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Lo stupore delle prese elettriche

Ascesa e declino. Il capitalismo industriale italiano. Prima parte.

Il capitalismo industriale italiano.
“Il massiccio edificio industriale costruito nel miracolo economico poggiava soprattutto sui settori della Seconda rivoluzione tecnologica (energia, prodotti chimici, metallurgia, strumenti meccanici, automobili e altri mezzi di trasporto) e anche della Terza (macchine per ufficio, apparecchi elettrici, radio e televisione, strumenti di precisione) [ 102 ] . Nel 1973, alla vigilia dello shock petrolifero che avrebbe cambiato in parte il modello di sviluppo, metallurgia, meccanica e chimica hanno raggiunto insieme il 57% del valore aggiunto delle manifatture (era il 42% nel 1951). In questa fase ad affermarsi sono quindi soprattutto le produzioni di beni intermedi (macchinari, acciaio, ma anche cemento e materiali da costruzione) o di consumo durevole (automobili, elettrodomestici), o comunque quelle pesanti, cioè con un alto rapporto fra capitale e lavoro e che richiedono sostanziosi investimenti (come la chimica); con esse, trova finalmente spazio in Italia la grande impresa di tipo fordista, non di rado di proprietà pubblica.” La redditività, crescente negli anni Cinquanta, cala nei Sessanta, non solo per la conflittualità ma anche per problemi specifici e politici, soprattutto nelle imrpese pubbliche. “In termini generali, conseguono i risultati migliori la chimica e la gomma, alcuni comparti della meccanica (i mezzi di trasporto, le macchine elettriche e ottiche); fra le industrie tradizionali, abbastanza bene va l’alimentare (che pure in qualche caso riesce a compiere il salto verso la produzione standardizzata.” Molti di questi settori avevano avuto fondi col piano Marshall. A fondamento di questi successi vi sono è l’espansione di due settori di base, strategici per le tecnologie del tempo, ma non così scontati per un Pase povero di materie prime.
Uno è l’energia. L’altro è l’acciaio. Mattei riuscì a stabilire relazioni coi fornitori tali da assicurare loro maggiori ricavi e riuscì a sviluppare l’Eni, oltre a garantire una riduzione del costo dell’energia per i produttori nazionali. Sinigaglia riuscì, con la Finsider, a fornire acciaio a prezzi contenuti al Triangolo Industriale e a tutto il Paese Impianto a ciclo continuo a Cornigliano, chiusura o razionalizzazione degli impiantiinefficienti, specializzazione di nicchia degli altri impianti: fu una strategia vincente. Così la Finsider riforniva l’industria meccanica nazionale, che diventò uno dei settori di punta. Auto, elettrodomestici invadevano il mercato. L’Alfa Romeo verrà distrutta solo quando le ingerenze politiche la domineranno. Finmeccanica intanto conseguirà successi nel settore aerospaziale. Settori privati in crescita, alcuni dei quali produrranno multinazionali, sia pure tascabili, oltre quello automobilistico sono quello degli elettrodomestici (notiamo che la Zanussi subirà un eccesso di diversificazione dovuta a pressioni politiche e sarà distrutta,) quello motociclistico, quello della mecanica strumentale, per non parlare della rete dei distretti industriali che si affermeranno in seguito.
Nel libro di Felice viene riassunta la storia disastrosa del settore chimico. Le compagnie elettriche nazionalizzate non furono in grado di risollevarsi o di trasformarsi. Le imprese chimiche che nacquero (Montedison, Snia) erano troppo piccole, poco capitalizzate, subivano concorrenza reciproca (i politici finanziavano le imprse pubbliche.) Poca lungimiranza degli imprenditori e ingerenze politiche in un settore che non poteva permettersi più di uno o due campioni nazionali fecero il resto.
La Olivetti rappresenta un altro caso di successo finché la dimensione quasi artigianale regge nel settore informatico. In seguito mancano i capitali, arriva l’appoggio finanziario di Fiat e imprese pubbliche e la storia va a finire male. Forse sarebbe stat opportuno che i dividendi incassati dagli “elettrici” fossero finiti in settori come quello informatico. Non possiamo imporre agli imprenditori le scelte di dove mettere i soldi, ma possiamo rendere loro conto delle scelte effettuate.

Caratteristiche del capitalismo italiano: capitali, concorrenza, innovazione.
Da dove arrivano i capitali. Autofinanziamento, innanzitutto. Circuito di istituti di credito pubblici e ruolo rilevante di Mediobanca per procacciarsi capitali, mantenere il controllo delle imprese di interesse nazionale a fronte di difficoltà temporanee, consulenza organizzativa e aiuto allo sviluppo delle imprese e dei settori. Questo, almeno, finché in Mediobanca diventa preponderante il ruolo di conservazione dello status quo e di premio al mantenimento dei ruoli di potere anziché a quello di sviluppare l’originalità e la qualità dei prodotti. Ne esce limitato il ruolo della concorrenza e comunque vengono persi proprio i settori più innovativi, come quello informatico.
Per le piccole e medie imprese vengono concesse agevolazioni fiscali, agevolazioni alla concessione di credito, compartecipazione delle banche cooperative o popolari al capitale delle imprese, erogazione di prestiti da istituti bancari regionali o settoriali. Questi aiuti limitano la crescita dimensionale delle imprese, limitano l’innovazione, l’innovazione tecnologica (sostanzialmente è dall’estero che vengono acquistati i macchinari ad alta tecnologia, ma pure i processi innovativi.). Si form una serie di banche locali che arrivano nel ’75 a raccogliere il 40% dei depositi.
“A tutto ciò corrisponde una fitta rete produttiva di piccole e medie imprese che, in Italia assai più che in altri paesi, continua a fare da contraltare all’espansione del modello fordista, anche durante la golden age . Questo tessuto rimane solido, al più si verifica un’evoluzione delle piccole imprese (meno di 10 dipendenti) verso la media dimensione (fra 10 e 500 dipendenti); e non solo nei settori tradizionali, ma anche nella meccanica [ 142 ] . Lo si deve in parte alle politiche pubbliche, ad esempio quelle in favore dell’artigianato che – sorrette come sono da esigenze di consenso politico – nel secondo dopoguerra non trovano paragone in altri paesi europei.”
Nel commercio prosperano i piccoli negozi. Alcune dimensioni aumentano, ma ci sono ben pochi supermercati e grandi magazzini anche per l’azione politica della confcommercio che favorisce regolamentazioni contro la crescita dimensionale e distorsive della concorrenza.
“Ora, è vero che su quella piccola dimensione – e sulla cooperazione fra le imprese e fra queste e le istituzioni – si sarebbe poi costruito il sistema dei distretti, che sorreggerà gli ulteriori successi dell’industria italiana fra gli anni settanta e novanta (ne parleremo). Però è (quasi) altrettanto vero che con la piccola dimensione non è facile specializzarsi nei settori a più alto valore aggiunto – e questo specie per un paese come l’Italia, che non primeggia per investimenti pubblici nella ricerca. La combinazione di strategie conservative in diversi ambiti della finanza, di scarse risorse statali appunto in ricerca e sviluppo e carenza nella formazione tecnica, di persistente incidenza delle piccole imprese aiuta a spiegare perché i processi innovativi continuino a essere in buona parte importati, come adattamenti di tecnologie sviluppate altrove. Di certo la capacità brevettuale dell’Italia migliora durante la golden age (analogamente a quanto accaduto in età giolittiana), ma i risultati, come notano Federico Barbiellini Amidei, John Cantwell e Anna Spadavecchia, rimangono «modesti in termini relativi, in contrasto con la posizione economica raggiunta dal paese». Nei settori dove domina la grande impresa, il modello fordista proviene da tecnologia americana. In quelli pure avanzati, dove è vitale un reticolo di piccole e medie imprese, come nella meccanica strumentale, ugualmente il processo innovativo consta soprattutto di imitazione e adattamento di tecnologie straniere. Più in generale, il principale canale per l’introduzione di nuove tecnologie rimane l’acquisto di apparecchiature di produzione estera, e questo anche al netto di un certo sviluppo dell’industria nazionale dei macchinari che si registra negli anni sessanta. Ne conseguono ovviamente ripercussioni sulla specializzazione produttiva del sistema italiano. I più recenti studi mostrano come alla fine degli anni sessanta il paese presenti vantaggi comparati nei settori tradizionali e abbia fatto progressi in quelli a produzione specializzata (si è consolidato un trend iniziato già negli anni venti, di espansione verso i beni a media tecnologia); l’Italia però continua a essere debole nei settori incentrati sulle economie di scala e la ricerca scientifica, quelli cioè a più alta tecnologia.”
Un problema solo in parte distinto dal precedente è che il capitalismo italiano, pur conservando un’elevata frammentazione produttiva, rimane un sistema a bassa concorrenza, almeno nei suoi comparti più dinamici. Stando alle stime elaborate da Renato Giannetti e Michelangelo Vasta, nelle produzioni manifatturiere al 1951 solo alimentari, tessili e meccanica si caratterizzano per un grado di concentrazione compatibile con la definizione di «settore competitivo». La situazione migliora negli anni sessanta, ma si mantengono monopolistici importanti pezzi dell’industria come i mezzi di trasporto e i nuovi materiali, si confermano a bassa concorrenza la chimica, la metallurgia e l’industria petrolifera. A seguito dell’adesione alla Comunità Europea, fra gli anni cinquanta e sessanta diverse proposte vengono discusse per rimediare a questa situazione, senza però che si traducano in concreta normativa: non saranno approvate né la legge antitrust, né quella sul diritto societario; solo nel 1974 si procederà a varare una riforma del diritto societario da tempo attesa, che istituirà la Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) come organismo esterno di supervisione delle aziende quotate in borsa. È possibile che non tutti i settori avanzati fossero bisognosi di nuovi competitori, date le ristrette dimensioni del mercato italiano e la necessità di corposi investimenti; sicuramente non lo era la chimica, la quale invero fra gli anni sessanta e settanta soffrì di un eccesso di concorrenza nazionale, foraggiata comunque con denaro pubblico. È anche vero che il capitalismo cooperativo accomuna molti paesi dell’Europa continentale, forse con radici storiche profonde che differenziano questa parte di mondo da quello anglosassone. Non va però dimenticato che in Italia l’angustia di spazi per il capitalismo privato veniva accentuata dal peso insolitamente pronunciato assunto dall’impresa pubblica, diversificata in una congerie di settori non sempre strategici.”
Se la nazionalizzazione dell’energia elettrica poteva avere un senso, era necessario cedere settori non strategici o favorire la formazione di mercati concorrenziali anche per evitare che le imprese statali venissero presto gravate di obiettivi antieconomici che le avrebbero mandate in crisi.
“negli anni sessanta in Italia si assiste a un aumento ulteriore del peso delle imprese pubbliche, le quali assurgono a nuovo elemento cardine del sistema, nella sostanziale assenza di una disciplina efficace sulla concorrenza e sulla vigilanza. E questo, proprio quando il maggiore livello di sviluppo raggiunto dal paese avrebbe invece dovuto indurre al graduale disimpegno dello stato dai settori non necessari, o comunque non strategici, e a un più organico riorientamento sulle funzioni di regolazione e controllo. Insomma, lo «stato imprenditore» avrebbe dovuto cominciare a cedere il passo allo «stato regolatore». Ma avvenne esattamente il contrario.”
Per chiudere questo periodo, ricordiamo che durante il boom i servizi sono cresciuti ancora più dell’industria.
dal 1949 al 1974, come quota del Pil il terziario passa dal 36 al 53%, l’industria dal 33 al 40%; come quota di addetti, il terziario va dal 24 al 45%, l’industria dal 31 al 38%.

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