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Lo stupore delle prese elettriche

Alesund: la città che trasmette serenità.

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20 LUGLIO. ALESUND (VOTO 8).
“Le persone che vengono in Norvegia dai paesi caldi dell’Europa si riconoscono perché sono vestiti da inverno quando fa caldo,” ho letto da qualche parte. Presente all’appello! Io ho portato in braccio il giaccone invernale per due giorni ad Alesund, quando erano tra i venti e i trenta gradi. Solo che poi, all’ombra, la sera, il giaccone tornava ad essere utile. Sarà a Bergen che potrò lasciarlo invece in casa per un giorno intero.
Di Alesund col sole è facile innamorarsi perdendosi nelle strade del centro, in quelle che si inerpicano verso le alture dell’Aksla e dintorni, in quelle nei pressi del porto, in quelle che si dirigono all’acquario (non visto) o al Sunmore Museum. Partiamo da qui: ho impiegato un’ora e un quarto di camminata al caldo dell’una di pomeriggio per arrivarci, dall’albergo.
Ho visto bici e moto tenute fuori dalle case non legate, una giovane ragazza uscire in bici case, alcuni scorci stupendi di mare e montagne verdi, neve su in alto, tanto cielo azzurro e ovviamente il fiordo.
Nel museo ci sono delle navi vichinghe in esposizione e su una puoi anche fare un giro, chiedendo alla reception. E’ un po’ la ricostruzione della vita della comunità in passato, ma a quanto ho visto io se ne può fare a meno e comunque non vale i circa dieci euro del biglietto.
Le strade del centro sono animate a ogni ora di persone, molte delle quali giovani. Ci sono dei musicisti di strada più o meno fissi, c’è un chiosco su cui campeggia la pubblicità venga fatto, da dei cinesi, il più buon fish and chips del mondo (l’ho mangiato, per 110 corone ed era buono, in effetti,) c’è la vita sì dinamica ma non frenetica degli studenti che si muovono in bus o a piedi e dei turisti che mangiano un gelato o un panino e passeggiano tra negozi e mare. Tutti si fermano sulle panchine del porto, circondati da statue o simboli dei troll, che sono una presenza fissa in Norvegia. Immancabili, in acqua, sono i soliti canoisti.
La città è formata in realtà da cinque isole e con una salita di più di quattrocento scalini si arriva ad ammirare un panorama da innamoramento. Dove terminano i gradini, infatti, si trovano una terrazza e un bar-ristorante coi tavolini all’aperto. Mi sono fermato lì per qualche ora e poi ci ho fatto ritorno il pomeriggio, passando anche per dei boschetti che sono lì nei pressi e arrivando fino al punto più alto di osservazione: il forte Kniven. Si vedono la città, le isole, i fiordi, il mare e tutto ciò che rende bello stare qualche ora a essere guardato.
Ovviamente il posto è pieno di turisti. Se escludiamo gli occhiammandorlati non c’è ressa. E’ anche pieno di runner, non solo autoctoni. E’ un posto che piace molto alle americane, a quanto ho sentito da loro stesse mentre una di esse stava mettendosi in posa ginnica per farsi fare una foto.
Rilassatezza: ecco cosa mi ha infuso Alesund.
E poi? L’art nouveau! Questa città è stata ricostruita in un qualche anno del Novecento. Per saperne di più consultate l’web o le guide. E’ stata rimessa a nuovo con le case in stile art nouveau, che sono carine a vedersi, diverse dal resto delle case norvegesi.
Una citazione di merito va all’albergo, scelto all’ultimo, visto che era in centro, in offerta su Booking allo stesso prezzo della stanza che avevo scelto a febbraio via airbnb e che ho prontamente cancellato, anche se pure essa era in centro. Le colazioni pantagrueliche del Thon hotel mi hanno permesso di mangiare poco e risparmiare quindi tanto nei giorni in cui avevo la base ad Alesund, cioè quelli dal 18 al 21 luglio. La colazione era nord europea, quindi con salsicciotti, bacon, uova, prosciutto, formaggio, yoghurt, marmellata, pane, cocomero, latte, caffè, fagioli, torte. Il tutto a buffet. L’albergo è anche a due passi dal mare e così mi sono potuto gustare in santa pace due tramonti bellissimi, avvenuti attorno alle undici di sera. Inoltre è proprio su quel tratto di mare che approccia l’Hurtigruten, che così ho rivisto sia una sera che una mattina.
E’ stato lì che ho poi deciso di non prendere l’aereo per arrivare a Bergen, ma di farmi il viaggio in autobus. Ne è valsa la pena? Sì.
Persone notate, oltre a quelle già indicate: un turista russo che in vetta al forte Kniven mi rutta in faccia, una signora ottantenne che mi indica in inglese dove si trova il Sunmore museum, tanti ma proprio tanti giovani. Bella città. Davvero.

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