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Lo stupore delle prese elettriche

Ascesa e declino: arrivano gli anni Settanta.

Da “Ascesa e declino” di Emanuele Felice.

Possiamo vedere il bicchiere mezzo pieno. “Anche se la crescita rallenta, l’Italia continua ad avvicinarsi ai livelli di reddito degli altri paesi avanzati, fino al punto che essi vengono sostanzialmente raggiunti. È proprio in questo periodo, verrebbe da dire, che la lunga rincorsa del nostro paese arriva a completarsi. L’affermazione sarebbe ancora più convincente se allargassimo lo sguardo agli indicatori di benessere, i quali integrano e rafforzano quanto emerge dal solo reddito medio: fra il 1970 e il 1980 si riduce la disuguaglianza e la percentuale dei poveri si abbatte (dal 19 al 7%) più rapidamente che in ogni altra fase storica; ed è nelle decadi settanta e ottanta che gli anni di istruzione per abitante aumentano con maggiore rapidità, più che in ogni altro ventennio, mentre la speranza di vita prosegue la sua corsa facendo dell’Italia uno dei paesi più longevi dell’intero pianeta. Si può quindi sostenere, con il sicuro supporto di qualche dato di sintesi, che «l’età d’argento» dell’economia italiana sia la naturale prosecuzione dell’età dell’oro, verso il traguardo da sempre ambito e finalmente colto: la prosperità.”

Purtroppo prevale la visione del bicchiere mezzo vuoto, perché il bicchiere piano piano si svuoterà e non tornerà a riempirsi negli anni Novanta e seguenti.
“Gli anni settanta e ottanta sono la premessa – economica, politica, istituzionale – alla crisi del ventennio successivo.”
“Se è vero infatti che la crescita italiana, pur rallentando, continua a risultare significativa e apprezzabile, questo è solo il dato di superficie, sotto il quale si celano ben altri problemi che – prodottisi e rafforzatisi proprio allora, o poco prima – con il loro marchio segneranno il recente declino: l’emergere di uno squilibrio permanente nei conti pubblici, la diffusione pervasiva di corruzione e criminalità organizzata, la fine della convergenza del Mezzogiorno e la cristallizzazione del dualismo Nord- Sud, la perdita di capacità produttiva nei settori industriali più avanzati. Congiunture, forse, ma che diventeranno cronicità e travalicheranno il millennio per inadeguatezza della classe dirigente intesa in senso lato (politici, imprenditori, funzionari, sistema della formazione e dell’informazione) e della classe politica in particolare.”

A inizio anni settanta il quadro internazionale cambia e l’Italia non riesce a superare le sfide che il nuovo mutamento provoca.
Viene meno il sistema dell’ancoraggio al dollaro. Gli Stati Uniti erano meno forti che negli anni Quaranta, il Giappone e l’UE producevano di più, gli USA esportavano di meno e il dollaro non poteva mantenere la parità. Con Bretton Woodsgli Stati Uniti escono dal sistema. La lira si svaluta rispetto al marco e al dollaro. Intanto i salari crescono e con loro la domanda di beni e con lei le importazioni, che costano relativamente di più a seguito della svalutazione. Si innesca il meccanismo inflattivo, ancora prima dello shock petrolifero. I prezzi crescono del 10% nel ’73, ma anche il Pil cresce (3,2% nel’72 e 6,3% nel’73.) La politica monetaria, però, si manitene espansiva, affinché la maggioranza di governo non perdesse il proprio consenso. Il primo shock petrolifero si abbatté come una mannaia sull’Italia, quindi, più che sugli altri Paesi. Il prezzo del petrolio si quadruplicò. Teniamo conto che il basso prezzo aveva favorito la sostituzione del carbone col petrolio in Occidente e aveva reso il costo dell’energia meno caro, con ciò favorendo i vari boom economici.
L’aumento del costo dell’energia, peraltro col petrolio comprato in dollari , aveva ulteriori ripercussioni inflazionistiche. Nel ’74 i prezzi salgono del 20% e il pil cala del 2,7% (primo calo dopo tren’anni.) Si adottano misure di contenimento della domanda come vincoli al credito, ma si attuano politiche fiscali espansive per sostenere i redditi: aumento dei salari e della spesa pubblica. E’inevitabile il ricorso ai prestiti dal FMI e dalla Bundesbank. La lira viene svalutata anche per favorire le imprese esportatrici colpite da una profittabilità minore a causa degli aumenti salariali. Il mix di svalutazione all’esterno e inflazione all’interno è micidiale e perdurerà fino al 1980. L’inflazione sarà tra il 15 e il 20% annuo fino al 1980.
“Circa l’efficacia concreta di una simile combinazione, gli studiosi nutrono pareri contrastanti. Secondo alcuni il deprezzamento del cambio fu all’incirca equivalente all’aumento dei prezzi interni, e quindi la competitività delle merci italiane non migliorò, mentre al contempo si facevano sempre più care le importazioni e si rafforzava una perversa spirale inflattiva, la quale a lungo andare non poteva che avere effetti perniciosi . Secondo altri, il deprezzamento del cambio fu invece maggiore dell’aumento dei prezzi, il che permise un recupero «reale» di competitività delle merci italiane almeno fino al 1979 (quando l’Italia entrò nel Sistema monetario europeo e si dovette contenere la svalutazione della lira); a parere di Francesco Giavazzi e Luigi Spaventa, quella di svalutare fu una soluzione second- best – quella first- best sarebbe stata la riduzione dei salari, ma questi in Italia come in altri paesi avanzati erano allora «rigidi» – che però, nelle condizioni date, consentì una più rapida uscita dalla recessione.” Ora, l’Italia subirà nel breve periodo un solo anno di caudta del Pil, mentre in Germania e Regno Unito la recessione durò di più. Nel lungo periodo, però, le distorsioni delle politiche economiche italiane avrebbero presentato il conto.
“Se infatti l’azione espansiva fu in sé efficace, almeno nel breve termine, le modalità con cui si realizzò portarono invece a un peggioramento di lungo periodo nelle condizioni della crescita italiana: come stiamo per vedere, nel loro insieme esse orientarono l’Italia verso un modello di sviluppo strutturalmente diverso da quello proprio dei paesi avanzati; un modello le cui ricadute negative si paleseranno, con forza crescente, a partire dagli anni novanta.”
Anche chi crede che le misure adottate dopo il ’74 fossero state positive, non trascura i problemi, e occorre concentrarsi proprio su questi: il mercato del lavoro fuori controllo, l’welfare di pura natura assistenzialista, la debolezza delle grandi imprese.

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