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Lo stupore delle prese elettriche

Ascesa e declino: gli anni Sessanta

Da “Ascesa e declino dell’economia italiana” di Emanuele Felice.

I critici del modello di sviluppo economico italiano pongono l’attenzione sul fatto che andavano attuate politiche più espansive volte a favorire aumenti salariali, welfare più sviluppato e consumi interni. In realtà i Paesi che hanno seguito un modello autarchico hanno avuto risultati peggiori, anche perché non puntando a conquistare mercati esteri non erano incentivati a migliorie e innovazioni.
Negli anni Sessanta, comunque, trovano ascolto le voci che spingono a un’estensione dell’intervento pubblico, ad aumenti salariali, a una programmazione economica che tenga conto dei ceti subalterni e guidi in maniera organica lo sviluppo economico pur senza abbandonare la tensione competitiva data dall’apertura al commercio internazionale.
“il grado di maturità raggiunto a quel tempo dall’economia italiana, in effetti poteva (e quindi, forse, doveva) richiedere una maggiore attenzione agli aspetti distributivi. Tuttavia, il reindirizzamento verso una crescita inclusiva rimase allora incompiuto: poco lineare perché rallentato dalla burocrazia, contraddittorio perché pervaso da motivi elettoralistici, privo del supporto di pezzi importanti delle classi dirigenti e dell’imprenditoria, il processo riformatore, pure cogliendo importanti traguardi, procedette in maniera squilibrata e confusa; in seguito – per il mutato quadro nazionale e internazionale – non sarà mai più possibile riprenderlo con altrettanta forza.”

La crisi del’63 viene vista da alcuni come il momento in cui il miracolo economico termina. In realtà il boom è più contenuto negli anni seguenti, ma prosegue. Alcuni elementi distorsivi potevano ritenersi come delle crepe ancora non riparabili e non preoccupanti, se riparate.
Nel 1963 viene raggiunta la piena occupazione. Aumentano i conflitti sindacali e politici (governo Tambroni, 1960.) Aumentano i salari nominali. La politica monetaria è cautamente espansiva. Aumenta l’inflazione. Vengono nazionalizzate alcune imprese (energia elettrica, telecomunicazioni.) I capitali tendono a fuggire, anche per la tassazione del risparmio e per la ventilata svalutazione della Lira. I prodotti sono meno competitivi a causa dei prezzi più alti non bilanciati da una svalutazione del cambio, che è fisso. Le esportazioni diminuiscono. Le importazioni aumentano (per effetto dell’aumento di domanda legato all’aumento dei salari e perché il loro prezzo è adesso relativamente più conveniente rispetto ai prodotti domestici.) La bilancia dei pagamenti è in rosso per la prima volta dal ’54.
Le strade che si possono prendere sono due, in un sistema a gold standard. Lasciare che il cambio si svaluti, uscendo dal sistema. Oppure vendere riserve in modo da tenere il cambio stabile, a costo di subire una recessione. Viene scelta questa seconda strada. La stretta deflattiva implica meno biglietti emessi e tassi di interesse più alti. Questo comporta una riduzione della crescita del pil (3% di crescita, comunque) e un aumento della disoccupazione (dal 4 al 6% comunque.) Queste misure portano a un riequilibrio della situazione economica. I salari si stabilizzano, le vendite riprendono, i profitti tornano, esistono margini di crescita in una trasformazione industriale ancora incompiuta del tutto. Malgrado ciò gli imprenditori smettono di investire ed esportano capitale e anche lavoro all’estero forse per paura della tassazione e per garanzie di anonimato. Gli investimenti scendono, come quota del PIl, dal 31% del ’62 al 19% del ’65.
Nel’64 viene nazionalizzata l’energia elettrica, con l’obiettivo di portare l’elettricità anche nelle zone disagiate e di ridurre le tariffe e quindi il costo dell’energia (e aumentare quello dei contribuenti,ndrr.)
Viene istituita la scuola media unificata riducendo le disparità di censo per l’accesso all’istruzione superiore e favorendo l’alfabetizzazione della popolazione. Tentativi di programmazione più equilibrata vengono proposti. Un esempio è la nota di La Malfa. Obiettivi erano: piena occupazione, riduzione del divario nord-sud, sostegno all’agricoltura, sviluppo dei consumi pubblici (sanità, istruzione, previdenza ecc.)
Viene stilato nel piano di programmazione del 1967 un'”impressionante elenco di «riforme» che sembrano, in effetti, configurare una riorganizzazione complessiva delle istituzioni, dell’economia e della società italiane” Il tentativo fallisce.
Nelle due legislature successive vengono attuate la riforma delle pensioni (istituzione delle pensioni sociali, sistema retributivo,) la riforma della scuola media unificata, la liberalizzazione dell’accesso all’universtià, l’istituzione delle Regioni, la riforma dello Statuto dei Lavoratori.
“In campo sanitario, si assiste dal 1960 al 1972 a un forte incremento della spesa (dal 3 al 5,3% del Pil), cui corrisponde una massiccia espansione del sistema ospedaliero con la creazione di circa 100 mila posti letto: la legge del febbraio 1968, detta «Mariotti» dal nome dell’allora ministro della Sanità (il socialista Luigi Mariotti), trasforma gli ospedali in enti pubblici (prima erano per lo più gestiti da enti di assistenza e beneficenza) e ne disciplina organizzazione, classificazione, funzioni; trascura però di imporre loro seri limiti di bilancio, con il risultato che, solo dal 1968 al 1972, vengono assunti 108 mila nuovi addetti e la spesa sanitaria sul Pil aumenta di un punto percentuale.”

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