there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

Beati coloro che non monetizzano i debiti.

 

 

Non sarebbe bello se fosse lo Stato a creare occupazione assumendo tutte le persone, salvando o sussidiando o diventando proprietario delle imprese, facendo scavare buche per poi farle riempire? Non sarebbe bello se lo Stato potesse emettere moneta e pagare gli stipendi a tutti?
NO!
Ci deve essere però questo pensiero che gira nelle menti di varie persone. Che forse non si chiedono cosa succederebbe ai prezzi. Sono in buona compagnia, nel caso: nemmeno Marx, Keynes, Leontief, Sraffa ne se non mai occupati. I prezzi secondo loro non contano: nel breve periodo sono fissi e nel lungo periodo saremo tutti morti…tranne chi sarà in vita al nostro posto e gli toccherà pagare il conto.
Già. Perché se i redditi aumentano e c’è più moneta in circolazione, la gente che vorrà fare? Forse spenderla? Ma se la quantità di beni prodotti è sempre la stessa, che succede? O si alzano i prezzi o i beni si esauriscono presto e diventano scarsi.

Si potrebbe fare in modo che insieme ai redditi aumentassero i beni, ma se la gente è certa di mantenere il posto di lavoro a vita e che lo stipendio è garantito dalla moneta stampata dallo Stato, che incentivo può avere a produrre? Si può pensare che tutta questa moneta serva a comprare beni prodotti all’estero, allora. Produci poco, esporti meno e importi tutto il resto. Come va a finire? Si crea un deficit delle partite correnti. La moneta che esce è maggiore di quella che entra. Il governo non può fare altro che aumentare le emissioni di moneta, stavolta per fare i pagamenti verso l’estero. Si crea un circolo vizioso: più deficit e quindi più debito, poi più moneta stampata e ancora più debito finché qualcuno si accorge che quel debito forse non è più ripagabile. Et voilà, signori: apparirebbe lo spettro dell’inflazione a due cifre e quello dell’iperinflazione. Sapete come se ne esce? Col cambio di rotta deciso, secco, determinato.

Prendiamo come esempio quattro Stati dell’Europa centrale dopo la prima guerra mondiale. Sono la Germania, sconfitta e volutamente umiliata dai vinti, l’Austria e l’Ungheria, smembrate rispetto all’Impero Austro-ungarico e la Polonia, uno Stato nuovo di zecca.
Un altro Stato, invece, la Cecoslovacchia, anch’esso costituito dopo la guerra, è rimasto immune dalla spaventosa perdita di valore della moneta.
Neppure gli Stati Uniti hanno avuto effetti particolarmente negativi sui prezzi dopo la fine della guerra.
Come mai?

Prendiamo l’Austria. Che le era rimasto dopo lo smembramento? Niente, o quasi. Un territorio ristretto, poche risorse, pochi soldi. Aveva ben poco da esportare e doveva importare tutto. Quindi le uscite di moneta verso l’estero erano superiori alle entrate. Cosa poteva fare per trovare il denaro necessario per pagare i beni importati? Alzare le tasse, ma non lo fece o non in modo sufficiente. Emettere titoli di debito e stampare moneta e così fece. Il problema è che l’emissione di moneta non era legata a un controvalore reale. Ancorarla all’oro, come accadeva negli Stati Uniti sotto il Gold Standard, significava promettere la conversione della moneta in oro e quindi garantire il pagamento del debito, eventualmente attraverso un incremento della pressione fiscale.

Invece ciò che il governo austriaco, come quelli di Polonia, Germania e Ungheria fecero fu lasciare che si generassero pesanti deficit di bilancio da finanziare stampando moneta su moneta. Questo dette il via all’iperinflazione, secondo uno schema che poi si sarebbe ripetuto più volte nella storia, soprattutto in America Latina, a livelli di iperinflazione, ma anche in Europa e America del Nord, a livelli di inflazione a due cifre. La moneta in circolazione aumenta, i beni restano gli stessi, i prezzi salgono. I creditori non credono nella capacità del governo di pagare il debito ed esigono prezzi più alti, compreso quello relativo della moneta, cioè il tasso di cambio. Quando la moneta si deprezza e i prezzi si alzano, inoltre, la gente cerca una moneta più forte, il governo vieta di possederla, cerca di controllare i capitali, chiude i mercati, inventa mezzi di pagamento alternativi e così via verso il baratro, a meno che non inverta la rotta in modo credibile.

A un certo punto, in quei paesi, furono infatti adottate deliberatamente delle misure fiscali e monetarie drastiche: ancoraggio della moneta all’oro o al dollaro, tagli alla spesa pubblica, licenziamento di impiegati statali, rialzo dei tassi d’interesse, indipendenza della banca centrale dal governo, aumenti delle tasse, impossibilità di prestare soldi da parte delle banche senza che fossero garantiti da riserve in oro del governo, aumento di efficienza del sistema di riscossione delle tasse, aumento dei prezzi dei prodotti delle imprese statali, conio di nuova moneta con l’obbligo di emissione sotto garanzia di convertibilità (in Germania).
Questo generò la convinzione che la musica fosse cambiata e portò a una stabilizzazione dei prezzi e dei tassi di cambio anche se la base monetaria continuò a crescere.

In particolare il governo, ancorandosi all’oro, emette moneta o titoli di debito promettendo la loro conversione in oro. Non è importante la misura delle riserve effettive. E’ importante che il governo stia promettendo di imporre delle tasse che, dato il livello delle spese, garantiscano il pagamento del debito. Ciò che conta, inoltre, non è il livello attuale del debito, ma il valore atteso dei deficit o dei surplus presente e futuri e quindi della capacità di pagamento, come percepita dai creditori. Compresi coloro che detengono la moneta, in termini di potere di acquisto.
Per assegnare un valore al debito pubblico, era necessario avere una visione sul regime di politica fiscale, cioè la regola determinante il deficit pubblico come funzione dello stato dell’economia adesso e in futuro. La percezione pubblica del regime fiscale influenzava il valore del debito pubblico attraverso le aspettative degli agenti privati sul valore attuale dei flussi di ricavi che avrebbero consentito di ripagare quel debito.

Ebbene. Tutta questa storia è generalizzabile.
Il principio scoperto dalla macroeconomia dinamica è che quando c’è un cambiamento nella strategia di un governo o nel suo regime, ci si può aspettare che
gli agenti economici privati cambino le loro strategie e le loro scelte in termini di consumo, di ininvestimento, di portafoglio ecc.
Quando il governo cambia la sua strategia, gli agenti privati trovano che il loro interesse è di cambiare il proprio comportamento. Ecco perché l’aumento di stampa di moneta e di deficit che continuarono per un po’ dopo il regime change non comportavano più l’iperinflazione: perché il segnale era arrivato e il valore di moneta e prezzi si era stabilizzato.

Ci furono comunque anche degli effetti avversi. Aumentò inizialmente la disoccupazione, ma non in modo esagerato e addirittura in Germania crebbe l’occupazione mentre vi fu un calo degli investimenti. Tutto ciò, comunque, non dovette essere subito dalla Cecoslovacchia, che aveva adottato politiche monetarie e fiscali restrittive fin da subito.
A cosa ci porta tutto questo? A smentire chi, ai tempi degli anni d’oro dell’inflazione in Occidente a fine anni Settanta, sosteneva che non si poteva pensare di ridurla perché avrebbe causato disastri occupazionali.

Dire che un cambio di regime tale da modificare i tassi d’interesse per calmierare l’inflazione porterebbe a un incremento enorme della disoccupazione non tiene conto che l’economia non è statica, ma dinamica e, al variare di un regime di politica economica o monetaria, cambiano i comportamenti degli agenti economici e le loro aspettative. Cambia tutto, insomma, e occorre studiare tutte le nuove correlazioni.
Stimare che l’1% di riduzione nell’inflazione costerebbe 220 miliardi di pil è un esempio di predizione fallace. Quando un cambio importante di regime accade, tutto il sistema di correlazioni tra le variabili cambia in modo rilevante.
Questo è un duro colpo per quelli che pensano di poter regolare l’economia: non puoi sapere cosa accadrà perché non cambia solo una variabile e non sai come lo farà.

ps. Sulle quattro inflazioni degli anni Venti e sulle implicazioni sulla teoria e la politica monetarie, vedi: https://www.minneapolisfed.org/research/wp/wp158.pdf

Non è possibile lasciare nuovi commenti.