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Lo stupore delle prese elettriche

L’economia della fame nel mondo e dell’agricoltura più o meno sostenibile.

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Da: Tom Tietenberg, Environmental and natural resources economics.

Molte parti del mondo devono affrontare seri problemi di malnutrizione e fame. La radice del problema è la povertà e quindi l’impossibilità di poter affrontare i prezzi crescenti del cibo. L’insicurezza del cibo tra i poveri aumenta quando i prezzi crescono.
Questi problemi non sono irrisolvibili e non richiedono un particolare trasferimento di risorse tra paesi ricchi e poveri. Le barriere non hanno natura fisica, bensì politica ed economica.
La Fao ha concluso che i paesi in via di sviluppo possono aumentare la produzione di cibo in eccesso rispetto alla crescita della loro popolazione, ma occorre che:

le nazioni sviluppate condividano la tecnologia;

le nazioni sviluppate forniscano ai paesi in via di sviluppo accesso ai loro mercati;

i paesi in via di sviluppo vogliano adottare politiche di prezzo che non restringano la quantità.

Ciò si può raggiungere senza mettere a in pericolo i poveri attraverso sussidi all’acquisto di cibo (food stamp programs) anziché col controllo dei prezzi.
Poiché il problema della fame nel mondo dipende in massima parte dalla povertà, non basta produrre più cibo: bisogna che i poveri possano permetterselo. Questo è importante anche alla luce del costo crescente di input agricoli, come i fertilizzanti, e della conversione di terra dalla produzione di cibo a quella di biocarburanti.
Ridurre la povertà può essere ottenuto incoraggiando le opportunità di occupazione non agricola e incrementando i rendimenti degli agricoltori su piccola scala.
La pressione al rialzo dei prezzi può essere ridotta abbassando i sussidi molto grandi che favoriscono la conversione delle terre in biocarburanti. Sussidiare la produzione di etanolo dal frumento è inefficiente sia da un punto di vista energetico che da quello della sicurezza della disponibilità di cibo.
Esistono prove secondo cui non c’è trade off tra equità ed efficienza per quanto riguarda le economie di scala. Anche i piccoli produttori possono essere competitivi purché abbiano accesso al credito e alle tecnologie migliorative.
Grandi stoccaggi di cibo, un elemento chiave in un programma che voglia garantire una fornitura certa di cibo, esistono, ma non sono aconra pienamente efficaci
Si vede una luce in fondo al tunnel, il treno si muove, ma il viaggio è lento.

A livello globale nel 1991 un miliardo di persone erano sottonutrite. Nel 2012 la cifra si è abbassata a 800 milioni circa. Nello stesso periodo la popolazione è cresciuta di oltre un miliardo e i prezzi dei prodotti alimentari sono cresciuti, le calorie giornaliere a disposizione della popolazione mondiale sono aumentate. I benefici a livello di valori assoluti, ma soprattutto pro capite, sono evidenti. (Dati ricavabili dal sito faostat.org, tutti dati che dimostrano i benefici della globalizzazione.)

FLUTTUAZIONI

La disponibilità di cibo varia anno dopo anno per motivi legati a fenomeni meteorologici e alle stesse decisioni degli agricoltori: la loro gestione può aumentare, peggiorandola, la variabilità dei raccolti. E’ preferibile riuscire ad avere due anni con quantità di cibo media a disposizione che un anno di eccesso e un anno di carestia.
Il modello Codweb illustra il problema delle cattive decisioni: basare la produzione successiva sul prezzo dell’anno precedente può portare a quantità prodotte troppo alte, che vanno a fissare prezzi di equilibrio più bassi del previsto, che portano l’anno successivo a quantità programmate di produzione più basse, che portano a prezzi più alti l’anno successivo e così via.
Si hanno oscillazioni dei prezzi che continuano per qualche anno fino al raggiungimento di un punto di equilibrio stabile.
L’ elasticità della domanda a variazioni dei prezzi dei prodotti agricoli è bassa, tendenzialmente. Quindi l’inclinazione della curva di domanda è abbastanza elevata. Perciò, in caso di carestia, una riduzione della quantità offerta porta a un incremento di prezzo sostanziale per arrivare a un punto di incrocio tra le due curve.
Per i produttori che succede? L’effetto sul reddito è positivo per l’aumento di prezzo e negativo per la riduzione di quantità. In generale più rigida è la domanda, più i produttori guadagnano, nel loro insieme, da riduzioni di quantità.
Vedi l’esempio dell’etanolo, che ha la domanda molto rigida, più di quella del grano per cibo o per esportazione. L’aumento della sua domanda fa alzare la rigidità anche delle curve di domanda del grano usato per scopi alimentari.
Ora, i produttori guadagnano da restrizioni di offerta e perdono da eccessi di offerta, quindi non hanno convenienza ad aumentare la produzione di cibo.
I consumatori, al contrario, soffrono le restrizioni, e guadagnano da eccessi di cibo, quindi non si cureranno degli eccessi e cercheranno di evitare le carenze.

Questo crea degli incentivi interessanti, da un punto di vista di analisi economica, e difficili, da un punto di vista di politica economica. Mentre la società nel suo insieme guadagnerebbe dalla stabilizzazione dei prezzi e delle quantità di cibo, i diversi segmenti della società hanno punti di vista piuttosto diversi su come dovrebbe avvenire la stabilizzazione. I produttori vorrebbero “punti di equilibrio” in cui i prezzi fossero mediamente alti, mentre i consumatori vorrebbero che la stabilizzazione avvenisse a prezzi bassi.

Una soluzione è quella di creare delle grandi scorte nazionali di prodotti, come è stato fatto negli Stati Uniti per le emergenze del 1975. Purtroppo ogni anno queste scorte, qualora esistano, vengono utilizzate quasi interamente in base alle esigenze, quindi restano poche riserve. Inoltre questi stock sono gestiti in modo inefficiente e sono scarsamente coordinati a livello internazionale, per poter rispondere a problemi di natura sovranazionale.
LE IPOTESI DI SCARSITA’ GLOBALE.
Una delle ipotesi che cercano di spiegare la fame nel mondo è che il cibo non basti per tutti. Cioè la produzione sia globalmente inferiore alla necessità della popolazione.

Alla luce della teoria e dell’esperienza pratica possiamo affermare che non c’è un problema di scarsità globale del cibo: la produzione di cibo è storicamente cresciuta più in fretta rispetto alla popolazione, sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli sviluppati. Quindi la produzione di cibo per persona è aumentata nel tempo, anche se tale aumento è stato piccolo.

Esiste un problema legato alla forma debole dell’ipotesi di scarsità globale, vale a dire il prezzo. In molti paesi la curva di offerta dei prodotti agricoli è più ripida di quelle degli altri prodotti e quindi il rialzo dei prezzi genera problemi di scarsità di cibo.

Il trend del tasso di malnutrizione nei paesi in via di sviluppo è stato decrescente negli ultimi trent’anni, ma ha subito un rovesciamento nel 2008 a seguito di aumento dei prezzi delle materie prime, in Asia orientale (Cina esclusa,) Oceania, Africa sub sahariana. (Poi è tornato decrescente.)

Un altro problema legato al cibo è quello dell’eccesso e quindi dell’obesità: negli Stati Uniti una persona al giorno in media consumava 2234 calorie. Queste sono diventate 2757 nel 2003.

In generale comunque possiamo affermare che il problema della fame nel mondo non sia causato da poca produzione, ma che le fasi di rialzo dei prezzi spingano verso un possibile (ma non sempre certo) inasprimento del problema.

Il nocciolo della questione sta nella distribuzione delle risorse.
DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE

Se il problema è di distribuzione delle risorse, dovremmo verificare che i paesi poveri presentano la proporzione più grande di persone malnutrite e che, nei paesi ricchi, le persone più povere sono le più malnutrite relativamente.

Se il problema è di distribuzione, occorre scoprire come permettere l’accesso al cibo dei poveri. Alleviare la povertà, rendendo le persone in grado di potersi comprare il cibo (o i terreni o le attrezzature o vendere ciò che coltivano ecc.), può essere una strategia vincente. Se il problema fosse la mancanza di cibo nel mondo, questa strategia non lo risolverebbe.

Le prove che il problema sia di distribuzione e di affordability sono ormai evidenti. Peraltro all’alta povertà è storicamente associata la crescita della popolazione e a questa una maggiore disuguaglianza dei redditi e quindi ulteriore povertà e così via. Prescindendo per ora dal problema della crescita della popolazione, cosa possiamo fare per aumentare l’ammontare di cibo disponibile ai cittadini dei paesi poveri? Far sì che possano diventare più ricchi, incrementando il proprio reddito disponibile, sicuramente.

(nota: chi dice che occorra distribuire il cibo, o il reddito, equamente, di solito non tiene conto di chi dovrebbe stabilire tali valori o quantità e assume un modello superfisso. Inoltre la gente compra quello che vuole, se ha disponibilità di reddito. Attraverso l’acquisto il consumatore contribuisce al reddito di distributori e produttori. Produttori e distributori producono e distribuiscono se hanno convenienza a farlo e a vendere, ricavandone denaro. Non è detto che produrrebbero per vendere se la domanda dei ricchi fosse più bassa. Inoltre non tutti i terreni sono adatti. Non tutte le persone sono adatte a fare lo stesso lavoro. Non tutti i paesi possono essere esportatori di cibo o autosufficienti, per le condizioni di quei paesi. Peraltro per i vantaggi comparati conviene ad alcuni paesi importare cibo ed esportare altro. Naturalmente la possibilità di accesso ad attrezzature, mezzi meccanici, tecnologie che permettono di aumentare la resa per ettaro dell’agricoltura sono importanti: più il singolo riesce a produrre, più altre persone possono svolgere attività a più alto valore aggiunto e avere reddito disponibile per comprare cibo, importato o meno. Il passaggio da società agricola, di sussistenza, a industriale e di servizi, deriva storicamente dall’aumento del reddito nazionale.)

Ma, sempre nell’ottica di avere un maggiore accesso al cibo, conviene ai paesi in via di sviluppo diventarne produttori? Almeno in parte sì, soprattutto perché le importazioni avvengono in valuta estera che potrebbe avere un valore superiore alla propria moneta e quindi le importazioni di cibo sottraggono reddito per l’acquisto, ad esempio, di beni capitali (attrezzature, macchinari, impianti) che possono aumentare la produttività, e quindi i redditi, dei lavoratori locali. Per i Paesi importatori di energia il rialzo dei prezzi del petrolio, comprato per di più in dollari, ha storicamente comportato una maggiore quota di reddito destinata all’importazione di energia o di carburanti, deprimendo la quota destinata ad importazioni di beni capitali o di prodotti agricoli.

L’argomento che sia importante incrementare la produzione domestica di prodotti agricoli da parte dei paesi in via di sviluppo non va estremizzato, come detto, per la legge dei vantaggi comparati. L’autosufficienza di ogni paese non è un obiettivo appropriato. Paesi come gli Stati Uniti hanno un vantaggio comparato in agricoltura, a causa di condizioni climatiche, tipo di suolo, terra disponibile ecc., per cui è opportuno che restino un esportatore netto di prodotti agricoli. Il Giappone ha altri vantaggi in altri settori e quindi resterà sempre un importatore netto di cibo. Ciò che va evitato, da un punto di vista di economia normativa, è un eccessivo sbilanciamento per cui un Paese dipenda troppo dall’autoproduzione o troppo dalle importazioni.
Nei Paesi in via di sviluppo il problema dell’eccesso di importazioni è tuttora acuto. Molti Paesi hanno un problema di importazioni eccessive di cibo e contemporaneamente di crescita di popolazione. Questo, però, soprattutto per distorsioni dei prezzi ed esternalità nel settore agricolo.

PRICE CONTROLS AND UNDERVALUATION BIAS
La crescita della produzione agricola nei vari paesi poveri è inferiore a quella della popolazione per motivi economici e politici più che biologici o fisici.
Il valore riconosciuto all’agricoltura in quei paesi è inferiore a quello che si avrebbe in condizioni di efficienza e quindi il tasso di rendimento degli investimenti in agricoltura è sottovalutato e quindi non è conveniente investire in agricoltura. I governi determinano questa situazione con il controllo dei prezzi e con le tasse all’export.

Una struttura che alcuni Stati creano è il national marketing board, stabilita per tenere sotto controllo la quantità comprata e venduta in una certa area o un certo Stato e quindi per cercare di tenere bassi e stabili i prezzi ed evitare la malnutrizione. L’acquisto avviene all’ingrosso da paesi quali gli Stati Uniti, per i quali rappresentano un’eccedenza. (Per esempio il grano, attraverso il food aid.) Inoltre i governi possono acquistare i prodotti anche dagli agricoltori locali, ma sempre a prezzi tenuti artificialmente bassi. L’effetto a lungo termine di queste politiche è quello di distruggere la produzione locale. (Del resto, se i prezzi di acquisti dei beni importati sono artificialmente bassi o sussidiati, inevitabilmente anche gli agricoltori locali dovranno abbassare i prezzi di vendita per essere competitivi.)

I governi che cercano di tenere i prezzi bassi per i poveri, in modo da garantire loro una dieta, subiscono un effetto boomerang, quindi: il controllo dei prezzi riduce la disponibilità di cibo. (Si crea eccesso di domanda e quindi riduzione della quantità disponibile.)

Quando i governi cercano di sussidiare tutti hanno anche bisogno di finanziare i sussidi in misura elevata e possono cercare di ridurli imponendo ai produttori locali vendite sotto costo o basandosi sulle importazioni come il food aid:, ambedue strategie peggiorative.

Una strategia che funziona è quella di sussidiare solo chi ha bisogno, attraverso food stamp programs: si aumenta artificialmente il potere di acquisto solo di chi ha più bisogno di ricevere aiuto e intanto si proteggono gli incentivi di mercato degli agricoltori.

I redditi di molti Paesi, inoltre, dipendono dalle tasse sull’esportazione di prodotti coltivati in quei paesi esplicitamente per l’esportazione (i cash crops: caffè, cacao, banane ecc.) Le tasse alzano il prezzo per i compratori internazionali, ma questo ne riduce la domanda, e quindi anche il prezzo e il reddito per i produttori locali. Questa strategia inoltre deprime l’incentivo alla produzione di cibo.

Un’altra distorsione posta dai governi è quella dei sussidi a pesticidi o attrezzature meccaniche. Gli agricoltori dipendono così eccessivamente da questi elementi e ciò può avere poco senso nel lungo termine perché diventa difficile per questi agricoltori la transizione all’agricoltura sostenibile, che viene disincentivata.

Comunque esistono elementi di ottimismo: tecniche agricole sia profittevoli che sostenibili possono essere identificate. Una serie di studi del world research institute in India, Filippine e Cile ha mostrato che l’agricolutura sostenibile può essere profittevole, purché la struttura dei prezzi rifletta il costo ambientale di produzione.

LA RIVOLUZIONE VERDE
Un approccio per garantire che i poveri vengano sfamati è il tentativo di assicurare un aumento del loro reddito attraverso gli effetti di politiche agricole analoghe a quelle che hanno portato alla rivoluzione verde nei Paesi occidentali. Una delle speranze associate con la rivoluzione verde era che nuove varietà di semi prodotti dalla ricerca scientifica avrebbe espanso la fornitura di cibo, abbassato i prezzi e reso una dieta migliore più accessibile ai poveri, oltre a fornire le opportunità di impiego a più alto valore aggiunto per i poveri per potersi permettere più cibo.

Come ha funzionato? La rivoluzione verde è iniziata con gli ibridi di mais adattati negli anni cinquanta negli Stati Uniti e poi si è espansa nel mondo. A partire da metà degli anni sessanta, diverse varietà di riso e frumento hanno invaso il mondo. In molte aree, grazie a questi ibridi più produttivi e resistenti, la produttività si è raddoppiata o triplicata in trent’anni. Varietà a bassa durata hanno permesso due raccolti annui anziché uno solo come era possibile prima.

Piccoli agricoltori hanno potuto adottare queste varietà non meno estensivamente, intensamente e con non minore produttività dei produttori più grandi. L’aumento della produttività per ettaro permise l’aumento dei salari per i poveri che poterono migliorare le proprie condizioni di consumo e nutrizione.
E i problemi? Si è ridotta la varietà delle specie, incrementando i rischi derivanti dalla monocoltura, inoltre coloro che erano lasciati fuori dall’accesso alle nuove varietà erano inevitabilmente buttati fuori dal mercato e quindi hanno peggiorato la propria situazione, almeno nel breve termine.

E per gli aiuti alle nazioni in via di sviluppo? Distribuzioni di cibo sono utili in via temporanea a fronte di disastri, ma non dovrebbero interferire coi profitti a lungo termine dei produttori locali.

Nel lungo termine le nazioni sviluppate potrebbero fornire attrezzature appropriate e permettere lo sviluppo di un mercato dei capitali che renda le cooperative locali di produttori capaci di decolalre. Queste cooperative potrebbero avere i vantaggi di scala come la distribuzione e la condivisione dei rischi pur mantenendo una struttura da piccola impresa. (In modo analogo a quanto avvenuto nei distretti industriali italiani nel secondo Dopoguerra.)
Insieme a programmi di sviluppo bilanciati per alzare il livello di vita standard e effettivi sforzi per il controllo della popolazione, questo approccio dovrebbe fornire una soluzione ai problemi di distribuzione alimentare nel mondo.

Concentriamoci adesso sui Paesi industrializzati.

L’AGRICOLTURA NEI PAESI INDUSTRIALIZZATI: UN SOMMARIO.
Possiamo aspettarci che la produttività agricola nei paesi industrializzati aumenti in futuro ma a tassi più bassi che in passato. Parte degli incrementi del passato erano dovuti a pratiche agricole distruttive per l’ambiente, inefficienti e insostenibili. Tali pratiche erano favorite da sussidi all’agricoltura. In futuro possiamo aspettarci che gli agricoltori siano meno protetti dai (e tener conto dei) costi dell’energia e quelli ambientali qualora i sussidi siano rimossi. Alcuni dei guadagni derivanti da miglioramenti tecnologici saranno compensati da questi costi.
Pratiche di agricoltura alternativa sono all’orizzonte. L’agricoltura organica è in crescita. Nuove tecnologie, in particolare gli ogm (dibattito a parte) pure. Poiché i costi e i benefici socio economici degli ogm sono soggetti a più sfaccettature, e sono incerti, bisogna vedere se saranno supportati o respinti dai consumatori.

IL RUOLO PERVERSO DELLE POLITICHE AGRICOLE DEI GOVERNI

I guadagni di produttività passati hanno comportato rilevanti costi ambientali. Alcuni di questi rappresentano delle esternalità perché sono sopportati da soggetti terzi rispetto ai produttori e ai consumatori: per esempio il rilascio di sostanze tossiche e l’inquinamento nei corsi d’acqua.
Una buona parte di responsabilità l’hanno i governi.
Alcune politiche governative hanno completamente sovvertito il sistema di funzionamento normale dei prezzi. Vengono sussidiati gli acquisti di input (fertilizzanti, macchinari ecc.) oppure vengono garantiti dei prezzi di vendita degli output oppure vengono attuate forme di finanziamento basate sui prezzi dei raccolti (marketing loan programs, countercyclical program payments, direct payments) o vengono create barriere (dazi) contro la concorrenza da importazioni.

I sussidi rappresentano un terzo del reddito degli agricoltori statunitensi, un mezzo di quelli europei. In Giappone gli agricoltori ricavano dai sussidi il doppio del reddito di quanto ricavano dalla pratica agricola. In Svizzera si arriva a quattro volte.
Recentemente i governi hanno iniziato a scoraggiare l’agricoltura insostenibile e a favorire quella sostenibile, anche incoraggiandone l’apprendimento, la formazione, l’informazione e a volte dando assistenza finanziaria.

I sussidi influenzano anche la domanda: alcuni cibi risultano più economici per i consumatori. Inoltre altre forme di sussidio riguardano programmi di assistenza (coupon sul cibo a scuola o programmi di aiuto a donne e bambini svantaggiati ecc.) o favoriscono la scelta di prodotti organici locali. (Il sussidio non indiscriminato può non essere un male, se va a colpire una vera esternalità che non potrebbe essere coperta dal mercato, il che va visto caso per caso.)

FORZE CHE INFLUENZANO o INFLUENZERANNO LA PRODUTTIVITA’ AGRICOLA NEI PAESI INDUSTRIALIZZATI.
Meccanizzazione. Miglioramenti nei macchinari; utilizzo di fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi; sviluppo nell’alimentazione di piante e animali; espansione dell’uso dell’acqua da irrigazione; ottimizzazione della scelta dei luoghi in cui produrre i raccolti. Tutte queste cose hanno permesso incrementi enormi nella produttività agricola.
La sostituzione di energia umana e animale con quella meccanica ha avuto il contraltare nella dipendenza da fonti fossili di carburante.
Inoltre è accresciuta la dimensione delle imprese agricole, che sono calate come numero. (Anche gli addetti all’agricoltura sono oggi minoritari.)

Progresso tecnologico. Tecniche di ingegneria genetica sono:
il dna ricombinante, che permette di trasferire dei geni da una specie all’altra;
la tissue culture, che permette a una pianta di crescere a partire da una singola cella;
la cell fusion, che unisce cellule di specie che normalmente non si sposerebbero per creare tipi di piante diverse da quelle originarie.
Applicazioni di queste tecniche includono:
rendere i raccolti più resistenti a malattie e insetti;
creare raccolti capaci di sopravvivere in condizioni e suoli marginali;
migliorare la capacità della pianta di usare l’energia solare durante la fotosintesi e quindi incrementare la produttività del raccolto;
dare ai raccolti dei cibi principali, quali il granturco, il frumento, il riso, la capacità di creare il proprio fertilizzante ricco di nitrogeno usando l’energia solare.

MOTIVI PER CUI LA PRODUTTIVITA’ AGRICOLA IN FUTURO POTREBBE NON CRESCERE AI TASSI SPERIMENTATI IN PASSATO
Ci sono cinque motivi di preoccupazione sulla capacità di ottenere ulteriori aumenti di produttività in futuro da parte delle nazioni industrializzate:

1. La quota di terra destinata a usi agricoli è in declino.

L’industrializzazione e l’urbanizzazione hanno reso più pofittevole l’uso non agricolo della terra. Inoltre le innovazioni hanno portato a ridurre la quantità di terra usabile per produrre cibo (molto più cibo per unità di terreno) e l’aumento dei redditi ha fatto il resto.
Dagli anni 80 però il tasso di urbanizzazione è diminuito anche per effettivi spostamenti da città a campagna e non solo per aver cambiato i criteri di classificazione alle periferie.
Sussidi a biofuel o aumenti dei prezzi possono spingere per usi diversi.
Il rialzo dei prezzi rende poi di nuovo profittevole l’uso agricolo. Tali rialzi dei prezzi sono negativi per i paesi poveri e per i poveri. Il rialzo dei prezzi del mais per etanolo ha spinto coltivazioni in precedenza usate per mais per cibo a trasformarsi in mais per etanolo. Il frumento è usato per il bestiame e i produttori di bestiame hanno dovuto trovare cibi alternativi o assorbire i costi o ridurre le quantità. A livello internazionale il 70% del mais esportato proviene dagli USA. Col calo di produzione si riducono la quota di mercato americana, ma anche lo stock a livello mondiale e soprattutto, per i paesi poveri, l’assorbimento degli aumenti di prezzo.
2. Il costo dell’energia.
L’agricoltura industriale è divoratrice di energia. Un po’ per la meccanizzazione e un po’ perché i fertilizzanti ecc. derivano dal petrolio. Aumenti di prezzo spostano la curva di offerta a sinistra, finché non si troveranno prodotti sostitutivi. Aumenti di costo conducono a riduzioni di capitale e riduzioni nell’uso di energia portano a diminuzioni di produttività per ettaro.

3. Il costo ambientale di forme tradizionali di agricoltura.

L’agricoltura industrializzata ha causato o peggiorato diversi problemi ambientali legati all’agricoltura.
Intanto l’utilizzo della terra si è intensificato e questo ha comportato una maggiore quantità di pesticidi e fertilizzanti chimici usati. Inoltre prati e foreste sono stati convertiti ad usi agricoli.

L’erosione del suolo è un fenomeno naturale, ma certe pratiche agricole intensive, produttivistiche e monocolturali (ritardare la rotazione, fare continui raccolti ad alta produttività) rischiano di intensificare il processo e renderlo irreversibile entro una venticinquina di anni dal primo raccolto.

Perché un proprietario privato del terreno, in passato, non si preoccupava dell’erosione del suolo? Perché era più costoso curarne il mantenimento di quanto fosse acquistare (e quindi produrre o far produrre) un fertilizzante che rimpiazzasse il nutriente perso.
Oggi si sta riducendo tale convenienza: la terra di superficie ha raggiunto in certi casi il limite di tolleranza all’erosione, i rischi di infertilità sono più alti, i costi dei fertilizzanti pure e sono comparsi i segnali di preoccupazione per l’inquinamento.
Ci sono quindi stati interventi pubblici tesi a sussidiare il contrasto all’erosione. Il conservation reserve program degli Stati Uniti ha permesso di ridurre l’erosione, ridurre le emissioni di co2, aumentare la terra disponibile e anche la salvezza degli habitat per gli animali. L’adozione del programma da parte dei contadini è volontaria, ma ha funzionato. (I contadini ricevono soldi su contratti quinquennali.)

Altri danni ambientali: rialzo dei nitriti nell’acqua potabile, nutrienti che passano dai fertilizzanti ai laghi favorendo la formazione di alghe e la riduzione dell’ossigeno a disposizione delle altre forme di vita (costo dell’effetto estetico a parte.)

L’uso dei pesticidi è in calo nei Paesi sviluppati, ma non in quelli in via di sviluppo. Molti di questi pesticidi permangono nell’ambiente e vanno a colpire specie non target. Erbicidi e pesticidi possono contaminare le fornitura di acqua con conseguenze sia sugli usi umani che sui pesci. Uno dei benefici degli ogm è quello di ridurre l’uso dei pesticidi.

Molti Paesi, in accordo con l’oecd, cercano di ridurre l’uso di componenti chimici di sintesi e favorire una transizione verso l’agricoltura sostenibile. Nei Paesi scandinavi e in molti paesi europei si sono tolti i sussidi su pesticidi e fertilizzanti, si sono tassati gli input o si sono posti dei limiti al loro uso e i ricavi sono usati per finanziare ricerche su approcci alternativi.
La Nuova Zelanda ha tolto buona parte dei sussidi all’agricoltura industriale negli anni Novanta. Questo ha comportato benefici iniziali: uso ridotto di pesticidi, minore conversione della terra, terre coltivate in modo meno intenso. Dopo dieci anni, però, il risultato è stato di avere avuto un incremento nelle importazioni e pure nell’uso di pesticidi. La produzione di alcuni prodotti, come quella dei kiwi, si è ridotta, mentre quella di altri è aumentata e lo stesso vale per l’uso dei pesticidi in settori diversi.

4. Politiche protezionistiche.
In certi casi le politiche sono di natura protezionistica. Se la tecnologia ogm è di matrice e proprietà statunitense, l’Unione Europea può vietare l’importazione di prodotti ogm per favorire le imprese domestiche che avrebbero costi superiori. Le nazioni esportatrici di ogm, generalmente non sono inclini a favorire l’etichettatura dei prodotti, sempre per ragioni commerciali. (Dimostrandosi ignoranti: la guerra commerciale fondata su dazi, protezioni e simili è teoricamente ed empiricamente inefficiente e negativa: è proprio la legge dei vantaggi comparati che richiede partnership, collaborazione e scambio.)

5. Problemi legati all’uso dell’acqua per irrigazione.
L’irrigazione aumenta la produttività dei prodotti anche del 400%. E’ previsto dalla Fao un incremento consistente dell’irrigazione delle coltivazioni cerealicole nei paesi in via di sviluppo nei prossimi trent’anni.
Il problema è che le risorse di acqua che si trovano sottoterra e vengono usate per l’irrigazione si rinnovano a un tasso inferiore rispetto a quello di prelevamento. Dato che l’utilizzo dell’acqua non viene di solito pagato dai consumatori interamente ma viene trasferito ai tax payers (ovvero si pagano le tasse sull’acqua, ma non se ne paga il prezzo effettivo a consumo), il costo percepito è basso e questo ne favorisce lo spreco e non ne favorisce il rinnovamento. (Anche qui è colpa delle politiche fiscali governative, supportate di solito dalla popolazione che vuole pagare poco e sprecare molto.ndrr)
L’acqua usata per l’irrigazione contiene inoltre dei sali naturali, ma questi si accumulano in superficie, causando una minore produttività del suolo e a volte il deperimento delle coltivazioni.

In generale non c’è una soluzione per tutte le stagioni

ALTRI ARGOMENTI

Crescita nel cibo organico.
Negli Stati Uniti la crescita del settore organico è stata la più impetuosa nel settore cibo negli ultimi venticinque anni. Nonostante ciò questo rappresenta non più del cinque per cento del totale. Sembra che i consumatori siano disposti a pagare un premio per il cibo organico, ma affinché questo avvenga, occorre che le certificazioni siano attendibili. Intanto le imprese biologiche americano hanno spinto per un’etichettatura obbligatoria che permetta loro di avere accesso ai mercati europei e non perdere quote di mercato. Esistono degli standard di certificazione fissati sia dalle autorità europee che da quelle americane, sia pure diversi.
L’etichettatura obbligatoria è un approccio politico corretto? Crea incentivi efficienti? Sì, se i costi e i benefici delle scelte di consumo nascono dai consumatori. Purtroppo ci sono delle esternalità. Prendiamo la qualità dell’acqua potabile. Il passaggio da un’agricoltura convenzionale a una organica diminuisce i danni ambientali. I benefici del passaggio vengono trasferiti dai consumatori di cibo bio anche ai consumatori di agricoltura convenzionale. L’etichettatura difficilmente è idonea a risolvere problemi legati alle esternalità ambientali, ma ciò non toglie che i consumatori consapevoli non possano fare la differenza. Un esempio che ha dimostrato effetti positivi sia per i consumatori che per i produttori che hanno scelto di essere sostenibili è l’eco certificazione del caffè. Vedi: http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0921800912003060
Recentemente anche diverse imprese biologiche sono cresciute fino a diventare imprese anche molto grandi.
CLIMATE CHANGE
Come afferma l’EPA: L’agricoltura è estremamente sensibile alla variabilità del clima e agli eventi estremi meteorologici, come siccità, alluvioni, tempeste. Le forze che formano il clima sono critiche anche per la produttività agricola. L’attività umana ha già cambiato le caratteristiche atmosferiche come la temperatura, i temporali, i livelli di co2, i livelli dell’ozono. Un clima più temperato può favorire la produzione di cibo, ma quali saranno gli effetti dei previsti incrementi di fenomeni atmosferici estremi, delle ondate di calore, della riduzione della fornitura di acqua, dell’umidità del suolo? Presumibilmente saranno maggiormente soggetti a variabilità e incertezza i raccolti in certe regioni. Inoltre i cambiamenti climatici possono portare alcune produzioni a non essere più appannaggio di alcuni Paesi (dove magari esiste un know how) e invece si trasferiranno in altri posti, dando luogo anche a possibili migrazioni e problemi sociali.

GLI OGM
Al netto dei costi e dei benefici legati alle tecnologie di ingegneria genetica, di cui parleremo in un altro dossier, occorre dire che il settore privato tenderà a sottoinvestire negli ogm se questi andranno a beneficio preponderante dei poveri (per una questione di insufficiente ritorno dell’investimento.) In generale esistono diverse varietà modificate per molti tipi di raccolti, ma non per quelli consumati principalmente dai poveri, come il grano (da non confondere col mais) o la manioca.
Occorre invece dire che in diversi casi i consumatori occidentali preferiscono pagare un premio pur di avere prodotti ogm free.

 

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