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Lo stupore delle prese elettriche

Che incentivi hanno i giornalisti?

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Piccola riflessione da economista: gli incentivi funzionano.
Se conviene fare una certa cosa, questa cosa verrà fatta. Poi certo, c’è sempre di mezzo la morale, l’educazione, il rispetto degli altri, la deontologia, ma in fondo gli incentivi contano.
Cosa dicono gli incentivi a un giornalista che non lavori per il paradiso dorato delle 3-4 testate che possono permettersi quello che vogliono (o quasi)? Dicono di massimizzare i click su internet, che la pubblicità sul cartaceo in crisi di vendite non porta più a casa la pagnotta. Dicono di far uscire le notizie subito, perché il vantaggio di click si misura in minuti prima che tutta la concorrenza salti sul carro. Dicono di pagare poco i giornalisti perché non c’è più trippa per gatti. Dicono a un giovane di belle speranze e solida formazione di fare altro e non il giornalista. Dicono anche che la qualità non paga — la quota di pubblico interessata da discorsi di qualità è piccola, e la parte di questi disposta a pagare per averla è ancora più piccola. Metteteci tutta la deontologia che volete, il mondo là fuori ha messo su un cartello enorme che dice ‘giornalista: corri e spara tutte le cartucce emotive che hai prima che lo facciano gli altri’.
E’ ovvio che le bufale circolino, ed è anche ovvio che chi ha più interesse a farle circolare siano i giornali di stazza medio-bassa (e visti i volumi di vendita i grandi giornali italiani rientrano nella categoria). Parlano molto delle ‘bufale di internet’ ma i veri bufalari sono loro, ed ha anche senso che lo facciano: sono loro che ci guadagnano.
C’è una situazione simile nelle scienze sociali. Cosa dicono gli incentivi a un giovane dottorando / postdoc? Dicono: pubblica bene, subito, un risultato il più controintuitivo possibile, con dati e temi il più popolari possibile. Usa tutte le armi che hai per trovarli sti benedetti risultati. E fallo in fretta prima che il postdoc al tuo fianco lo faccia, se no l’ambito posto è suo.
Il risultato è che è ovvio che circolino paper che sono falsi positivi (hai trovato un effetto ma è un caso), che non si riescono a replicare, su temi considerati ‘cool’ al momento ma che non hanno molto di scientifico. E, guarda caso, sono quelli più rilanciati dai media.
Esempio dell’altro giorno? Studio secondo cui le donne fanno meno bene degli uomini in matematica ma solo se il condizionatore è impostato su troppo freddo — qui: https://journals.plos.org/p… — studio ripreso da chiunque, dal NYT alle testate più infime in Italia, e che è alquanto deboluccio a mio modesto parere.
Che fare? Beh, bisogna cambiare gli incentivi.
Nelle scienze sociali si parla di open science — scrivi le tue ipotesi prima, metti i dati su un sito pubblico appena puoi, possibilmente durante l’analisi, rendi i paper e le analisi aperte e commentabili da tutti; in altre parole, metti in piazza tutto e subito, per evitare che nell’ombra tu possa lavorare a confezionare, con o senza dolo, la storia che più ti aggrada. E, soprattutto, è cambiata l’accettabilità di certe pratiche. Ah, pubblichi un paper senza mettere in chiaro dati e analisi? non lo leggo; non te lo pubblico; non lo ritengo un lavoro serio.
Una cosa semplice semplice che si potrebbe fare ma nessuno fa nel giornalismo: citare le fonti. Sempre. Notizia X, presa da fonte Y, che l’ha presa da fonte Z. Potrebbe non cambiare nulla, ma renderebbe trasparente chi sia il bufalaro, e magari farebbe riflettere un attimo prima di pubblicare. Collegare sempre le fonti tra di loro, se si parla di dati mettere un link ai dati (cosa che non avviene MAI), se si parla di interviste mettere il link alla registrazione. Insomma reinventare un po’ il modo in cui si fa giornalismo per permettere di sfruttare anche i lati positivi delle nuove tecnologie e non solo subire quelli negativi.
Per il cambiamento delle norme sociali — cioè aspettarsi che i lettori sanzionino il comportamento delle testate — sono meno fiducioso: di fatto i lettori lo fanno (ad esempio la reputazione di Repubblica è scesa drasticamente negli anni) ma sono pochi e poco influenti

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