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Italia. Storia di un declino. Parti 1-5

Per una storia del declino italiano. Per ora la sto pubblicando su  Facebook e la sto copiando qua. Vedremo come va avanti.

ITALIA: STORIA DI UN DECLINO (1)
L’Italia vive una stagnazione dei redditi dall’inizio degli anni Novanta.
Negli ultimi venti anni il tasso di crescita medio annuo del PIL italiano è stato dello 0,5%. La media dei tassi di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna è stata dell’1,8%. Negli ultimi dieci anni il tasso di crescita medio del PIL italiano è stato negativo: -0,6%. Quello degli altri quattro paesi è stato positivo: circa l’1%.

Senza il peso morto dell’Italia, la zona euro avrebbe raggiunto ritmi di crescita del PIL allineati a quelli precedenti il 2008 e pari anche a quelli statunitensi.

La performance economica dell’Italia negli ultimi due decenni è stabilmente tra le peggiori del mondo.

Tra il 2008 e il 2014 il pil per abitante italiano è diminuito del 10%
mentre quello della zona euro, Italia esclusa, è aumentato del 2%.

Nello stesso periodo gli Stati Uniti hanno visto un incremento dell’8%
e il mondo addirittura del 26%.
La grande recessione è essenzialmente un fenomeno italiano, quindi.
A partire dal 2015 l’economia italiana ha ricominciato a crescere, ma meno degli altri paesi.
L’Italia ha mostrato una crescita dello 0,9% nel 2015 e 2016, ma nello stesso periodo
la zona euro ha avuto un aumento del 2%,
come gli Stati Uniti,
mentre il mondo è cresciuto in media del 4%.
Fonte: Ricchi per Caso, Il Mulino edizioni, introduzione.
È sbagliato dire che anche il resto del mondo è in crisi perché non è vero, appunto.
È sbagliato voler dare le colpe dei propri problemi al resto del mondo, quando questi problemi durano da decenni e hanno tutti cause interne.

ITALIA, STORIA DI UN DECLINO (2)

In termini relativi l’Italia in centocinquant’anni ha visto migliorare le condizioni di vita e i redditi dei propri cittadini, ma la sua performance è stata complessivamente peggiore di tutti i principali vicini europei. Notiamo comunque che venticinque anni fa non avremmo scritto così.
Il divario tra sud e centro nord non ha simili in nessun altro paese dell’Occidente.

Nel 1861 il reddito per abitante italiano era il 50% di quello inglese, il 66% di quello statunitense, l’82% di quello francese, il 92% di quello tedesco ed era superiore a quello spagnolo (116%), a quello svedese (124%), a quello giapponese (209%).
Nel 2015 il reddito per abitante italiano è l’87% di quello francese e di quello inglese, il 76% di quello tedesco, il 75% di quello svedese, il 64% di quello statunitense, il 97% di quello giapponese. È ancora di poco superiore a quello spagnolo: 103%.

L’Italia ha vissuto due periodi di boom: nei primi quindici anni del Novecento e soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando si sono anche ridotti i divari regionali e di classe. Tali divari hanno ricominciato ad allargarsi negli ultimi due decenni.
L’Italia nasce come paese arretrato. Ha una crescita tra il 1900 e il 1915. Il PIL crolla prima e durante la seconda guerra mondiale. Durante gli anni del miracolo economico chinese style l’Italia cresce più degli altri paesi occidentali.
Negli anni settanta inizia un percorso discendente da cui non si riprende più.
Fino al 1898 il pil cresce in modo modesto: lo 0,6%.
Dal 1898 al 1913 il pil cresce dell’1,7%. È un bel trend di rottura.
Tra il 1919 e il 1919 il pil cresce del 2,9%.
Tra il 1929 e il 1939 il pil cresce dello 0,6%, poco e meno degli altri paesi avanzati, per quanto colpiti dalla Grande Depressione.
Dopo la seconda guerra mondiale il pil è al 75% del livello del 1939: crollo superiore a quello subito a causa della prima guerra mondiale.
Tra il 1949 e il 1974 il pil cresce del 5,4% all’anno. Il reddito medio degli italiani si moltiplica per quattro.
Tra il 1975 e il 1992 il pil cresce a un tasso medio del 2,4%.
Tra il 1992 e il 2001 il pil cresce dell’1,7% annuo.
Tra il 2001 e il 2008 il pil cresce dello 0,2% all’anno.
Nel 2014 il pil per abitante a prezzi costanti dell’Italia è pari al 90% del valore del 2008. Il pil nella zona euro, Italia compresa, è pari al 97% del valore del 2008.

Fonte: Ricchi per Caso, Il Mulino edizioni. Capitolo 1, di Emanuele Felice

ITALIA. STORIA DI UN DECLINO (3). DALL’UNITA’ AL FASCISMO
(Fonte: Emanuele Felice, in Ricchi per Caso, capitolo 1 e in Ascesa e Declino dell’economia italiana)
A. Caratteristiche dell’economia postunitaria.
COSE POSITIVE
1. Creazione delle banche miste che raccolgono capitale a breve dai risparmiatori comuni e lo investono a lungo termine nello sviluppo industriale. Le banche miste sono supervisionate dalla neonata Banca d’Italia
2. Viene costruita la rete ferroviaria. Appaltandola a imprese straniere non viene promossa la crescita dell’industria meccanica nazionale, ma comunque è stata creata l’infrastruttura.
3. Il protezionismo consente, secondo alcuni, la nascita delle prime industrie moderne e l’accumulazione agraria.
COSE NEGATIVE
1. Il protezionismo della sinistra storica tutela la rendita, i settori tradizionali e la ceralicoltura estensiva. Non permette lo sviluppo dei settori più innovativi.
2. Gli investimenti nell’nell’istruzione tecnica avrebbero potuto essere superiori e migliori.

B. Caratteristiche dell’economia dell’età liberale.
Cose buone: (averne avuti alcuni di questi punti, dagli anni Settanta del Novecento in poi, ndrr)
Migliore gestione del settore creditizio.
Salto di qualità della classe politica.
Conversione delle rendite.
Riduzione degli interessi sul debito pubblico.
Oculato governo delle finanze statali.
Presenza delle prime politiche sociali di rilievo.
Nazionalizzazione delle ferrovie.
Viene dato impulso alle infrastrutture e alla meccanica nazionale.
Buon governo e imprenditori forniscono un importante contributo al miracolo giolittiano.
La classe dirigente giolittiana modifica il protezionismo in senso più favorevole alle produzioni più avanzate.
La mobilità dei fattori e l’apertura commerciale aumentarono.
Il cambio fu mantenuto limitatamente flessibile e deflazionista. Ciò favorì gli afflussi di capitale straniero e il miglioramento tecnologico.
Si sviluppano diversi settori industriali: tessile, siderurgico, dell’elettricità, chimico, della gomma, meccanico (automobili).
Con Giolitti l’Italia riuscì a partecipare al sistema economico internazionale in modo da trarre il massimo beneficio per un paese senza materie prime che quindi doveva importare, trasformare, esportare. Per industrializzarsi doveva anche importare capitale finanziario e fisico e l’Italia beneficiò della crescita degli scambi nei flussi di capitale e di lavoro e della crescita nella conoscenza, oltre che dell’instaurazione di un sistema di monetario internazionale basato sui cambi fissi.
Con Giolitti l’Italia seppe navigare con la corrente: si adattò bene ai mutamenti internazionali, ma lo sviluppo di alcuni settori, come il tessile e il meccanico, furono agevolati da politiche industriali, sussidi pubblici e misure protezionistiche.
COSE MENO BUONE
Non sono imputabili errori gravi alla classe dirigente giolittiana, ma…
La riforma della scuola arrivò tardi, nel 1911.
Fu troppo timida la definizione di nuove normative in tema di diritto fallimentare, fiscale, di bilanci.
L’innovazione fu modesta, anche per la presenza di brevetti e regolamentazioni inefficienti, oltre che per uno scarso supporto culturale. La tecnologia era imitativa e veniva importata.

C. Dopo la prima guerra mondiale.
Salta l’equilibrio delle finanze pubbliche.
Viene meno l’oculata politica monetaria.
La società viene militarizzata.
Aumenta a dismisura l’intervento dello stato nell’economia.
Cresce in modo patologico la collusione tra banche e industria.
Cresce in modo patologico la collusione tra economia e politica.
Questi processi sono comuni ad altri paesi belligeranti e la situazione si rinormalizza nei primi anni del dopoguerra. La performance economica dell’Italia nel 1922 è tutto sommato soddisfacente grazie al mantenimento di alleanze con i paesi vincitori e grazie alla conseguente apertura dei commerci e dei flussi di capitale.
L’era liberale può dirsi mantenuta fino al 1926, quando il fascismo ormai era diventato regime e qui comincia un’altra storia, drammaticissima e negativissima soprattutto per la mentalità che si forma.

Quando leggete le cose buone e le cose cattive provate a pensare se siano generalizzabili (sono quasi sempre cose buone l’apertura commerciale o l’innovazione tecnologica o l’istruzione qualificata? Spoiler per questi tre punti: sì). Provate poi a pensare come queste cose buone o cose cattive si siano evolute nei decenni successivi.
Io comunque vi posterò come si sono evolute.

ITALIA, STORIA DI UN DECLINO (4).
IL DISASTRO ECONOMICO DEL VENTENNIO FASCISTA.
Cose ESTREMAMENTE negative:

Autarchia e protezionismo, cioè massima inefficienza.

Nascita delle corporazioni già nei primi anni del fascismo, cancellazione del diritto di sciopero, apertura dei tribunali conciliativi tra capitale e lavoro, creazione della camera delle corporazioni. Nasce lo stato corporativo, che contribuisce alla “sclerotizzazione economica del paese”.

Rifiuto della concorrenza, struttura economica congelata, competizione tra imprese imbrigliata, difesa dei cartelli tra le imprese, quindi garanzia delle posizioni di rendita per le imprese già attive, quindi prezzi alti, salari bassi, consumi interni crollati (nel 1940 erano inferiori a quelli del 1926).

Per aprire nuovi impianti occorreva un’autorizzazione governativa e questo garantì posizioni di rendita per le imprese già attive. (Invece si deve poter entrare nei mercati. Chi è dentro non deve stare tranquillo e deve sapere che se fallisce nessuno lo salva. Così si incentiva la voglia e l’esigenza di migliorare e innovare e creare valore, ndrr).

Dazi doganali su frumento e cereali, quindi prezzi di quei prodotti tenuti alti e sofferenze per la popolazione, specialmente quella più povera.

Innovazione tecnologica inesistente, arretramento di alcuni settori come quello aeronautico.

Crollo della produttività e crescita economica ferma per lunghi anni.

Sopravvalutazione della lira: 90 lire per sterlina dalle vigenti 153 contro le 120 auspicate dagli industriali. Quindi stretta deflattiva, da cui riduzione dei salari e dei prezzi e contrazione del credito interno.

Scarso potere di acquisto.

Tra il 1932 e il 1938, per dire, il Pil italiano cresce meno del 9%. Quello francese cresce del 13% nello stesso periodo, quello britannico del 22%, quello giapponese e quello statunitense del 25%, quello tedesco e quello sovietico del 50%.

La guerra lascia poi l’economia e gli impianti distrutti, l’iperinflazione che cancella i risparmi della popolazione, il crollo della produzione cereagricola e il rischio della fame nera.

Cose fatte dopo la crisi del’29 e che, se fossero rimaste temporanee, avrebbero potuto essere giudicate positivamente:

Opera di riorganizzazione del capitalismo italiano, guidata da ciò che restava della classe dirigente liberale: Menichella e Beneduce.

Nascita dell’IRI, originariamente previsto come temporaneo, per salvare le imprese e le banche fallite. L’IRI contribuì al miracolo economico. Purtroppo la sua nascita segna la nascita ufficiale dello stato imprenditore, che sarà uno dei grandi mali dell’economia italiana a partire dagli anni Sessanta.

Con la legge bancaria del 1936 si separa il credito a breve da quello a medio lungo termine. Forse all’epoca era giusto farlo. Furono rafforzati i poteri della Banca d’italia, trasformata in istituto di diritto pubblico. La Banca d’Italia contribuirà al miracolo economico. Poi arriveranno gli anni bui con Carli.

Dal lato della domanda ci furono interventi sulla previdenza e sui sussidi alla disoccupazione. Questa parte cercherò di studiarla meglio.

Fonti: Ricchi per Caso, capitolo 1, Emanuele Felice;
Massimo Fontana, post su Facebook.

Ah. Naturalmente se chiedete a un italiano a caso se è favorevole a roba come i dazi, il protezionismo, le corporazioni, la fissazione dei prezzi per legge e altre idiozie economiche, è probabile che sia a favore, salvo lamentarsi col mondo quando dovesse accorgersi che se i suoi voleri fossero applicati lui starebbe peggio.

 

ITALIA. STORIA DI UN DECLINO (5).

STATO IMPRENDITORE, IMPRESA PUBBLICA, STATO CORPORATIVO E ALTRE DISGRAZIE NATE COL FASCISMO O SVILUPPATESI IN QUEL VENTENNIO.

Fascismo, capitalismo politico, nascita dell’impresa pubblica, stato imprenditore, capitalismo familiare, capitalismo a suffragio limitato (in parte controllato da alcune grandi famiglie e in parte dallo stato, salvo alcune eccezioni) sono sei mali che nascono tra le due guerre mondiali e si espanderanno nei decenni successivi. Sì, anche il fascismo: la mentalità degli italiani si forma in quel ventennio e la classe dirigente fascista viene cooptata dalla repubblica.

Ecco alcuni esempi tratti da “Scegliere i vincitori, premiare i perdenti,” di Franco Debenedetti”.

“Per proteggersi, Agnelli e Donegani fecero il «patto col diavolo».
Lo stabilimento che Ford nel 1923 aveva costruito a Trieste, il 26 ottobre 1929 venne chiuso d’autorità dal prefetto su telegramma del Duce «per superiori motivi d’interesse nazionale» (un’espressione che sentiremo ancora, poco meno di un secolo dopo).

E Donegani ottenne dazi sui concimi tedeschi.

Però Agnelli costruì lo stabilimento di Mirafiori nonostante il fascismo fosse contrario a eccessive concentrazioni di lavoratori;

Donegani invece dovette «pagare il patto» facendosi carico di salvare Acna, Montevecchio, Marmi di Carrara.

In cambio del mantenimento delle acciaierie di Terni, Arturo Bocciardo ottenne tariffe di favore per l’elettricità e una posizione di forza nel cartello dei fertilizzanti.

In Italia si era sviluppata una notevole competenza nella costruzione di dighe, ma il settore elettrico rimase terreno di rendite monopolistiche e di collusioni col potere poltico per tariffe e uso di acque demaniali.

Disastrosa, per chi era indebitato, fu la politica deflattiva imposta da Mussolini, la «quota novanta» del discorso di Pesaro (18 agosto 1926).

Dopo varie vicissitudini, alla vigilia della crisi del 1930-1931 «la fisiologica simbiosi [tra banche e industrie] si era mutata in una mostruosa fratellanza siamese», scrive Raffaele Mattioli.

Le banche erano ancora banche miste sotto l’aspetto formale, ma nella sostanza erano divenute banques d’affaires. Possedevano se stesse attraverso il possesso delle finanziarie da esse create e finanziate per assicurarsi il controllo del loro capitale.

L’abisso delle banche chiama l’abisso delle aziende, i salvataggi delle une e delle altre apriranno le porte allo Stato imprenditore.

Più o meno alla fine di ogni riga scritta verrebbe da bestemmiare, come minimo.

 

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