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there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

Bergen. Altre cose belle della città.

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Alla fiera dell’est per due soldi un topolino mio padre comprò. Se Branduardi avesse fatto una canzone sul mercato del pesce di Bergen avrebbe scritto che suo padre avrebbe incontrato un suo vecchio amico italiano che insieme a suo zio vendeva stick di gamberetti già cotti nelle navi o zuppe di pesce o panini col salmone o con la carne di balena. A parte uno o due cinesi, uno o due spagnoli, la via del mercato è piena di venditori ambulanti italiani.
L’errore, la mattina del 22 luglio, è stato mostrare a bella vista la guida con la scritta Norvegia. Mentre ero assonnato, peraltro, e teso, visto che ancora non avevo conosciuto quella città. Ero anche arrabbiato per la pioggia.
“Ciao! Buongiorno! Ehi! Ma di dove sei?”
La prima l’ho ignorata e non importa cosa avrà pensato.
“Ehi! Pensavi di sfuggire. Di stare in incognito. Ma ti abbiamo riconosciuto. Lo vuoi del pesce?”
Alla seconda ho detto “Sì, ok, vengo da FIrenze. Anzi adesso vengo da Alesund. No, grazie.”
“Ciao. Si vede dalla faccia che sei italiano. Vuoi qualcosa? Questi gamberetti sono blablabla.”
A dire il vero, se tutto questo fosse successo anche solo un giorno dopo avrei potuto curiosare sulla loro storia, soprattutto se fosse stato di prima mattina, quando ancora non c’è l’affollamento davanti ai loro banchi. Il problema è che cercavo e coltivavo il silenzio in questo viaggio, soprattutto i primi giorni, e questi parlavano. Facevano rumore. O meglio, così li percepivo io quella mattina.
Quel che ho comprato in quei banchi, poi, nei giorni successivi, era pure buono. C’è anche un locale al chiuso, grande, dove puoi decidere quale pesce, attualmente nelle vasche, vivo, vuoi che il cuoco uccida e cucini per te. Ci sono poi altri venditori, soprattutto di pesce, nel mercato al chiuso, accanto all’ufficio turistico, e poi dall’altro lato della strada, si trovano i gelatai, la paninara (hamburgher e hotdog di renna,) il 7 eleven col buon gelato Softis. Si può mangiare, seduti e in piedi, anche con 50 corone. Con 100 ci si sfama un po’ di più. Dai 150 in su si cena. C’è anche Peppe che per prezzi dai 100nok in su ti offre la vera pizza americana, cioè più alta.
Una delle cose più belle di Bergen, se c’è il sole, è passeggiare lungo il porto o vedere la gente che osserva i tramonti. E’ curioso anche guardare come si veste la gente: cioè a caso, praticamente come me. Ho visto gente in maglietta bianca sotto una giacca nera con messa in bella vista di un tatuaggio al petto, un berretto di lana rosso in capo e un paio di stivali neri ai piedi. Al mercato ci sono anche i venditori di frullati (prezzi folli di 70/80 corone) o di frutta (60/70 corone.) Al Fish Me uno dei piatti per chi decide di mangiare e spendere di più è la sinfonia di caviali. In una fase meno risparmiosa della mia vita l’avrei provata. Come avrei mangiato altri piatti della regione o del paese, dal salmone al merluzzo (il re del pescato di Bergen) o i formaggi delle vallate dei fiordi o le fragole di Valdall ecc.
Per andare nei bagni, in molti casi, è richiesta la carta di credito e solo quella. Nei momenti di affollamento, ai bagni pubblici di Bergen, la regola diventa:”Chi esce tiene la porta aperta per quello che entra.” Usare i bagni dei musei è ovviamente gratuito e in certi casi le toilettes sono prima dell’ingresso per cui possono essere usati senza pagare il biglietto.
E’ bello passeggiare, dicevamo, lungo le strade attorno al porto. E’ bello invece fermarsi nella piazza centrale, che fa da link tra il porto e la zona del Kode e quindi più avanti con la stazione. SI può osservare il passeggio, fare shopping (da lì partono anche le vere e proprie vie dello shopping), vedere i musicisti e gli artisti di strada, tra i quali dei lanciatori di bolle di sapone che fanno felici i bambini che giocano a rincorrerle.
E’ bello fermarsi nei prati o nei giardini, pieni di fiori, di statue e che magari culminano in chiese o monumenti. Vi si sdraiano in molti nelle belle giornate. Analogamente è bello fermarsi e riposarsi o leggere o guardare quel che succede o meditare o fare cosa vi pare nei prati o nelle panchine che contornano il lago con fontana che è circondato dai musei del Kode (se vi aspettate un suo nome, sappiate che non me lo ricordo e non ho voglia di andare a cercarlo e comunque ci picchiate il capo con qualunque mezzo arriviate, piedi compresi, visto che è in mezzo tra la stazione dei treni, quella dei bus, la via dello shopping, la domkirke, la piazza centrale, il porto.) Anche quei lì, soprattutto in caso di bella giornata, è pieno di gente, più o meno giovane, ma più che meno. Non manca la musica, attorno al lago, neanche alle sei di mattina. Non manca la chitarrista che suona da sola su una panchina. Non manca il gruppo di rapper che batte sui tamburi. Non manca il corridore solitario. Non manca il corridore che porta a spasso il cane. Non manca il camminatore che ascolta musica e a cui rompo le palle chiedendogli la via per la stazione il giorno che devo partire per lo standard fjord tour. Tour che parte alle 6,51 ed ecco perché alle sei ero già in zona.
Ma dicevamo, ripeto, che è bello passeggiare nelle strade attorno al porto. Un po’ perché sono affollate, ma mai caotiche. Sono eleganti e rustiche insieme. Da buona città di mare aperta agli scambi internazionali, c’è sempre un incrocio di nazionalità in giro (e si conferma che nelle città di mare ci sono belle ragazze.) Ci sono i locali coi tavolini fuori. Ci sono le barche che partono e, la sera di più, quelle che ormeggiano. In queste i proprietari passano i weekend ubriacandosi, sparando musica più o meno a palla, lanciando cori, ballando, giocando a carte, stando con la famiglia, parlando di affari, raccattando donne e uomini a festeggiare con loro ma senza mai essere molesti o ossessivi. Resta sempre il mix tra gentilezza, rilassatezza, dinamismo, apertura, ospitalità e giovanilismo (forse sbaglio parola ma non importa) l’imprinting della Norvegia che ho visto. Ci sono anche le persone che guardano i tramonti, verso le undici di sera, e ne riparleremo.
Dal porto si vedono le casette in legno e quelle colorate del quartiere di Bryggen, le case sulle colline, la costruzione dentro cui si trova il museo Anseatico e quel che di solito si vede nelle immagini pubbliche di Bergen. Un insieme da cartolina che nasconde, dietro le facciate di quelle case carinissime, il vero e vivo quartiere storico di Bryggen, dove si entra anche dentro le abitazioni, diventate in certi casi ristoranti, uffici turistici, negozi di souvenir. In altri invece sono rimaste come erano, dopo la ricostruzione dovuta all’incendio del 1916 e possono essere visitate gratuitamente.
Se vi muovete verso la Fortezza, vi troverete davanti un bel panorama del mare di fronte a voi e potreste imparare qualcosa sull’unica battaglia che si è svolta in quei luoghi, battaglia che ebbe luogo tra norvegesi e inglesi nonricordoquando dopo che era stata sancita una tregua tra le parti, contro gli olandesi, di cui però il re di Norvegia non ebbe la notizia in tempo. E’ la battaglia del porto di Vagen.
Volete sapere infine qualcosa di calcistico? No? Ve lo dico lo stesso. Football festen, titolava un giornale del giorno dopo, sabato, visto che il venerdì sera la squadra del Brann di Bergen aveva battuto 6-0 quella dell’Alesund. In giro il venerdì ho visto molte persone con la maglia rossa del Brann. Lo stadio si trova a dieci minuti di Bybanen dal centro (la bybanen è la linea tramviaria). A parte la tentazione di andare a vedere la partita e a parte che a pranzo in un locale centrale ho visto anche tranquillissimi tifosi dell’Alesund, la cosa più curiosa è stato vedere un nutrito gruppo di tifosi del Brann riempire una specie di balera all’aperto con schermo per vedere le partite di calcio. C’era un gruppo musicale e venivano lanciati cori, cantate e ballate delle canzoni. Il tutto era una festa

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