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Danzica per me: Gdansk

Sono tramonti in ritardo rispetto a Cracovia.
Sono laghi e foreste che si vedono dall’aereo.
È il mio primo viaggio con un autista di Uber, che mi chiede per prima cosa di dove sono e per quale squadra tifo. Anche il tassista che mi accompagnò a Kazan mi parlò subito di calcio italiano. Comunque questo autista tifa per il Lechia Gdansk, squadra minore dal nome simile al Lech Poznan e al Legia Varsavia. Mi dice che Danzica è più bella di Cracovia, che ama Amburgo, che non è mai stato in Italia, che sulla Westerplatte si è sparato il primo colpo della seconda guerra mondiale. Mi suggerisce di andare a vedere il museo sulla seconda guerra mondiale. All’arrivo al mio albergo dall’aeroporto si zittisce. Forse pensava che gli dovessi dare una mancia?
È la musica che viene suonata sotto la porta di ingresso alla Lunga Strada e che trasmette serenità o malinconia, ma comunque bellezza e voglia di restare ad ascoltarla, sia musica di violini o di fisarmoniche o di qualsiasi altro strumento.

È la musica suonata dal flautista in mezzo alla strada, è la venditrice ambulante di simil focacce davanti alla porta, è knocking on heavens door suonata e cantata da quattro ragazzi e una ragazza sulle scale che portano a una casa nella Lunga Strada.
Sono le ragazze che invitano ad andare in uno dei millemila ristoranti lungo la Lunga Strada o in uno dei suoi night club.
È la disabile in carrozzina che suona la chitarra mentre chiede l’elemosina.
Sono le case colorate, dipinte, adornate con statue.
Sono le chiese sparse per la città.
Sono le due strade principali, che compongono la Main City, e qualcuna in più, che forma la Old Town. È il movimento, la musica, il cibo, il flusso continuo di vita che scorre per quelle strade, tra turisti e residenti.
È il lungofiume pieno di ristorantini e ancora e sempre di musica.
Sono le navi sul fiume.
È la ragazza non indigena che ha mangiato da sola in un tavolino accanto al mio i pierogi (= ravioli) in un ristorante chiamato Pierogarnia, ha spippolato a lungo sul cellulare, ha a volte assunto un’aria trasognante e si è messa a osservare fuori, finendo per pagare in contanti. Era come se fosse una sosia dei miei comportamenti, a parte il fatto che io ho preso anche dei pancake di patate e salmone e ho bevuto birra anziché vino. Non so se abbia lasciato anche lei la mancia alla cameriera, le cui tette (e anche la cordialità) la meritavano.
È la ragazza che è stata mezzora con lo sguardo sognante verso il movimento delle persone verso la Lunga Strada, quando non spippolava sul cellulare, al tavolino del Deocafè con una tazza di cappuccino finita a piccoli sorsi interrotti.
È il Deocafè, con il suo cartello: “soup of the day: vodka”.
Sono le facce delle persone delle città di mare e di porto.
È tutto quello, tutto questo, che, senza una ragione ben precisa, mi fa apprezzare ogni volta l’Europa del nord. Alesund, Bergen, Tallinn, Danzica. È il rimanere incantato e immobile ad osservare, a rilassarmi, ad ascoltare, a immergermi nell’atmosfera di queste città.
È anche Gdynia, una delle tre città che compongono Danzica, che non ho visto, perché la davano come metropolitana e moderna, ma è anche stata fondamentale nella storia della città: porto colonizzato dai polacchi, coi tedeschi scacciati, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.
È anche Sopot, che è l’altra parte e a cui spetta un altro post.

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