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Lo stupore delle prese elettriche

Anarchici al governo a Barcellona: fu vera gloria?

Ai tempi in cui frequentavo il newsgroup it.fan.guccini alcuni frequentatori che auspicavano la venuta in Terra del comunismo anarchico dicevano che la realizzazione di un governo di anarchici si è verificata a Barcellona durante la Guerra Civile Spagnola. Era come se una nuova società, un nuovo mondo, venisse creato cercando di annullare ogni preconcetto e costruendo lì in quel momento qualcosa di politicamente nuovo. Insomma questi tizi, alcuni dei quali miei amici e molti con un grado di istruzione e di capacità intellettuali notevoli, favoleggiavano di quel modello. Anche a leggere qualcosa sulla Guerra Civile Spagnola gli anarchici vengono visti spesso come degli eroi massacrati sia dai fascisti di Spagna, Italia, Germania, sia dai comunisti spagnoli appoggiati peraltro da quelli russi.

Quella che riporto in questo post è una traduzione di un pezzo che cerca di smitizzare questa storia e afferma che anche quella anarchica era una dittatura che, se non vogliamo chiamare statalista, potremmo chiamare “della terza via”, ma il succo è quello: un organismo centrale composto magari da più persone che impone la sua visione del mondo a tutti gli altri.

La parte più interessante, per me oggi, è quella economica.

In un altro post pubblicherò le reazioni degli anarchici moderni a questo scritto.

 

http://econfaculty.gmu.edu/bcaplan/spain.htm

Anarchici assassini di nemici politici o presunti tali. Distruzione delle chiese e assassini dei preti. Chiunque veniva ritenuti vicino ai nazionalisti veniva fatto fuori senza processo. La colpa poteva essere quella di essere benestante.

Ricerca del potere da parte della FAI, tentativo di entrare nel governo facendo finta di non farlo, tentativi di accordo coi fascisti nel ’45 e accordo coi comunisti statalisti per battere i nazionalisti. Presa del potere e governo senza consultare o tener conto delle masse. Tentativo di instaurare una leadership di pochi. Ricerca del potere da parte dei capi. Ingenuità nell’accettare delle misure che poi favorivano i comunisti o i governanti repubblicani. Incapacità di gestire la ribellione contro la compagnia telefonica o sua incomprensione.

Militarizzazione. Dal singolo anarchico che prende il fucile e caccia i fascisti si passa al governo, compresi gli anarchici, che requisisce le armi, le distribuisce, crea una struttura militare, obbliga i cittadini ad armarsi e a combattere escludendo la volontarietà dell’opzione.

Collettivizzazione nelle campagne aragonesi. Gli agricoltori venivano privati della terra, per la parte eccedente la possibilità di coltivazione in proprio. Non era permesso loro assumere personale. Lo stesso valeva per barbieri, artigiani ecc. Le chiese erano usate come depositi di merce da tenere sotto il controllo delle milizie anarcosindacaliste, formatesi più o meno spontaneamente. A chi fuggiva veniva sequestrata la terra. In diversi casi gli agricoltori renitenti furono fucilati come fascisti. C’era in teoria libertà di aderire alla collettivizzazione o meno, ma chi non aderiva non poteva usufruire dei servizi collettivi (barbiere, trasporti) e non riceveva la ripartizione. I proventi del cibo o dei metalli preziosi venduti all’estero a cosa servivano? A finanziare l’esercito anarchico durante la guerra. Una volta arrivati i comunisti non è finita la collettivizzazione e non sappiamo se sia vero che gli aragonesi li abbiano accolti festeggiando la liberazione contro l’oppressione collettiva.

“‘We militiamen must awaken in these persons the spirit that has been numbed by political tyranny,’ said an article in a CNT newspaper, referring to the villagers of Farlete. ‘We must direct them along the path of the true life, and for that it is not sufficient to make an appearance in the village; we must proceed with the ideological conversion of these simple folk

 

  1. Economics and the Spanish Anarchists

 

Durante la Grande Depressione la Spagna incrementò l’offerta di moneta, che si svalutò, per cui non fu la stretta monetaria una delle cause della recessione che fece sì che la produzione e la disoccupazione crollassero. In realtà il governo repubblicano impose le otto ore lavorative, impedì le serrate, obbligò a dei limiti di coltivazione e di produzione, impedì l’assunzione di manodopera all’estero. I sindacati imposero aumenti salariali nell’ordine del venti per cento per ogni categoria professionale. Le conseguenze di tutto questo, per quanto migliorassero le condizioni dei lavoratori (almeno di chi aveva un lavoro) furono il crollo della produzione e la massiccia disoccupazione. Piuttosto che pagare salari troppo alti rispetto alla produttività, gli imprenditori preferivano non assumere.

Curiosamente la presa del potere da parte degli anarchici non portò a un’assunzione massiccia dei disoccupati.

 

La CNT chiuse molte fabbriche, le più vecchie e le meno moderne, assumendo che solo le grandi imprese dotate di tecnologia avanzata avrebbero potuto essere profittevoli e quindi avrebbero potuto beneficiare la società. La decisione fu arbitraria e non teneva conto del fatto che l’efficienza è legata alla produttività marginale e non alla produttività media. In realtà la concentrazione delle imprese permetteva un maggior controllo sulla produzione da parte dei sindacalisti, una maggiore protezione dalla concorrenza e quindi anche paghe più alte per loro stessi. In generale, in questo modo, era semplificata la regolamentazione della produzione ed era più efficace il coordinamento delle attività. Così i lavoratori già impiegati ebbero un aumento dei salari, un miglioramento delle condizioni di lavoro e di welfare, una riduzione dell’orario di lavoro. I profitti, in compenso, scomparvero. La disoccupazione peggiorò, così come continuò il crollo della produzione industriale. Del resto ammettere un inserimento dei disoccupati a condizioni di lavoro diverse dai già impiegati avrebbe creato diseguaglianza e ciò non era ideologicamente permesso: meglio la disoccupazione.

Agli agricoltori fu tolto praticamente tutto il cibo, ne fu restituita una piccola parte e il restante fu stoccato, preso dai detentori del controllo, venduto per finanziare gli armamenti. La produzione agricola mostra dei dati variabili di anno in anno e non sempre decrescenti. Ai collettivi urbani poteva convenire indicare dati di produzione sottostimati per favorire le vendite al mercato nero. Anche ammettendo che i numeri forniti fossero accurati, si rilevano alcuni andamenti curiosi. Quando i lavoratori hanno il controllo delle risorse, l’output è in declino. Quando il controllo dei lavoratori sulla produzione è fittizio, questa aumenta. I lavoratori non hanno interesse ad aumentare la produzione se non ne ricavano i frutti mentre gli anarchici che gestivano il sistema avevano interesse ad aumentare l’uso delle risorse. Il terrore e lo schiavismo possono essere stati degli strumenti adottati allo scopo.

 

Anche il governo contribuiva a peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori attraverso la massiccia stampa di moneta che determinò una notevole inflazione. A questo punto il governo si lamentò del mercato e impose il controllo dei prezzi. Il risultato naturale fu la carenza di beni, quindi il razionamento e la corruzione. Quando le persone in preda alla disperazione rompevano la legge vendendo e comprando le merci sopra il rpezzo legale, il governo chiamava tali atti “mercato nero” e li dichiarava atti criminali.

La CNT non si oppose al fenomeno perché anch’essa demonizzava il cosiddetto mercato nero anziché prendersela con la stampa di moneta da parte della banca centrale.

 

  1. The Dilemma, Part I: Capitalist Anarchism

 

Supponiamo che ci sia un’economia in cui una classe di ricchi capitalisti possiedano i mezzi di produzione e assuma il resto della popolazione come lavoratori salariati. Dopo sforzi straordinari, gli operai risparmiano abbastanza denaro per comprare le aziende dai loro proprietari. Gli operai adesso possiedono e controllano il proprio posto di lavoro. Naturalmente questa è ancora una società capitalista: esiste tuttora la proprietà privata dei mezzi di produzione. Sono cambiati solo i proprietari. L’economia funziona come prima: i lavoratori di ciascuna impresa fanno del loro meglio per arricchire loro stessi vendendo i prodotti ai consumatori che li desiderano; ci sono delle disuguaglianze derivanti dalle diverse capacità e dalla fortuna; le imprese sono in competizione tra di loro per accaparrarsi i clienti. Non cambia niente, se non i percettori dei dividendi.

 

Questo esperimento rivela il dilemma dell’anarco socialista. Se i lavoratori prendono il controllo delle fabbriche e le gestiscono come desiderano, il capitalismo resta. Il solo modo di sopprimere ciò che non piace ai socialisti, cioè l’avarizia, la diseguaglianza e la concorrenza, è obbligare i lavoratori-proprietari a fare ciò che non farebbero volontariamente. Fare questo richiede uno stato, un’organizzazione con sufficiente potere per imporre l’altruismo, l’uguaglianza e la coordinazione tra lavoratori recalcitranti. Puoi chiamare questa istituzione che è in grado di imporre la propria volontà con la forza in vari modi: stato, consiglio, comitato, sindacato, ma la verità che resta è che il socialismo richiede uno stato.

 

L’esperienza degli anarchici spagnoli dimostra come quando la collettivizzazione è stata anarchica, è anche stata capitalista e quando è stata socialista, è stata statalista. La soluzione fu di mantenere i poteri di uno stato dandogli un nome nuovo.

 

Varie fonti confermano che quando gli operai hanno preso il controllo delle loro fabbriche, il capitalismo ha solo cambiato la propria forma. Leggiamo che i consigli di lavoro non sapevano cosa fare coi mezzi di produzione e mancavano di piani industriali; che adesso a competere tra di loro erano gli operai; che l’autogestione operaia portava a particolarismi egoistici poiché ogni impresa considerava solo il proprio interesse; che anche se i cosiddetti sovraprofitti dell’impresa di bus venivano destinati a sostenere la minor profittevole compagnia di auto da strada, c’erano molti casi di disuguaglianza non facilmente risolti.

 

Un candidato del FAI scrisse: “Abbiamo visto nella proprietà privata e nella distribuzione capitalista le cause della miserie e dell’ingiustizia. Avremmo voluto che con la socializzazione della ricchezza nessun individuo sarebbe stato tenuto fuori dal banchetto della vita. Adesso abbiamo fatto qualcosa, ma non l’abbiamo fatto bene. Abbiamo sostituito un vecchio proprietario con una mezza dozzina di nuovi che considerano l’impresa e i mezzi di trasporto come propri con l’inconveniente che non sanno nemmeno come organizzarli”.

 

Un caposquadra membro della CNT spiegò perché alcuni sindacati decisero di non collettivizzare. “Mulini collettivizzati hanno agito fin dall’inizio come se fossero unità autonome, pubblicizzando i propri prodotti e non restituendo che poco alla collettività generale. Si è formata una specie di capitalism poolare”. Il comportamento dei lavoratori non era particolarmente diverso da quello dei professori marxisti che vivono nel lusso e denunciano il rifiuto dell’Occidente di aiutare il Terzo Mondo. Quando gli operai hanno avuto l’opzione di arricchirsi, se la sono presa senza rammarichi.

 

I socialisti e i comunisti attaccavano questa creazione del capitalismo anarchico. Essi dicevano che era stato creato un capitalismo sindacale, che avrebbe portato a nuove disparità di salari e di classi. Si lamentavano del fatto che gli operai non erano disciplinati, non avevano subito sufficientemente la guerra, avevano fatto crollare la produzione e non stavano capendo la necessità di socializzare la proprietà dei mezzi di produzione e quella di distribuire i profitti. Giudicavano infantile un comportamento del tutto normale. Gli operai volevano beneficiare del fatto di essere diventati i propri stessi capi. Un’altra questione è chiedersi perché avrebbero dovuto considerare preferibile sostituire i loro precedenti proprietari con un consiglio anarchico o un apparato burocratico socialista.

 

I partecipanti ai collettivi dicevano che era impossibile imporre gli stessi salari a tutti se altri collettivi non facevano lo stesso. Non esistvano salari generali per tutta l’industria. Le donne continuavano a ricevere meno soldi degli uomini e i lavoratori manuali meno dei tecnici. Data la concorrenza tra gli operai, se un’impresa si rifiutava di pagare di più un lavoratore specializzato o competente, questi andava dove le norme ugualitarie non erano strettamente osservate. E’ significativo anche il caso successo al teatro Tivoli. Un cantante famoso disse che avrebbe pagato il biglietto e messo al suo posto un qualsiasi spettatore, visto che tutti erano uguali. Così fece e le proteste che seguirono fecero cambiare idea agli organizzatori, che alzarono subito le paghe per quella sera a cantanti e attori.

 

Il fatto è che con la concorrenza l’oppressione è virtualmente impossibile. Immaginiamo che un lavoratore sia capace di aumentare il valore di vendita di un prodotto in modo considerevole e che quindi metta su un’asta offendosi ai vari imprenditori. Se c’è un solo imprenditore, questi può offrire un salario di sussistenza e l’operaio potrebbe essere così disperato da accettarlo. Se ci sono due imprenditori, questi possono accordarsi su quanto offrire o uno può pagare l’altro per tenerlo fuori dall’asta. Più alto è il numero di concorrenti e più è improbabile la collusione. I venditori possono essere disperati e i compratori ricchi, ma la concorrenza spinge il prezzo fino al valore di vendita del prodotto. In ogni caso né i venditori né i compratori ameranno la competizione, ma finché questa c’è agiranno nel loro interesse e non in quello dei “compratori” o dei “venditori” in generale.

 

In un’economia moderna ci sono centinaia o migliaia di compratori e di venditori. Ogni offerta di un imprenditore è una richiesta di servizi per lavoratori. Con anche pochi imprenditori, le forze della concorrenza faranno sì che le paghe siano corrispondenti al valore del loro prodotto. Se esistono alcuni lavoratori ben poco pagati è perché il loro lavoro non è molto produttivo. Un barbiere contemporaneo negli Stati Uniti guadagna di più della sua controparte spagnola perché i beni capitali sono più abbondanti. La soluzione di lungo termine per la povertà spagnola del tempo era aumentare l’offerta di beni capitali. Invece che cercare di attrarre investimenti esteri, gli spagnoli erano impegnati in una guerra civile che distruggeva capitale, fisico, umano e finanziario. È da notare che il miglioramento degli standard di vita dei lavoratori spagnoli dopo la Rivoluzione è stato significativo quando Franco ha abbandonato le sue politiche autarchiche.

 

Il lamento dei socialisti nei confronti del capitalismo era rivolto al fatto che questo impediva l’oppressione dei lavoratori. Evitava ai più capaci di essere sfruttati a beneficio dei meno abili, dei più anziani o dei bambini. Horacio Prieto, uno dei primi segretari del Comitato Nazionale della CNT così si lamentava:”Il collettivismo che stiamo vivendo non è anarchia, ma capitalismo più inorganico di quello preesistente. I collettivi ricchi si rifiutano di riconoscere ogni responsabilità, dovere, solidarietà verso i poveri collettivi. Nessuno capisce la complessità dell’economia e la dipendenza di un’industria da un’altra”. In sostanza il lamento riguardava il fatto che i più produttivi diventassero anche più ricchi e che sia il nuovo che il vecchio capitalismo legavano il successo e il premio.

 

La concorrenza rendeva o avrebbe reso difficile per l’esercito anarchico sfruttare i lavoratori. Se ogni contadino avesse tenuto ciò che produceva e avesse distribuito ciò che desiderava, avrebbe reso l’offerta di cibo e materiali ai militari più difficile. È sempre più difficile ottenere qualcosa contando sul consenso volontario degli altri perché di solito devi pagare il valore di quella merce.

 

  1. The Urban Collectives

 

Gli anarchici prendono il controllo dei mezzi di produzione. Quasi tutte le fabbriche di Valencia e Alicante, piccole o grandi, industriali o artigianali, furono sequestrate dalla CNT e dall’UGT e collettivizzate.

A Barcellona gli anarcosindacalisti collettivizzarono i mercati delle uova e del pesce e stabilirono un comitato di controllo sulle macellerie, trasformando gli intermediari e gli agenti di commercio in lavoratori salariati. Anche il commercio del latte fu collettivizzato. Le botteghe indipendenti furono sostituite dagli outlet messi su dagli anarchici. Furono eliminate alcune imprese di pastorizzazione per motivi diversi: condizioni igieniche non salutari per i lavoratori o per i consumatori o semplicemente inefficienza (stabilita dall’alto). Dopo le prime settimane di sequestri non coordinati, alcuni dei sindacati iniziarono un processo di riorganizzazione dei commerci, chiudendo centinaia di piccole fabbriche e concentrando la produzione in quelle con le migliori infrastrutture. (Agivano da imprenditori su beni di proprietà non loro e la chiusura degli impianti inefficienti non derivava dal normale processo di libero mercato, ma da una decisione arbitraria presa da un vertice sostanzialmente dittatoriale, ndrr). Ciò che sorprende è che in una situazione di alta disoccupazione e nel mezzo della Grande Depressione, gli anarchici abbiano chiuso una larga percentuale di imprese anziché invitare i disoccupati a lavorarci.

Inizialmente la rivoluzione libertaria è stata dominata dall’autogestione: i lavoratori gestivano le proprie vabbriche. Seguì presto, però, il controllo governativo. A ottobre, il governo catalano, dominato dagli anarchici, approvò il decreto sulla collettivizzazione e sul controllo dei lavoratori, che riconobbe legalmente molte delle collettivizzazioni. Al riconoscimento legale seguì il controllo governativo.

 

I consigli di fabbrica erano eletti da un’assemblea di lavoratori che rappresentasse tutti i settori dell’impresa e erano chiamati a gestire le imprese collettivizzate, assumendo le funzioni e le responsabilità delle preesistenti direzioni generali (o consigli di amministrazione). Un rappresentante del governo era scelto, d’accordo coi lavoratori, per sedere i ogni consiglio di fabbrica. Le imprese collettivizzate e le imprese private sotto il controllo dei lavoratori in ogni settore dell’industria sarebbero state rappresentate in una Federazione Economica a sua volta inquadrata in un comitato industriale generale che avrebbe controllato tutta l’industria. Il 50% dei profitti sarebbe servito a finanziare tutta l’industria catalana, il 20% doveva essere destinato a riserva e per tutelarsi dal deprezzamento del capitale, il 15% andava destinato ai bisogni collettivi e il restante 15% veniva allocato tra i lavoratori. In questo modo il principio del controllo dei lavoratori veniva perso in favore di una specie di socialismo di stato. Solo il 15% dei profitti erano lasciato al controllo discrezionale dei lavoratori.

 

Queste misure trovarono una qualche opposizione, ma soprattutto avevano un grande buco al loro interno. Le imprese dovevano pagare una percentuale dei profitti. Per eliminare questa esazione, bastava eliminare i profitti. Col controllo degli operai, il modo per farlo è semplice: alzare i salari finché i profitti scompaiono. Ci sono diverse testimonianza di sparizione dei fogli di lavoro, ottenimento di premi o riconoscimenti extra salari, riduzione degli orari di lavoro, miglioramento delle condizioni di lavoro. Non è sorprendente che i lavoratori ostacolino la produzione pur se possiedono le fabbriche perché il governo porta via la maggior parte dei profitti acquisiti dagli operai. Il sindacalismo industriale di Barcellona mantenne tra l’altro i salari individuali anziché quelli familiari. I salari aumentarono, comunque, a fine 1936, ma gli effetti furono rovinati dall’inflazione, seguita alla caduta della produzione, dalla carenza di credito, dall’afflusso di rifugiati dalla Castiglia e dall’Aragona.

 

Gli operai erano diventati proprietari. Il timore degli anarchici di sostituire una burocrazia con un’altra e di scambiare una guerra commerciale con un’altra si stava per realizzare. A che serve avere la proprietà dei mezzi di produzione se non puoi diventare più ricco usandoli? Certo che se alcuni lavoratori si arricchiscono, è improbabile che donino volontariamente i propri profitti agli altri membri della stessa classe. Ciò sembra elementare a rifletterci, ma solo l’esperienza pratica rivelò questo fatto ai riformatori della rivoluzione spagnola, per quanto abbiano cercato di considerare tutta l’industria come un corpo unico.

 

La collettivizzazione stava portando alla distinzione tra i nuovi ricchi e gli eterni poveri. Un militante della CNT, Ricardo Sanz, disse che gli operai non pensano di lavorare più ore per aiutare il fronte: pensano a lavorare il meno possibile e ad ottenere i salari più alti possibili. Le persone spesso preferiscono migliorare la propria vita anziché dedicarla a una rivoluzione che, peraltro, viveva una fase di repressione da parte dei comunisti. In breve, l’esperienza rivelò una verità di base dell’economia: se gli operai prendono la proprietà di una fabbrica, la gestiranno per beneficiarne, Un’impresa posseduta dagli operai è identica a un’impresa capitalistica della quale gli operai sono anche azionisti. Una volta appurato questo fatto nella realtà, gli anarchici potevano o abbracciare il capitalismo come corollario del controllo operaio o denunciare tale controllo come corollario del capitalismo. Fecero questa seconda scelta.

 

Gli anarcosindacalisti chiamavano dittatura una nazionalizzazione che avesse portato il governo a diventare il gran capo di tutto e di tutti. La loro soluzione fu quella di mettere i mezzi di produzione in mano ai sindacati. Questa soluzione, secondo loro, avrebbe evitato l’intervento dello stato, ma avrebbe anche eliminato i presunti sprechi nascenti dalla concorrenza, dalla duplicazione e avrebbe fermato la crescita delle azioni egoiste da parte degli operai delle imprese più prosperose: i loro profitti sarebbero stati destinati a migliorare le condizioni delle imprese meno favorite. Possiamo anche non chiamare Stato questo organismo di controllo dei mezzi di produzione, ma per funzionare richiede un apparato che imponga l’applicazione delle norme e un’autorità per dare esecuzione agli obiettivi. È improbabile che i collettivi più prosperosi diano volontariamente parte dei loro profitti ad altri. Dobbiamo dire che i nazionalisti conquistarono la Catalogna prima che una tale autorità statalista fosse nata.

 

Sotto l’influenza di Horacio Prieto, il realistico ex segretario generale della CNT, gli anarchici furono persuasi ad accettare la nazionalizzazione delle grandi imprese e delle banche in cambio della collettivizzazione delle piccole industrie e delle terre, così come la municipalizzazione dei servizi locali. Anche se l’espropriazione formale degli operai non accadde, il governo usò il suo controllo sul sistema bancario per nazionalizzare di fatto le imprese. Queste avevano bisogno di prestiti anche per pagare gli operai anche quando la produzione calava e i profitti pure. Era il governo a concederli o le banche possedute dal governo. Le imprese avevano inoltre al loro interno un membro governativo che acquisiva sempre più potere tanto più era importante avere un contatto col governo per ricevere soldi.

 

Il modo più semplice per i collettivi per evitare la dipendenza dal governo sarebbe stata quella di emettere titoli di debito e prendere a prestito dal pubblico. Contro questa possibilità stavano la paura di rivelare dei surplus di ricchezza e l’insicurezza di riavere indietro i soldi prestati a seguito dell’incertezza sui diritti di proprietà.

 

Albert Perez Baro, un membro della CNT ha detto: “La tassazione sui profitti del 50% era una misura rivoluzionaria, anche se fu raramente applicata. Questa misura non fu ben percepita da un gran numero di lavoratori, a dimostrazione che non compresero lo scopo della collettivizzazione. Sono una minoranza accettò la restituzione alla società di ciò che storicamente era stato appropriato dai capitalisti.” In altre parole, la maggior parte dei lavoratori intese il concetto di controllo degli operai nel senso che questi sarebbero diventati effettivamente i proprietari del loro posto di lavoro, con tutti i diritti e i privilegi conseguenti. Solo pochi compresero che l’espressione controllo operaio era un eufemismo per “controllo sociale” che a sua volta significa controllo da parte di uno Stato, anche se si chiama Consiglio, Comitato o Sindacato.

 

  1. The Dilemma, Part II: Socialist Statism

 

Anche nelle campagne si verificava che i ricchi collettivi vivevano bene e i poveri difficilmente riuscivano a sfamare decentemente i membri. Eppure: di chi è la colpa se una terra è ricca e una è povera? Le differenze nei salari derivavano dalla produttività e più ricco era il collettivo, meglio pagati erano i lavoratori. Alla fine si sarebbe creata una nuova classe di ricchi proprietari terrieri.

Con l’andare del tempo le milizie anarchiche avevano creato un monopolio della violenza che non fu nient’altro che un governo. La comunità è rappresentata dal Comitato. Tutto il denaro e le merci erano depositati presso il Comitato. Il Comitato possedeva tutto, dirigeva tutto, gestiva tutto, distribuiva tutto e doveva dare l’autorizzazione a ogni desiderio speciale qualcuno avesse.

Chi si fosse opposto alle decisioni del Comitato avrebbe dovuto subire le stesse sanzioni di chi non paga le tasse in uno stato moderno.

Formalmente i contadini avrebbero potuto unirsi volontariamente alle decisioni dei Comitati.

Si leggono testimonianze di questo tipo in un documento assembleare che ipotizza la creazione di una confederazione di collettivi: “I coltivatori potrebbero riservare una quota di produzione in modo da incontrare i bisogni dei propri consumatori, ma contemporaneamente dovrebbero aver delle restrizioni in modo da assicurare un uguale diritto a tutti i consumatori senza discriminazioni. I surplus dovrebbero passare dalla Federazione, che dovrebbe pagarli in base ai valori locali o a prezzi stabiliti a livello nazionale”. Insomma l’intenzione di buona parte della stessa CNT era quella di creare uno stato onnipotente che avrebbe tenuto la popolazione rurale sotto il suo controllo. Il riconoscimento della piccola proprietà privata avrebbe avuto carattere temporaneo. In molti ritenevano tali accentramenti di poteri come un compromesso necessario.

Al di là delle intenzioni, molte testimonianze mostrano che il controllo operaio non ha eliminato l’avarizia, la disuguaglianza, la concorrenza che gli anarcosindacalisti denunciavano. Questo contrastava con la teoria secondo cui una volta distrutto il vecchio sistema, il capitalismo sarebbe collassato. Invece, semplicemente, il controllo operaio cambiò solo i percettori dei dividendi. Per impedire questo e quindi eliminare davvero il capitalismo la soluzione fu quella di creare una forma di stato che imponesse l’obbedienza alle regole da lui stabilite con ogni mezzo necessario.

 

  1. Philosophy and the Spanish Anarchists

 

  1. What is Freedom?

 

Gli anarchici apprezzavano a parole la libertà, ma non esitarono a uccidere religiosi e nemici politiici. La libertà religiosa e quella di opinione politica non furono rispettate. Molti critici sostengono che l’uccisione di molte persone durante la rivoluzione e le minacce ai contadini alienarono molte simpatie al movimento anarchico.

Nei territori governati dagli anarchici non era permesso il libero controllo del proprio corpo. Prevaleva il puritanesimo, nel senso che bere, fumare e svolgere altre pratiche ritenute appartenenti alla classe media erano quasi sempre censurate.

Con la scusa di ripulire le coscienze non era consentita la prostituzione e nemmeno il cosiddetto amore libero. In sostanza il concetto di libertà messo in pratica era: “Ognuno è libero di vivere nel modo che gli anarchici spagnoli ritengono quello giusto”.

 

Molti anarchici erano genuinamente anti statalisti, ma l’anarchismo europeo era un’emanazione del socialismo e non aveva conoscenze sul libertarianismo alla Von Mises, il quale aveva scritto in Liberalism nove anni prima dell’inizio della Guerra Civile Spagnola: “ Il liberalismo chiede tolleranza per principio e non per opportunismo. Chiede tolleranza anche per l’insegnamento senza senso, per le forme assurde di eterodossia, per le superstizioni sciocche, per le dottrine e le opinioni deteriori e rovinose per la società. Il liberalismo propugna la tolleranza anche per i movimenti che combatte. Il liberalismo controbatte con le armi della mente tutto ciò che è stupido, insensato, erroneo, malvagio. Il liberale non combatte con le armi o la repressione”.

 

La versione degli anarchici europei è che i liberali classici insistevano sul diritto di essere liberi dalla coercizione fisica contro le persone e la proprietà, ma ignoravano gli altri tipi di dominazione nella società. Così ignoravano la dominazione ideologica della Chiesa, il dominio sessuale contro le donne, il dominio capitalista contro i lavoratori, il dominio della mente attraverso l’uso delle droghe e dell’alcool.

 

Una volta che dichiari che atti non violentim ma spiacevoli, sono atti di dominio, tu implicitamente giustifichi l’uso della violenza per fermerli. Se il cattolicesimo è dominio, uccidere i preti è giustificato. Se la prostituzione è dominio, allora chiudere i bordelli e obbligare le prostitute a cambiare mestiere sono forme di liberazione. Se il lavoro salariato è dominio, allora impedire alle persone di assumere un lavoratore lo salva dal diventare una vittima. A espandere il significato della parola dominio, questa va a includere quasi tutto e la conseguenza è che tu lasci le persone senza libertà alcuna. Ciò che resta, nel caso spagnolo, è la libertà orwelliana di vivere nel modo che secondo il Consiglio Anarchico è giusto.

 

Se una persona deve destinare la propria vita a una causa, pena una punzione, non è libera. Se deve obbligatoriamente unirsi alla guerra contro Franco o curare i bisognosi e far trionfare i collettivi o affrontare prigioni o esecuzioni, allora non è libera. Una persona non è libera nemmeno se la causa a cui dedica per obbligo la sua vita è nobile e giusta.

 

Gli anarchici spagnoli amavano la parola libertà, ma non si sono soffermati a pensarci troppo. Hanno assunto che la sua applicazione fosse ovvia. Non hanno fatto una lista di ciò che le persone sarebbero state o meno libere di fare. Non hanno passato tempo, prima della guerra, a pensare a come le persone sarebbero state trattate, soprattutto quelle che pensavano di usare in modo diverso il concetto di libertà. Il risultato deludente dell’anarchismo spagnolo può essere dovuto probabilmente a un eccesso di emotività che ha impedito loro di pensare alla questione di che fare una volta raggiunto il potere, a meno di non pensare che una volta avvenuta l’abolizione dello stato le persone avrebbero tutte agito nello stesso modo (o sarebbero state costrette pena l’assassinio).

 

  1. Socialism, Liberty, and the State

 

Alcuni moderni ammiratori degli anarchici spagnoli arguiscono che l’abolizione dello stato non era da intendersi in senso weberiano nell’obiettivo dei rivoluzionari, ma come sua democratizzazione. A leggere le testimonianze, tale argomento è piuttosto fallace e lo è anche tenendo conto delle considerazioni che facevano degli anarchici puri durante gli anni della Rivouzione. “Dovremmo dire alle persone che per noi – che abbiamo lottato incessantemente contro lo stato, che abbiamo affermato che niente può essere ottenuto attraverso lo stato e che autorità significa la negazione di ogni possibilità di libertà per gli uomini e per le nazioni – il nostro intervento nel governo come organizzazione e individui è un atto di audacità storica e una rettifica di un intero lavoro, di un intero passato nel campo della teoria e della tattica”.

Gli anarchici spagnoli si rivelarono degli anarco-statisti e per garantire quella libertà di cui parlavano e abolire lo stato avrebbero dovuto essere anarco capitalisti.

 

  1. Thought and Action

 

Gli anarchici spagnoli chiedevano l’abolizione di ogni governo nel nome della libertà umana, ma una volta raggiunto il potere hanno partecipato a dei governi e ne hanno stabiliti. Questi governi non erano meno opprimenti di altri. Può essere che questo sia dovuto al fatto che gli anarchici spagnoli non hanno mai perso tempo nel pensare a come raggiungere i propri obiettivi nel caso fosse successo che avessero raggiunto il potere.

 

Del resto la storia è piena di esempi di persone che hanno marciato per salvare il mondo, sconfiggere i nemici e procedere verso la realizzazione di un mondo peggiore. Tanti idealisti malguidati sono da ritenersi assassini self deluded, come gli spagnoli stessi in America Latina o i sovietici.

 

Gli anarchici spagnoli avrebbero dovuto enumerare ciò che le persone sarebbero state libere o meno di fare invece che dichiarare une fede vuota nella libertà.

 

  1. Conclusion

 

In tutte le guerre gli storici tendono a cercare degli eroi. Raramente considerano la possibilità che non ci siano eroi e che tutte le parti in campo stiano combattendo per la tirannia.  Gli storici della guerra civile spagnola considerano i fascisti e i comunisti come dei totalitaristi e gli anarchici come degli eroi. In realtà anche gli anarchici erano totalitaristi.

Gli anarchici europei classici meritano credito per la loro predizione che il socialismo di stato sarebbe stata una nuova forma di oppressione. Questa intuizione suscita l’apprezzamento degli idealisti che hanno seguito George Orwell nel riconoscere gli orrori del socialismo di stato, ma che restano scettici della moralità e dell’efficienza dell’economia basata sul libero mercato. Essi, intelligenti e onesti intellettualmente, cercano delle alternative che permettano di evitare le trappole di ambedue i sistemi sociali.

 

Se investigassero la storia dell’Anarchismo durante la guerra civile spagnola resterebbero tremendamente delusi. L’esperienza degli anarchici spagnoli non rivela terze vie. Al contrario l’esperienza afferma mostra che il socialismo di stato e l’anarco liberismo sono due poli teoretici su cui giacciono tutte le società. La scelta non può essere evasa. La sola alternativa è di dare delle occhiate ai due confini dello spettro politico e vedere se uno dei due è stato respinto troppo frettolosamente.

 

Nel diciannovesimo secolo l’economista belga Gustav de Molinari ha affermato:
“In realtà dobbiamo scegliere tra due cose. O il sistema di produzione comunista è superiore rispetto alla produzione libera o non lo è. Se lo è, deve esserlo per tutte le cose e non solo per la sicurezza. Se non lo è, il progresso richiede che sia sostituito dalla libera produzione”.

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