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Lo stupore delle prese elettriche

Mutazioni genetiche, biotecnologie, natura, sicurezza alimentare, principio di precauzione

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Quanto segue è stato preso da articoli o commenti presi dai seguenti siti o rapporti:

Semplifica

Wired

Salmone

Blog di Dario Bressanini su “Le Scienze”

Biotecnologiebastabugie

Studio Barilla

MUTAZIONI GENETICHE

Una delle barriere psicologiche più forti che impediscono
l’accettazione degli ogm è il fatto che molte persone pensano, detto semplicisticamente, che i
pomodori sono sempre esistiti, e sempre esisteranno. Che sono sempre stati diversi dai peperoni e
sempre lo saranno. Ma la verità è che uomini, peperoni, topi e pomodori hanno una moltitudine di
geni in comune, perché abbiamo una unica origine, per quanto per alcuni questo sia difficile da
accettare.
Tutti gli esseri viventi, a seconda del loro grado di parentela, hanno la maggior parte dei loro geni
in comune. Questi sono prima di tutto i geni fondamentali della vita, evoluti centinaia di milioni di
anni fa, e che sono necessari ad ogni cellula, per la produzione di aminoacidi, di zuccheri, di grassi

e proteine. Geni che regolano il metabolismo, la crescita, la moltiplicazione e così via. Specie
imparentate condividono la maggior parte del genoma di un antenato comune da cui si sono
separati magari decine o centinaia di milioni di anni fa. Uomini e topi ad esempio condividono più
del 90% del proprio DNA. Ad essere sbagliata però è proprio questa idea di
immutabilità di una specie.
Le mutazioni spontanee sono uno dei motori dell’evoluzione. Ogni tanto qualche gene viene
modificato casualmente da un errore di trascrizione durante la riproduzione. Oppure viene alterato
chimicamente da qualche agente mutageno, o dalle radiazioni. La stragrande maggioranza delle
mutazioni “naturali” è mortale oppure ininfluente. Se il gene modificato era importante per il
metabolismo della specie vivente, una modifica casuale ne porterà quasi sicuramente alla morte,
perché ad esempio la proteina codificata da quel gene si ripiega nel modo sbagliato e non può più
funzionare. Può succedere invece che il gene non fosse molto importante, ad esempio la codifica
del colore degli occhi. Solo rarissimamente viene modificato un gene che altera, senza
conseguenze mortali, una caratteristica fondamentale di una specie.
Un altro motore dell’evoluzione naturale sono i processi con cui vengono fusi due genomi di specie
diverse, per crearne una terza nuova di zecca, oppure i processi in cui porzioni del DNA di una
specie si integrano in una seconda specie, e da questo punto di vista gli organismi transgenici non
fanno altro che copiare quanto già avviene in natura.
Nel corso di milioni di anni questi meccanismi hanno agito e hanno trasformato i primi organismi
monocellulari, composti da una sola cellula, in pomodori, uomini, peperoni, rinoceronti e volpi.
Hanno creato il buonissimo fungo porcino e la mortale amanita Phalloide. Hanno prodotto i batteri
con cui fermentiamo lo Yogurt, ma anche il botulino e il colera.
Nel 1865 Gregor Mendel descriveva i meccanismi dell’ereditarietà, e poche decine di anni dopo
cominciavano le indagini sulle modifiche genetiche indotte. Nel 1927 Muller mostrò come fosse
possibile, mediante i raggi X (modificare geneticamente il moscerino
della frutta (la Drosophila melanogaster). L’anno successivo Stadler compie i primi esperimenti con
i cereali cercando di modificarli geneticamente con radiazioni nucleari. Stadler cercava in questo
modo di ottenere piante con caratteristiche migliorate. Non ebbe molto successo, ma ormai la via
era aperta. Dopo la seconda guerra mondiale iniziarono i cosiddetti “usi pacifici dell’energia
atomica“. Molti giovani ricercatori nelle nazioni sviluppate ed in quelle in via di sviluppo
cominciarono ad utilizzare le radiazioni nucleari con l’obiettivo di modificare le caratteristiche delle
piante esistenti. All’inizio i risultati furono piuttosto modesti. Si capì che le radiazioni nucleari erano
troppo devastanti, e la stragrande maggioranza delle piante mutate non sopravviveva. Furono
scoperte anche delle sostanze chimiche che inducevano mutazioni, come la colchicina. Piano
piano si imparò a domare la potenza distruttiva delle radiazioni alfa, beta e gamma, a controllare i
neutroni, a dosare i raggi X e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica(IAEA) e la FAO
finanziarono e sponsorizzarono una serie di ricerche sulle mutazioni indotte allo scopo di
migliorare le caratteristiche di prodotti agricoli.
Gli esperimenti su larga scala vengono effettuati in campo aperto, in quello che viene
chiamato un Gamma Field, un Campo Gamma.
Al centro del cerchio viene messa la sorgente radioattiva, e nei vari settori del cerchio, a varie
distanze, vengono piantati i semi delle piantine che si desidera mutare geneticamente.
L’esposizione diminuisce all’aumentare della distanza e quindi in questo modo è più facile trovare
la dose di radiazioni che genera dei mutanti senza uccidere immediatamente.
Un articolo della
Divisione di Tecniche Nucleari in Agricoltura, della FAO/IEAE descrive varie colture mutate ormai
diffuse e commercialmente affermate. Ad esempio il pompelmo rosa, l’orzo per la birra, il grano duro derivano da mutazioni genetiche. Vediamo il caso del grano duro.

Grano duro
Alla fine degli anni ‘60 nei laboratori del CNEN (Comitato Nazionale Energia Nucleare, poi
trasformato in ENEA), al Centro Studi Nucleari della Casaccia il gruppo del Prof. Scarascia
Mugnozza irraggia con raggi X una gloriosa varietà di grano duro, il Cappelli. (La storia di questo
grano, protagonista della cosiddetta “battaglia del grano” nel ventennio fascista, andrebbe
raccontata in tutti i particolari con tutti i personaggi: dal Senatore Cappelli, da cui prende il nome, al
genetista agrario Nazareno Strampelli, anticipatore di decenni della rivoluzione verde). Come al
solito, la stragrande maggioranza dei semi irradiati muore, o produce piante abnormi. Ma una
pianticella sopravvive e mostra caratteristiche interessanti. E’ più bassa, più resistente e con rese
maggiori del Cappelli. Quel mutante viene incrociato con altre varietà di grano, per trasferire le
caratteristiche interessanti, e nel 1974 viene registrato il Creso (i costitutori sono i Dott. Bozzini e
Mosconi). Nel giro di pochi anni diventa il grano duro d’elezione, e tutti voi ne avete mangiato a
quintali sotto forma di spaghetti, penne, rigatoni, maccheroni etc. Nel 1984 il Creso occupava il
53.3% del mercato italiano di semi certificati di grano, ed era coltivato su 430.000 ettari.

Non è l’essere ogm che porta una pianta ad essere benefica o
cattiva così come non è l’origine “nucleare” delle mutazioni a rendere queste varietà buone o
cattive.
E’ però indubbio come gli ogm siano molto più controllati e sottoposti a verifiche delle piante
prodotte per irraggiamento, per le quali non serve nessuna autorizzazione specifica per la coltivazione.
Le mutazioni non transgeniche avvengono ovviamente alla cieca, casualmente. Non è possibile sapere cosa
succederà alla pianta, e a mutazione avvenuta non ci si preoccupa di indagare a livello molecolare
se le mutazioni abbiamo modificato in qualche modo non evidente il metabolismo della pianta.
Un articolo apparso di recente ha confrontato un riso ogm con un riso mutato da radiazioni,
trovando che il riso mutato aveva subito molte più alterazioni genetiche del riso ogm.

LE BIOTECNOLOGIE SONO CONTRO NATURA?
Dal dibattito sulle biotecnologie emerge spesso una condanna morale di questa
tecnologia. Va però rilevato che tra le biotecnologie rientrano quasi tutte le tecniche utilizzate
per produrre le derrate alimentari che consumiamo. Di certo l’avvento delle biotecnologie
avanzate (modifica diretta del DNA) ha dato l’impressione di violare un limite
imposto dalla natura e quindi di sovvertire leggi che l’utilizzo delle tecnologie tradizionali
(impiegate nella produzione di vino, pane, formaggi e altri prodotti) aveva invece
risparmiato.
In realtà, la modifica del DNA degli organismi viventi a opera dell’uomo, ha origini
antiche e coincide con la nascita stessa dell’agricoltura e la domesticazione di piante e
animali. L’intervento umano è stato tanto rilevante da rendere la maggior parte delle
piante coltivate e degli animali completamente inadatti a vivere negli ecosistemi naturali.
Alcune di queste piante sono state modificate in modo così significativo da presentare una bassissima fertilità che ne limita la dispersione nell’ambiente (le banane coltivate
vengono riprodotte esclusivamente tramite talea in quanto prive di semi); alcune specie
sono state incrociate con altre molto distanti geneticamente per trasferire geni utili: il
pomodoro è stato incrociato con almeno 4 specie selvatiche; la segale è stata incrociata
con il frumento (specie piuttosto distanti nell’albero genealogico) per ottenere il triticale,
un cereale che non esiste in natura, così come il tritordeum (ibrido tra orzo e frumento).
In questo contesto, se gli OGM sono da considerare innaturali, lo sono anche
l’agricoltura e l’allevamento che nei secoli hanno invaso habitat prima dominati da specie
selvatiche, rimpiazzandole con pochissime specie coltivate, frequentemente importate
da altri continenti (nel caso dell’Europa si pensi alla patata, al mais, al pomodoro,
alla soia, al kiwi, ecc). Va aggiunto inoltre che le modifiche introdotte dall’uomo nel genoma
di specie utili sono state per lo più casuali e inconsapevoli, con effetti sulla pianta,
sull’ambiente e sull’uomo largamente non prevedibili e non ancora studiati, ma comunque
considerati “normali”.
Le nuove tecnologie, mimando processi che avvengono già in natura (è possibile
infatti ritrovare le tracce del trasferimento di DNA da batteri a piante e viceversa, così
come in altri organismi), permettono modifiche mirate del DNA, prevedibili e controllabili.
Va ricordato poi che organismi diversi condividono parte del loro corredo genetico,
tanto da permetterci di capire come funzionano alcuni geni umani attraverso lo studio di
corrispondenti geni del topo o anche del lievito di birra.
Non è innaturale modificare il dna di uno o più organismi, quindi. Anzi. E’ innaturale che il DNA di un organismo si mantenga
immutato. Ognuno di noi è il frutto di un “casino genetico”
dovuto alla ricombinazione di 2 genomi, quello di nostra madre e quello di nostro padre.
Inoltre il DNA, anche durante la nostra vita, continua a mutare. Ogni tanto queste mutazioni si
manifestano diventando aggressive (i tumori), ma la maggior parte sono silenti e nemmeno ci
accorgiamo di averle.

Per concludere:

1) La natura non avrebbe MAI selezionato
nessuna varietà di cui noi ci nutriamo. La natura cerca piante competitive (ad es. alte) che
facciano molti semi piccoli che a maturità cadano a terra o si lascino trasportare dal vento.
Peccato che a noi servano piante basse, sociali e che trattengano il seme sulla spiga. Nessuna
delle varietà coltivate resisterebbe più di 3 anni in un ambiente naturale (ci hanno pure fatto un
articolo di Nature).
2) Ames (il più grande tossicologo vivente) ha dimostrato che i composti di sintesi
non sono necessariamente più tossici di quelli naturali e inoltre che circa il 99,9 % dei composti
“tossici” che assumiamo è di origine naturale. Sapere dunque che non sono stati usati composti di
sintesi per la coltivazione, non ha alcuna attinenza nè con la qualità nè con la salubrità “tecnica” di
un prodotto. Diversa cosa è la qualità “percepita” soggettivamente, ma questa non è una questione
scientifica, solo psicologica.

Praticamente NESSUNO dei
vegetali che mangiamo (a parte qualche frutto di bosco e poco altro) resisterebbe in natura. Non i
pomodori, non il grano, non i peperoni, le melanzane. Avete mai visto pomodori selvatici in un
bosco?
Non c’e’ differenza tra mutazione e mutazione.
E’ l’agricoltura stessa a non essere naturale!

Per approfondire:
://www.arch.unipi.it/uomo%20e%20piante/pdf/agricoltura.pdf
http://biotecnologiebastabugie.blogspot.it/2007/10/quando-una-mezza-verit-diventa-una_27.html
http://potency.berkeley.edu/pdfs/Paracelsus.pdf

SICUREZZA ALIMENTARE

Nel caso degli OGM sono state condotte molte ricerche sul tema della sicurezza, così
come sono state emanate molte leggi a tutela dei consumatori e dell’ambiente: queste
risultano tuttavia ignote alla maggior parte dei non addetti ai lavori.

Dagli studi pubblicati che riguardano la sicurezza degli OGM (ca. 3.500) e dai dati
messi a disposizione da uno studio finanziato dalla Comunità Europea e durato 15
anni (70 milioni di euro, 400 centri di ricerca pubblici coinvolti), emerge che gli OGM
fino a oggi autorizzati, anche dal punto di vista della loro eventuale pericolosità, non
manifestano un comportamento diverso da quello delle colture tradizionali. Uno studio
conclude affermando che
“queste ricerche dimostrano che le piante geneticamente modificate e i prodotti
sviluppati e commercializzati fino a oggi, secondo le usuali procedure di valutazione,
non presentano alcun rischio per la salute umana o per l’ambiente. Anzi
l’uso di una tecnologia più precisa e le più accurate valutazioni in fase di regolamentazione
rendono probabilmente queste piante e questi prodotti ancora più
sicuri di quelli convenzionali”.
Non si dovrebbe quindi concentrare l’analisi sulla tecnologia con cui vengono prodotte
queste piante, ma piuttosto sui caratteri genetici inseriti, seguendo un’approccio
caso per caso.
Review of results of 15 years study on GMOs http://europa.eu.int/comm/research/quality-of-life/gmo/
ICGEB BioSafety Database: http://www.icgeb.trieste.it/

COSA E’ IL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE?
Quello che inizialmente veniva indicato come “approccio precauzionale” ha fatto
la sua prima comparsa nella Convenzione della Diversità Biologica di Rio (CBD,
1992) ed è stato definito come segue: “nel caso esista il rischio di una significativa
riduzione della diversità biologica, la mancanza di certezze scientifiche sugli esiti di
una tecnologia non deve essere utilizzata per evitare l’adozione di misure volte a
minimizzare tale rischio”. Questa definizione, più volte riformulata, rimane molto difficile
da interpretare nella pratica. Infatti il principio di precauzione non viene applicato
per “tecnologie” che presentano percentuali di rischio anche elevate, come ad
esempio coltelli, auto, vaccinazioni, o più semplicemente il fuoco o l’energia elettrica.
Queste tecnologie vengono utilizzate in quanto la valutazione implicita del rapporto
rischi/benefici risulta a favore dei secondi. Nonostante ciò, il principio di precauzione
è comunque, almeno in Europa, diventato norma di controllo per l’immissione
di OGM nell’ambiente.
Una frequente interpretazione del principio di precauzione riguarda il suo uso indiscriminato,
e non solo quando l’esistenza di oggettive condizioni di dubbio scientifico ne
rendono necessaria l’applicazione. In realtà il principio di precauzione viene usato nelle
Corti di Giustizia di tutto il mondo nell’accezione “meglio un colpevole libero che un
innocente recluso”, ovvero nella formula: in dubio pro reo. Analogamente, anche nel
caso degli OGM tale principio dovrebbe essere applicato solo nel caso in cui sussistessero
dubbi razionali derivati da dati scientifici relativi a specifici aspetti del loro utilizzo.
È inoltre da sottolineare che non esistono tecnologie, anche semplici, che non comportino
possibili effetti collaterali, per cui il rischio zero non può essere usato come parametro
di valutazione in quanto impossibile da accertare.
http://www.biodiv.org/doc/legal/cbd-en.pdf
SCIENTIFIC COMMITTEE ON PLANTS SCP/GMO-SEED-CONT/002-FINAL. 13 March 2001. Opinion of the
Scientific Committee on Plants concerning the adventitious presence of GM seeds in conventional seeds.
http://europa.eu.int/comm/food/fs/gmo/gmo_scientadvice_en.html
http://europa.eu.int – EurLex

Una delle frasi più spesso associate all’utilizzo del “principio di precauzione” e tra le
più ripetute quando si discute di OGM, è che “non esistono dati scientifici sufficienti ad affermare con certezza che gli OGM non siano dannosi per l’uomo e per l’ambiente e,
fino a quando questi non saranno disponibili, gli OGM non devono essere autorizzati”.
In base a questa affermazione risulta però difficile capire QUANDO si possa affermare di
avere una quantità di dati sufficiente per esprimere un giudizio ponderato su una specifica
tecnologia. In realtà, tutti i giorni si prendono decisioni, o si scelgono opzioni, in base
a una ragionevole valutazione del rapporto rischi/benefici, dando un peso e un valore ai
dati a seconda delle priorità definite dalle normative esistenti. Se si dovesse prendere
una decisione solo sulla base della prova assoluta di assenza di rischio, qualsiasi società
si bloccherebbe nel suo sviluppo tecnologico e sociale. Non esiste infatti azione umana
che non comporti, in potenza, qualche rischio.
L’applicazione del principio di precauzione risulta invece ragionevole quando viene
applicato al fine di escludere la presenza, per le nuove tecnologie, di problemi potenzialmente
maggiori rispetto a quelli esistenti per le tecnologie o prodotti che si intendono
sostituire.

SE MANGIO OGM MUTA IL MIO DNA?

Una persona ogni giorno ingerisce una certa quantità di DNA contenuta negli alimenti

(circa un grammo). Questo DNA entra in contatto con i tessuti dello stomaco e

viene ridotto in piccoli frammenti (in genere minori di 400 paia di basi3). In alcuni esperimenti

su ratto si è osservato come una piccola parte del DNA così frammentato

(<0,1%) possa essere assorbita dalle cellule dell’intestino e rimanere per qualche ora,

prima di essere degradata, nel sangue o nel fegato, senza comportare conseguenze.

La dimensione media di un gene umano è di circa 27.000 paia di basi.

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Nel caso di alimenti derivati da OGM, il processo di assimilazione segue lo stesso percorso

e gli studi fino a ora condotti non hanno evidenziato problemi causati dall’ingestione

di questo DNA.

Va aggiunto che il DNA transgenico, anche in una dieta a base di soli OGM, rappresenterebbe

meno di 1/200.000 del DNA totale ingerito. Nel caso di prodotti lavorati, ad

esempio farina o pasta, il DNA ingerito sarebbe inoltre molto degradato e difficilmente

assimilabile.

 

 

GLI OGM SONO DANNOSI PER LA SALUTE UMANA E ANIMALE?

Numerosi studi sono stati condotti sul tema della salute umana e animale, ma finora

non è stato raccolto alcun dato significativo che abbia evidenziato un qualche rischio.

Per tutte le pubblicazioni o le notizie che avevano evidenziato qualche rischio, o non è

stato possibile riottenere lo stesso risultato, o sono state poi smentite da un’analisi più

approfondita. Questi studi però hanno spesso sollevato molto più clamore di quello dei

dati più credibili e affidabili che li hanno ridimensionati.

Gli OGM, prima di ricevere l’autorizzazione alla coltivazione e alla commercializzazione,

devono superare un elevato numero di test di sicurezza. I dati vengono raccolti in un

dossier che descrive le caratteristiche del prodotto, inclusi gli aspetti di sicurezza alimentare,

dossier disponibile per la consultazione.

I test richiesti partono dallo studio della nuova proteina prodotta dalla pianta transgenica.

Il DNA inserito (transgene) si “esprime”, infatti, tramite la produzione di una proteina,

responsabile della caratteristica desiderata (ad es. resistenza agli insetti, tolleranza a

un erbicida, maggior contenuto di vitamina, ecc.).

Se i test danno esito negativo, cioè se la proteina non è tossica o allergenica, si passa

a valutare la “sostanziale equivalenza” della pianta transgenica nei confronti di piante

analoghe non transgeniche. La sostanziale equivalenza non è un concetto di comprensione

immediata. Richiede infatti l’analisi comparativa di molti parametri, tra cui anche

test nutrizionali condotti su animali (ad es., nel caso del mais resistente all’erbicida glifosate,

sono stati utilizzati 500 pulcini di 2 giorni alimentati per 40 gg).

Se da questa analisi

emergono differenze significative, si procede con un’ulteriore analisi tossicologica. Nel

caso contrario il nuovo OGM viene considerato “sostanzialmente equivalente” alle

varietà convenzionali.

Un ulteriore esempio che aiuta a comprendere la complessità delle analisi richieste

per valutare la tossicità di una proteina, è costituito dalla tossina Bt (Cry1Ab), che conferisce

resistenza ad alcuni insetti. Essendo una tossina in grado di legarsi alla parete

intestinale degli insetti, sono stati effettuati esperimenti per verificare se fosse in grado di

legarsi anche al tratto intestinale di animali come cavie, primati e volontari umani. Tutte

queste analisi hanno dato esito negativo: si è appurato infatti che in questi animali e nell’uomo

non esistono i recettori a cui dovrebbe legarsi la tossina per divenire dannosa.

Inoltre, per rilevare un’eventuale allergenicità, ne è stata analizzata la sequenza aminoacidica,

al fine di evidenziare le omologie con proteine allergeniche note o con altre proteine

tossiche. Anche in questo caso l’esito è stato negativo. Sono stati infine effettuati

test per verificare la sua digeribilità e stabilità, nonché la tossicità orale acuta in cavie, alimentandole

per 30 giorni con dosi continuative. Tutti i test, che hanno considerato

dosaggi fino a 10.000 volte superiori a quelli presenti nelle piante transgeniche, non

hanno evidenziato effetti tossici. Ad esempio, la proteina Cry1Ab, presente nel mais Bt

MON810, nei test non ha presentato effetti tossici fino a quantità pari a 4.000 mg/kg di

peso corporeo. Tale quantità è comunque di gran lunga superiore alla quota media

assunta con la dieta durante l’arco di un intero anno (1,17 mg).

 

La pseudo-categoria “OGM” non andrebbe utilizzata,

soprattutto in relazione alla salubrità dei cibi, perché è fuorviante. E’ un po’ come se volessimo

parlare dei funghi in generale, mentre è ovvio che ce ne sono di ottimi e di tossici. Bisognerebbe

parlare di cibi derivati dalle biotecnologie: dalle più antiche e tuttora valide, come innesti, incroci,

ibridazioni, alla mutagenesi indotta da elementi chimici o radiazioni (da cui sono nate migliaia di

varietà vegetali alimentari, tra cui il grano Creso con cui è fatta la ns. pasta) alla ricombinazione

diretta del DNA (“OGM”). Ognuna di queste tecnologie può dare alimenti ottimi o vedere

esperimenti che falliscono.

Gli OGM possono essere dannosi, ma né più né meno degli alimenti derivati da tecniche tradizionali: una soia OGM a cui era stato

aggiunto un gene da una noce brasiliana si è rivelata allergenica, e infatti non è stata immessa sul

mercato; anche un pisello a cui si era aggiunto un gene di fagiolo per renderlo resistente a un

bruco poteva creare allergie, e quindi è stato abbandonato. Allo stesso modo, la patata Lenape,

fantastica per varie qualità, ottenuta tramite incroci tradizionali, si è mostrata tossica ed è stata

ritirata. Quello che conta, insomma, non è il PROCESSO tramite cui i cibi sono creati, ma l’esame

del singolo PRODOTTO.

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