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Lo stupore delle prese elettriche

Benedette riforme strutturali

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Da “Il macigno” di Carlo Cottarelli

 

Si considerano riforme strutturali, volte a far crescere l’economia, secondo fmi, commissione europea, ocse ecc.:

un mercato del lavoro flessibile con minori costi all’assunzione e al licenziamento in modo da favorire lo spostamento di personale da settori con meno potenziale di crescita a settori con più potenziale di crescita e con aumenti salariali più correlati alla crescita della produttività.

Una semplificazione dei processi burocratici, compresa l’amministrazione della giustizia, per rendere più semplice investire o gestire un’impresa in Italia

Una minore tassazione sul lavoro e sulle imprese in modo da favorire un aumento dell’occupazione e degli investimenti.

Una maggiore concorrenza nei mercati dei beni e dei servizi perché più concorrenza vuol dire maggiore stimolo all’efficienza economica.

Un miglioramento nell’efficienza della pa perché l’efficienza delle imprese dipende anche dalla qualità dei servizi pubblici da esse ricevuti.

Una scuola e un’università più moderne in modo da accrescere il capitale umano

La crescita ha effetti potenzialmente enormi sul rapporto tra debito e pil ma se le maggiori entrate non vengono risparmiate la riduzione del rapporto è molto lenta. Nella storia i periodi di maggiore crescita economica hanno coinciso con crescita del pil e rafforzamento del bilancio pubblico. Quindi bisogna che buona parte delle future entrate non siano spese.

Le riforme strutturali possono avere degli effetti collaterali in termini anche di redistribuzione del reddito

Un’economia di mercato funziona meglio e quindi porta a un più elevato livello di reddito e di crescita se aumentano gli incentivi economici e la concorrenza. La motivazione del profitto e del miglioramento della propria posizione individuale spinge a investire di più, a innovare di più, a lavorare di più. Queste motivazioni possono esprimersi appieno in un sistema in cui la competizione è possibile, in cui si riducono le rendite di posizione (cioè i vantaggi che alcuni hanno in consguenza di leggi e regolamenti). Gli Stati Uniti seguono questo paradigma

Esistono dei fallimenti di mercato legati alle esternalità, cioè al fatto che l’azione individuale possa danneggiare gli altri e allora è necessaria un’apposita regolamentazione o tassazione. Ma l’intervento dello stato in campo economico deve essere limitato a queste situazioni e alla protezione dei diritti di base per la tutela della persone.

Le riforme non avvantaggiano tutti o non subito. Le riforme potrebbero non lasciare invariata la distribuzione del reddito, qualcuno può perderci almeno all’inizio. Nel nord europa lo stato svolge un ruolo significativo e funzionano bene come gli stati uniti.

Un altro punto da considerare è quanto tempo ci voglia affinché le riforme abbiano effetto sul pil.

Perché l’Italia non ha ripreso a crescere nonostante qualche riforma l’abbia fatta? Perché ha inseguito un bersaglio mobile? Perché le riforme sono state insufficienti a consentire di sfruttare appieno i vantaggi delle nuove tecnologie? Perché finché non risolviamo altri problemi come la bassa crescita della popolazione la nostra crescita sarà bassa perché una popolazione vecchia ha meno stimoli alla crescita?

Se poi l’economia mondiale frena frena anche l’Italia. Si parla di stagnazione secolare

Dal 2010 la crescita è stata del 3%. Tra il 2000 e il2007 era stata del 4%. La crescita è stata più bassa nonostante politiche monetarie ultra espansive.  Le crisi finanziarie nascono da debiti elevati di solito e per ritornare in linea ci vuole più tempo. Stagnazione della domanda invece significa che non ci sono interessi a investire in settori in espansione. Avviare una start up richiede investimenti contenuti. O c’è minore progresso tecnologico e minore produttività? o invecchiamento della popolazione? O c’è una distribuzione del reddito negli usa tale che si sono persi i vantaggi del riequilibrio che c’erano stati negli 80 anni precedenti? Se viene tolto potere di acquisto alla classe media non c’è sufficiente domanda. Allora gli si concedono prestiti con rischi di causare nuove crisi. Dare soldi e attuare politiche fiscali espansive porta al rischio che sia lo stato a non ripagare i propri debiti. Se non si torna a una distribuzione del reddito equilibrata o si sceglie bassa crescita per mancanza di domanda e rischio di crisi per accumulo del debito o crescita più instabile.

Occorre riequilibrare allora la distribuzione del reddito? Più lavoratori ci sono rispetto al capitale più il lavoro costa meno.  L’entrata nell’economia mondiale di paesi con tanti lavoratori e poco capitale ha aumentato il rapporto tra lavoro disponibile e capitale disponibile riducendo la remunerazione del lavoro, specialmente non specializzato, rispetto a capitale e lavoro specializzato. Peraltro i cinesi lavorano molto e consumano poco. Se è così è difficile il riequilibrio senza rinunciare ai vantaggi di un’economia integrata a livello globale. Si può tassare il capitale ma può fuggire e ci sono meccanismi diversi.

Le riforme strutturali di cui si parlava negli anni 60 e che sono state introdotte per esempio dal primo centrosinistra vanno nella direzione opposta a quelle di cui si parla ora

 

Conclusioni

Troppo debito pubblico fa male e noi ne abbiamo troppo

Le scorciatoie non servono

La strada maestra consiste nel combinare una moderata austerità fiscale con riforme che innalzino il tasso di crescita del pil

Pareggiare il bilancio richiede misure dello 0,8 per cento del pil in tre anni. Questi obiettivi possono essere raggiunti senza alzare le tasse e lasciando costante la spesa primaria

Gli obiettivi fiscali non vanno cambiati di frequente-. Bisogna essere credibili

Dobbiamo comportarci in modo diverso dal passato. Alcuni paesi sono riusciti a ridurre il debito (canada, belgio, regno unito, israele, svezia.

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