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Lo stupore delle prese elettriche

Le scioccanti sciocchezze di Naomi Klein (1)

Da “http://www.cato.org/publications/briefing-paper/klein-doctrine-rise-disaster-polemics” con l’aggiunta di spunti e appunti miei e in attesa di ulteriori post in merito.
Il libro di Naomi Klein, Schock Economy, si propone di esporre la natura spietata del capitalismo fondato sul libero mercato, e del suo esponente principale, secondo lei: Milton Friedman.
Klein argomenta che il capitalismo va di pari passo con le dittature e le brutalità e che i dittatori e altri politici senza scrupoli prendono vantaggio dagli shock, cioè da catastrofi reali o imprenditoriali, per consolidare il loro potere e applicare delle riforme di mercato non popolari.

(Nota di rr. Le dittature si fondano sul presunto bene imposto agli altri e non sulla cooperazione tra attori che liberamente scelgono di scambiarsi beni, servizi o idee. I politici cercano di trarre vantaggio dalla regolamentazione del mondo e dalla possiblità di imporre comportamenti e ricatti a cittadini e imprese. Le crisi portano opportunità, questo è vero, perché consentono di scacciare i cattivi imprenditori e i falliti. Quello che fanno i politici per consolidare il loro potere è decidere che solo i loro amici possono essere salvati e i loro nemici fallire. In questo applicano riforme tese ad avvantaggiare loro stessi e a discriminare. Un’economia di mercato sarebbe dominata dal rispetto di regole condivise, da cooperazione e dal fallimento degli incapaci, politici compresi, a vantaggio dei meritevoli. Meritevoli nel senso che a loro viene riconosciuto da altri un valore che consente loro di stare sul mercato. Altrimenti out.)
Klein cita il Cile sotto Pinochet, la Gran Bretagna sotto la Thatcher, la Cina durate la crisi di Piazza Tienanmen e la guerra in Iraq come esempi di questo processo.

(Nota di rr. Al di là di cosa scrive nel libro, facciamo notare che l’unica economia costantemente in crescita nel Sudamerica è quella Cilena. Per quanto riguarda la Thatcher, la Gran Bretagna era il malato d’Europa a fine anni Settanta. Una decina di anni dopo lo sarebbe stata la Germania e contemporaneamente gli Stati Uniti si trovavano in una situazione di doppio debito. Le riforme strutturali e liberalizzatrici portate avanti in questi Paesi hanno creato problemi nel breve periodo, ma nel lungo periodo queste economie si sono rafforzate. Inflazione finita, occupazione avanzata, disoccupazione diminuita, spirito innovativo e imprenditoriale rafforzato, welfare non annullato e meno discriminatorio di altri paesi. Anche i paesi scandinavi e, per tornare a un paese citato dalla Klein, la Cina, hanno beneficiato di una maggiore apertura dei mercati (che va a beneficio di cittadini, produttori, consumatori e a detrimento di parassiti e politici). La Cina è cresciuta quando ha aperto i mercati, anche se a modo suo, non quando Mao predicava la rivoluzione culturale e poneva alla fame un miliardo di persone. Gli stessi paesi scandinavi, che erano già più aperti alla concorrenza e avevano un capitale sociale più forte di quelli del Mediterraneo, si sono trovati in crisi a inizio anni Novanta, e hanno drasticamente abbassato la spesa pubblica e la pressione fiscale per tornare competitivi. I paesi che hanno iniziato a vivere di dirigismo, statalismo, assistenzialismo, protezionismo, pianificazione centrale, parassitismo, difesa dell’esistente, deficit, possono avere avuto effetti positivi a breve, ma nel medio lungo periodo hanno sbattuto contro muri chiamati crisi economica, iperinflazione, stagflazione, immobilismo, declino dissoluzione di regimi quelli sì assolutistici. (Pensiamo ai Paesi sudamericani a eccezione del Cile, all’Italia, alle economie ex sovietiche.)

L’analisi della Klein è fallace a ogni livello. Le stesse parole di Friedman rivelano di quanto lui fosse un avvocato della pace, della democrazia e di diritti individuali. Lui argomentava che le riforme economiche graduali fossero preferibili e che la cittadinanza avrebbe dovuto essere pienamente informata su di esse in modo da potersi preparare meglio in anticipo.
Inoltre, Friedman condannò il regime di Pinochet e si oppose alla guerra in Iraq.
Gli stessi episodi citati si rivelano fallaci. Per esempio Klein asserisce che la soppressione della rivolta di Tienanmen intendesse togliere ogni velleità di opposizione alle riforme pro mercato, mentre in realtà quegli eventi causarono uno stallo nel processo di liberalizzazione.

(Nota di rr. Chiedevano libertà, quelli di Tienanmen. Libertà civili. Libertà politiche. Libertà economiche.
Peraltro nel capitalismo di Stato cinese, il male è lo Stato, non il capitalismo.)
Lei argomenta che la Thatcher ha usato la guerra nelle Falkland come una copertura per le sue politiche economiche impopolari. In realtà quelle politiche e i loro risultati hanno incontrato un forte sostegno pubblico.

(Nota di rr. Ricordiamo che la Thatcher ha poi vinto due turni elettorali oltre al primo. Ricordiamo anche che oggi le persone vanno a cercare opportunità a Londra e non a Cuba o in Italia. Che certe riforme abbiano contato qualcosa?)
Diverse indagini mostrano come in realtà i regimi meno politicamente liberi che resistono a liberalizzare il mercato, mentre gli Stati con una libertà politica maggiore tendono a perseguire anche la libertà economica.
LA VITA SOTTO IL CAPITALISMO SELVAGGIO

In un libro di oltre 500 pagine, la Klein non offre quasi nessun argomento a chi non sia già convinto che il libero mercato sia male.
Lei fornisce alcuni esempi di come la povertà e la disoccupazione siano aumentati subito dopo che un’economia pianificata è collassata o subito dopo che l’iperinflazione sia stata abbattuta. (Ndrr: come dire, cara Klein, che l’iperinflazione è cosa buona? Come dire che l’economia pianificata è cosa buona? Quanto democratica è, a proposito? Lo sa la Klein che l’inflazione colpisce soprattutto i poveri? Che il problema fosse in ciò che c’era prima degli abbattimenti e che le conseguenze avrebbero potuto essere previste, ma i governanti erano troppo presi dal loro potere, anche economico?)
L’aumento immediato della povertà e della disoccupazione a seguito del collasso delle economie pianificate o dell’abbattimento dell’iperinflazione è spesso ciò che gli economisto predicono in tali casi. Non è strano. Tuttavia questo è il solo modo per ridurre la povertà e la disoccupazione nel lungo periodo.
I dati sui risultati di lungo periodo sono quelli che la Klein non fornisce quasi mai in tutto il libro.
Lei dice che le riforme hanno portato i lavoratori cileni alla povertà, ma non ammette mai che il Cile è il successo economico e sociale dell’America Latina e che ha sostanzialmente abolito la povertà estrema.
Lei dice che le riforme hanno aumentato i gap tra i redditi delle città e delle campagne in Cina, ma non afferma mai che lo sviluppo economico cinese ha prodotto la più grande riduzione della povertà della storia.
Due volte la Klein menziona brevemente il quadro e non solo la cornice e anche il lungo periodo. Afferma infatti che tra il 25 e il 60 per cento della popolazione diventa “underclass” nelle economie che sono state liberalizzate. Non spiega però cosa intende, né da dove prende le cifre.
Uno sguardo ai dati dell’ EFW mostra che la povertà e la disoccupazione sono inferiori nei Paesi con la più alta libertà economica. Nel primo quinto di nazioni più libere la povertà è del 15,7% mentre nel resto del mondo è del 29,8%. La disoccupazione nel primo quintile delle nazioni più liberalizzate è il cinque per cento, il che è meno della metà rispetto al resto del mondo.
Nel quintile in cui si trovano le nazioni meno libere economicamente, piene di quelle restrizioni sulla proprietà privata, sugli affari, sugli scambi, che secondo la Klein sarebbero il modo di aiutare le persone contro il potere, la povertà è il 37,4% e la disoccupazione è il 13%.
La Klein scrive che il capitalismo globale è entrato nella sua forma più selvaggia dal 1990. Se avesse ragione nella sua connessione tra i mercati liberi e la deprivazione, la povertà avrebbe dovuto aumentare in modo drammatico da allora. In realtà è successo l’opposto.
Tra il 1990 e il 2004 la povertà estrema nei paesi in via di sviluppo si è ridotta dal 29 al 18%, secondo la Banca Mondiale. Questo significa che la povertà si è ridotta di 54000 persone al giorno sotto il cosiddetto capitalismo selvaggio. La proporzione delle persone negli slum, che è un altro risultato della liberalizzazione secondo il mondo immaginario di Naomi, si è ridotta dal 47 al 37% nello stesso periodo.
Le medie non raccontano tutta la storia, così è importante puntualizzare che i miglioramenti più grandi sono avvenuti in quelle parti del mondo che hanno liberalizzato di più, mentre i peggioramenti si sono verificati nelle nazioni meno liberalizzate.
Se la Klein avesse ragione nella connessione tra mercati liberi e violenza politica, dovremmo vedere più guerre e dittature nell’era del capitalismo selvaggio. La Klein insiste nel dire che il mondo è diventato meno pacifico senza documentare questa affermazione. Anche qui è nel torto.
Secondo l’Human Security Centre all’Università della Britsh Columbia, il numero di conflitti miltari che coinvolgono almeno uno Stato èdecilanto da 50 nel 1990 a 31 nel 2005. Il numero di morti a causa della guerra nel 2005 era il più basso in mezzo secolo. Nel 1990 c’erano nove genocidi in corso nel mondo. Nel 2005 ce n’era solo uno, in Darfur. Nonostante alcune cospicue eccezioni, il mondo è diventato più pacifico nell’era che Naomi chiama del capitalismo selvaggio.
Il mondo è anche diventato più democratico, contrariamente alle implicazioni delle tesi della Klein.
In effetti mentre i mercati si sono aperti, il mondo ha simultaneamente visto una rivoluzione democratica. Tra il 1990 e il 207 il numero di democrazie elettorali è passato da 76 a 121. Nel 1990 c’erano più nazioni definite come “non libere” dalla Freedom House di quante fossero classificate come libere. Nel 2007 le nazioni classificate come libere erano due volte quelle non libere.
Così in assenza di argomenti seri contro le conseguenze del libero mercato, ci resta solo la ragionevole critica della Klein contro le torture, le dittature, la corruzione governativa e il corporate welfare. Alla fine dalla lettura del libro ricaviamo l’affermazione curiosa che il libero mercato è il male perché i governi sono incompetenti, corrotti e crudeli. (Ndrr. Come scambiare il bene e il male. O la soluzione e il problema.)

Altri punti segnalati nel paper:
Friedman non è mai stato un consulente di Pinochet e non ha mai preso soldi dal regime.
Friedman riteneva che una società più ricca e un’economia in crescita avrebbero portato alla richiesta di più diritti civili.
“Solo una crisi, effettiva o percepita, produce cambiamenti reali. Quando la crisi si verifica, le azioni prese dipendono dalle idee che circolano. La nostra funzione base è questa: sviluppare alternative alle politiche esistenti, tenerle vive e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile.” Questo paragrafo viene frainteso in tutto dalla Klein e vuole puntualizzare il fatto che le persone cambiano i loro modi di fare quando sembra probabile che i vecchi modi stiano diventando obsoleti. Ciò che Friedman notava nei Paesi sovietici e in quelli occidentali alle prese con la stagflazione è che la gente domandava dei cambiamenti quando i vecchi sistemi mostravano tutte le loro crepe. Friedman non pretendeva di creare delle crisi obbligare le persone ad adottare politiche alternative: erano le persone a cercare di cambiare i comportamenti a seguito di crisi.
La tirannia dello status quo non è ciò che si inventa la fervida immaginazione della giornalista, ma un “triangolo di ferro tra politici, burocrati e gruppi di interesse speciali come ad esempio le imprese, che cerca di mantenere il proprio benessere a spese dei votanti.” Le stesse politiche anti inflazionistiche dovrebbero essere annunciate al pubblico in gran dettaglio: più le persone sono informate e più la loro reazione faciliterà gli aggiustamenti.
In altre parole se le persone non sono ignoranti e non sono male orientate, ma interamente informate sulle riforme, faciliteranno gli aggiustamenti cambiando i loro comportamenti quando negoziano, risparmiano, consumano. Questo è l’opposto di quel che la testa della giornalista interpreta.
La stessa Chicago School divenne famosa per la sua apertura mentale. Tutte le idee erano benvenute se ben argomentate (ndrr: la Klein sarebbe stata bocciata, pazienza.) Friedman incoraggiava gli studenti a imparare da altri approcci (ndrr: la Klein ha un approccio in testa e solo quello va bene, anche se fa acqua da tutte le parti. Trovate le differenze.) Il suo metodo era quello di testare le ipotesi con dati empirici e Friedman era pronto ad ammettere i propri errori (ndrr: la Klein invece ha stabilito di essere la capa dei buoni e quindi non è tenuta a verificare le proprie stronzate e non è pensabile che sbagli.)
La Klein è una maestra per tutti quelli che tirano fuori le frasi dal loro contesto e così possono attribuire loro tutti i significati che vogliono.Friedman non era favorevole né alla guerra in Iraq né all’intervento del Fondo Monetario Internazionale in Asia affinché dopo lo tsunami i governi confiscassero i terreni delle famiglie di pescatori per farci costruire degli hotel di lusso. (Ndrr.Ora, chiunque abbia studiato un po’ di economia e abbia letto Friedman non può pensare che lui sia favorevole a che i governi esproprino delle proprietà da dei privati per darle ad altri. E’ possibile che lei non abbia ln realtà letto Friedman ma si sia fatta estrapolare un po’ di frasi da alcuni ricercatori? Secondo gli autori del paper lei in realtà voleva all’inizio parlare della guerra in Iraq e poi si è lasciata prendere la mano. Forse le è convenuto: bisognerebbe verificare il conto in banca della giornalista.)
La Klein non dice che solo quattro tra le economie indicate nel Fraser Institute’s Economic Freedom of the World Statistics (EWS) non hanno proceduto a delle liberalizzazioni a partire dal 1980. Ovviamente anche i regimi dittatoriali rientreranno nell’elenco (Ndrr: anche le dittature sue amiche sono dittature?), allora, come le democrazie.
La Klein si basa sulla sua personale interpretazione degli aneddoti e degli esempi non porta mai prove statistiche che sostengano i suoi argomenti, anche perché non esistono. In realtà le statistiche mostrano come ci sia una forte correlazione tra la libertà economica da un lato e i diritti politici e le libertà civili dall’altro.Il quarto delle nazioni più liberalizzate raggiunge un punteggio di più alta libertà nella misura dei diritti politici secondo la Freedom House (1,8, con i punteggi che vanno da 1, più libero, a 7, meno libero.) Il secondo quarto ottiene il punteggio di due. Il terzo ottiene 3,4. Il quarto delle nazioni meno economicamente libere è anche quello delle nazioni meno politicamente libere: 4,4. In media, il quarto più ecoomicamente libero è più democratico di Taiwan e il quarto meno economicamente libero è meno democratico della Nigeria.
La Klein non considera che le ragioni della crescente popolarità della Thatcher fossero legate ai miglioramenti nell’economia britannica del tempo. (ndrr. E se poi anche fosse la guerra un motivo di popolarità non è che allora la we the people gente vuole quella? La democrazia non è valida solo quando piace. Solo che non era vero: it’s the economy, stupid.)
La Klein non parla delle liberalizzazioni avvenute in Islanda, Irlanda, Estonia, Australia, Stati Uniti e il cui successo popolare è stato testimoniato dai turni elettorali. Le liberalizzazioni evidentemente non sono così impopolari come ritiene la giornalista (ndrr: sarà più ignorante o più in malafede?) La Klein parla degli attacchi della polizia (corpo statale, comunque) ai minatori, che però usavano violenza bloccando le miniere. La cosa interessante è che i sondaggi dell’epoca erano a favore della Thatcher. Nel dicembre 1984 il 26% degli inglesi parteggiava per i minatori. Il 51% per i datori di lavoro. Ben l’88% disapprovava i metodi usati dai minatori. (Ndrr. Alla Klein forse questi numeri non interessano: così come i comunisti italiani erano favorevoli all’Urss che bloccava le rivolte in Ungheria e in Cecoslovacchia, lei forse ritiene che si possa essere contro il popolo in nome del popolo. Se il popolo protesta in Venezuela o in Germania Est contro gli amici della Klein non è vero popolo.)
La Klein esagera frequentemente gli elementi del libero mercato che può associare con una crisi. Innanzitutto la Klein sostiene che Argentina e Cile sono state le perpetuatrici del liberismo. A parte che Friedman sostenne che era strano che il regime cileno avesse permesso al mercato di lavorare. L’Argentina non è certo un campione di liberismo. L’Argentina è passata da 3.25 nel 1975 a 3.86 nel 1985 nell’indice di libertà economica, laddove paesi preferiti dalla Klein come la Svezia sono passati da 5.62 a 6.63 e la Malesia da 6.43 a 7.13. Dopo la fine della dittatura, l’Argentina era meno liberista di Paesi est europei come la Polonia, l’Ungheria e la Romania.
La Klein fa degli esempi piuttosto ridicoli e inoltre fraintende alcune proposte come quella dell’introduzione di buoni scuola o quella di Williamson di lasciar corre un po’ di inflazione per ottenere una migliore accettabilità delle riforme (frase provocatoria detta a una conferenza per stimolare un dibattito e non parte di una strategia globale come la giornalista vuole far credere.)
Dopo l’uragano Katrina, lei scrive, le scuole pubbliche aperte erano solo 4 mentre 37 erano chartered schools (spesso guidate da enti no profit.) Evita di dire che le scuole pubbliche sono semplicemente state lente a riaprire e ne approfitta per lamentarsi dell’introduzione di una versione fondamentalista del capitalismo. Nel 2007 le scuole pubbliche erano di nuovo state riaperte.
I fatti di piazza Tienanment hanno rappresentato la fine del processo di liberalizzazione economica in Cina. La Klein falsifica la cronologia e lo sa. Gli oppositori chiedevano democrazia, trasparenza, uguaglianza di fronte alla legge (Ndrr. E non discriminazione in funzione di chi è amico del potere politico. Inoltre erano contrari alla burocrazia, agli arbitri e alla violenza, come ogni libertario e come nessun sostenitore di regimi dittatoriali, siano essi di marca comunista o fascista, e come nessun sostenitore degli stati etici che impongono la loro volontà agli altri nel nome di un malinteso bene altrui, come un Pol Pot, un Mao o un Chavez qualsiasi. Forse alla Klein piacerebbe avere i soldi e il potere che potrebbero derivare da uno Stato che accogliesse i suoi suggerimenti per il bene altrui)

I politici e i governanti spesso utilizzano le crisi come un’opportunità di aumentare i loro budget e il loro potere.
La Klein non definisce mai quali fossero le idee di Friedman e non fornisce alcuna indicazione che le abbia capite. (Ndrr. Pia illusione che le capisca ma anche che cerchi di farlo: non è la comprensione delle idee e dei fatti che le consente di guadagnarsi da vivere.)
I libertari sono sempre stati accusati di voler favorire le grandi corporations, ma in realtà sono contrari al crony capitalism.
La guerra è amica degli Stati. La prima guerra mondiale produsse l’iperinflazione e il comunismo. La depressione produsse il nazional socialismo. Dopo l’11 settembre Bush restrinse le libertà dei cittadini e spinse a guerra e produzione di armi. Sono gli Stati ad approfittare delle crisi per aumentare il loro potere o fare regali a i loro amici. Il formidabile potere degli Stati o delle grandi imprese è avversato dai liberisti. In effetti la Klein accusa i liberisti di colpe che ricadono sugli Stati. Accusa Friedman di cose che sono l’opposto delle sue idee e comunque lei non le spiega e probabilmente non le sa o non le ha capite. Oltre a confondere il liberalismo col corporativismo, la Klein confonde anche i libertari coi conservatori, che vogliono lo Stato forte, che sono favorevoli alle spese pubbliche militari, che sono contrari a molte libertà civili e che, in sostanza, non sono libertari.

La Klein non sembra preoccuparsi di dittatori, fascisti, assassini finché abbassano le tasse o rimuovono le barriere al commercio. (Ndrr: vedi Pol Pot, Chavez, Kirchner, Peron, la Corea del Nord, l’Urss e i suoi satelliti, Cuba, i regimi fascisti del Mediterraneo ecc.) Secondo lei ci sono dittature giuste e dittature sbagliate. Ci sono presidenti che fanno bene a respingere gli attacchi del parlamento (Allende) e quelli che fanno male (Eltsin.)

Secondo lei non è giusto che ci siano degli economisti o altri che in situazioni di crisi suggeriscano delle soluzioni. Peccato che sia la stessa cosa che ha fatto lei dopo l’uragano Katrina o la guerra in Iraq. Sembra che sbaglino gli economisti che promuovono le liberalizzazioni, anche se queste vengono adottate dalle dittature. Sembra invece, secondo la Klein, che nel giusto siano gli economisti di impronta più statalista, anche se sostengono i regimi totalitari che adottano misure pianificatrici e stataliste. Un nome a caso: Keynes.

Nella visione della Klein chi lotta contro il libero mercato, anche se cerca di rimuovere un presidente eletto democraticamente, è un combattente per la libertà. (Ndrr. La democrazia vale solo se si elegge il nostro amico. Vale solo se le leggi sono quelle che ci piacciono e magari ci favoriscono.)
Secondo la Klein i libertari amano le imprese, così i sussidi dati alle imprese dal governo sarebbero ben visti. Sembra quasi che una politica sia neoliberale se sono coinvolte imprese private. Secondo la Klein Friedman capì che in circostanze normali le decisioni economiche sono prese attraverso il tira e molla di interessi competitivi: lavoratori che vogliono lavori e salari, produttori che vogliono tasse basse e regolamentazione scarsa e politici che devono bilanciare le esigenze contrapposte. La Klein non spiega da dove ha tirato fuori questa idea di Friedman, ma in ogni caso è sbagliata.
Per Friedman i lavori e i salari sono il risultato di lungo termine di basse tasse e di poche regolamentazioni, ma spesso l’attività di lobby delle imprese cerca di distruggere questi effetti. Friedman ha costantemente ammonito contro le pretese delle imprese e dei capitalisti di ottenere privilegi, sussidi e protezioni. Ha detto infatti:”Le imprese in generale non sono dei difensori della libera impresa. Al contrario sono una delle principali fonti di pericolo. Ogni uomo d’affari è in favore della libertà di concorrenza per gli altri, ma non per sé. Quando tocca a lui le tariffe che proteggono dalla concorrenza estera, le agevolazioni fiscali e i sussidi sono necessari, pensa l’uomo d’affari. Nella serie tv “Free to Choose” Friedman dice: “Non credo che sia corretto porre la questione nei termini di industriali contro il governo. Al contrario, una delle ragioni per cui sono a favolre di meno governo è che quando c’è più potere politico, gli industrali possono prenderne il controllo e formare una coalizione contro il lavoratore e il consumatore ordinari. Il business è meraviglioso se affronta la concorrenza nel mercato e si fonda esclusivamente sulla capacità di produrre un prodotto migliore a costi più bassi. Il governo non deve intromettersi per proteggere la comunità degli affari.”
La descrizione di Friedman è simile a quella della Klein:”I governi i uniscono con le grandi imprese per redistribuirsi i fondi.” Ancora Friedman: “Le imprese private possono ricevere i premi del successo solo se soffrono le penalizzazioni dei fallimenti, per cui la regola dovrebbe essere nessun ostacolo e nessun sussidio.”
Ma allora è possibile che il corporate welfare sia la conseguenza inattesa di un’economia aperta e di un governo limitato? In realtà è il contrario. La Klein parla di oligarchi russi e di privatizzazioni latino americane ma trascura di far notare l’esclusione degli outsiders e degli stranieri dai processi in corso. Nel frattempo il corporate welfare negli Stati Uniti e in Iraq è il risultato di un incremento massiccio di spesa pubblica e di barriere all’entrata che impediscono la concorrenza e gli scambi. E’ quindi il protezionismo e il nazionalismo che produce il corporate welfare

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