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there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

Come mandare in rovina un paese. 1972

Copia incolla da Sergio Ricossa,”Come si manda in rovina un paese.”

Foglio paghe: trenta voci incomprensibili da manovrare secondo un’algebra misteriosa.
Contratto dei metalmeccanici: duecento pagine incomprensibili. C’è l’operaio comandato in trasferta in località malariche ufficialmente riconosciute, che ha diritto a un’indennità. Se un impiegato ha una ricaduta nella stessa malattia entro due mesi dalla ripresa del lavoro, e ha un’anzianità di servizio tra tre e sei anni, gli spetta la conservazione del posto per tredici mesi e mezzo, di cui quattro e mezzo a retribuzione globale intera e nove a metà retribuzione. L’apprendista che lavora 41 ore settimanali riceve in pagamento una quota aggiuntiva di 171 secondi per ogni ora lavorata. Esistono rappresentanti sindacali autorizzati ad assistere alla vendita del testo del contratto agli operai che non si avvalgono della facoltà, evidenziata in un modulo illustrativo, di rifiutare l’acquisto.
Lo statalismo produce burocrazia e la insinua anche nel privato e nel regno dei buoni sentimenti, che è il socialismo.
Lotta tra Cefis e Visentini per il controllo della Montedison e quindi della chimica italiana. Alle loro spalle Visentini aveva Agnelli e Pirelli mentre Cefis godeva dell’appoggio di Cuccia, Carli e un pacchetto di azioni Montedison sono state comprate coi soldi dell’Eni (principale azionista di Montedison, presidente Girotti). Surrettizia è la nazionalizzazione.
Sindona, finanziere vaticano, cerca di comprare Italcementi per arrivare a Bastogi. Si scontrerà con Cefis. Da intermediario cerca di diventare padrone. Certi personaggi approfittano dalla fuga dal mercato. I piccoli risparmiatori vendono le azioni. Chi è senza appoggi politici vende le aziende di famiglia.
Mattioli non vuole lasciare la Comit.
Mercato e concorrenza libera sono in arretramento. Vince la paura, anche del terrorismo, sobillato pure dai cattivi maestri.
Nonostante gli orrori dello statalismo, la cultura ufficiale si ostina a volere indicare il profitto come causa di tutti i mali. Non ammette che in un mercato di concorrenza libera e leale il profitto possa essere il voto che i consumatori danno ai produttori. Per Sylos Labini gli economisti non credono più nella sovranità del consumatore: chissà come spiegano le ricerche di mercato fatte dagli imprenditori o perché quelli che non le fanno falliscono.
Flaiano: Quante cose guardiamo in realtà che non valgono il tempo di essere viste. Questo si chiama l’infelicità.

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