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Lo stupore delle prese elettriche

Il capitalismo di Stato in Italia: una storia perversa.

Da “scegliere i vincitori premiare i perdenti,” di Franco Debenedetti.

Anni trenta: nasce il regime economico fondato sull’impresa pubblica.

Costituzione. L’iniziativa privata è limitata, no al contrasto ai monopoli, no ideologici al libero mercato, alla libera concorrenza, no al controllo dei monopoli pubblici proposto da Einaudi. Solo con UE vengono garantiti la libera circolazione delle merci, dei capitali, delle persone, dei servizi e vengono resi illegittimi gli aiuti di stato. La DC è anti mercato, molto più di Togliatti e dei comunisti. Emendamento Cortese, bocciato:”(«La legge regola l’esercizio dell’attività economica al fine di difendere gli interessi e la libertà del consumatore»)”
Per la dc la libera concorrenza produce cartelli, monopoli, vittoria del più forte: cioè quel sistema che avrebbe contribuito invece proprio lei a creare o a…continuare.

Salvataggi da parte dello Stato si erano già avuti in passato, come nel 1887 quello della Terni. Alla vigilia della grande guerra si erano già formati in Italia gruppi industriali strutturati – Ansaldo, Breda, Fiat, Edison – anche per effetto di una sorta di «capitalismo politico», in cui gli imprenditori privati perseguivano politiche di sviluppo non solo per motivi economici, ma anche per avere una posizione negoziale più forte nei riguardi del potere e ottenere i finanziamenti per ampliare le loro fabbriche al fine di ridurre la paurosa impreparazione militare italiana. Dopo la guerra si trovarono con gli impianti sovradimensionati. Disastrosa, per chi era indebitato, fu la politica deflattiva imposta da Mussolini, la «quota novanta» del discorso di Pesaro (18 agosto 1926), quando la lira quotava 153 sulla sterlina. Allo scopo di attingere ai depositi dei risparmiatori, i maggiori gruppi, prima ancora che finisse la guerra si erano lanciati in scalate alle banche: i Perrone all’attacco della Comit, Giovanni Agnelli e Riccardo Gualino del Credito italiano. Dopo varie vicissitudini, alla vigilia della crisi del 1930-1931 «la fisiologica simbiosi [tra banche e industrie] si era mutata in una mostruosa fratellanza siamese», scrive Raffaele Mattioli. Le banche erano ancora banche miste sotto l’aspetto formale, ma nella sostanza erano divenute banche di affari.  Per salvaguardarsi dai  pericoli di questa situazione avevano ricomprato praticamente tutto il loro capitale. Possedevano se stesse attraverso il possesso delle finanziarie da esse create e finanziate per assicurarsi il controllo del loro capitale. . L’abisso delle banche chiama l’abisso delle aziende, i salvataggi delle une e delle altre apriranno le porte allo Stato imprenditore.

Tra le guerre tra limiti del mercato interno, difficoltà ad esportare, capitalismo familiare, si venne a produrre un capitalismo a «suffragio limitato» controllato in parte dallo Stato e in parte dalle grandi famiglie. Con importanti eccezioni: l’acciaio di Oscar Sinigaglia prima che egli passasse, nel 1930, dalla Comit all’Iri; la Snia di Gualino, prima società italiana ad avere un capitale sociale pari a un miliardo di lire, prima a essere quotata in una Borsa estera, che nel 1925 era arrivata a realizzare l’11% della produzione mondiale di fibre occupando 20 mila dipendenti; la Fiat di Agnelli che aveva investito i favolosi profitti di guerra comprando il Gruppo Piemontese e costruendo il Lingotto, considerato nel 1923 il più moderno stabilimento d’auto del mondo; la Montecatini di Donegani, monopolista della pirite per esplosivi, che arrivò a consumare il 10% del totale dell’energia elettrica italiana per produrre azoto col metodo Fauser e concimi azotati. Ma prevalente, troppo, era sempre il mercato interno; per proteggersi, Agnelli e Donegani fecero il «patto col diavolo». Lo stabilimento che Ford nel 1923 aveva costruito a Trieste, il 26 ottobre 1929 venne chiuso d’autorità dal prefetto su telegramma del Duce «per superiori motivi d’interesse nazionale» (un’espressione che sentiremo ancora, poco meno di un secolo dopo). E Donegani ottenne dazi sui concimi tedeschi. Però Agnelli costruì lo stabilimento di Mirafiori nonostante il fascismo fosse contrario a eccessive concentrazioni di lavoratori; Donegani invece dovette «pagare il patto» facendosi carico di salvare Acna, Montevecchio, Marmi di Carrara. In cambio del mantenimento delle acciaierie di Terni, Arturo Bocciardo ottenne tariffe di favore per l’elettricità e una posizione di forza nel cartello dei fertilizzanti. In Italia si era sviluppata una notevole competenza nella costruzione di dighe, ma il settore elettrico rimase terreno di rendite monopolistiche e di collusioni col potere poltico per tariffe e uso di acque demaniali.

IRI REPUBBLICANO
Già durante il fascismo si forma il sistema formato da grandi imprese protette e stato. Fuori da ogni considerazione restano il mercato, la concorrenza, la loro tutela. La fissazione delle regole viene delegata agli enti pubblici economici. Un sistema di piccole e medie imprese private non è stato incentivato. Bastavano poche medie imprese?
Il sistema italiano appare spaccato a metà: da un lato le piccole imprese fino all’artigianato, dall’altro i grandi oligopoli, alcuni nelle mani di un ristretto numero di famiglie (Agnelli, Falck, Piaggio, Parodi-Delfino, Pirelli), altri (Snia, Montecatini, Edison) dov’è il consiglio di amministrazione a controllare se stesso attraverso le azioni privilegiate o a voto multiplo e la raccolta delle deleghe. È certamente vero che vendere sul mercato le oltre duecento aziende dell’Iri sarebbe stato un problema, che un’azienda delle dimensioni dell’Ansaldo non la si poteva dismettere tutta intera, ma è anche vero che il modello di ricostruzione e crescita basato sulle grandi industrie non era l’unico a disposizione. «Una scelta radicalmente diversa», scrivono Amatori e Colli, «sarebbe consistita in una politica tesa a mobilitare al massimo le risorse dell’iniziativa privata»: migliorare i canali di finanziamento dell’industria (irrobustendo la Borsa, favorendo la crescita di investitori istituzionali), investire massicciamente in infrastrutture fisiche e in risorse umane, attirare capitale straniero. Pesava il contesto internazionale in cui il fascismo aveva cacciato l’Italia, pesava la lunga tradizione dell’idea di politica economica, fin dagli anni immediatamente successivi all’unificazione. Quelli dal 1950 al 1970 furono anni di crescita del 6% all’anno. Non tutti gli imprenditori privati erano favorevoli all’entrata nel mercato comune, preferendo conservare le protezioni di cui avevano goduto negli anni del fascismo. L’industria privata, diventata «l’altra metà del cielo», si trovò da un lato a doversi confrontare con un concorrente favorito quanto ad assegnazione di mercati e accesso ai finanziamenti, dall’altro a interfacciare una macchina burocratica in piena continuità con il passato.
Il compromesso tra comunisti e sinistra democristiana produsse gli articoli 41-43 della Costituzione; l’antistatalismo dei liberal-radicali, il sospetto dei comunisti verso la burocrazia pubblica fecero sì che l’epurazione dal Codice civile degli interventi fascisti, pur restituendo all’impresa la sua centralità, mancasse però di riconoscere che, in una moderna economia di mercato, la protezione giuridica dell’autonomia privata coincide appieno con la disciplina del mercato e con la tutela della concorrenza. Con la decisione di mantenere in vita l’Iri, lo Stato rinunciava a svolgere direttamente, attraverso le amministrazioni centrali o periferiche, le tradizionali funzioni di programmare e regolare: a completare l’industrializzazione del paese dovevano provvedere gli enti pubblici autonomi. Ma lo Stato neppure mise mano alla creazione dello schema legislativo indispensabile per la crescita del settore privato: nel 1960 non c’erano leggi antitrust, né leggi a protezione degli azionisti di minoranza, né quelle necessarie a far nascere investitori istituzionali. Il socio che aveva il controllo poteva tranquillamente estrarne il beneficio privato. E per attirare l’attenzione sui conflitti di interesse si dovrà attendere Silvio Berlusconi.
Resta invece, documentata e contabilizzata, la realtà di un Iri incapace di controllare i conti, incapace di perseguire strategie di profittabilità e di rigore, in tutti i sensi.
Ci furono alcuni straordinari imprenditori schumpeteriani: Valletta, Sinigaglia, Luraghi, Olivetti, Borghi, Fumagalli, Merloni. Manca evidenza di quanto abbia contato «lo scarso spazio potenzialmente a disposizione delle imprese private, strette tra l’abnorme estensione dell’industria statale e lo straordinario sviluppo delle piccole e medie imprese che meglio [seppero] adattarsi alle difficili condizioni di contorno». È possibile che, «se tale spazio fosse stato meno limitato, più ampio sarebbe probabilmente stato il numero delle grandi aziende private, minore la concentrazione e di conseguenza il grado di collusione». Ma sono congetture a cui manca il controfattuale.

CENTRO SINISTRA
Nazionalizzazione dell’Enel per motivi politici. Indennizzo alle società e non agli azionisti. Distruzione della chimica a seguito degli indennizzi dati alle società e quindi ai manager buttatisi sul settore chimico.
Tra «politica industriale» (Enel e partecipazioni statali) e aumento dei costi (scala mobile, scatti salariali) «l’industria privata è stretta in una morsa» e obiettivo essenziale è «la difesa dell’esistenza dell’impresa privata», dice Guido Carli nelle Considerazioni finali del 1963. Per preservare il sistema finanziario contro le forme più estreme di dirigismo, egli finisce per irrigidirne gli assetti; questo favorisce il progetto del neocapitalismo pubblico, il controllo politico sul sistema bancario, il ricorso a strumenti di sussidi pubblici,
l’occupazione delle casse di risparmio con amministratori tratti dall’interno dei partiti. Con la nascita di governi organici di centro-sinistra arriva la «programmazione» del piano Pieraccini: le previsioni macroeconomiche diventano obiettivi, le decisioni delle grandi imprese private in tema di localizzazione dei nuovi impianti vengono verificate e alla loro congruità sono subordinati incentivi e crediti. «L’unico modo di opporsi alla pianificazione del neocapitalismo sta nella pianificazione collettiva controllata e diretta dai pubblici poteri»
Scalfari dice che la reazione degli industriali è ottusa. Negli anni ottanta poi ci saranno alcuni imprenditori aggressivi con l’estero, ma i loro successi saranno effimeri.
È nota la mancanza, nel nostro capitalismo e nei nostri mercati mobiliari e finanziari, di istituzioni moderne, alla pari di quelle dei mercati più sviluppati. Crearle era compito dei governi: ma, per farlo, non avrebbero dovuto essere essi stessi occupati a gestire gli interventi diretti dello Stato nell’economia.

INSIEME NEL MEZZOGIORNO
Programmazione economica.
Rumor era per l’indirizzo economico, il controllo del credito, la giustizia sociale, lo stato al sud. Furono portate grandi imprese, furono fatti investimenti massicci, ci furono accordi di scambio: bassi prezzi per l’acciaio fatto a taranto alla fiat e obbligo alla fiat di investire dove decidono i politici.
Per Amendola si agevolava la formazione di monopoli, in questo modo. Per Amendola bisognava bisogna permettere alle stesse popolazioni meridionali di operare il rinnovamento e il progresso economico di quelle regioni e promuovere lo sviluppo delle forze produttive rimuovendo […] le cause di carattere politico e sociale che hanno, dal 1862 in poi, determinato il formarsi della questione meridionale. […] Il problema del Mezzogiorno non è un problema di lavori pubblici […] ma deve investire tutta la politica generale dello Stato italiano
Olivetti a Napoli. Bisognava settentrionalizzare il meridione e fu fatto il viceversa. Olivetti poteva contare sull’eliminazione dei dazi doganali per gli acquisti, grazie alla costruzione di una fabbrica a napoli utile solo per esportare a torino.
A Bari Iveco deve fare pompe insieme alla Bosch invece che comprarle. Non era meglio specializzarsi dove eravamo migliori e magari fare i diesel multijet? No perché la politica industriale aveva deciso di tenere Bari e la fabbrica andava saturata.
A Marcianise veniva costruito un computer Olivetti. Non sanno fare le cose? Impareranno, insegnandogliele. Il computer usciva pieno di difetti, mentre la concorrenza internazionale era più forte ma quell’impianto doveva restare. La stessa azienda al nord andava bene. Quelle al sud producevano perdite.
1988. Vengono dati soldi a olivetti per un impianto a Birritato. I politici volevano decidere anche quante persone assumere e volevano beni fisici. Edifici, capannoni.
Per il piano del ministero, evidentemente bisognava rispettare obiettivi vincolanti quanto a numero di persone che questo polo industriale avrebbe dovuto assumere; per l’Olivetti, altrettanto evidentemente bisognava che queste persone facessero mestieri veri, pagati dal mercato, non dal ministero, che durano senza limiti di tempo, oltre cioè il periodo finanziato dal contratto.
Non si colse l’opportunità da un lato di rendere efficiente un pezzo di pubblica amministrazione e il suo rapporto con il pubblico, dall’altro di superare il modello del body rental. Si perse la possibilità di provare a costruire su quell’esperienza un’azienda di software e consulenza organizzativa. Come si è visto, nel dopoguerra la classe politica aveva scelto l’eccezionalità dell’intervento straordinario anziché l’ordinaria manutenzione e modernizzazione. Aveva deciso di affidare lo sviluppo del paese agli enti pubblici, anziché potenziare la pubblica amministrazione: quella scelta ci è costata trent’anni di ritardo nella gestione della cosa pubblica. Quando si dice progetti a lungo termine.

MERCATO DEL CONTROLLO E DEL CONSENSO
Dura a morire mito della proprietà pubblica che risolverebbe il problema di agente principal. Purtroppo comandano i partiti, i manager sono incentivati a puntare sulla dimensione più che sulla redditività, non hanno obiettivi di efficienza. Le aziende pubbliche non sono contendibili, l’incertezza informativa porta a scelte non ottimali degli obiettivi.
IL MITO DELLA PUBLIC COMPANY
In italia le banche si nazionalizzavano. Negli Stati Uniti si mise un freno all’interventismo di Roosevelt.

Gli azionisti di minoranza affidano i loro soldi ai manager solo se sono abbastanza sicuri che essi lavoreranno nell’interesse degli azionisti; nelle socialdemocrazie, invece, i manager, sotto la spinta di pressioni sociali, politiche, sindacali, tenderanno a perseguire una strategia più attenta all’espansione che ai profitti. Le classiche socialdemocrazie sono poco inclini a mettere in atto le istituzioni fondamentali dei mercati azionari. La loro priorità, infatti, è proteggere il «lavoratore marginale» piuttosto che il «capitalista marginale»: sono meno interessate, quindi, a sviluppare i mercati mobiliari e a proteggere i piccoli azionisti nelle grandi imprese. L’Italia dell’intervento pubblico in economia non era socialdemocratica nel senso proprio del termine, ma identiche sono le dinamiche all’opera nelle aziende a partecipazione statale. E peggio fu quando il principal sovrappose (antepose?) altri obiettivi a quello della buona e profittevole gestione: lo sviluppo del Mezzogiorno, l’occupazione, i salvataggi, gli scopi sociali, con priorità variabili nel tempo e da azienda ad azienda. O quando come agent emersero manager lesti a cogliere le opportunità di compiacere il governo, sostituendo i nuovi obiettivi a quelli che erano stati il faro dei colleghi  che li avevano preceduti. Anche l’Eni rientra in questo schema, ma con particolarità proprie. Enrico Mattei, commissario straordinario per la liquidazione dell’Agip, riesce a disattendere il mandato e fondare la sua Eni, che è però simile all’Iri di Beneduce e profondamente diversa dall’Iri del dopoguerra. L’impronta personale data da Mattei all’Eni è paragonabile a quella lasciata da Olivetti.
I suoi manager erano convinti e orgogliosi di partecipare alla costruzione di qualcosa di più grande di un normale gruppo industriale: volevano scompaginare i cartelli del petrolio, scrivere una pagina nuova nei rapporti con i paesi del terzo mondo. Forse è per questo che, mentre l’Iri venne liquidato e le sue aziende vendute, Franco Bernabè riuscì ad alienare molte delle partecipazioni dell’Eni (in primis la Nuovo Pignone), mantenendo però integro il core business in senso lato. Tanto che si dovrà attendere il 2012 per riuscire a far dismettere SnamReteGas. Prima con l’assegnazione delle aziende ai partiti di governo – Iri alla Dc, Eni al Psi, Efim al Psdi –, poi con i collassi finanziari e con la degenerazione di Tangentopoli, del modello Beneduce non resta più nulla. E al momento di vendere, che le aziende diventino contendibili sul mercato fa paura: per tenere lontani gli stranieri ci si inventa la golden share, e per evitare che uno dei nostri imprenditori diventi azionista di controllo si adotta la public company. Questa assurge così a modello che il governo pretende di imporre alle aziende nel momento in cui le si restituisce al mercato. Volere una forma di governo societario octroyé dallo Stato nel momento in cui l’azienda non è più strumento della politica industriale, significa continuare a fare politica industriale con altri mezzi.
Accadrà con le golden share, con le quote, con la cdp. Accadrà con la Rai, con Enel, con Eni. Telecom e Autostrade.

IL MITO DELLA GRANDE DIMENSIONE
Più è grande e costosa l’impresa e più viene considerata strategica.
Gli interventi pubblici sono sempre giustificati in termini di strategicità: per i sostenitori dell’intervento pubblico in economia, «per essere strategico deve essere anche grande». Si è riportata l’analisi di Marc Roe: pressioni sociali, politiche, sindacali, inducono i manager di Stato a privilegiare, rispetto ai profitti, l’espansione aziendale, anche attraverso la diversificazione, magari giustificata dalla necessità di un salvataggio. Anche nel privato c’è l’interesse ad avere aziende più grandi per pesare di più nei rapporti con legislatori, amministratori pubblici, regolatori. Anche i privati tendono al modello conglomerata, seppure per ragioni di mercato: quando quello interno è troppo piccolo e quello esterno troppo pericoloso, la strada è crescere diversificando. Il privato, per non perdere il controllo, deve aggiungere un piano alla piramide; il pubblico, per cui il problema del controllo non esiste, non ha limiti alla crescita: il finanziamento da parte dello Stato era, a quei tempi, teoricamente illimitato. Al crescere delle dimensioni, crescono i problemi di controllo gestionale. Se i conglomerati sono privati, sotto le pressioni del mercato, magari nella forma di «barbari alle porte», essi vengono smontati e le loro componenti liberate. Risultato: maggiore
efficienza, minore uso del capitale, maggiore libertà di muoversi nel mercato, da soli o verso altre aggregazioni. Nulla di questo si verifica se il controllo è pubblico, come si è visto quando si è privatizzato. Di un serio e sistematico programma per vendere i «bonsai di Stato», neanche l’ombra. Ed è già un bene, perché c’era chi avrebbe voluto mettere tutti i baobab in una serra ancora più grande. Mentre per la politica industriale la dimensione è uno dei dati di progetto, per l’impresa privata anche quel dato va «scoperto» sul mercato. Avevano ragione gli industriali italiani del dopoguerra a basare proprio sul problema dimensionale la loro opposizione alla rinascita dell’Iri. Il risultato paradossale della politica industriale è tendere a creare monopoli invece di fare politica per le industrie che la loro dimensione, a volte anche ragguardevole, l’hanno trovata nei mercati in cui operano.

LE PIRAMIDI
In quegli anni, delle grandi imprese, alcune erano a controllo familiare, altre ad azionariato diffuso. O, almeno, tali apparivano, perché in realtà, tra incroci azionari, azioni a voto plurimo, azioni privilegiate e, soprattutto, con il sistema delle deleghe dei piccoli azionisti ai membri del consiglio, si veniva a perdere proporzionalità tra rischio patrimoniale e potere personale. All’assemblea di Montecatini era presente lo 0,44% degli azionisti in rappresentanza del 35% del capitale; a quella della Snia 11 azionisti rappresentavano il 43%. Ma lo strumento principe era il controllo a cascata: l’Ifi dall’alto della piramide controllava 180 aziende, Edison 97, Pirelli col 25% della Pirelli&C. controllava tutto il gruppo. Mancava anche il controllo di mercato sull’operato degli amministratori, trasparenza era parola ignota. «La Snia non dà la cifra del fatturato, né del numero dei dipendenti» denuncia Ernesto Rossi, «col metodo caro ai sovietici per la presentazione dei loro progressi economici, la Pirelli, nelle relazioni annuali, preferisce, in genere, dare cifre di variazioni percentuali, piuttosto che delle cifre in valore assoluto». Oggi ci sono norme per la trasparenza e a tutela delle minoranze, ma il capitalismo relazionale resta l’asse portante del nostro sistema industriale, e la piramide societaria strumento imprescindibile di controllo. Nelle vicende che esso ha attraversato, un ruolo assolutamente centrale ha giocato Enrico Cuccia, fino alla fine dei suoi giorni. Formatosi con Francesco Saverio Nitti, sposato alla figlia di Beneduce, il suo orizzonte politico è quello del Partito d’azione: Adolfo Tino, Ugo La Malfa, Leo Valiani. Non è liberista, il suo è un protezionismo volto a tenere in piedi un capitalismo privato senza capitali, badando a non farlo cadere nelle mani della Dc.«La concezione platonica [di Cuccia] di una democrazia filtrata attraverso la techné, vale per la politica, vale anche per l’economia dove l’imprenditore schumpeteriano va condotto per mano da chi ha lo sguardo più lungo. Nasce così il Lord protettore di una borghesia smidollata che deve fare da contrappeso al partito-Stato». E via via, una difficoltà dopo l’altra, un incidente di percorso dopo l’altro, un’ambizione dopo l’altra, sempre si deve ricorrere alle «macchinette» di Cuccia, alla sua abilità nel costruire schemi rinascimentali, incroci, partecipazioni, piramidi. (Andare a visitare le fabbriche invece lo riteneva un errore. Condivideva quello che Menichella diceva ai suoi collaboratori: «Non capireste nulla e i tecnici delle aziende vi prenderebbero in giro»). Quando nuovi imprenditori scalano i gradini del potere economico, è da via Filodrammatici che conviene passare. Lì si organizza il salvataggio dell’impresa di un outsider, Olivetti; lì dieci anni dopo si trova l’imprenditore che la rilancia; lì, per stoppare Danone, Carlo De Benedetti acquista Buitoni; lì Prodi firma la vendita di Sme». Quando verrà il momento di privatizzare, Mediobanca sarà disponibile. L’apertura del mercato dell’energia elettrica seduce Fiat a entrare in un settore oligopolistico, acquistando Montedison; Colaninno scala Telecom (da una finestra di Mediobanca partirà il tappo di champagne che segnala il successo della scalata); Tronchetti, acquistandola, farà entrare Pirelli nel settore delle telecomunicazioni; Benetton compera Autostrade e Aeroporti; Cir entra nell’energia. L’obiettivo di ampliare il mercato mobiliare occupava il terzo posto nel Libro verde di Piero Barucci del 1992: il risultato fu piuttosto quello di aumentarne il grado di concentrazione. E quindi di aggiungere altri piani alle strutture piramidali per non perdere il controllo. Questa rimane la forma di governance tipica del capitalismo delle grandi famiglie: una struttura in cui il controllante poteva, allora, estrarre elevati benefici privati derivanti dal controllo, la cui entità si poteva desumere dal corrispondente premio richiesto dal mercato finanziario. Con molto ritardo rispetto agli altri paesi verrà introdotta una disciplina decente per le trattative con parti correlate. Resta l’anomalia italiana per cui tutti i grandi giornali sono di proprietà di gruppi industriali: il possesso dei media serve a puntellare il potere di interlocuzione con la politica. La dimensione della conglomerata per contare, la struttura piramidale per controllare.
Anche Colaninno si impegna a creare patti di sindacato, a consolidare il potere di controllo, anziché fidarsi dell’efficacia della gestione e della strategia.
Ci sono, e si rischia di non prestarvi la dovuta attenzione, altre realtà, che si formano e crescono: i Ferrero, i Del Vecchio, i Rocca, i Caprotti, i Bulgari, la signora Bonomi che si inventa Postalmarket. Ci sono le piccole e medie aziende, tra esse alcune diventeranno le «multinazionali tascabili». C’è il Nord-Est, che sarà la novità dei decenni successivi. Ma è mancata la proposizione di un progetto culturale capace di contrapporre il valore dell’impresa capitalistica allo statalismo della politica industriale. Per questo sarà necessario l’industriale che si fa politico: Silvio Berlusconi.

Con lui esplode il caso dei conflitti d’interesse. Intanto le privatizzazioni favorivano il potere delle grandi famiglie. La mancata privatizzazione della Rai il potere dei partiti.
PRIVATIZZAZIONI
In Italia ci fu non solo un settore pubblico particolarmente esteso, ma un’ideologia dominante, quella della politica industriale; per un periodo lunghissimo, attraverso guerre e rivoluzioni, essa pervase tutta la struttura produttiva del paese, la parte pubblica come la parte privata, influenzandone assetti proprietari e di governance, scelte di localizzazioni e di specializzazioni.
Il processo inverso fu molto lacunoso e dettato da vincoli esterni. Già l’accordo Andreatta Van Miert fu il colpo di grazia per l’Iri.
1980 aiuti di stato a Lanerossi e Iri costretta a restituire soldi. 1988 la sentenza UE contro l’Iri..
Alfa Romeo ceduta alla Fiat che non la voleva.
Caso Sme, Berlusconi e De Benedetti impegnati in una lunga guerra.
Programma di riordino delle imprese pubbliche: abolito il ministero delle partecipazioni statali.
Nuovo Pignone: unico caso di successo, forse perché passato a una multinazionale americana.
Banche: vengono inventate le fondazioni bancarie per assicurarne il controllo da parte dei partiti
Enel: alcuni a sinistra volevano, e alla fine ottennero, il Pun, prezzo unico nazionale per l’energia.  Bizzarra idea quella di creare un mercato eliminando i prezzi, e con questo le informazioni che essi contengono e che servono per capire dove sono le inefficienze da sopprimere.
Agcom. Il caso tv. in Italia la politica «partitica» entrò di diritto anche nella regolazione di un settore, quale quello della telefonia, dove la «politica industriale» aveva spadroneggiato e da cui era lecito temere non volesse affatto ritirarsi.
Comunque energia, gas, telefoni, autostrade sono stati in parte privatizzati e liberalizzati. Se lo stato è in parte uscito, vuol dire che i cosiddetti monopoli naturali non lo erano.

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