridurre l’inquinamento mantenendo e migliorando il benessere della popolazione. C’è un livello di inquinamento tollerabile, ottimo. Metto le tasse perché ti faccio pagare quel costo esterno che tu produci e che, in assenza di tassazione, non pagheresti. Noi questo costo lo paghiamo o no? In media lo paghiamo, se è giusta la stima delle attività. In media paghiamo tante tasse quante esternalità paghiamo. Però ci sono forti sussidi tra categorie. Le famiglie pagano più tasse di quante esternalità producano. Le industrie un po’ il contrario. Il settore più sussidiato (più inquina e meno lo bilancia con il gettito fiscale) è l’agricoltura. Non dobbiamo alzare le tasse in aggregato ma distribuirle tra categorie. Ridurre le accise a chi ne paga troppe e alzare la tassazione ambientale a chi ne paga troppo poche. Si dovrebbe agire sugli sconti fiscali sul gasolio per autotrasporto, per esempio. Meno accise su famiglie e più accise su autotrasportatori. Se venisse attuato un provvedimento del genere, però, il paese si bloccherebbe. Allora come si gestisce la transazione? È difficile farlo e non puoi farlo subito. Alzi le accise gradualmente. Dai del tempo per adeguarsi. I camionisti hanno fatto investimenti anche perché erano agevolati. Si può agevolare l’acquisto di camion euro zero che consumando anche meno farebbero consumare meno gasolio e quindi si potrebbe compensare il costo dell’aumento dell’accisa con quello dei minori consumi.

2.    Contabilità nazionale. Ci saranno pochi effetti sul bilancio dello stato. Se tolgo gli sconti fiscali di 16 miliardi non avrò improvvisamente 16 miliardi in più. Devo fare un percorso. Non si può pensare di sostituire tutti i 16 miliardi in altre spese. La riforma non va vista come modo di generare gettito ma come riforma ambientale e stop. Parte di quei 16 miliardi, se effettivamente disponibile, potrebbe essere usata per le agevolazioni all’acquisto di mezzi di trasporto meno inquinanti con rottamazione del vecchio mezzo.

3.    Elefante nella stanza. Sussidi alle rinnovabili. Questi sussidi sono contabilmente veri perché escono come addizonali ecc e finanziano fonti di energia alternativa. Se facciamo la tassazione ambientale (aumentare il prelievo fiscale su alcune forme di consumo e alcune tecnologie) allora dobbiamo ridurre o eliminare i sussidi dall’altra parte. La misura è sostitutiva per ragioni di equità e efficienza. Col sussidio scelgo che la fonte a b o c sono il mio strumento per decarbonizzare l’economia. Faccio scelta di politica industriale. Se invece non sussidio le cose che mi piacciono ma tasso quelle che fanno male all’ambiente sarà il mercato con le scelte dei consumatori e l’innovazione tecnologica a dire se per decarbonizzare conviene fare efficienza energetica eolico fv nucleare o quale mix. Non puoi dare a tavolino i numeri secondo cui per esempio saranno prodotti 70GW di energia elettrica dall’eolico, 20 GW dal fotovoltaico e così via. Chi scrive queste cose presuppone di poter scegliere e imporre il mix sapendo quale sia la scelta ottimale per i prossimi venti o trenta o cento anni. In realtà  non lo sa nessuno quale sia il mix ottimale.

 

25”37 DE BLASI

Le cose giuste da fare o non si conoscono o si conoscono e sono difficili da fare. Non perché tecnicamente non siano possibili. Perché l’esigenza di trasmettere l’esigenza di fare quelle scelte operative si scontra col sistema di incentivi dati in base a criteri non di efficienza.

Andate sul sito del MISE. C’è l’elencazione di vari sistemi incentivanti. Si hanno tassazioni di vantaggio o incentivi in conto economico erogati. Ci sono misure in contrasto l’una con l’altra. Non c’è un’idea organica di cosa vada fatto. Si ragiona in termini di emergenza o di consenso politico.

Le cose da fare si possono fare. Per farle bisogna superare diversi ostacoli.

 

Le cose giuste sono difficili da fare e da far accettare. Spesso sono dolorose per alcune categorie ma vanno fatte.

 

Pensiamo al sistema legato all’erogazione di incentivi per l’efficienza energetica. Il mercato è diventato iper regolamentato da un giorno all’altro. Il gestore decide cosa si può fare e cosa non si può fare. Effetto: si paga quel sistema di scambi e mercato nella bolletta senza saperlo. I soggetti obbligati si devono scambiare quote e quelle le paghiamo noi in bolletta. Per mancanza di programmazione o programmazione non efficiente.

 

 

 

 

30’04” CAPPATO

Il fattore principale di emissione è il fattore demografico.

Ci sono 214 milioni di gravidanze indesiderate perché molta popolazione non ha il diritto alla salute riproduttiva, non c’è informazione sessuale in molte parti del mondo, non c’è la disponibilità gratuita di contraccettivi ecc.

 

Occorre stabilire un prezzo minimo di emissione di CO2 (che sia ets o carbon tax anche a seconda di vari settori. Ci sono allevamenti intensivi che sono sussidiati due volte, dalla pac e dal fatto che non li si calcola nel novero delle emissioni inquinanti, bisogna farli entrare negli ets). Le misure vanno adottate in modo progressivo per non scatenare rivolte e consentire di investire in sviluppo tecnologico e efficienza da parte degli imprenditori. Si può partire da 50 dollari a  tonnellata per arrivare a 100 nel 2025.

Le misure dovrebbero essere almeno continentali e devono essere delle misure di conversione ecologica della fiscalità e non di aumento della pressione fiscale solo fare cassa e aumentare la spesa corrente.

Bisogna uscire dalla tassazione calcolata su accise o consumi ecc e arrivare a una riforma più radicale e profonda del sistema. È opportuno spostare il carico fiscale non solo da consumatori a aziende ma spostare da redditi medio bassi al consumo di risorse ambientali.

La tassazione ambientale oggi in Europa vale il 6% dell’imposizione fiscale. Quindi si può convertire senza aumentarla.

Questa imposizione riguarda anche la dimensione locale. Che senso ha l’addizionale Irpef se si consente la raccolta indifferenziata gratuita quando lì si ha il costo dello smaltimento. Che senso ha incentivare il riutilizzo delle materie prime dai rifiuti e consentire l’estrazione di materia prima senza imposizione fiscale facendo sì che convenga estrarre materie prime nei paesi dei produttori e non convenga andare a estrarre materie prime dai rifiuti

Non si tratta solo di correggere i consumi direttamente legati al mercato dell’energia alzando o abbassando le accise sul  gasolio e simili ma si tratta di costruire un sistema di imposizione fiscale complessiva. Occorre ridurre l’inquinamento senza paralizzare l’attività economica.

In fin dei conti qual è la base di legittimità di tasse come quelle sul lavoro? Si tassa il lavoro non perché sia negativo ma perché così si pagano i servizi pubblici. Dovrebbe essere così. Tassare il consumo delle risorse ambientali ha dentro di sé una motivazione positiva. Al di là del calcolo della CO2, ci sono anche le questioni della biodiversità distrutta o della plastica in mare.

Più Europa propone un livello di carbon pricing minimo e che si applichi come tariffa alle importazione da paesi i quali non applicano una tassa alla CO2. Se un paese esporta acciaio e non tassa la CO2  l’Europa applichi una tassa sulle importazioni equivalente alla propria tassa sulla CO2. Questo incentiva il terzo ad applicare lui la tassa così incassa lui il gettito. È con un  meccanismo di mercato che si dovrebbe applicare questa  tassazione a livello globale. Più questo meccanismo è strutturale meno ci perdiamo su micro sussidi settoriali o micro tassazioni che aumentano le distorsioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

40”34 DE BLASI

 

I rifiuti.

La gestione dei rifiuti non riguarda solo Roma.

È un problema del sistema Italia, mai affrontato in modo rigoroso e scientifico.

Riguarda quasi tutte le regioni, in particolare il sud.

Riguarda anche la produzione di energia.

Se si gestissero i rifiuti a modo si potrebbero ricavare benefici importanti nel settore dell’energia.

 

Prendiamo i dati dal sito dell’ISPRA.

 

In Italia si producono 180 milioni di tonnellate di rifiuti

Gran parte sono rifiuti da raccolta non urbana. 135 tonnellate sono rifiuti speciali come i residui da demolizioni (calcinacci ecc). Devono essere gestiti e trattati.

Si producono in Italia circa 30 milioni a testa.

La produzione di rifiuti è un indicatore di benessere, è correlata al pil. Più reddito abbiamo più generiamo rifiuti. Vale in recessione e in espansione questa correlazione.

Se ne producono nettamente di più al nord. 15 su 30 sono al nord

Anche per i rifiuti speciali (da produzioni industriali meccaniche ecc), c’è più produzione al nord.

Per quanto riguarda la raccolta differenziata la situazione è a macchia di leopardo.

Una volta differenziati e raccolti i rifiuti urbani devono finire da qualche parte. Si possono anche riciclare in parte ma vanno gestiti sia i rifiuti riciclabili che quelli non riciclabili. Anche ciò che bruci diventa rifiuito.

L’obiettivo europeo è quello di mandare meno roba possibili in discarica. . La destinazione in discarica è l’unico caso in cui dal rifiuto non si ricava niente anzi si consuma qualcosa

I rifiuti si possono incenererire e si può andare a recupero energetico: si possono produrre calore e energia elettrica dai rifiuti. Si può usare questo combustibile per industrie che emettono molta C02 come i cementifici. Un rifiuto ben trattato è meno inquinante in termini di emissione di CO2 rispetto ad altri inquinanti.

 

Conclusioni sui rifiuti

Ci sono differenze molto ampie fra macroaree nella gestione del ciclo dei rifiuti.

Ci sono pochi impianti di trattamento, pochi impianti di incenerimento, quote residuali di recupero di energia, quote migliorabili di recupero di materia

La politica racconta che le cose brutte non esistono ma il politico per professione dovrebbe dare soluzioni ai cittadini che lo eleggono.

 

Invece di assumersi la responsabilità di risolvere i problemi i politici fanno in modo di creare altri problemi e di non affrontare quelli causati da decenni di cattiva amministrazione

 

 

 

 

 

 

Plastiche, microplastiche.

Il problema è sempre esistito. La Cina per anni ha importato plastica da tutto il mondo. Ci sono 136 tipi di plastica. La Cina decise di importare plastica perché aveva spazi, lo smaltimento di plastica viene pagato benissimo (ti do tanti soldi se mi smaltisci la plastica e per quanto riguarda il riciclo alcune plastiche hanno alta capacità di riutilizzo). Da un giorno all’altro i cinesi han deciso di chiudere i canali.

 

Manca un sistema di gestione integrato della plastica. In buona parte può essere recuperata. Mancano impianti sufficienti di recupero e smaltimento delle plastiche. E mancano impianti di incenerimento in sicurezza delle plastiche. I prezzi sono saliti alle stelle. Un’azienda che usa plastica e ha residui di plastica ha costi operativi che schizzano in alto perché nessuno in politica ha pensato.

9 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
0 commenti

Il climate change e la carbon tax su Liberioltre

Questa è una mega sbobinatura di alcuni video sul climate change che si trovano nel canale YouTube di liberioltre.

Buona parte del post riguarda la carbon tax.

 

https://www.youtube.com/watch?v=PG4pnI8tzBs stagnaro capone decreto costa green new deal

https://www.youtube.com/watch?v=r-Hf050x0OY greta fa danno stagnaro boldrin

https://www.youtube.com/watch?v=rkIwuEIXtvQ boldrin visioni

https://www.youtube.com/watch?v=oz6HFEjrDRA ricerca sui ghiacci

https://www.youtube.com/watch?v=XmF_7OFoxro a domanda rispondo greta

2030

Secondo il report dell’IPCC di ottobre, se entro il 2030 non si raggiunge una certa soglia di riduzione delle emissioni (45% in meno rispetto al 2010? sarà impossibile arrivare entro il 2100 a un pianeta in cui il riscaldamento è limitato a 1,5 gradi. Questo è comunque uno degli eventi possibili e non una certezza granitica.

 

GW ANTROPOGENICO

.Non tutto il global warming è opera dell’uomo. Probabilmente lo è per l’80%  e comunque ciò che possiamo controllare è la quota attribuibile all’azione umana.

 

EVENTI CHE DIPENDONO DAL GW CON LARGA PROBABILITA’

l’esasperazione degli incendi in California e le ondate di calore in India.

EMISSIONI RIDOTTE

Non si è ignorato il problema del gw nei paesi avanzati e nel resto del mondo, prima che arrivasse Greta.

La produzione di CO2 nei paesi avanzati va calando. Sono in atto misure proattive che insieme al progresso tecnologico  fanno ridurre i gas serra nei paesi avanzati.

QUANTO E’ PROBABILE LO SCENARIO PIU’ CATASTROFICO?

Lo scenario più catastrofico (forte scioglimento dei ghiacci, scomparsa delle città lungo le coste, effetti immani su natura e uomo) quanto è probabile?

Non è il più probabile. Abbiamo alcune certezze e alcuni dubbi.

Il gw è in atto. Le emissioni antropiche sono un pezzo della spiegazione.

Se riduciamo noi le emissioni, facciamo qualcosa.

In fin dei conti quello che facciamo noi è l’unica causa controllabile da noi. Se riduciamo le emissioni, riduciamo il gw.

Questo è certo.

Questo non implica che dobbiamo azzerare le emissioni per azzerare il gw.

Implica che dobbiamo ragionare in termini di costi e benefici. Su scala secolare. Ragioniamo in termini di incertezze. Non sappiamo dove starà la temperatura nei prossimi cento anni. La differenza tra un rialzo di un grado e uno di quattro gradi è enorme.

 

COMUNQUE ESISTE LA PROBABILITA’ CHE IL RIALZO SIA DI TRE GRADI. NON DOVREMMO FARE L’IMPOSSIBILE PER EVITARLO?

 

Abbiamo due strumenti molto facili per eliminare il contributo antropico. Uno è l’estinzione. Un altro è il ritorno al paleolitico.

Se abbandoniamo la logica dei costi e dei benefici e accettiamo che bisogna impedire il gw a ogni costo, decidiamo di tornare al paleolitico perché quella è l’unica strategia che ci dà la certezza di fermare il riscaldamento globale.

 

 

MEA CULPA OCCIDENTALE

Il mea culpa occidentale è assurdo Dove si fa qualcosa? In occidente e in europa. Occorrerebbe attivarsi   ponendosi problemi di politica internazionale e di sostegno alla ricerca scientifica.

Il capitalismo è una macchina che tendenzialmente produce efficienza, cioè l’uso efficiente delle risorse, quindi anche delle risorse che producono inquinamento (poi c’entrano regole e politiche ma se oggi l’auto oggi inquina meno un po’ di merito va anche al capitalismo). E è uno degli strumenti con cui affrontare il problema. Se le emissioni dipendono da demografia, quindi da prodotto e tecnologia, il capitalismo in quanto forza che favorisce lo sviluppo tecnologico è anche una risposta.

 

I governi  che hanno preso sul serio il clima sono i paesi occidentali. Negli ultimi venti o trenta anni hanno adottato politiche di contenimento delle emissioni di anidride carbonica e stanno producendo risultati. Dal 1990 a oggi la riduzione di emissioni di gas serra nell’Unione Europea è stata superiore al 20%.  In parte sarà dovuta alla recessione ma in parte il mercato, la tassazione, la regolamentazione hanno prodotto riduzione di emissioni.

Un conto è dire non si fa abbastanza, altro è non si fa niente.

 

DEVI FARE DI PIU’?

Boldrin. C’è chi dice stai facendo cose sbagliate perché imposti modello di sviluppo basato su fonti fossili e continui a non voler sussidiare abbastanza le rinnovabili. Permetti auto di un certo tipo. Fai crescere il trasporto aereo ecc. Continui a mangiare carne, a produrre metano, a deforestare. Allora, dicono, ci vogliono azioni concrete dure che eliminino tutto questo entro il 2030. Ridurre metà delle emissioni di CO2 rispetto a quelle che erano al 2010.

 

Stagnaro.

Greta ha ragione a dire che nella misura in cui l’umanità è responsabile del gw e nella misura in cui il gw produce più danni che benefici le popolazioni occidentali hanno una responsabilità storica maggiore, perché la CO2 immagazzinata fino a pochi decenni fa dipende da noi. Però per intervenire bisogna intervenire sul flusso della nuova CO2 e questo proviene maggiormente (il tasso di crescita) da altre parti del mondo. Se consideriamo i flussi in entrata, questi dipendono ancora molto dai paesi occidentali. Dovremmo considerare le unità di CO2 per pil pro capite.   Poi i flussi produttivi si sono in buona parte spostati a est, soprattutto quelli più inquinanti.

 

PAESI IN VIA DI SVILUPPO

Non possiamo chiedere ai paesi in via di sviluppo di rinunciare a svilupparsi, anche perché non lo farebbero. Sono soprattutto i paesi della fascia tropicale a sentire il doppio problema: sono i più colpiti dalle emissioni e sono quelli che hanno più bisogno di energia a basso costo per svilupparsi come no. L’ideale sarebbe che la loro produzione (e il loro consumo) avvenissero usando energia meno costosa e prodotta in modo più pulito.

 

Dobbiamo aiutare i pvs a svilupparsi nel modo più green possibile. Loro non possono farlo senza aiuti economici da parte di Nordamerica, Europa, Cina. Devono limitare le proprie emissioni.

Possiamo dare tecnologia  non inquinante per fare in modo che la crescita avvenga in modo meno inquinante?

Possiamo regalargli tecnologia ma non possono permettersela e gestirsela. L’avanzamento tecnologico procede di pari passo con l’avanzamento del capitale umano. Non importi o esporti lo sviluppo. Devono evolvere le strade, la costruzione delle case, la distribuzione di energia, il riscaldamento, come le persone si vestono. Devi educare anche la gente all’uso e all’ottimizzazione delle risorse. Se non sei in grado di usare le tecnologie è inutile darle. Non si tratta di andare in Africa e fargli usare i sistemi energetici californiani. Intanto è costoso e poi chi li usa? Se i laboratori di ricerca non sono in certe parti del mondo è perché non ci sono capitale umano, logistica, ambiente in grado di farle funzionare, infrastrutture, competenze, cultura del lavoro. Ecco perché non puoi replicare  le stesse cose del nord nel sud dell’Italia o fare in Messico le stesse cose che vengono prodotte in Cina.

L’evoluzione può essere rapida. Per esempio la Cina in 40 anni è passata da essere indietro di 700 anni rispetto a noi a diventare un super inquinatore e alzare per dieci il livello di vita della propria gente.

Adesso da dieci anni si sono resi conto della gravità del problema ecologico e dell’inquinamento delle città, per cui stanno agendo. C’è tensione in Cina perché la loro reazione al problema ecologico è da paese autoritario. Si tratta di una reazione pesante che fa pagare prezzi pesanti alle persone. A pechino per esempio l’inquinamento da riscaldamento a carbone era insopportabile e l’autorità pubblica ha deciso di far chiudere in tempi rapidissimi tutti gli impianti di riscaldamento a carbone. Risultato: moltissimi hanno vissuto al freddo perché non erano in grado di permettersi il gaso. Fare tutto in modo autoritario ha dei costi sociali.

CHI EMETTE DI Più E PERCHE’ TASSARE

Il più grande emettitore di CO2 in termini totali è la Cina, che emette il doppio degli Stati Uniti. Europa fa 20% delle emissioni. Poi per emissioni pro capite al primo posto troviamo il cittadino americano seguito dall’europeo e poi dal  cinese. L’Italia è uno dei paesi più virtuosi secondo qualunque metrica. Un italiano emette in media 5 tonnellate di CO2 all’anno contro le 7,5 del cinese e le 16 dell’americano. Questo non dipende da virtuosità in sé: molte delle emissioni hanno a che fare col fatto di vivere magari in paese grande dove devi spostarti di più e se fa molto freddo o molto caldo usi più aria condizionata. Noi  emettiamo poco perché l’energia costa tanto e costa tanto perché è molto tassata anche se per motivi non legati al clima. D’altronde questo prova che bisogna tassare l’energia molto di più, ma anche in Italia?

Che l’energia vada tassata di più negli Stati Uniti siamo tutti d’accordo. Là la tassazione che sta sopra il litro di petrolio o il mq di gas è molto inferiore rispetto ai costi esterni che il suo consumo produce.

Stando a un rapporto del FMI del 2014 la maggior parte degli stati membri dell’UE tassa i prodotti inquinanti in modo comparabile ai costi esterni che produce. Se riteniamo che la stima del costo esterno (su cui ovviamente ci sono molte incertezze) sia affidabile il livello di tassazione è adeguato.

Nonostante ciò l’Europa ha deciso di fare di più.

 

TRADE OFF

Emergono dei trade off che dobbiamo affrontare.

Tassare maggiormente le auto che emettono più CO2 e incentivare le auto che ne  emettono meno conduce a un paradosso. Non esiste un solo inquinamento. Se vogliamo ridurre la CO2 legata al trasporto dobbiamo buttare via la benzina e usare il diesel. Se vogliamo ridurre altri inquinanti dobbiamo fare il contrario.

In prospettiva l’elettrico diventerà importante. Oggi non compete per ragioni di performance, al di là dei costi. L’elettrica va benissimo per muoverti in città. Se devi fare tanti km l’auto elettrica non ha autonomia, che crolla se hai il condizionatore, a causa delle tecnologie attuali di accumulo (batterie).

Disincentivi la benzina a favore del diesel, allora? Però il diesel produce più particolato.

Questo è uno dei trade off. A volte le politiche adottate per scoraggiare emissione di CO2 sono positivamente correlate con la riduzione di altre forme di inquinamento.

Altre volte per ridurre la CO2 dobbiamo aumentare, a parità di stili di vita e metodi produttivi, altre forme di inquinamento. E viceversa.

Allora dobbiamo fare delle scelte in modo consapevole e avendo in testa il comportamento degli agenti. È più importante ridurre la CO2 per salvare il mondo tra 100 anni o il particolato per salvarci i polmoni oggi?

 

INCERTEZZA DEI MODELLI

Sono state fatte dai climatologi delle estrapolazioni lineari uguali a quelle del club di Roma ai tempi della pubblicazione di limits to growth. Ci sono sufficienti non linearità nel sistema, palesi. La precisione nelle misurazioni è a volte carente. L’evidenza passata a volte non si riconcilia con quella presente

 

 

SOLUZIONI E TEMPISTICA

Nessuno ha la soluzione che funzionerà domani e risolverà il problema.

Come facciamo? Dobbiamo accontentarci di trovare le soluzioni lentamente e sapendo che non riusciremo certamente a risolvere il problema nei prossimi venti o trenta anni.

Il cambiamento nei metodi di produzione, nelle tecnologie, nella valutazione scientifica di ciò che sta accadendo, può essere ampio, gli intervalli di confidenza possono essere ampi, occorre evitare di prendere soluzioni estreme. Dobbiamo prendere delle strade che siano potenzialmente reversibili nel caso ci si accorga di avere preso una direzione sbagliata o nel caso in cui intervengano fenomeni prima imprevedibili che ci facciano capire in futuro che la strada è sbagliata.

 

Il cambiamento tecnologico stesso dipende in media dagli incentivi, anche se non può essere previsto.  Il fatto che la quantità di energia necessaria per produrre una unità di valore aggiunto si sia ridotta a un terzo rispetto a quella che ci voleva a metà anni 70 non è successo per caso.

Inoltre se vogliamo che le misure vengano realizzate devono essere realizzate col consenso pubblico. Se è vero che il gw è importante e richiede misure drastiche occorre acquisire consenso. Pensare di poterlo fare a botte di maggioranze semplici porta a fenomeni come quello statunitense. La cancellazione delle garanzie di tutela ambientale e il ritorno al carbone di Trump sono state reazioni alla spinta anti global warming di Obama e ai sussidi a questo e a quello e ai vari fallimenti. Una politica fatta male dall’agente principale non può essere utile.

DIRITTO DI DETERMINARE LO STATO DEL PIANETA

 

Il problema è anche quanto diritto abbiamo noi di determinare qual è lo stato del pianeta. Noi cambiamo il clima da duemila anni e si cambia anche da solo (small ice age, riduzione di popolazione e attività vulcanica). Se noi siamo consapevoli che possiamo cambiare il clima, quanto possiamo cambiarlo e in che modo ciò può essere benefico per tutti?

 

Quanto riusciamo a controllare e a capire l’influsso delle azioni umane sull’ambiente?

Quali sono le conseguenze economico sociali di assumere che lo scenario più probabile sia quello più catastrofico? Cioè di una crisi mondiale enorme a uno o pochi decenni di distanza?

Si tratta di prendere decisioni in condizioni di incertezza. Si deve tenere conto di tutti gli eventi possibili e della loro probabilità.

Si deve tener conto che i metodi che si adottano devono essere reversibili (perché nel tempo ci si accorge se occorra modificarli o se la strada è sbagliata e allora bisogna fermarsi).

Si deve tener conto dell’elemento temporale. Oggi hai effetti certi sulle persone oggi. Gli effetti probabilistici futuri e incerti sono incerti e futuri e vanno scontati.

Il tema dello sviluppo tecnologico è centrale.

Ci sono miliardi di persone che vorrebbero uscire dalla povertà o acquisire uno standard di vita simile al nostro.

 

 

 

 

 

SCIENZIATI POLITICI PROFETI E NOI

Ci sono molti scienziati che politicizzano l’argomento nel modo sbagliato e producono reazioni uguali e contrarie. Persone che dicono tu sei niuiorchese fighetta e io lavoro nei campi nella central valley californiana e voglio usare l’aria condizionata.

 

Lo scienziato che generalizza è ingenuo quando parla di noi. Noi chi? Noi tutti chi? Ci sono opinioni diverse. La mia è più scientificamente fondata del negazionista. Poi c’è il dubbioso su qualche aspetto e così via. In questa varietà non c’è il più il noi. C’è il combinarsi di forze. C’è la questione della libertà individuale combinata con l’azione collettiva. Cosa possiamo fare collettivamente, tenendo conto che il “noi” californiano è diverso dal “noi” abitanti del Mozambico per forza di cose Noi occidentali possiamo accordarci sulle procedure da seguire per decidere.  Le procedure saranno tali che produrranno risultati che saranno un bilanciamento tra diversi noi. È nella natura delle cose che noi inquiniamo.

L’azione umana è un rapporto di trasformazione, sfruttamento, che modifica la Terra e quindi la danneggia.

Va affrontato con realismo il problema. Il livello degli oceani si alza da metà secolo XIX. Non sarà dovuto solo alla CO2. Si può essere preoccupati che Venezia finisca annegata. Allora bisogna cercare di far sì che si crei consenso politico per limitare i fattori di danno. Inventarsi millenarismi in cui si chiede a tutti sacrifici giganteschi  crea movimenti talibani minoritari, i cui partecipanti si credono enormi portatori della verità e salvatori del mondo. Si rischia una fiducia fideistica nella scienza, che non tiene conto della complessità del problema e delle vite umane. Il movimento talibano che crea il disastro e dice pentitevi se no sei un imbecille inquinatore non funzionerà. Molti non si rendono conto. Gli interessi economici sono alti e l’industria dei sussidi è manipolatrice.

 

TRADE OFF INTERTEMPORALE

La CO2 o il metano o gli hfc non hanno effetti immediati ma cumulativi nel tempo e saranno apprezzabili solo dalle generazioni future, probabilmente.

Allora come pesiamo i benefici di oggi coi possibili problemi che la CO2 in più produrrà tra 50 anni?

Forse è un problema non risolvibile. Possiamo dibattere secondo varie visioni, dalla “primum non vivere” al “totale filosofare”. La scelta individuale dipende anche da valutazioni morali e religiose personali. Come verranno combinate queste visioni non possiamo prevederlo.

 

CARBON TAX

Carbon tax. La cosa più ovvia  che gli economisti propongono da anni. L’esternalità negativa generata da emissioni di gas inquinante è palese e confermata. Non è chiaro quanto costosa sia questa esternalità, che è globale.

Poiché chi genera gas serra con la sua attività di industria o consumo ha un effetto negativo sugli altri per il quale non paga un prezzo, facciamolo pagare. Mettiamo una tassa sulle emissioni proporzionale alla quantità di gas serra generati affinché paghi.

È una tassa pigouviana. Serve a far sì che chi produce danni a terzi con la sua attività ne paghi il dazio.

Poiché la tassa si trasferisce sul prezzo si creano anche incentivi alla riduzione delle emissioni. Lo shock più benefico alla riduzione del gw è stato l’aumento del prezzo del petrolio negli anni 70. A seguito di quell’aumento si sono sviluppate energie alternative e le persone sono state incentivate a risparmiare energia. La riduzione di input energetico per unità di valore aggiunto da allora è stata enorme.

Con questi aumenti i consumatori, gli imprenditori, gli scienziati sono spinti a trovare modi di risparmiare energia o chiedere e sviluppare tecnologie economicamente fattibili e che riducano le emissioni.

Si può trasformare la carbon tax in una redistribuzione: gli stati raccolgono i proventi della tassa e li restituiscono alla popolazione in proporzione inversa al reddito. Il gettito annuale viene restituito ai cittadini. È il carbon dividend proposto dagli economisti americani.

Non è la stessa cosa che sussidiare le rinnovabili. Bisognerebbe provare che queste hanno esternalità positive e non fanno danni a nessuno. Anche esse impattano sull’ambiente. Basti pensare all’impatto anche visivo delle turbine eoliche sulle montagne e ai pannelli solari nelle vallate. Inoltre la discrezionalità del politico sulla scelta di quale fonte alternativa sia da preferire (secondo lui e chi lo consiglia) è enorme.

Sappiamo invece, con evidenza scientifica chiara, che i gas serra sono dannosi. Bene. Tassiamoli. Che il resto si faccia a prezzi di mercato.

L’azione statale sarebbe trasparente: tassare ciò che è scientificamente provato che abbia esternalità negativa. Per il resto si lasci tutto a meccanismi di mercato trasparenti fissando delle norme di sicurezza. “Tutto” significa la generazione di mix di fonti energetiche che ottimizzano la disponibilità dei fattori, i prezzi relativi, le opportunità economiche dei paesi, le esternalità create dall’inquinamento.

Il cap and trade non è migliore della carbon tax. Con la  carbon tax abbiamo il calcolo dei gas serra e si può partire con una tassa e poi farla crescere verificandone gli effetti. Riusciamo a sapere il costo potenziale in dollari di ogni tonnellata di gas serra emessi e possiamo calcolare la tassa, poi la quantità prodotta la decidono individui e paesi. Poiché le risorse saranno più costose si useranno dove hanno maggior valore. Il fatto che siamo in grado di determinare, almeno negli Stati Uniti, l’entità della tassa (40 dollari a tonnellata di CO2?) e non, invece, il tetto delle emissioni (o perché dovremmo fissare quello), è rilevante. Inoltre la tassa può essere modificata nel tempo, tenendo conto anche dell’andamento delle emissioni, dello sviluppo tecnologico ecc. Il tetto alle emissioni da cap and trade potrebbe essere fissato “male”, troppo in basso, e venire reso inutile da una crisi della domanda di energia come è avvenuto in Europa.

Con il cap and trade hai bisogno di un governo mondiale che decida per tutti chi fa cosa e quante emissioni fare. Questa visione impone ai paesi più poveri di non crescere mai perché inquinano meno (sono meno industrializzati) e tu gli dici di limitare la quantità di emissioni (fissando il tetto) e gli fai comprare l’inquinamento altrui. In sostanza non possono crescere e si prendono tutte le scorie. In pratica come sistema di allocazione delle risorse può essere meno efficiente ed è iniquo perché il paese meno sviluppato si becca il peggio.

L’ETS ha funzionato per ridurre l’anidride solforosa negli Stati Uniti perché il problema delle piogge acide era limitato agli Stati Uniti. O almeno loro volevano risolverlo e riguardava i loro laghi o fiumi o il loro territorio.

Ha funzionato meno in Europa per vari motivi: meccanismo di transazione non affidato al mercato, crollo della domanda, tetto fissato troppo in basso (cioè il limite alle emissioni è stato raggiunto anche dalle imprese carbonifere a seguito della crisi del 2008 tanto che chi aveva i permessi doveva svenderli), concorrenza con incentivi enormi e fuori mercato alle rinnovabili ecc.

Inoltre che accade se le quote di emissione fissate per i singoli paesi non vengono rispettate? Dato che il problema è globale può essere risolto solo col consenso di tutti. Poiché l’esternalità è globale il fatto che un paese o l’altro limitino le emissioni non aiuta, anzi crea incentivi a inquinare. Non funziona come aver dato il buon esempio. Vivi in un mondo integrato. Altri paesi vogliono crescere perché sono poveri. Se tu dai il buon esempio, questi dicono “bravo, pensaci tu” e si sentono portati a non ridurre la CO2. Ecco perché cap and trade non funziona, nella pratica.

Ovviamente tutto può essere migliorato e sistemato ma per motivi pratici sembra migliore la carbon tax.

La Carbon tax in un solo paese è limitato ma effetto ce l’ha.

La carbon tax è più efficiente economicamente del cap and trade.

Eliminiamo invece i sussidi. Eliminiamoli a tutti e mettiamo le tasse.

La ricerca dalla fusione è sussidiata dallo stato a priori. La ricerca di base si fa comunque e vale per tutte le fonti. Una parte della ricerca viene comunque finanziata da sussidi pubblici. Non è necessario invece dare sussidi alle aziende nucleari o ad altre concorrenti.

Esiste una carbon tax? Sì ma va aumentata.

Anziché  le fonti alternative nazionali con rischi di corruzione, è preferibile sussidiare i paesi emergenti per favorire la loro transizione alle energie pulite, investendo soldi e risorse.

Un’alternativa a  redistribuire i proventi della carbon tax ai cittadini sarebbe quella di usare i proventi della carbon tax per finanziare imprese che vadano in paesi in via di sviluppo per facilitare lo sviluppo di tecnologie verdi. In questo modo si avrebbe una tassazione a carico dei cittadini locali con benefici globali.

Sul piano politico una posizione equilibrata è quella di far sì che lo stato esca dalla decisione di quali fonti adottare o quale impresa favorire. Lo stato faccia due cose: carichi la carbon tax,  garantisca la sicurezza sul lavoro e assicuri i terzi contro i danni dalla produzione di energia e poi tratti uniformemente le fonti, tenendo conto dei livelli di rischio e dei tassi di mortalità

 

Anche il dibattito sulle rinnovabili è condotto in modo talebano. Questo è assolutamente migliore. Questo è peggiore. Lasciate che il mix degli essere umani attraverso il mercato decidano.

Tassare le esternalità negative è svantaggioso per un paese dato che rende le aziende meno competitive verso paesi senza carbon tax? Sì. E allora? Diventa legittimo introdurre dei criteri di regolamentazione del trade. Se nella produzione di auto fatta negli usa dove introducono la carbon tax a livello alto, l’impatto è del 10% del prezzo per dire e l’ auto prodotta negli usa concorre sul mercato americano con quella prodotta in paesi senza carbon tax, allora gli Stati Uniti possono imporre una tariffa all’entrata proporzionale alla carbon tax applicata sull’ auto di pari valore prodotta negli usa. I proventi così ottenuti si possono usare per redistribuire o finanziare la ricerca.

L’unica cosa che funziona è il prezzo. Fare giochi di prezzo. Metto su delle tasse notevoli su tutto ciò che produce metano e CO2, tolgo sussidi a tutto il resto, Tolgo brutalmente i brevetti (eccesso di copy e duplicate research su tutto il sistema automobilistico e di batterie, accordi oligopolistici, avremmo risparmio di risorse se non altro).

 

Ci vuole una politica intelligente di tassazione e sussidio. Il problema è secolare. Non possiamo prevedere l’innovazione tecnologica dei prossimi cento anni. Ci sarà. Ma non sappiamo né come né dove sarà.

 

Se dai i sussidi tutti dicono che devi dare soldi a lui perché ha la soluzione che spacca il mondo. È come quando investi in un’impresa. Tu sei convinto che sarà la migliore a fare quel prodotto. Purtroppo non è detto che sia così. Se togli sussidi, la gente dovendo metterci soldi suoi un po’ di sforzo per fare le cose per bene, ottimizzare la gestione, risolvere i problemi lo fa.

 

Ha molto senso tassare le emissioni. La riduzione delle emissioni va costruita secondo un sentiero di crescita graduale. Perché la domanda di energia nel breve termine è rigida, soprattutto per i più poveri. Per avere un effetto devi cambiare stock immenso di entità che consumano energia:, il boiler che hai in casa, i motori delle auto ecc. Si può fare ma nel tempo, non immediatamente (anche se a Pechino hanno messo al freddo la gente per due anni). Probabilmente però non vinci le elezioni.

Il first best è una carbon tax globale crescente nel tempo. È però praticamente impossibile da realizzare perché si devono mettere d’accordo tutti. Mettiamo anche che si risolva il problema del coordinamento. Ci sono due altri problemi. Quanto dobbiamo tagliare le emissioni? Come distribuiamo il taglio tra i diversi paesi?

Come costringiamo i paesi ad adeguarsi? Alcuni sono troppo poveri e non possono permetterselo. Allora dobbiamo essere noi a ridurre gli standard di vita? Dobbiamo lasciare loro spazio CO2? Se in tre anni azzeriamo le nostre emissioni e quindi riduciamo la nostra attività economica e la nostra innovazione tecnologica, riduciamo le emissioni globali nei prossimi 100 anni? Siamo sicuri? Gli altri paesi producono ancora in modo più inquinante. L’indicatore  a cui dovremmo guardare sono le emissioni totali e pro capite o le emissioni per unità di prodotto? Non ci sono risposte sicure.

 

L’unico modo per ridurre le emissioni complessive a livello globale è trovare degli strumenti per accelerare lo sviluppo tecnologico. La maggior parte delle nuove invenzioni sta nei paesi più ricchi.

La scelta di prenderci la nostra responsabilità storica e fare di più di quel che dovremmo ha senso se non compromette la nostra capacità di essere un motore di innovazione e trova un compromesso con le esigenze di crescita economica.

L’obiettivo di riduzione delle emissioni diventa una variabile in un sistema dove ci sono anche altre variabili che contano: la capacità del sistema economico di crescere e di garantire benessere per tutti e di produrre innovazione tecnologica.

Per stimolare l’innovazione tecnologica bisogna destinare risorse pubbliche o private all’innovazione tecnologica. Ci sono vari modi. Un modo potrebbero essere i brevetti. Un altro fare bandi pubblici per finanziare innovazione

In Italia l’1% del pil si spende ogni anno per sussidi alle rinnovabili, più di quanto si spende per le altre voci di spesa a parte pensioni sanità scuola. Abbiamo ottenuto un certo risultato spendendo questa cifra. È questo il modo più efficiente di spendere quelle risorse per i prossimi cento anni per arrivare a una sostituibilità senza sussidi delle rinnovabili alle fossili?

 

Decarbonizzare l’economia, cambiare lo stock di capitale impiegato in energia in produzione ma anche in consumo (centrali elettriche, macchinari alimentati da gas, autoveicoli…). Si può fare ma in quanto? In cinquant’anni probabilmente sì. In cinque anni no se non al prezzo di una significativa riduzione dello standard di vita.

Domande in qua e in là? Bisogna diminuire i molto ricchi? Diminuire i jet privati? L’effetto è minimo. Imporre di non avere più di una macchina per famiglia? Più tasse sui trasporti aerei? Ridurrebbe anche il turismo. Il turismo è un fattore di CO2. Perché permettere ai cinesi di vedere Venezia? Per ridurre in modo massiccio nel breve termine la CO2 nei paesi ricchi bisogna far un atto dittatoriale. È difficile che ci sia consenso.

 

Bisogna tornare a un mondo meno interconesso ?Le persone viaggiano meno, parlano meno ecc.

In un mondo così è più probabile o meno probabile che si assista a breakthrough tecnologici?

 

 

ALTRI FATTORI MITIGATION ADAPTATION

 

Il governo dittatoriale benevolente o il governo degli scienziati? Le esperienze passate non sono incoraggianti.

 

Il  97% del consensus  Sarà vero ma riguarda il consenso al riscaldamento globale in sé. Il riscaldamento è di 4 o di 1? Quanto è dannoso? Esiste un meccanismo di feedback attorno a ipotesi catastrofiste. Il rilascio  del metano sul suolo che probabilità ha? E il fatto che si scateni un fattore scatenante? Certo che se un evento ha bassa probabilità ma è un evento da fine del mondo non puoi ignorarlo. Allora la decisone è che numero ci attacchi. Ci attacchi un numero finito e pensi ad alternative di gestione? Una cosa a cui pensare è che anche in scenari moderati una fascia ampia di Africa diventi invivibile. La storia dell’uomo dice che un tempo di fronte a questi cambiamenti climatici gli uomini si sono spostati in massa.

Anche sulle ipotesi di invivibilità bisogna andarci cauti.  Aumenta il livello degli oceani? Ciò renderebbe invivibili alcune aree del pianeta?. Un esempio di paese in cui si vive bene anche se si sta sotto il mare sono i Paesi Bassi.

Parliamo di mitigation e ci vergogniamo di politiche di adaptation?

Sono diversi i fattori da inserire nel dibattito: l’ analisi costi benefici, i meccanismi di mercato, la struttura organica delle città e se vada cambiata, che fare con Venezia, come gestire i movimenti delle persone e chissà quanti altri.

 

 

 

 

NUCLEARE

Non è inquinante, è molto più economico (la Francia ha la minore emissione di gas serra per unità di valore aggiunto prodotto e  vende elettricità anche a noi), le nuove generazioni promettono bene anche per la riduzione di economicità dei costi fissi, c’è il ritardo dei finanziamenti alla ricerca e il learning by doing e oggi il nucleare è molto meno avanzato di quanto avrebbe potuto essere. Le scorie vengono reimmesse nel ciclo di produzione. Oggi il nucleare richiede un certo livello di investimenti sostanziali per fornire grandi quantità di energia. A oggi il 20% dell’energia elettrica mondiale è prodotta dal nucleare.

Oggi l’argomento contro il nucleare è che è troppo indietro e troppo costoso. Nei tempi obiettivo non è la risposta.

Se possiamo lavorare per il 2080  possiamo tornare a investire nel nucleare per il 2050. Ormai paghiamo decenni persi di ricerca. Problemi di costi fissi li hanno anche eolico e fv. Il problema vero è l’accettabilità sociale. Muore più gente che cade dalle torri eoliche che dal nucleare.

 

 

FONTI ALTERNATIVE, INDUSTRIA

Finanziamenti

C’è uno scontro tra gruppi economici alternativi. Ogni gruppo di interesse propaganda la sua soluzione. Sono coinvolti anche molti scienziati. C’è chi preme per il nucleare, chi per il fotovoltaico e così via. L’industria mondiale legata alla vendita di un prodotto (i pannelli solari, le turbine eoliche, le centrali nucleari…) e il ruolo degli stati nella produzione di energia creano degli incentivi elevati per una guerra di propaganda in cui è difficile districarsi. Anche la diatriba tra il diesel e l’elettrico mostra quanto intenso sia lo scontro.

 

CAPO DEL MONDO

Non esiste in un mondo complesso come l’attuale un’entità che sia capace di decidere il modello di sviluppo o la decrescita della demografia

Lo stato del mondo oggi è il risultato delle azioni e delle decisioni di milioni di miliardi di persone. Decisioni prese oggi e nei tempi passati. Azioni e decisioni prese in buona parte in libertà e senza un disegno. Si può vedere ex post il disegno come equilibrio che si crea a seguito di quelle decisioni.

 

POPOLAZIONE

Per Boldrin la popolazione mondiale è il vero problema. Chiunque ha gli stessi diritti. Di vivere come vivo io. Il diritto di migliorare le condizioni di vita economiche, l’ambiente in cui vive, la casa in cui vive, i libri che legge, le attività che fa. Vivo oggi meglio di quando avevo otto anni e le condizioni erano peggiori. Questo diritto l’hanno tutti i sette miliardi.

Se è così la fonte principale di rischio per il sistema ecologico è la quantità di persone. Perché se generalizzo a sette miliardi di persone il mio impatto sull’ambiente nella vita di tutti i giorno ci vedo dei problemi.

 

Siamo troppi e viviamo troppo bene? Allora chi vive bene deve dimezzare il proprio stile di vita? Gli altri devono stare dove sono? Se l’umanità questo vuole questo farà.

L’alternativa è stimolare lo sviluppo tecnologico. Bisogna accettare la complessità, i trade off tra i costi e i benefici. Nessuno è contro la salvezza del mondo o è a favore di estinguere il genere umano

Bisogna fare le cose per bene e soddisfare tanti obiettivi.

 

Proposte

PAESI VIRTUOSI

I paesi

I paesi virtuosi lo sono per motivi vari. Russia e Ucraina hanno ridotto le emissioni perché collassano. I russi usano delle tecnologie arretrate per estrarre il gas. Ci sono campi petroliferi folli con quantità gigantesche di metano. Il loro modello di sviluppo basato su arretratezza tecnologica e mancanza di mercato è altamente inquinante.

 

 

 

RISORSE ESAURIBILI

Anche se il meccanismo dei prezzi ha i suoi limiti, è estremamente utile. Quando una risorsa diventa veramente scarsa (qualcuno la possiede, la estrae, la fa pagare prezzi enormi) e l’uso della risorsa crolla,  si creano incentivi per trovare dei sostituti. È successo sistematicamente nella storia dell’umanità. È successo in maniera fantastica nell’ultimo secolo.

5 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
0 commenti

L’impatto scarso dei fattori ambientali nella crescita economica

Da Advanced Macroeconomics, di David Romer

Le risorse naturali, l’inquinamento e altre considerazioni ambientali sono assenti dal modello di Solow. Però almeno da  Malthus (1798) molte persone hanno creduto che queste considerazioni siano critiche per la possibilità di crescita economica a lungo termine. 

Per esempio l’ammontare di olio di altre risorse naturali sulla Terra sono fisse. Questo potrebbe significare che un percorso di crescita perpetua della produzione arriverebbe a far finire queste risorse e quindi fallirebbe. 

Analogamente l’ammontare fisso di terra potrebbe diventare un vincolo stringente alla possibilità di produrre. 

Oppure ancora l’output crescente potrebbe generare un incremento superiore di inquinamento che farebbe fermare la crescita o dovrebbe farlo.

 Analizziamo il tema di come le limitazioni ambientali influenzino la crescita a lungo termine e se lo facciano. 

 

Nel pensare a questo argomento è importante distinguere tra i fattori ambientali per i quali esistono diritti di proprietà ben definiti, risorse naturali e terra essenzialmente, e quelli per i quali tali diritti non esistono, cioè essenzialmente l’aria e l’acqua non inquinate. 

 

L’esistenza di diritti di proprietà per un bene ambientale ha due implicazioni importanti.

La prima è che i mercati forniscono dei segnali validi sull’utilizzo del bene. Supponiamo che le migliori prove disponibili indichino che il petrolio cominci a scarseggiare e questo limiterà la nostra abilità di produrre in futuro. Vale a dire che in futuro i prezzi del petrolio si alzeranno. Allora i proprietari del petrolio non vorranno vendere il loro petrolio oggi a prezzi più bassi. Preferiranno aumentarne le scorte. Quindi non sono necessari interventi governativi per conservare la risorsa: ci penserà il mercato. 

La seconda è che possiamo usare i prezzi del bene per avere una prova della sua importanza nella produzione. Per esempio poiché l’evidenza che il petrolio sarà un importante fattore limitante la produzione futura ne alza il prezzo oggi, è sufficiente guardare la reazione di questo a fronte della scarsità prevista per capirne l’importanza. 

 

 

Per i beni ambientali per i quali non ci sono diritti di proprietà l’utilizzo del bene ha delle esternalità. Per esempio le imprese possono inquinare senza compensare le persone che danneggiano. In questo caso la richiesta di intervento governativo è più forte e non ci sono prezzi di mercato che forniscano prove dell’importanza del bene. 

 

Consideriamo i beni ambientali che sono scambiati nei mercati. Analizziamo sia un semplice caso base che un’importante complicazione del caso base. Infince considereremo i beni per i quali non esistono mercati ben funzionanti. 

 

Estendiamo la nostra analisi per includere le risorse naturali e la terra. Per rendere l’analisi gestibile, partiamo col caso della cobb douglas.

Alla fine dell’analisi l’equazione mostra che la crescita nel reddito per lavoratore di un percorso di crescita bilanciato può essere positiva o negativa. Vale a dire che la limitazione derivante dalle limitazioni di risorsa e terra per lavoratore può causare una diminuzione del reddito per lavoratore, ma non necessariamente. 

 

La quantità di risorse non rinnovabili e la terra a disposizione per ogni lavoratore sono degli impedimenti alla crescita. Però il progresso tecnologico è una spinta alla crescita stessa. Se la spinta è più forte dell’impedimento, allora si verifica una crescita della produzione per lavoratore. Questo è esattamente quanto è avvenuto negli ultimi due secoli.

 

 

 

Nella storia recente i vantaggi del progresso tecnologico hanno superato gli svantaggi delle limitazioni derivanti dalle risorse e dalla terra. Questo non ci dice però quanto grandi siano questi svantaggi. Per esempio potrebbero essere talmente grandi che anche solo un moderato rallentamento del progresso tecnologico renderebbe la crescita del reddito procapite negativa. 

L’analisi e le prove suggeriscono che la riduzione della crescita dovuta a limitazioni ambientali, anche se non è banale, non è grande. Inoltre l’evidenza mostra come ci dovrebbero essere notevoli incrementi nelle limitazioni alla crescita fornite dalle risorse e dalla terra (ben superiori al 25% annuo) affinché il reddito procapite inizi a calare a causa loro. 

 

 

 

L’ammontare di terra è fisso e l’uso delle risorse deve alla fine cadere. Così anche se la tecnologia è stata capace di far fronte alle limitazioni delle risorse e della terra nei precedenti due secoli, può ancora succedere che quelle limitazioni diventino un vincolo alla possibilità di produrre.

Il fatto che la quota di terra e risorse rispetto agli altri fattori di produzione sia stata in declino nel tempo malgrado terra e risorse siano diventate più scarse significa che l’elasticità di sostituzione tra questi input e gli altri deve essere maggiore di uno. 

A prima vista questo fatto può sembrare sorprendente. Se pensiamo in termini di beni strettamente definiti, come i libri, le possibilità di sostituzione tra gli input non sembrano grandi. Se però riconosciamo che il valore per le persone non è tanto dato dal bene in sé quanto dal servizio che svolge (i libri si possono considerare  un magazzino di informazioni o uno svago o un mezzo per acculturarsi ecc., per esempio) diventa plausibile pensare che ci siano spesso grandi possibilità di sostituzione. Le informazioni che si trovano nei lbri possono essere stoccate e divulgate anche attraverso altri strumenti: il passa parola, le pietre, i microfilm, le videocassette, i dvd, gli hard disk, i cloud ecc. Questi diversi mezzi usano capitale, risorse, terra e lavoro in proporzioni molto diverse. Come risultato, l’economia può rispondere a una scarsità crescente di risorse e di terra sostituendo i beni e i servizi esistenti con altri che utilizzano in modo meno intensivo tali fattori.  

 

La crescita non è potenzialmente limitata dal declino delle quantità di risorse e di terra procapite. 

La produzione crea inquinamento. Questo inquinamento riduce le possibilità di misurare correttamente l’output. Se includiamo l’inquinamento nella somma degli output derivanti dalla produzione, ne riduce il valore. Cioè l’inqunamento ha un prezzo negativo. In aggiunta, l’inquinamento può crescere fino al punto in cui riduce l’output convenzionalmente misurato. Il global warming, per esempio, può ridurre l’output attraverso il suo impatto sui pattern del clima e sui livelli del mare.

La teoria economica non ci dà motivo di essere sanguigni rispetto all’inquinamento. Poiché coloro che inquinano non sopportano i costi del loro inquinamento, un mercato non regolamentato conduce a inquinamento eccessivo. Analogamente, non c’è niente che eviti una catastrofe ambientale in un mercato non regolato. Per esempio, supponiamo che ci siano dei livelli critici di inquinamento che risultino in un cambiamento drastico e improvviso del clima. Poiché gli effetti dell’inquinamento sono delle esternalità non ci sono meccanismi di mercato che evitano che l’inquinamento salga a tale livello e nemmeno un prezzo di mercato di un ambiente non inquinato che metta in guardia sul fatto che degli individui con informazioni accurate credano che una catastrofe sia imminente.

Concettualmente, la policy corretta di affrontare l’inquinaemnto è diretta. Dare un prezzo a ciò che non lo ha. Dovremmo stimare il prezzo delle esternalità negative e tassare l’inquinamento per tale ammontare. Questo allineerebbe i costi sociali con quelli privati e ciò determinerebbe il livello socialmente ottimale dell’inquinamento.

Anche se descrivere la policy ottimale è semplice, è utile sapere quanto sono grandi i problemi posti dall’inquinamento. In termini di comprensione della crescita economica, vorremmo sapere quanto l’inquinamento potrebbe ridurre la crescita se nessuna misura correttiva fosse presa. In termini di policy, vorremmo sapere quanto grande debba essere una tassa sull’inquinamento. Vorremmo anche sapere se le tasse sull’inquinamento siano politicamente non fattibili e se i benefici di un approccio regolatorio superino i costi. Infine, in termini di comportamento individuale, vorremmo sapere quanti sforzi gli individui che hanno a cuore il benessere altrui dovrebbero fare per ridurre o migliorare le loro attività che causano inquinamento.

Poiché non ci sono i prezzi di mercato da usare come guide, gli economisti interessati all’inquinamento devono iniziare guardando all’evidenza scientifica. Per esempio nel caso del riscaldamento globale un punto di stima ragionevole è quello di una crescita della temperatura media di tre gradi centigradi in un secolo, con vari effetti sul clima (Nordhaus, 2008). Gli economisti possono stimare le conseguenze sull’welfare di questi cambiamenti. Per fare un esempio, gli esperti in agricoltura hanno stimato l’impatto probabile del global warming sugli agricoltori statunitensi e sulla loro possibilità di continuare a coltivare quello che coltivano adesso. Qeusti studi concludono che l’impatto del global warming sarà alto. Mendelsohn, Nordhaus e Shaw (1994), tuttavia, notano come gli agricoltori possano rispondere ai cambiamento cambiando le coltivazioni o spostando l’uso della terra su altri utilizzi e quindi su altre possibilità di fare reddito. Una volta considerate queste possibilità di sostituzione, l’effetto globale del global warming sugli agricoltori statunitensi è piccolo o addirittura positivo (vedi anche Deschenes e Greenstone, 2007)

 

La maggior parte degli economisti che hanno studiato questioni ambientali hanno concluso che l’impatto dei problemi ambientali sulla crescita è al più moderato.

Questo non significa che i fattori ambientali non possano incidere mai sulla crescita di lungo termine. L’Isola di Pasqua soffrì di un collasso della popolazione a seguito di un disastro ambientale dopo l’arrivo degli europei. Altre società primitive hanno sofferto disastri simili.

5 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
0 commenti

Più crescita economica per affrontare i cambiamenti climatici

Dal libro “The End of Doom” https://www.amazon.com/End-Doom-Environmental-Renewal-Twenty-first-ebook-dp-B00O79WFOO/dp/B00O79WFOO/ref=mt_kindle?_encoding=UTF8&me=&qid=

Una strategia a lungo termine migliore è quella di invocare delle politiche che permettano avanzamenti guidati dal mercato nella scienza e nella tecnologia per risolvere il puzzle energia/clima. Tra le altre cose questo richiede l’eliminazione di tutti i sussidi all’energia, specialmente quelli alle fonti fossili.
Sicuramente se vogliamo aiutare le generazioni future ad affrontare i cambiamenti climatici, le politiche migliori sono quelle che incoraggiano una rapida ed elevata crescita economica, specialmente nelle nazioni meno sviluppate.
Questo doterebbe le generazioni future della ricchezza e delle tecnologie più avanzate necessarie per affrontare qualsiasi cosa, inclusi i cambiamenti climatici.
Tutto ciò che rallenta la crescita economica rallenta anche la possibilità di avere un mondo più rinnovabile e più pulito.