Crea sito

there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

7 Luglio 2020
di riccardoricciblog
0 commenti

Troppe microimprese e troppi lavoratori nelle microimprese: così la produttività va a rotoli

https://www.stradeonline.it/innovazione-e-mercato/2104-produttivita-piccolo-e-brutto-anche-un-po-nero

“La stagnazione della produttività del lavoro – la prima causa della crescita stitica del PIL – è determinata, in larga parte, dalla presenza in Italia di un gran numero di micro imprese, nelle quali lavora quasi il 50% degli occupati (19% in Germania), poco competitive, innovative e produttive, che non fanno investimenti, ma che riescono a sopravvivere grazie ai bassi salari e al lavoro nero e grigio. L’abbattimento anomalo del costo del lavoro da parte delle microimprese rende profittevoli attività a basso valore aggiunto, altrimenti non sostenibili.

Se la quota di occupati nelle imprese con meno di 10 dipendenti si riducesse a quella che si registra in Germania, la produttività complessiva italiana sarebbe superiore a quella tedesca. Occorre superare i pregiudizi culturali e ideologici secondo i quali “piccolo è bello”, promuovere con determinazione la crescita dimensionale e della produttività, che è sempre correlata ad aumenti occupazionali, e sostenere realmente le medie e grandi imprese, soprattutto quando si internazionalizzano.

Su una cosa tutti gli economisti sono d’accordo: la mancata crescita della produttività è il vero male dell’economia italiana. Ma quando si devono indicare le cause di questo fenomeno, le opinioni sono discordanti, forse anche perché i fattori che lo determinano sono molteplici e le relazioni che si creano tra di loro sono complesse e non sempre prevedibili.

Sicuramente la bassa crescita della domanda aggregata, rispetto ai nostri maggiori partner europei, può essere una delle cause principali, in particolare se si considerano le componenti dell’esportazione e dei consumi domestici che hanno subito una flessione, alla luce anche della compressione degli investimenti pubblici.

Tra le cause della stagnazione dei consumi privati non si può dimenticare l’analoga stagnazione dei salari, che si è riflessa solo in parte sulla riduzione del costo del lavoro, e il mancato spostamento della tassazione dal lavoro ai consumi e alle rendite. I bassi redditi da lavoro, a loro volta, rischiano di disincentivare gli investimenti e rendono profittevoli attività a basso valore aggiunto altrimenti non sostenibili.

Tra le cause della stagnazione della produttività non si può dimenticare la scarsa propensione all’innovazione di prodotto e di processo e all’internazionalizzazione di una parte consistente delle imprese italiane, che si manifesta con i bassi investimenti in ICT e in generale nella ricerca, nella modesta domanda di figure professionali altamente qualificate che influisce sicuramente anche sulla scarsa offerta di lavoratori con istruzione terziaria, universitaria e tecnica, e le difficoltà di accesso al credito bancario, in assenza di venture capital, per le imprese altamente innovative e più rischiose.

Non si può tralasciare la polarizzazione tra Nord e Sud del Paese e in particolare il mancato ancoraggio delle retribuzioni alla produttività e al costo della vita, che determina meno occupazione e più lavoro nero nel Mezzogiorno.

Infine, non si può dimenticare l’effetto perverso della cassa integrazione che è spesso utilizzata non per un intervento di sostegno straordinario alle imprese in caso di ristrutturazione o di eventi non prevedibili, ma per una cattiva allocazione prolungata di risorse nelle imprese a bassa produttività, ostacolando il processo di distruzione creativa che avrebbe spinto la ricollocazione dei lavoratori in imprese più produttive, come è dimostrato tra l’altro dal fatto che mediamente quasi il 50% dei lavoratori licenziati e beneficiari delle prestazioni di disoccupazione riesce a trovare un nuovo lavoro entro sei mesi. Il sussidio di disoccupazione universale, attraverso il quale i lavoratori disoccupati ricevono un sostegno al reddito, senza conservare il posto di lavoro, può stimolare una migliore allocazione delle forze di lavoro e una maggiore produttività: in questa direzione si muove il Jobs Act, anche se i suoi effetti potranno essere apprezzabili solo in tempi lunghi.

Ma questi fattori che, nella loro interazione, influiscono negativamente sulla crescita della produttività si manifestano in Italia attraverso un fenomeno – il nanismo d’impresa – che spiega in gran parte il differenziale di produttività dell’Italia nei confronti degli altri paesi e in particolare della Germania, perché influisce pesantemente su tutti i fattori di criticità prima esaminati, a partire dal fatto che quasi metà degli occupati lavora in una impresa che ha in media 1,9 addetti.

Infatti, le piccolissime imprese investono in modo insignificante nell’innovazione e nella ricerca, hanno minori possibilità di penetrare nei mercati esteri, soprattutto se lontani, per gli alti costi fissi d’entrata, sono specializzate nei settori tradizionali e maturi (tessile, abbigliamento, conciario, mobili, ecc.) sui quali la concorrenza dei paesi emergenti è imbattibile, e si caratterizzano per un alto tasso di lavoro nero e di evasione fiscale e contributiva.

In tutti i paesi la produttività aumenta con il crescere della dimensione d’impresa, ma solo in Italia il differenziale tra micro e grandi imprese è così elevato.

Mentre in Italia il valore di questo indicatore nelle microimprese (27,6 mila euro) è pari al 40% di quello che si registra nelle grandi imprese (69,4 mila euro), in Germania (43,8 mila euro) è pari al 66% di quelle grandi (66,3 mila euro) e nel Regno Unito (64,1 mila euro) è addirittura superiore a quello che si registra nelle aziende con 250 occupati e oltre (58,1 mila euro)  In Spagna si osserva una situazione simile a quella dell’Italia, dal momento che la produttività delle micro imprese (24,9 mila euro) è pari al 44% di quella delle grandi imprese (56,5 mila euro).

 

Occorre osservare che se da una parte la produttività media dell’Italia (44 mila euro) è nettamente inferiore a quella della Germania (53,9 mila euro) e del Regno Unito (57,9 mila euro), il valore di questo indicatore per le grandi imprese (69,4 mila euro) è nettamente superiore a quello che si registra nella Repubblica federale tedesca (66,3 mila euro) e in UK (58,1 mila euro), ma anche a quello delle piccole imprese (46,2 mila euro a fronte di 42,2 mila euro della Germania) e delle medie (59,9 mila euro, a fronte di 53,4 mila euro in Germania).

Il basso valore medio della produttività italiana è, di conseguenza, fortemente influenzato dall’alta quota di microimprese (95%, a fronte dell’82,2% in Germania e dell’89,1% nel Regno Unito), ma soprattutto dal fatto che quasi la metà degli occupati lavora in imprese piccolissime e scarsamente produttive (46,4%), mentre questa quota è pari solo al 18,8% in Germania, al 18,1% nel Regno Unito, mentre si avvicina a quello della Spagna (41%) (tavola 1). Il numero medio di occupati per micro impresa in Italia (1,9) è inferiore a quello della Germania (2,8), mentre quello delle grandi imprese (947,8) è persino superiore a quella della Repubblica tedesca (931,4).

 

I fattori che determinano la modesta e stagnante produttività italiana sono, di conseguenza, principalmente due: l’alta quota di microimprese con un basso valore di questo indicatore e il più basso valore della produttività tra le microimprese.

Per verificare ulteriormente questa tesi, si simula, nel confronto con la Germania, che la distribuzione degli occupati italiani nelle quattro classi dimensionali d’impresa sia uguale a quella della repubblica tedesca, senza modificare il valore medio della produttività per class size (ipotesi A), e secondariamente si mantiene la stessa distribuzione degli occupati per dimensione d’impresa simulando che la produttività sia pari a quella della Germania nelle rispettive classi d’impresa (ipotesi B), calcolando nelle due ipotesi la produttività media che si registrerebbe. Le evidenze che emergono da questo semplice esercizio sono indubbiamente inattese.

L’ipotesi A – che simula solo una distribuzione degli occupati tra le quattro classi dimensioni identica a quella della Germania, in particolare per quanto riguarda la quota degli addetti delle microimprese (18,8% invece del 46,6%) – determinerebbe il maggior aumento della produttività (54,3 mila euro), persino superiore a quello della Repubblica tedesca, anche a causa della maggiore produttività delle piccole, medie e grandi imprese italiane.

Il valore della produttività media dell’Italia sarebbe più basso di quello della Germania nell’ipotesi B (49,2 mila euro), a causa del valore più alto di questo indicatore nelle microimprese della Repubblica federale tedesca (43,8 mila euro a fronte di 27,6 mila euro in Italia) e della maggior quota di lavoratori italiani che vi lavorano.

Queste simulazioni molto elementari, che ovviamente non possono sostituire analisi più robuste sui principali shock e sulle riforme governative che possono aver influenzato la produttività italiana, contribuiscono a confermare la tesi iniziale sul peso rilevante del nanismo d’impresa sulla bassa produttività dell’Italia e indicano anche le strade che occorre intraprendere per modificare questa grave criticità: promuovere l’aumento dimensionale delle piccole imprese, disincentivare il mantenimento dell’impresa al di sotto di 10 addetti e contemporaneamente sostenere la crescita della loro competitività e produttività, più con consulenze qualificate che con incentivi monetari.

Occorre sottolineare a questo proposito che la probabilità di aumentare l’occupazione risulta più elevata per le imprese più produttive (in termini di valore aggiunto per addetto), più giovani e, nel caso della manifattura, esportatrici. Anche se in Italia si manifesta una “productless recovery”, una ripresa senza prodotto: l’occupazione aumenta nonostante la crescita del Pil da “zero virgola” e questo implica che la produttività oraria del lavoro sia intorno allo zero e negli ultimi trimestri mostri perfino una tendenza a rallentare ulteriormente, come accade ormai da oltre quindici anni.

La seconda strada (promuovere la competitività e la produttività delle microimprese italiane) non sembra facilmente praticabile, anche alla luce dei loro modesti investimenti in ricerca e sviluppo: la spesa annuale per occupato dedicata alla ricerca e allo sviluppo nel nostro Paese da parte delle aziende con meno di 10 occupati è stata nel 2013 di 39 euro, pari all’1,3% di quella investita dalle grandi imprese (2,9 mila euro). si registrano anche in Germania (1,3% della spesa delle grandi imprese), mentre l’investimento per ricerca e sviluppo da parte delle microimprese in Spagna e in Francia è più elevato (rispettivamente il 5,7% e il 4,9% della spesa delle grandi imprese. Viceversa, le piccole e medie imprese italiane investono maggiormente in R&S rispetto a quelle tedesche, mentre quelle grandi (2,9 mila euro per occupato) investono risorse pari al 60% di quelle della Germania.

Le altre ragioni della presenza così ampia di microimprese in Italia sono analizzate solo per l’Italia, perché alcuni indicatori strutturali delle aziende non sono disponibili nel database dell’Eurostat.

È stato già osservato che la produttività del lavoro delle microimprese è pari al 39% di quella delle grandi imprese; anche per quanto riguarda il fatturato questo rapporto è molto basso (34%), mentre il margine operativo lordo per occupato delle aziende sotto i dieci addetti (17,8 mila euro) è pari a due terzi di quello delle aziende con 250 occupati e oltre (27 mila euro), ma è superiore a quello delle piccole imprese (14,9 mila euro) ed è di poco inferiore a quello delle medie imprese (19,7 mila euro)

Insomma, le microimprese, nonostante la loro scarsa produttività e competitività, riescono a garantire ai titolari utili significativi, grazie all’abbattimento, anche con modalità non regolari, del costo del lavoro.

Le microimprese sono poco produttive anche perché spendono poco per gli investimenti in beni materiali, macchinari, attrezzature e software (4,9 mila euro per occupato): due terzi di quanto investono le piccole imprese (7,3 mila euro), meno della metà rispetto alle medie (11,6 mila euro) e un quinto di quanto investono le grandi (20,8 mila euro).

Ma le ragioni principali della convenienza a rimanere piccoli emergono dall’analisi del costo del lavoro: la loro spesa media per occupato (9,9 mila euro) è inferiore di 21 mila euro a quella che sostiene una piccola impresa (31,4 mila euro), di 31 mila euro nei confronti di una media (40,9 mila euro) e di 34 mila euro nei confronti di una grande (44,2 mila euro). L’abbattimento del costo del personale rende profittevoli attività a basso valore aggiunto, altrimenti non sostenibili.

Inoltre, la piccola dimensione d’impresa consente maggiormente l’evasione fiscale e contributiva e il lavoro grigio: è difficile altrimenti giustificare un costo degli stipendi per occupato di poco più di 7 mila euro (600 euro al mese), a fronte dei quasi 32 mila di una grande impresa che ha maggiore difficoltà a utilizzare il lavoro non regolare e che deve rispettare i contratti di categoria, con oneri molto più elevati. Le basse retribuzioni nelle microimprese segnalano che il personale è, in gran parte, non qualificato e scarsamente produttivo.

Non deve sorprendere, di conseguenza, che l’incidenza del costo del lavoro sul fatturato delle microimprese (9,1%) sia inferiore di quasi 5 punti percentuali rispetto a quello delle grandi imprese (13,9%) e che il rapporto tra costo del personale e valore aggiunto (35,7%) sia decisamente più contenuto rispetto a quello delle piccole (67,8%), delle medie (67,5%) e delle grandi aziende (62,1%): per una impresa con meno di 10 addetti il costo del lavoro incide sul valore della produzione molto meno rispetto a una grande e la bassa incidenza del costo del lavoro sul valore aggiunto segnala che solo una quota minima della nuova ricchezza prodotta è andata a remunerare i lavoratori, con grande convenienza per il datore di lavoro. “Rimanere piccolo può essere conveniente. Le piccole imprese che non riescono a innovare sopravvivono (e magari prosperano) probabilmente da terzisti, pagando salari bassi e sfuggendo tasse e regole. Mentre le grandi imprese hanno costi di produzione elevati che ne riducono i margini di profitto e che le inducono a creare lavoro fuori dall’Italia”

Le evidenze fin qui emerse confermano la tesi iniziale: la mancata crescita della produttività del lavoro è il vero male dell’economia italiana e questa stagnazione del valore aggiunto generato da ogni occupato è determinata per buona parte dal nanismo d’impresa, e in particolare dalla presenza del 95% di imprese al di sotto di dieci dipendenti (in media 1,9), che occupano quasi la metà degli addetti (46,4%).

Non deve apparire, di conseguenza, una bestemmia sostenere che le piccolissime imprese non solo non possono più garantire la “tenuta” del sistema economico italiano, ma sono esse stesse una delle maggiori cause della perdita della capacità competitiva e propulsiva del sistema produttivo italiano, anche per la bassa dotazione di risorse umane altamente qualificate.

Quest’ultima affermazione è confermata dall’analisi degli occupati dipendenti nel settore business per grandi gruppi professionali e per classi di addetti: mentre il 38,7% degli occupati nelle grandi imprese esercita professioni altamente qualificate, il 52,8% svolge mestieri mediamente qualificati e solo l’8,6% ha un mestiere non qualificato, solo il 15% di chi è impiegato da una microimpresa esercita professioni altamente qualificate, perché quasi tre quarti svolgono lavori mediamente qualificati e il 10,6% non qualificati. Le prime 5 professioni degli occupati nelle microimprese sono quelle di commesso, cameriere, impiegato alla segreteria, muratore e addetto ai servizi di pulizia negli uffici e alberghi.

Non sorprende, di conseguenza, che il 40% dei dipendenti delle imprese sotto 10 addetti abbia conseguito al massimo la licenza media senza completare l’obbligo scolastico, il 51,4% sia diplomato e solo l’8,5% sia laureato; viceversa, i laureati tra i dipendenti delle grandi aziende sono pari al 21,9% e quelli che hanno interrotto gli studi alla licenza media sono solo il 26,5%

Non bisogna neppure sottovalutare che nel nostro paese vi è anche un ambiente sfavorevole alla grande impresa, che nasce da pregiudizi culturali e ideologici ben consolidati non solo a sinistra: esso ha lasciato in eredità all’Italia un nanismo imprenditoriale e una frammentazione produttiva che sono poco adatti ad affrontare le sfide del nostro tempo e della globalizzazione. L’associazione della piccola impresa ad un giudizio positivo -”piccolo è bello” – mentre si riserva alle grandi un pregiudizio negativo, è il primo ostacolo politico da superare.

Tra le misure che possono promuovere la crescita dimensionale delle imprese, si collocano al primo posto quelle per la riduzione degli incentivi e delle agevolazioni a favore delle piccole imprese, che normalmente penalizzano e discriminano le medie e grandi, mentre dovrebbe accadere esattamente il contrario.

Per fortuna la soglia critica dei 15 addetti prevista dallo statuto dei lavoratori, che è sicuramente un deterrente alla crescita dimensionale perché il suo superamento determina una maggiore rigidità nei rapporti di lavoro, è stata almeno in parte depotenziata con il contratto a tutele crescenti del Jobs Act, ma ancora molto deve essere fatto per eliminare le regolamentazioni restrittive che continuano a penalizzare le medie e grandi imprese: si scrive in un recente studio della Commissione europea che “the whole difference in productivity levels between Italy and Germany can be essentially explained by the difference in firm size distribution, while sectoral composition plays a smaller role” […] “There are a ‘North issue’ (‘Questione Settentrionale’) as well as a “Large firms’ issue: a lot of attention should be devoted to policies targeted at improving the efficiency of the allocative process within the category of large firms, such as labour market regulation and the system of public subsidies”.

Investire 12 e più miliardi in incentivi all’assunzione di lavoratori a tempo indeterminato, quando dovrebbe essere indiscutibile che le imprese assumono (o al massimo anticipano l’assunzione) solo quando hanno bisogno di personale aggiuntivo perché aumenta la domanda, dovrebbe generare il dubbio, agevolmente svelabile da un’indagine controfattuale, che i nuovi occupati del 2015 sarebbero stati probabilmente assunti ugualmente, anche senza agevolazioni.

Ben più ampio sarebbe stato il moltiplicatore occupazionale, riproducibile nel tempo, di misure appena più strutturali per sostenere crescite reali, ma di robusta consistenza per quanto riguarda l’allocazione efficiente di risorse pubbliche e private, di medie e grandi aziende in alcuni circoscritti settori economici, anche per l’efficacia – svelata solo ex post – di alcune agevolazioni statali (riqualificazione energetica e adeguamento antisismico degli edifici, ristrutturazione edilizia, stipula di un contratto di rete, l’acquisto di macchinari, impianti e attrezzature, imprese innovative, start-up e incubatori, fondi venture capital ecc.) che hanno il merito principale di essere condizionate da un investimento di risorse aggiuntive da parte di famiglie e aziende.

Altrettanto efficace sarebbe l’aumento delle dotazioni per le attività di consulenza rivolta alle imprese per la loro internazionalizzazione (ICE) e per l’implementazione di misure di innovazione organizzativa correlate esplicitamente all’aumento della produttività”.

7 Luglio 2020
di riccardoricciblog
0 commenti

Tre I per rilanciare la produttività: istruzione, investimenti, innovazione

http://www.stradeonline.it/monografica/1863-produttivita-del-lavoro-il-grande-malato-italia

“Perché il lavoro in Italia produce meno che negli altri Paesi sviluppati? La risposta va ricercata nell’arretratezza del settore pubblico, ma anche di quello privato, a livello di tecnologia e innovazione. Non si torna a crescere continuando a usare la zappa quando tutti gli altri hanno il trattore da un decennio.

La produttività del lavoro è il motore nascosto di ogni economia, e la più basilare misura di efficienza del lavoro umano, da tempi immemorabili. Intuitivamente, il prodotto ricavabile da un’ora di lavoro è, infatti, il principale indicatore di quanto i mezzi e i fattori di produzione siano ben utilizzati.

Negli anni ’70 la produttività del lavoro italiana, in livello, era non dissimile da quella tedesca e francese, un 30% più alta di quella spagnola e si situava attorno al 75% di quella statunitense. Nei vent’anni successivi, la dinamica del prodotto orario è stata uguale a quella dei maggiori partner dell’Unione Europea e addirittura superiore a quella degli USA, in un processo di catch-up che ha portato i paesi europei a livelli simili a quelli statunitensi alla fine degli anni ‘80. Da lì in poi è iniziata un’ininterrotta picchiata che ha interessato principalmente il nostro Paese, passato da un livello pari al 96% di quello degli USA nel 1989 al 75% nel 2014. Una differenza di venti punti percentuali è un’enormità. Nel frattempo anche la Spagna, Paese che di certo non ha mai brillato per produttività del lavoro, ci ha sostanzialmente raggiunto. Un’ora di lavoro spagnolo rende oggi come un’ora di quello italiano.

La teoria economica è chiara nell’indicare i fattori alla base dell’aumento della produttività del lavoro: gli investimenti in capitale umano e conoscenza, il risparmio e i successivi investimenti in capitale fisso, il progresso tecnologico e organizzativo. È dunque necessario uno sguardo all’insieme di questi fattori, per comprendere la débâcle appena descritta. Partiamo dal primo, che è anche intuitivamente il più semplice dacomprendere: è chiaro infatti che la qualità di ogni ora lavorata è elemento fondamentale per aumentare ciò che è producibile dall’input lavoro. Nel 2014, la nostra quota di laureati era pari al 17% della popolazione di riferimento, contro il 32% della Francia, il 27% della Germania e il 44% degli Stati Uniti. Un gap secco, che sbarra la strada a produzioni di più altro valore aggiunto, con ovvie ricadute negative sul prodotto orario.

 

Passando a valutare più criticamente la qualità dell’insegnamento, si nota che i giovani italiani di età compresa fra i 16 e i 24 anni sono certamente molto più preparati dei loro padri o nonni, ma restano tuttora meno competenti dei loro coetanei francesi, tedeschi e americani. Anche in prospettiva, dunque, c’è poco da ridere, se l’obiettivo è irrobustire le competenze della nostra forza lavoro. Con gli investimenti in istruzione terziaria da anni al palo, e una struttura scolastica superiore che spreca risorse in processi decisionali, per usare un eufemismo, subottimali, non si vede come la qualità del lavoro italiano possa, nel prossimo futuro, aumentare sensibilmente.

 

La seconda componente fondamentale nello spiegare la crescita della produttività del lavoro è il risparmio e l’investimento in capitale fisico. Intuitivamente, lavorare un’ora con una zappa o un’ora con un trattore, qualora esso fosse già incluso nell’insieme delle tecnologie disponibili, non dà certo lo stesso risultato. Ciò che in letteratura economica è chiamato “capital deepening”, ovvero la crescita della quantità di capitale per lavoratore, è infatti un altro driver fondamentale della crescita del prodotto orario. Anche l’accumulazione capitalistica, nel nostro Paese, è lontana dall’essere ottimale. Nel periodo che va dal 1995 al 2014, i capital services ICT sono cresciuti meno che nelle altre economie avanzate, e anche l’accumulazione di capitale fisso non-ICT non ha brillato particolarmente. Le cose si sono aggravate durante l’ultimo lungo periodo di crisi, iniziato dal 2008. È storia recente, ben riportata nei principali giornali economici; l’insoddisfacente crescita attuale è causata principalmente da una mancanza cronica d’investimenti. Dal 2007 il tasso di crescita dei servizi del capitale fisso è in pratica nullo in Italia, molto basso anche nelle altre maggiori economie. La nostra distanza in investimenti ICT è rimasta la stessa, in un contesto generale di scarso dinamismo. Anche in questo caso, nulla di cui gioire, in prospettiva futura: senza massicci investimenti, anche la produttività del lavoro non potrà che risentirne. Fra agende digitali e promesse d’investimenti massici in fibra e altro capitale ICT, altri ritardi si accumulano, e pesano nella mancata crescita italiana.

Infine, la nota più dolente: l’innovazione. È abbastanza chiaro come l’innovazione tecnologica sia alla base della crescita della produttività del lavoro. Nuove tecniche, nuovi contesti organizzativi d’impresa, sono fondamentali per aumentare il prodotto potenziale di ogni singola ora lavorata. Chi scrive avrebbe forse impiegato il triplo del tempo, per completare questa analisi, se avesse dovuto utilizzare una macchina da scrivere anziché un computer. Probabilmente nessuno dei grafici di questo articolo sarebbe potuto essere presentato, a costi ridotti e accessibili al ricercatore medio, nel 1950.

È l’innovazione che permette di creare e produrre, a parità di input, un maggiore output, o di aumentarne la qualità. Nella pratica empirica è praticamente impossibile misurare con esattezza una “variabile nascosta” come l’innovazione. L’apparato teorico, da Solow in avanti, si è accontento di misurarla come un residuo di una regressione che metta in relazione la crescita dell’output a quella degli input, corretti per la crescita della loro qualità intrinseca. L’Italia, purtroppo, ha sperimentato una crescita negativa media annuale in tutto il periodo considerato. Dal 1995 a oggi la decrescita media della TFP è stata pari allo 0.2%, mentre Francia, Germania e Stati Uniti hanno registrato tassi di crescita annuali pari, rispettivamente, allo 0.6, 0.8 e 1%. Si conferma ciò che è noto a tutti. I paesi europei, Germania esclusa, fanno fatica a tenere il passo dell’innovatore globale americano, mentre l’Italia sprofonda. Addirittura, dall’inizio della crisi la TFP è decresciuta in media dello 0.6% annuale, caso unico nel panorama dei paesi sviluppati! Non si vede come, in assenza di innovazione, la produttività del lavoro possa finalmente tornare a crescere in modo sostanzioso, robusto e continuativo.

È la ricetta per la decrescita infelice, ci si consenta l’ironia, che di tanto in tanto si affaccia nei nostri giornali, quasi come rassegnazione. Per chi, invece, crede che le cose possano cambiare, che il futuro non sia necessariamente già scritto, non resta che la buona volontà nel mettere in atto tutti gli sforzi riformisti necessari nelle aree qui citate: capitale umano e competenze, investimenti, innovazione tecnologica e organizzativa. Se l’Italia arranca su tutti i fronti, è per la mancanza di riforme incisive e investimenti proficui e mirati, pubblici ma soprattutto privati.

Non vogliamo né possiamo piegarci a chi afferma che le riforme strutturali che interessano scuola e ricerca, contrattazione collettiva, concorrenza, fisco, ambiente regolatorio, siano solo specchi per le allodole, irrilevanti quando si tratta di risollevare la produttività del lavoro italiana. La teoria economica e le evidenze empiriche qui mostrate sono il più potente antidoto alla paralisi implicita nelle analisi tutte incentrate su deficit, moneta e altre soluzioni di breve respiro. Il declino si combatte, ammesso che combatterlo si voglia, solo con un lavoro più produttivo”.

7 Luglio 2020
di riccardoricciblog
0 commenti

L’assenza di meritocrazia uccide la produttività italiana

https://voxeu.org/article/diagnosing-italian-disease

Sappiamo che la produttività italiana è quantomeno stagnante, che è invece fondamentale che ricominci a crescere affinché l’Italia possa tornare a percorrere la strada della crescita economica, che questa potrebbe permettere di rendere più sostenibile il debito, che non esiste una sola spiegazione delle cause del declino e che le analisi è preferibile farle a livello di settori e di imprese piuttosto che di paese.

Quali shock potrebbero avere influenzato negativamente la produttività italiana a partire almeno da metà anni 90? I candidati sono vari.

La creazione dell’euro e l’ingresso della Cina nel WTO possono aver minacciato la posizione competitiva delle imprese italiane nei mercati mondiali. Uno schock commerciale dovrebbe avere innalzato la produttività aggregata buttando fuori le imprese meno produttive (ma non è successo, ndrr), ma un paese d’altro canto guadagna produttività esportando di più, secondo vari studi empirici. Dato che la produttività è calata possiamo ipotizzare che ci sia una minore presenza di imprese italiane nei mercati internazionali.

La combinazione di nuove tecnologie e globalizzazione ha indotto a un aumento del bisogno di flessibilità della forza lavoro. Il mercato del lavoro italiano, storicamente rigido, potrebbe avere evitato la riallocazione dei lavoratori.

Malgrado non brillasse neanche in precedenza come qualità delle istituzioni alcuni osservatori hanno notato che a partire dagli anni 90 l’Italia ha visto un declino notevole nella loro qualità come misurata dagli indicatori della Banca Mondiale. Questo declino potrebbe avere favorito l’allontanamento dell’Italia dalla frontiera tecnologica.

Affinché le imprese possano recepire i benefici dell’ICT, dovrebbero riorganizzare i posti di lavoro usando modelli di gestione meritocratica e orientata ai risultati. L’interazione tra l’ICT e la qualità del management è già stata mostrata dai ricercatori che hanno determinato la riaccelerazione della produttività del lavoro negli Stati Uniti rispetto a quella europea.

Gli autori hanno trovato che solo l’ìultimo punto, l’interazione tra ICT e gestione meritocratica, spiega in modo soddisfacente una frazione significativa della crescita della produttività totale dei fattori. Le imprese dove le imprese tendono a seguire una gestione meritocratica sperimentano una crescita della produttività più rapida nei settori che sono più ICT intensive (sulla base del contributo del capitale ICT al valore aggiunto). L’effetto combinato di ICT e meritocrazia spiega più della metà del gap di crescita della produttività in Italia. Considerazioni analoghe valgono sia a livello di settore che a livello di impresa.

Se la gestione basata sulla fedeltà anziché sulla meritocrazia impongono un tale peso sulla produttività perché persiste nelle imprese italiane? La risposta è complessa e non ci sono risposte conclusive. Comunque in Italia le imprese meritocratiche affrontano più ostacoli in Italia di quanto affrontino in altri paesi europei, specialmente quando hanno a che fare con la burocrazia pubblica o l’ottenimento del credito. Una possibile policy da prescrivere allora è quella di rimuovere quelle barriere istituzionali (come la corruzione, l’inefficienza del sistema giudiziario, le interferenze statali) che contribuiscono al cronysm e soffocano il merito

7 Luglio 2020
di riccardoricciblog
0 commenti

Come far sì che i lavoratori vadano verso le imprese produttive e sul mercato restino soprattutto queste?

https://voxeu.org/article/italy-s-productivity-conundrum-role-resource-misallocation

“Negli ultimi anni molte economie avanzate sono state caratterizzate da un rallentamento della produttività. Questo andamento è preoccupante poiché la produttività è il driver chiave per la crescita di lungo termine.

Il calo della produttività non è una novità per l’Italia, la cui stagnazione più che ventennale è spiegabile da tale calo che a sua volta dipende da vari fattori. Il calo italiano può aiutare a far luce sulle ragioni del calo negli altri paesi sviluppati?

La cattiva allocazione delle risorse ha degli impatti sull’evoluzione della produttività sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi. Definiamo cattiva allocazione come la dispersione della produttività tra le imprese. La cattiva allocazione cresce finché le imperfezioni di mercato ostacolano il flusso di risorse dalle imprese meno produttive (dove i rendimenti dei fattori produttivi sono più bassi) a quelle più produttive ( dove il rendimento dei fattori produttivi è maggiore). Da metà anni 90 cattiva allocazione è aumentata in Italia e il suo impatto sull’evoluzione della produttività italiana è stato importante: se nel 2013 la cattiva allocazione fosse rimasta ai livelli del 1995 la produttività italiana sarebbe stata del 18% più alta nel settore manifatturiero e del 67% più alta nei servizi.

Gli autori hanno raggruppato le imprese per settore, area geografica e dimensione. Hanno quindi scomposto la misura della cattiva allocazione in una componente “intra gruppo” e in una “tra gruppi”. La componente “interna ai gruppi” risulta essere il driver principale della cattiva allocazione delle risorse in ciascun gruppo considerato. La cattiva allocazione intragruppi cresce rapidamente nel 1995, lo stesso anno in cui la produttività totale dei fattori aggregata inizia il suo declino di lungo periodo (ricordiamo che da metà anni 70 la curva era piatta, poi è diventata discendente).

Ciò implica che per aumentare la produttività l’Italia non dovrebbe focalizzarsi su delle politiche finalizzate a spostare le risorse tra settori, aree geografiche e classi dimensionali ma piuttosto dovrebbe attuare delle politiche finalizzate ad allocare i fattori capitale e lavoro sulle imprese che performano meglio entro ogni categoria. Più che focalizzarsi sugli spostamenti di capitale e lavoro per esempio dal tessile all’elettronico occorrerebbe focalizzarsi sugli incentivi affinché le produzioni si spostino dalle imprese meno produttive a quelle più produttive sia nel tessile che nell’elettronico. Analogamente anziché favorire soltanto i trasferimenti da sud a nord dovrebbe essere incentivata la mobilità di lavoro e capitali verso le imprese più produttive nel sud e verso le imprese più produttive nel nord.

Questo rappresenta un’opportunità e una sfida. Un’opportunità perché spostare i fattori dentro i settori o dentro un’area è meno costoso che fare cambiamenti di settore o di area. Una sfida perché è più difficile determinare cosa impedisce alle imprese più produttive di espandersi e a quelle meno produttive di sparire dentro lo stesso settore o la stessa area geografica.

In generale stabilire le condizioni di base per il corretto funzionamento delle riallocazioni guidate dal mercato potrebbe essere più efficace che perseguire politiche industriali tradizionali rivolte a trovare i settori vincenti.

La cattiva allocazione e il susseguente declino della produttività si evidenziano nei motori tradizionali dell’economia italiana, il nordovest e le grandi imprese. Pur non avendo una spiegazione delle cause occorre evidentemetne fare attenzione ad attuare delle politiche che migliorino l’efficienza del processo allocativo entro il gruppo delle grandi imprese, come ad esempio le regolamentazioni del mercato del lavoro e il sistema di sussidi pubblici.

 

Se prendiamo un’impresa a caso è più probabile che abbia una produttività inferiore nel 2013 rispetto al 1995. È aumentato il numero di imprese con bassa produttività. La crisi del 2008 non ha avuto un effetto di pulizia mentre ci sono stati dei miglioramenti dopo la crisi del debito del 2011 (anche se non si è tornati ai livelli pre crisi). Questo fatto fa puntare il dito contro l’inefficienza delle istituzioni e contro le regolamentazioni che governano il processo di ristrutturazione delle imprese.

Aspetti rilevanti sono i seguenti.

Primo. La regolamentazione delle procedure di fallimento e l’efficienza del sistema giudiziario nel riallocare gli asset delle imprese in dissesto.

Secondo. Il processo di allocazione dei crediti può portare a estendere i prestiti alle imprese zombie pur di non farle fallire.

Terzo. Il mercato del praivate equity e degli operatori finanziari specializzati in ristrutturazioni d’impresa è ancora sottosviluppato in Italia.

 

Quali caratteristiche delle imprese sono maggiormente associate con la cattiva allocazione delle risorse? Gli autori hanno analizzato il ruolo della proprietà e della gestione delle imprese, della finanza, della composzione deolla forza lavoro, dell’internazionalizzazione, dei legami con la politica e dell’innovazione. Dall’analisi è emerso quanto segue.

 

Il meccanismo di cassa integrazione è usato in modo disproporzionale dalle imprese meno produttive e è associato con una più alta cattiva allocazione. Il problema è questo meccanismo protegge l’incontro tra lavoratori e imprese anche se queste non sono più produttive. Ostacola il processo di distruzione creatrice che spingerebbe i lavoratori verso le imprese più produttive. Questo è il caso in particolare quando il meccanismo, anziché essere usato temporaneamente, viene esteso per una lunga durata. Un sussidio universale di disoccupazione che possa essere concesso per un periodo in cui le persone però non mantengono il loro posto di lavoro potrebbe condurre a una migliore allocazione dei lavoratori e a una produttività più alta. I sussidi di disoccupazione dovrebbero essre focalizzati più sul lavoratore che sul lavoro. Il jobs act ha cercato di andare in questa direzione. Vedremo la sua implementazione.

 

Le imprese con una quota di investimenti in immobilizzazioni immateriali come ricerca e sviluppo, branding, marketing, hanno una produttività più alta. Il sostegno pubblico per questi tipi di investimenti può essere un incentivo importante affinché le imprese effettuino tali investimenti che favoriscono la crescita della produttività. Allo stesso tempo le imprese con investimenti più alti in intangibles mostrano un livello più alto di dispersione produttiva: questo indica che potrebbero essere soggette a vincoli. Per esempio l’accesso al credito potrebbe essere problematico per imprese altamente innovative e rischiose. Lo sviluppo di componenti dei mercati finanziari non bancari come i venture capital e i private equity potrebbe aumentare la produttività e diminuire la dispersione delle imprese produttive.

 

Le imprese che hanno più laureati tra i loro colletti bianchi sono più produttive. L’Italia ha una quota di laureati più bassa di quella di altri paesi europei. Politiche proattive che incoraggino l’educazione terziaria sono opportune. Allo stesso tempo la dispersione della produttività tende a essere più alta tra le imprese con una quota più alta di persone più istruite. Una ragione può essere il mismatch di competenze che è più probabile tra imprese e lavoratori altamente istruiti poiché le imprese trovano difficile riempire posizioni che richiedono un livello elevato di competenze specifiche con candidati appropriati. Questo mette in gioco sia la produzione di capitale umano nel sistema scolastico sia la sua destinazione alle imprese attraverso network formali di collocamento.

 

In conclusione la cattiva allocazione delle risorse è aumentata sostanzialmente da metà anni 90 e questo aumento ha contribuito largamente a rallentare la produttività italiana. Shock aggregati come l’accelerazione della globalizzazione e la rivoluzione ICT richiedevano degli aggiustamenti nella struttura produttiva e nell’allocazione delle risorse. L’economia italiana non è riuscita ad adattarsi a tali shock e a riallocare le sue risore opportunamente. Per ripristinare la competitività occorre incentivare la riallocazione delle risorse dentro i settori, focalizzare l’attenzione su quel che è accaduto nelle regioni settentrionali e nelle grandi imprese, attuare politiche che incentivino gli investimenti in ICT, migliorino il sistema scolastico e universitario, migliorino la struttura dei sussidi di disoccupazione”.

7 Luglio 2020
di riccardoricciblog
0 commenti

La riforma del lavoro mancante: la contrattazione più locale e meno collettiva

https://voxeu.org/article/wages-productivity-and-employment-italy

“In Italia negli ultimi si sono fatte diverse riforme del mercato del lavoro e ancora più intenso è stato il dibattoto sul team. Le riforme, proposte o attuate che siano, si sono cnoncentrate soprattutto sulla flessibilità del lavoro. Le idee di fondo sono state:
I costi di assunzione e licenziamento dovrebbero essere ridotti;
i layoff (dalle casse integrazioni ai licenziamenti) non dovrebbero risultare in controversie legali incerte e costose (vedi il dibattito intorno all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori);
i cotratti dovrebbero garantire flessibiltà senza creare insicurezza;
i diritti e le protezioni dei lavoratori dovrebbero essere “equalizati” superando la dualità tra insider protetti e outsider flessibili.
Le riforme dei governi Monti e Renzi hanno esteso dei meccanismi di protezione del reddito, come i sussidi alla disoccupazione, cercando anche di aumentare la sicurezza del posto di lavoro. Inoltre hanno cercato di rimuovere i costi di assunzione e licenziamento specialmente per i giovani.
L’assunzione sottostante tali riforme è che i lavoratori che perdono il lavoro in imprese e settori improduttivi, nonché i giovani che entrano nel mercato del lavoro, dovrebbero poter trovare un lavoro nelle imprese e nei settori più produttivi e in espazione. Tuttavia gli impatti delle riforme passate sulla produttività del lavoro non sono incoraggianti. La produttività del lavoro in Italia continua ad essere stagnante. Cumulativamente in Italia in 13 anni è cresciuta del 2% contro il 20% della Germania. Senza le riforme la situazione avrebbe potuto essere peggiore?
Focalizzarsi solo sulla flessibilità ha fatto sì di trascurare l’aspetto degli incentivi. Affinché le imprese più produttive possano attrarre lavoro e capitali i salari devono riflettere la produttività, altrimenti la flessibilità può avere delle conseguenze perverse sulla crescita della produttività.
Dal Duemila i salari italiani sono cresciuti nei settori in cui la produttività è aumentata meno.
Nel breve periodo l’occupazione si è diretta versao i settori nei quali la produttività del lavoro è aumentata meno”.

Seguono nell’articolo originale la descrizione di come un mercato del lavoro efficiente dovrebbe funzionare e l’analisi del modello.

“L’analisi suggerisce che in Italia, a differenza che in Germania, i salari non riflettono la produttività del settore nel breve periodo mentre nel lungo periodo tendono a crescere nei settori nei quali la produttività cala. Inoltre nel breve periodo i salari relativi in Italia rispondono più alle variazioni nei prezzi realtivi che in Germania. Infine l’occupazione in Italia tende a muoversi verso i settori meno produttivi. Questo fallimento allocativo del mercato del lavoro può dipendere dal modello di contrattazione dei salari.
Quali sono gli aspetti critici? In Italia la quota di contratti coperta da qualche forma di contrattazione collettiva è tra le più alte al mondo: circa l’85% mentre il numero di iscritti al sindacato è tra i più bassi al mondo: circa il 30%. La ragione è che i contratti collettivi si applicano tipicamente sia ai lavoratori sindacalizzati che ai non sindacalizzati e sono imposti al di fuori del settore per il quale sono engoziati. Inoltre anche se la durata media dei contratti in Italia è di 3 anni, allineata alla media Ocse, la durata di fatto è molto più lunga, a causa di ritardi nei rinnovi. Al 2009 solo tra il 30 e il 40% delle imprese usano la contrattazione aziendale e tale percentuale è vicina allo zero nelle imprese localizzate nel sud.

Il framework istituzionale della Germania è molto diverso. La contrattazione collettiva ha luogo a livello dei Lander. Questo aiuta a tenere i salari in linea con la produttività delle imprese laddove ci sia una forte eterogeneità tra le regioni. Questa contrattazione aziendale è stata recentemente introdotta in Spagna e ha permesso ai salari di allinearsi alla produttività a livello di impresa.

Nella lista delle priorità delle riforme del marco del lavoro gli autori pensano che l’obiettivo di ristabilire una relazione forte tra salari e produttività a livello di impresa e di lavoratore dovrebbe essere al primo posto. Questo richiede lo spostamento del livello principale di determinazione dei salari a livello di impresa. In caso contrario, introdurre elementi ulteriori di flessibilità in un mercato del lavoro distorto avrebbe effetti piccoli o perversi sulla produttività del lavoro, sui salari e sull’occupazione”.

7 Luglio 2020
di riccardoricciblog
0 commenti

La grande sfida della produttività

https://voxeu.org/article/italys-productivity-challenge

“La crescita del Pil italiano era sopra la media Ocse ancora negli anni 80 ma da metà anni 90 la crescita ha rallentato e il pil procapite si è rapidamente deteriorato rispetto all’eurozona e ai paesi Ocse. La produttività totale dei fattori, in particolare, è declinata in Italia dello 0,3% annuo nel periodo tra il 1998 e il 2014 mentre è aumentata negli altri paesi dell’Eurozona e ancora di più in paesi non appartenenti all’Unione Europea.

Alla radice della bassa crescita varie ricerche hanno evidenziato come ci siano stati: rigidità nei mercati dei prodotti e del lavoro, mercati dei capitali non sufficientemente sviluppati, peso della tassazione eccessivamente sbilanciato sui fattori produttivit, debolezza nella corporate governance e nel management, inefficienza della pubblica amministrazione e della giustizia civile.

Confrontando degli indicatori strutturali nelle aree del capitale umano, della regolamentazione dei mercati, della struttura della tassazione, dell’innovazione, si vede come i gap con i paesi Ocse sono cresciuti in ciascuna area negli ultimi quindici anni (al 2015).

Cosa succederebbe se venissero attuate delle riforme strutturali tali da ridurre il gap con la media dei migliori tre performer in queste aree? La simulazione effettuata dagli autori mostra come le riforme produrrebbero crescita ma, data la natura e la dimensione dei gap, ci vorrà del tempo affinché tali riforme possano dare i loro frutti.

L’Italia ha la quota di popolazione più bassa con educazione terziaria e la quarta quota di popolazione più alta con educazione di base nell’Unione Europea (dati della Commissione Europea, 2014). Questo gap riguarda anche le generazioni giovani, quindi ci vorrà tempo per colmarlo. La differenza è rilevante rispetto a economie concorrenti come quelle sudcoreana, spagnola, polacca. Tutto ciò si traduce in competenze scarse. Inoltre la differenza tra le competenze dei giovani e degli anziani è più piccola che negli altri paesi con livelli simili di competenze nella popolazione adulta, quindi è prevedibile che il gap cresca. Il basso livello di capitale umano riflette i bassi rendimenti di educazione e competenze, specialmente per i giovani.

L’Italia ha riformato le regolamentazioni nei mercati dei prodotti più di altri paesi negli ultimi 15 anni. Le riforme hanno portato alcuni risultati. I markup nel settore dei servizi sono scesi rispetto a periodi precedenti e asono sotto la media dell’eurozona. Tuttavia l’ambiente non è ancora favorevole all’impresa. I costi per aprire una startup restano più alti che in quasi tutti gli altri paesi Ocse. Inoltre i progressi nelgi ultimi dieci anni sono stati meno rapidi che quelli fatti da Grecia, Spagna e Portogallo, che adesso sovraperformano rispetto all’Italia. Questo indicatore, sia pure imperfetto, serve come proxy per la più ampia debolezza della pubblica amministrazione e della giustizia civile, che rallentano la riallocazione dei fattori produttivi.

Anche i gap in ricerca e sviluppo e innovazione sono grandi e crescenti. Le spese per ricerca e sviluppo nel 2013 erano dello 0,68% del pil, meno della media dei paesi Ocse (1,61%). Dal 1998 sono aumentate di 0,19 punti percentuali mentre l’aumento medio nei paesi Ocse è stato di 0,20 punti percentuali e addirittura meno della metà della Germania (0,40 punti percentuali). La quota di brevetti depositati in Italia nel 2013 è stata dell’1,4% contro il 4,9% della Francia e il 10,8% della Germania. Il passo lento di innovazione tecnologica viene evidenziato anche dalla specializzazione in settori a bassa e media tecnologia.

I mercati dei capitali restano sottosviluppati, il che ostacola l’innovazione e i cambiamenti strutturali. L’Italia sottoperforma rispetto agli altri paesi europei per quanto riguarda il private equity e il venture capital.

L’Italia potrebbe rendere la struttura fiscale più favorevole alla crescita. Nell’Eurozona l’Italia ha la più alta aliquota fiscale sul lavoro dopo il Belgio mentre la tassazione implicita sui consumi è tra le più basse. Gli sforzi di aggiustamento fiscale hanno colpito principalmente i redditi da lavoro. Le aliquote ridotte e la forte evasione dell’Iva rendono la tassazione implicita sui consumi più bassa rispetto all’alto livello dell’aliquota ufficiale.

Riforme strutturali che consentissero di chiudere il gap con i tre migliori performer nelle varie aree potrebbe aumentare il pil del 23,8% in cinquanta anni, per metà attraverso i guadagni di produttività e per l’altra metà attraverso aumenti di occupazione. I guadagni sono comunque limitati nel breve termine.

Nel lungo termine più della metà degli impatti delle riforme, secondo l’analisi degli autori, deriverebbe dalla convergenza tra gli standard educativi dell’Italia con quelli dei migliori performer dell’Unione Europea. I benefici si materializzerebbero lentamente, probabilmente sarebbero poco percepiti dopo dieci anni ma continuerebbero ad accumularsi dopo cinquanta. Il time lag potrebbe essere accorciato dal rientro dei cervelli e dall’immigrazione qualificata.

Ridurre i mark up, le barriere all’ingresso, il peso finanziario sugli asset intangibili farebbe guadagnare produttività e farebbe crescere il pil significativamente dopo cinquant’anni. Aumentare i sussidi governativi in forma di crediti di imposta a ricerca e sviluppo avrebbe invece limitati impatti sulla crescita.

Spostare la tassazione dai redditi da lavoro ai consumi indurrebbe un incremento robusto dell’occupazione e quindi del Pil già nei primi anni (mentre in seguito gli effetti sarebbero limitati) e giocherebbe un ruolo importante nell’aiutare il processo di riforma iniziale”.

Per i grafici, che sono molto interessanti, si può guardare l’articolo originale

6 Luglio 2020
di riccardoricciblog
0 commenti

Le radici della stagnazione italiana

https://voxeu.org/article/roots-italian-stagnation

Dicembre 2015. Fino al 1980 l’Italia ha avuto una crescita del reddito procapite superiore alla media OCSE. Da metà anni 90 la crescita economica e il reddito pro capite sono declinati sia rispetto all’Eurozona che all’OCSE.
La produttività totale dei fattori si è immobilizzata a metà anni 90 e ha poi iniziato a crollare. La produttività totale dei fattori è scesa dello 0,3% l’anno dal 1998 al 2014, mentre è salita negli altri paesi dell’area Euro e ancora di più nei paesi non europei.
Le cause delle debolezze strutturali dell’economia italiana, quindi cause della bassa crescita, sono note: le rigidità nei mercati dei prodotti e del lavoro, mercati dei capitali non sviluppati, tassazione eccessiva sui fattori produttivi, debolezza nella governance e nella gestione delle imprese, amministrazione pubblica in genere, giustizia civile in genere.
Nel periodo 2000-2015 i gap tra l’Italia e i paesi dell’eurozona e dell’Ocse al riguardo di capitale umano, regolazione dei mercati dei prodotti, sistema tributario, innovazione sono aumentati.
Un pacchetto di riforme pro crescita può avere successo nel ridurre il gap  coi migliori tre in ciascuna di queste aree, ma questo successo si realizzerà inevitabilmente in tempi lunghi.

L’Italia è un paese poco istruito, con pochi laureati poco qualificati, dove c’è poca differenza tra i più giovani e i più anziani. Il basso tasso di capitale umano riflette il basso rendimenti in termini di istruzione e competenze. Le riforme possono servire a migliorare la situazione, sempre che siano accettate.

L’Italia ha riformato le regolamentazioni dei mercati dei prodotti (liberalizzando) più degli altri paesi negli ultimi 20 anni. Anche i mark up nel settore dei servizi si è ridotto. Tuttavia l’Italia non è un paese favorevole per fare impresa. I costi di start up sono più alti che negli altri paesi. Gli stessi progressi avvenuti sono stati meno rapidi che in Grecia, Spagna e Portogallo (che hanno sopravanzato l’Italia).
Ancora più ampia rispetto al resto delle debolezze è diventata quindi  della pubblica amministrazione, nonché quella della giustizia civile. La debolezza della pubblica amministrazione rallenta la riallocazione dei fattori produttivi.

Il gap in ricerca, sviluppo e innovazione è grande e crescente.
I mercati dei capitali restano sottosviluppati.

Ma al minimo accenno di riforma non protestano solo i danneggiati, ma anche gli avvantaggiati! Se volete il declino, vi meritate il declino.

L’Italia ha un sistema di tassazione non favorevole alla crescita. Il tasso implicito di tasse sul lavoro è tra i più alti. Il tassi implicito di tasse sui consumi è tra i più bassi, nonostante le aliquote alte, a causa dell’evasione. Recenti riforme dovrebbero ridurre le tasse sul lavoro chiudendo il gap rispetto agli altri paesi del 25%. Dovrebbero essere finanziate da tagli di spesa e aumento dell’Iva.

In un periodo di 50 anni le riforme strutturali possono portare l’Italia al livello dei migliori paesi in ciascun aspetto considerato. Attraverso aumento dell’occupazione e guadagni di produttività. Nel breve periodo tali guadagni sono comunque limitati.

Nel lungo periodo più di metà dell’impatto delle riforme potrebbe venire da un avanzamento dell’istruzione. Un’accelerazione dell’impatto può aversi aumentando il ritorno di emigrati molto istruiti e aumentando l’immigrazione di persone con competenze alte.

Sul lato degli investimenti è opportuno agire sulla riduzione dei mark up, sui costi di entrata, sul sistema finanziario. Non hanno grandi impatti sulla crescita i sussidi governativi, come i crediti d’imposta sulla ricerca e sviluppo.

Spostare la tassazione dal lavoro ai consumi può incrementare l’occupazione e il pil già nei primi anni dell’adozione di queste riforme.

6 Luglio 2020
di riccardoricciblog
0 commenti

Il decoupling tra salari e produttività al contrario e la grande perdita di competitività italiana.

https://voxeu.org/article/productivity-italy-great-unlearning

“L’incapacità dell’Italia di uscire dalla recessione giace sull’eredità del passato, sul decennio perduto di riforme mancate nei mercati del lavoro, del credito, dei prodotti. Il gap di competitività è dovuti alla mancata crescita della produttività e alla dinamica dei profitti svincolata dalla pressioen del mercato e della produttività.

La competitività misura i prezzi delle merci straniere rispetto a quelle delle merci domestiche. Diverse misure di competitività (o del suo reciproco, il tasso di cambio reale) si basano sui prezzi al consumo sui costi unitari del lavoro. Quest’ultima misura è interessante perché non è influenzata dalle politiche di prezzo delle imprese.
Nel solo 2011 il costo del lavoro per unità di prodotto in Italia è cresciuto del 23%. In Germania è diminuito di 9,7 punti percentuali. Perché?

Decomponiamo la competitività nelle sue determinanti principali. Un paese diventa più competitivo se il salario medio orario interno cal arispetto a quelli esteri, se la produttività media del lavoro cresce rispetto a quella estera, se l’aliquota relativa per i contributi sociali pagata dagli imprenditori interni cala, se il tasso di cambio nominale si deprezza.
Nel 2000 il prezzo di un’ora di lavoro in Germania era quasi il doppio che in Italia (19 euro contro 11). Nel decennio successivo il salario nominale orario è stato convergente tra i due paesi, ma non completamente. In Italia è cresciuto di circa il 40%.  In germania del 21%.
La produttività del lavoro, tuttavia, non ha seguito gli stipendi. La produttività del lavoro è rimasta stagnante in Italia (+2,7% in tutto il periodo), mentre è cresciuta notevolmente in Germania (+16,7%). Come risultato, al netto delle imposte, il costo del lavoro per unità di prodotto in Italia è cresciuto del 32,5% più che in Germania.
La differenza tra i contributi per la sicurezza sociale pagata dalle imprese è rilevante, per quanto abbastanza stabile nel tempo. Le imprese italiane pagano oltre il 30% di contributi. Quelle tedesche non arrivano al 20%.
Il tasso di ricavi da imposte sui consumi è più alto in Germania che in Italia. Anche se le variazioni nelle aliquote sono state limitate.

Il costo per unità di lavoro in Italia dal 2000 al 2012 è cresciuto del 35% mentre in Germania è cresciuto solo del 3%. Questo ha significato una perdita di competitività del 32%. La quota maggiore di perdita di competitività è stata data dalla dinamica del salario orario, cresciuto di più di 18 punti percentuali in più in Italia che in Germania. Poiché il lavoro costava molto meno in Italia all’inizio del periodo, si è avuta una parziale convergenza dei salari. Il problema è che la produttività non ha seguito questo trend. Al contrario, è cresciuta molto meno (di 14 punti) in Italia che in Germania.
La struttura della tassazione ha avuto scarso impatto sulla competitività.
Altri fattori, come le variazioni nella composizione degli scambi o la variazione dei tassi di cambio non hanno avuto un ruolo significativo nello spiegare il gap di competitività italiano.
Cosa sarebbe dovuto succedere in Italia come conseguenza delle riforme messe in atto dai partner commerciali e tese a far crescere la produttività? Secondo il modello ricardiano Dornbush Fisher Samuelson, poiché alcune industrie sarebbero migrate all’estero, l’eccesso di offerta di lavoro avrebbe dovuto ridurre il tasso di salario domestico rispetto a quello estero. Poiché è successo il contrario (più emigrazione verso l’estero dall’Italia, salari più alti) il gap di competitività è aumentato ulteriormente.

In Italia va di moda accusare chiunque e qualunque cosa della recessione più lunga e più brutta dal dopoguerra.
Mentre la severità della recessione è un fenomeno ciclico dovuto alle restrizioni fiscali, la sua persistenza deriva dall’incapacità di usicrne ed è l’eredità di più di un decennio senza riforme nei mercati del credito, del lavoro, dei prodotti. Questa mancanza di riforme ha soffocato l’innovazione e la crescita della produttività, risultando in una dinamica salariale completamente svincolata dalla produttività del lavoro e dalle condizioni della domanda.

In un mondo che cambia rapidamente, dove le barriere commerciali e non commerciali stanno cadendo e i partner commerciali stanno innovando rapidamente, l’assenza di riforme in Italia ha modellato un gap di competitività che la crisi ha evidenziato in modo drammatico e che probabimente avrà conseguenze di lunga durata”.

6 Luglio 2020
di riccardoricciblog
0 commenti

Il ruolo dei manager nel declino della produttività italiana

https://voxeu.org/article/what-holding-italy-back

“Negli anni 70 e 80 l’Italia è stato il paese europeo che è cresciuto di più. Dagli anni Novanta in poi è stato quello che è crescituo di meno.
Perché è stata persa la competitività?
Perché la produttività totale dei fattori è crollata, entrando in territorio negativo e contribuendo massicciamente all’immobilismo della crescita del Pil.
Poiché la produttività totale dei fattori misura quanto efficientemente sono usati dati ammontari di capitale e lavoro, la sua crescita negativa segnala una riduzione senza precedenti nella capacità dell’Italia di trasformare le sue risorse produttive in valore aggiunto.
La produttività totale dei fattori nel settore manifatturiero ha subito un rallentamento drammatico a partire dal 1995.
Poiché gli stock di capitale e lavoro sono cresciuti, la stagnazione dell’Italia è dovuta a un’allocazione sbagliata delle risorse, che sono andate a settori a basso valore aggiunto (a bassa crescita della tfp).

Un mercato del lavoro rigido influisce sulla produttività impedendo la riallocazione delle risorse verso i settori e le imprese più produttivi. In Italia, però, dagli anni Novanta in poi la rigidità del mercato del lavoro si è attenuata ed è adesso più bassa che in Germania e in Francia. Quindi non è questa la causa della perdita di produttività successiva al 1995.

Sempre a partire da metà anni Novanta uno dei driver che hanno permesso agli Stati Uniti di vedere una crescita della produttività superiore rispetto all’Europa è stata la penetrazione dell’ICT. L’Italia in questo settore non ha tenuto il passo di Germania e Francia. Una delle spiegazioni è che il management italiano non sia stato in grado di adattarsi alla nuova economia.
In generale:
Le imprese italiane promuovono i lavoratori principalmenteù

in base al ruolo anziché identificare e promuovere i top performers;
I dirigenti tendono a premiare le persone in modo uguale, senza tener conto delle performance, anziché fissare degli obiettivi di performance con responsabilità e premi collegati;
Chi ha delle performance scadenti raramente viene rimosso;
I senior manager non vedono l’attrazione e lo sviluppo di talenti come una priorità e non sono valutati in base alla capacità di costruire team di talento, magari anche superiore al loro.

Le pratiche di gestione tipiche delle imprese italiane ostacolano la penetrazione e lo sfruttamento dell’ICT, che ha avuto un ruolo rilevante nella crescita della produttività degli ultimi venti anni. Quindi questa può essere una spiegazione importante della stagnazione italiana. Ridurre le rigidità del mercato del lavoro non è sufficiente in presenza di pratiche di gestione rigidamente non meritocratiche. L’Italia sta disimparando a produrre perché non sembra gestire efficacemente il cambiamento”.

5 Luglio 2020
di riccardoricciblog
0 commenti

[I dibattiti di Francesco Renne] Produttività, debito, crescita. Con Filippo Taddei.

Sbobinatura
La produttività.
È la misura del valore del lavoro. Quanto prodotto il lavoro mette insieme. Non è una definizione esattissima. Dovremmo parlare di produttività di tutti i fattori di lavoro. Nell’economia moderna ci sono la natura, i dati, il lavoro e il capitale e dovremmo parlare di tutti questi fattori. Nella nostra vita la produttività del lavoro determina quanto il lavoro venga remunerato e quindi determina gli stipendi, una misura del tenore di vita.
Domandarsi dove va la produttività italiana è domandarsi dove va il lavoro italiano.
Il lavoro è una parte importante della nostra identità.
Misuriamo come è cambiata la nostra capacità di organizzare il lavoro: stanziare risorse, investire capitale, organizzare le persone attorno al capitale. La qualità dell’organizzazione del lavoro si può misurare con la produttività totale dei fattori.
Prendiamo il grafico fred della ptf a prezzi costanti per l’Italia. Rappresenta come cambia il valore (senza l’influenza dell’inflazione) dal boom economico degli anni 50 in poi. C’è una crescita fino a metà anni 70. È un indice, conta il cambiamento nel tempo. Dal 54 al 76 la capacità organizzativa del lavoro, la produzione di valore raddoppia in qualità. Poi rallenta con gli shock petroliferi e a inizio anni 80 cambia tutto. Tra il 50 e l’80 lo stipendio cresceva velocemente di anno in anno, non solo per inflazione o per lotte. La produttività cresceva comunque molto.
 Negli anni 80 il paese si sveglia in crisi di modello produttivo, che capita in tutte le economie occidentali. Cambia la politica monetaria, si ha la spinta anti inflazionistica, si hanno i cambiamenti in USA, UK. Tutti i paesi vivono un dilemma sulla capacità produttiva. In Italia il processo viene gestito in maniera diversa. Creiamo un ammortizzatore, che è il debito pubblico. Spendiamo come degli assatanati. Aumentiamo la spesa pubblica. Creiamo detassazioni, buchi fiscali, cose che riducono la pressione fiscale creando deficit in doppia cifra dopo l’inflazione in doppia cifra. Un paese che nel 1980 aveva il 59% del rapporto debito pil si sveglia nel 1992 con un debito che supera il 100%. Ogni anno accumula 4 punti di debito aggiuntivo sul pil.
Si parla di ruggenti anni 80, un periodo florido.
In realtà quella situazione di euforia o apparente ricchezza era figlia di un’inerzia: un paese che aveva smesso di crescere e ha continuato a spendere senza più investire o ristrutturarsi quando il modello precedente non era più sufficiente. Ho rischiato il testacoda per correggere a fine periodo anziché cercare di adattarsi alla curva. È come se ci fossimo dopati. O se ci fossimo imbottiti di zucchero e abbiamo accumulato grasso che poi ci rallenta.
A inizio anni 90 abbiamo fatto la prima sterzata: manovre Amato e Ciampi, crisi valutaria, tangentopoli ecc. Quel sistema era insostenibile finanziariamente, economicamente, politicamente. La politica si avvantaggia se gli dai risorse. La corruzione avanzava. Nel 1994 c’è una piccola ripresa, un rimbalzo fino al 1996. L’Italia decide di avvicinarsi all’euro. La produttività rimane stabile e riduciamo il debito pubblico per un po’. Nel 2000 con l’euro la ptf torna a calare. Ma cosa succede dopo il duemila? Il paese torna nel vizio degli anni 80. Si risiede. La spesa pubblica torna ad aumentare. Alcune spese sono un patrimonio di civiltà. Altre lo sono meno. Spostiamo spesa primaria aumentandola da sotto il 40 a fino il 43% va avanti fino al 2007. La capacità produttiva del paese peggiora. Si è creato un disincentivo agli investimenti industriali. In quel periodo molte aziende che avrebbero potuto ricapitalizzarsi, investire anche sull’estero ecc.non hanno goduto dei benefici di una valuta forte che avrebbe potuto permettersi di ristrutturarsi e di crescere di dimensioni.
Creiamo istituzioni che ci proteggano. Ci apriamo all’Europa. Acquisiamo l’euro. Potremo prendere a prestito a tassi più bassi. Possiamo così attrarre investimenti perché siamo più stabili. Invece il risparmio di spesa per interessi ottenuto grazie all’euro avremmo potuto investire per riorganizzare il lavoro, cambiare la struttura produttiva, innovare. Sono anni, i primi duemila in cui matura la new economy, in cui la Germania fa le riforme strutturali e non è più il malato di Europa, altri paesi colgono la possibilità di stanziare risorse per il futuro, in Italia facciamo spesa pubblica corrente basata su trasferimenti. Quattro punti risparmiati di spesa per interessi finiscono lì. Non bisogna criminalizzarla ma se spendi quattro punti di pil e la produttività cala evidentemente c’è un problema di qualità: le risorse, anche quella spesa, sono state allocate male. Potevi spendere in scuola migliore, in università migliore ma quella roba lì è andata in pensioni aggiuntive.
Così nel 2008 arriva la grande recessione. Da lì la produttività è ferma. Il paese è fermo. Lo spazio fiscale è limitato. Ho più debito. La qualità di spesa non funziona. Siamo fermi. È mancato anche un difetto di comunicazione al paese. Dovevamo investire e cambiare. Invece abbiamo fatto spesa corrente. Poi è arrivata la crisi, sulle nostre debolezze strutturali.
Come facciamo a ritirare su la curva?
Adesso peraltro abbiamo una difficoltà in più.
Abbiamo salari privati stagnanti, un costo del lavoro elevato (nella fascia alta della media europea), un problema di cuneo fiscale (costo alto per le aziende rispetto al salario netto e dentro ci sono i contributi sanitari e pensionistici. Le pensioni sono sostenute anche dalla fiscalità generale. La pressione tributaria è elevata. Si è creato un nodo). Come sciogliere il nodo?
Il passaggio produttività cuneo fiscale come si potrebbe affrontare?
La risposta facile sono le riforme strutturali come efficientare la pa, rendere più efficace il diritto amministrativo, migliorare l’istruzione ecc. Potremmo farlo, abbiamo le menti per farle.
Però ci sono anche delle cose più vicine.
Abbiamo permesso che la spesa pubblica andasse a favore delle persone più anziane. Abbiamo permesso che la spesa per le pensioni crescesse. Ti tasso tanto quando lavori però vai in pensione prima. Questo ha creato un equilibrio politico. Sì, mi tassi, ma vado in pensione presto e magari arrotondo. Abbiamo fatto dei passi avanti con la riforma Fornero ma comunque abbiamo la spada di damocle adesso di quota 100. Se vogliamo utilizzare risorse almeno per affrontare oggi il cuneo fiscale e ridurre la tassazione sul lavoro dobbiamo eliminare quota 100. Non è banale fare quella correzione. Quando cambi le regole crei dei diritti acquisiti e acquisendi. Certo non è che la puoi ritirare così. Non dovresti creare dei nuovi esodati. Ci sono tante detrazioni assurde. Però se è una legge dello stato la utilizzo. Chi usa quota 100 anche se la trova assurda non è che non esiste. Devi tener conto delle persone. Le risorse ci sono. La soluzione è possibile e l’abolizione di quota 100 può essere graduale e fatta a modo.
L’Italia ha generato un sistema fiscale che invece di generare efficienza e semplicità si sono create delle singole agevolazioni che si sono accumulate invece di sistemare a regime il sistema. Poi l’eventuale recupero delle somme va destinato al cuneo fiscale o alla fiscalità generale? C’è spazio da recuperare sulle inefficienze.
Ci sono delle cose surreali. C’è un sussidio su un trattamento sul sale, una tax expenditure mirata forse per tre imprese che fanno un trattamento chimico sul sale e quella roba vale poco e è entrata chissà quando in una legge di bilancio. Sarebbe da levare perché dà razionalizzazione pur non dando tanto risparmio.
Una spesa importante è la detassazione del diesel per trattori. Ora chi usa il diesel per i trattori può avere una detrazione. Ma vediamo la spesa fiscale divisa per il numero di trattori. Un miliardo e mezzo. Dato il parco trattori vuol dire che c’erano imprese che avevano usato il diesel per usare un trattore per altri scopi a spese dei contribuenti. Basterebbe fissare la detrazione sul numero dei trattori. Stessa cosa sulle agevolazioni per il diesel marino. Abbiamo patologie, abusi, evasioni. Abbiamo tollerato prima e poi vogliamo sanzioni eccessive. Il problema è anche intervenire prima e non dopo.
Non aspettiamoci dalla razionalizzazione del tax expenditure grandi risparmi. Saranno dieci miliardi, ma sarà lo 0,5 del pil annuo. Però più che il risparmio è razionalizzazione. È una cosa di giustizia. E è un segnale.
Sono i comportamenti virtuosi che cambiano un paese.
Dobbiamo riequilibrare lo squilibrio che c’è tra macchina fiscale e contribuente. Lo statuto dei diritti del contribuente è messo sotto i piedi dal sistema fiscale. L’incentivo porta a colpire il piccolo anziché il grande evasore.
Ci vorrebbe un’autorità che possa dare una garanzia di equità nelle interpretazioni. Abbiamo un eccesso di interpretazioni pro cassa oggi negli interpelli o negli accertamenti. Togli dei pezzi all’agenzia delle entrate e li metti in questa agenzia.
Diamo per scontato l’extra deficit per il covid e diamo per scontato che alcune cose saranno fatte bene e altre no.
Avremo maggior deficit e maggior debito. Andrà tenuto controllato ma partendo da dati diversi.
Si aprono due questioni: il rapporto con l’Europa come accordo tra i singoli Stati e il patto di stabilità. Post pandemia avremo molti debiti pubblici più grandi. C’è spazio per avere dei parametri rimodulati allineati coi tempi?
Il patto di stabilità rimarrà tale. Verrà modificato nella sua gestione. Il fiscal compact aveva criteri discrezionali e sarà probabilmente aggiornato.
Attenti alla trappola degli europeisti tesa dagli euroscettici. Il livello di debito italiano sarà molto gravoso. Pensare di gestire una fase di ripresa con quel livello di debito e spazio fiscale limitato sarà difficile per l’Italia. L’Italia è responsabile dei 135 punti di debito su pil. Quanto sarà di più non dipende da noi. Lì bisogna che l’Europa capisca che c’è bisogno che i paesi possano operare chiaramente affinché il mercato europeo resista. A livello europeo va chiesta una risposta fiscale coordinata.
Anche il recovery fund non è uno stimolo fiscale. È debito, possibilità di estrarre risorse ad altro debito. Alcuni paesi hanno bisogno che spazio fiscale in più venga supplito dall’Europa nell’interesse dell’Europa.
È opportuno prendere il mes, con cui prendiamo soldi a tassi più bassi.
Non bisogna volere la mancetta per rendere soldi.
La luna è questo problema: di fronte allo shock gli Stati Uniti hanno messo giù 2300 miliardi di dollari come stimolo fiscale, poco più del 10% del pil. Non sappiamo se hanno ragione o se sia efficace. La risposta nazionale vale il 3% in media. I tedeschi hanno più spazio fiscale. Abbiamo progetti. 2% di pil dal Mes. Quindi vai al 5. Poi garanzie della bei ecc, facciamo il 7%. Se investiamo tanto meno denaro rispetto agli americani la ripresa sarà tenue. In Usa il budget va a tutto il paese. In Europa la risposta si concentra nelle economie più forti. Chiediamo all’Europa una risposta che sia in linea con le altre economie del globo.
Ciò richiederebbe extradeficit con contribuzione europea con Europa che dovrebbe emettere debito perpetuo ad hoc?
Attualmente il pil eurozona è 13mila miliardi di euro circa. Il recovery fund 1,5 miliardi. Quindi circa il 10% del pil. Come si finanzia? Trasferimenti dai paesi? No. Vorrebbe dire che ogni paese dovrebbe conferire il 10% del proprio pil. Allora si sottintende emissioni di debito (cioè che il bilancio comunitario venga innalzato a 2 punti di pil e quella cosa serva da garanzia del debito europeo per poi distribuirlo secondo necessità anziché secondo quanto hanno contribuito, non varrebbe la capital key, come già accade per i fondi strutturali, la Polonia prende più di quanto contribuisce). Torniamo fedeli al mandato originario. Sosteniamo chi è più debole per preservare il mandato comune.
Il rischio è che quei 1.5 miliardi siano pluriennali e a quel punto è gioco delle tre carte.  Sosteniamo l’economia con fantamiliardi spalmati in cento anni?
 È la fine della globalizzazione? O è l’inizio di un secondo tempo di una globalizzazion più coordinata? Il rischio di autarchi c’è ma la capacità di produrre è enormemente integrata a livello internazionale. I processi produttivi avanzati sono tutti non contenuti in un solo paese. Da new economy a software ad auto. Disintegrare le catene del valore internazionale è difficile. Però la globalizzazione sarà più regolata e vi si infileranno i vari protezionisti del mondo. Il nostro modo di produrre è cambiato: produrre insieme è anche un modo di stabilizzare il mondo. Il nostro modo di vivere è cambiato: viaggiamo di più, viaggiare o andare all’estero negli anni 80 erano vero lusso o comunque un’eccezione (al limite per fricchetonismo). Oggi il viaggio all’estero
è un bene di consumo generalizzato, massificato. Disintegrare quel mercato quando l’emergenza sanitaria finirà (non è che oggi ci preoccupiamo della Spagnola). Sarà una nuova globalizzazione, più complessa.
Oggi diventa impensabile riposizionare in Italia tutta la filiera produttiva. Genera un problema di costi, investimenti, ottenimento del prodotto finale. Esiste un problema di risk management di filiera produttiva concentrata in un solo posto. Come è avvenuto nel mobile, con le produzioni spostate in medio oriente. Ci sarà allora forse una diversificazione delle filiere produttive e in parte riprendendo anche parti di produzione interna. Funziona comunque se non vincono le barriere protezionistiche.