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Lo stupore delle prese elettriche

In che senso salvare le banche è sbagliato.

Vogliamo parlare di banche? Seguiamo  Alberto Bisin, dal libro “Favole e numeri” e teniamo ben presente cosa scrive Tommaso Monacelli a questo link: http://www.linkiesta.it/riforma-credito-bad-bank-intervista-monacelli

Ricevono soldi in misura maggiore di quanti ne prestino.

Sono poco capitalizzate, anche perché avevano grandi quantità di titoli del debito pubblico che hanno perso valore.

In un mercato concorrenziale le banche sarebbero costrette a vendere i titoli e a ricapitalizzarsi sul mercato azionario. Invece usano la liquidità per comprare ancora più titoli e si oppongono con forza a ricapitalizzarsi per non diluire i propri azionisti e proteggere il proprio management. Questo perché le banche non guardano ai mercati ma al governo: si procurano benemerenze in attesa di un salvataggio a spese dei contribuenti. Il Tesoro ringrazia perché gli fa vendere titoli e ridurre lo spread.

A che serve alle imprese un lavoro meno costoso e più flessibile se non possono finanziare i propri investimenti?

I finanziamenti facili ai privati hanno portato problemi negli Usa. Il Giappone non si riprende dalla recessione degli anni novanta per motivi simili. Ma la liberalizzazione del settore bancario è comunque prioritaria, anche se i problemi sono comuni ad altri paesi.

Ricapitalizzare diluisce il capitale degli azionisti, ma la banca può tornare a produrre credito e profitti.

In un’economia concorrenziale la domanda di credito insoddisfatta dalle banche illiquide viene soddisfatta da banche in buone condizioni di bilancio o da nuove banche che entrano nel mercato. Purtroppo non nascono banche come funghi nella realtà e le mancate ricapitalizzazioni riducono l’offerta di credito. Quindi il tasso di interesse cresce e ciò non favorisce l’uscita dalla recessione. Le banche, però, sono di proprietà di fondazioni di natura politica e anche negli Stati Uniti operano in assicurazione sui depositi, assicurazione pubblica a spese dei contribuenti.

La politica economica che non favorisce la ricapitalizzazione fa gli interessi degli azionisti e non quella del paese.

Evitare che le banche ricapitalizzino a prezzi troppo bassi è un errore.

Le banche nel 2008 hanno tutte investito nello stesso posto, gli immobili. Il rendimento di una era quello dell’altra. Questi comportamenti vanno disincentivati dallo Stato. Se poi i valori delle case sono scesi e il loro capitale ha perso valore, per cui si sono trovate in crisi di liquidità, non devono essere salvate. Non va evitata loro la ricapitalizzazione, anzi va fatta, e a valori di mercato, cioè molto più bassi di quelli a cui avevano investito i capitali.

In questo modo gli azionisti ci perdono, certo. Il venditore ci perde, ma il compratore ci guadagna…e il compratore è uno che ha risparmiato un po’ di soldi, prima, e ha adesso la possibilità di comprare.

Il comportamento ex ante da premiare è il secondo, non quello delle banche.

Salvarle vuol dire favorire comportamenti irresponsabili.

Le banche non vanno aiutate perché non salvandole, gli Stati, le banche stesse, i loro manager, i loro azionisti, gli investitori, i risparmiatori hanno incentivi individuali al funzionamento efficiente del sistema economico.

Le banche devono temere come una peste l’illiquidità o l’insolvibilità.

Gli stati devono temere di essere tanto sovraesposti da essere costretti a svendere in una recessione.

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