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there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

Emanuela

EMANUELA
Emanuela si svegliò e non riuscì a muoversi. Si sforzò di ricordare cosa le fosse successo, ma la sua memoria a breve termine era evidentemente diventata una pagina bianca. Si era sempre aspettata che le sarebbe dovuto accadere qualcosa di terribile, dopo quel pranzo al ristorante, ma adesso cominciò a temere che la sua fine sarebbe stata pefino peggiore. Comprese che si trovava in cantina, completamente nuda, legata con gli arti divaricati a croce al letto, imbavagliata. Poteva girare la testa, ma era come se le fosse stata disposta sul guanciale in modo da tale da dover guardare lo schermo della tv. Provò a urlare e non uscì granché. Ripensò subito al Gioco di Gerald, al modo in cui lei si liberò delle manette. Dato che era una persona pratica, la prima cosa che le venne in mente fu quella di iniziare a succhiare e mangiare la benda che le impediva di parlare. Inoltre cercò di strofinare le corde che la tenevano legata per vedere se fosse stato possibile liberarsene. Sentì dolore. Per il resto stava bene: evidentemente non era stata picchiata. Le scappava la pipì, ma ancora non troppo intensamente. Era ovvio che i suoi bisogni fisiologici sarebbero stati un problema, se avesse dovuto restare lì a lungo, magari per giorni o settimane.

Però provò a pensare a un lato positivo. Chi l’aveva sistemata in quel modo avrebbe dovuto tornare. O la finiva, e così avrebbe avuto fine anche quell’incubo di vita, oppure chissà: si sarebbe salvata. A lavoro avrebbero notato la sua assenza, ma non era una cosa inusuale per lei non presentarsi, per cui un po’ di tempo sarebbe comunque passato.
Lo schermo si accese. O meglio: iniziò a partire un video. Avrebbe imparato presto che dopo ogni riproduzione c’era una pausa di dieci minuti e poi ripartiva. Nel video c’erano tutte le risposte alle sue domande, alle sue indagini, alle sue richieste di informazioni e di aiuto a giornalisti, investigatori privati, poliziotti, perfino uomini sospettabili di far parte dei servizi segreti.
Nessuno era disposto a darle più retta di quanto si possa dare a una donna visibilmente spaventata. Aveva pensato di trasferirsi, ma aveva visto che non serviva a niente. Già il primo omicidio era avvenuto a ll’estero: a Vienna, quando scoprirono la Silvia G soffocata da dosi massicce di sacher tort. Indigestione da post maratona. Aveva mangiato troppo. Trovarono troppe birre vuote per non dare anche la colpa all’alcool. Qualcuno le aveva spinto la torta in bocca. Ne era certa.
Ogni giorno usciva col terrore addosso. Avrebbe potuto trovarsi in montagna, per un trekking con gli amici, o magari fare un giro da sola, e finire in un burrone come era successo a Pino, come se fosse stata presa a pedate dai bambini, secondo l’uso dei fiorentini che accoglievano così i piemontesi arrivati per il trasferimento della capitale.

Stare in casa non era una soluzione migliore. Avresti potuto farti trovare annegata nel vino mentre facevi l’amore con la tua fidanzata, che era stata la sorte di Mara e Stefania.
In camera di Riccardo restò solo il suo corpo.La testa fece un bello schianto di cinque piani, come alle case torri e anche alle porte che furono mozzate dopo il Trecento. Erano arrivati dal terrazzo della casa in cui abitava. Aveva la faccia sporca di sugo e un fagiolo nel naso.
Almeno avesse potuto avere la certezza di dover soffrire poco. Invece non era possibile.
A Silvia B a Miami fu gettato dell’olio bollente mentre dormiva su un asciugamano sulla spiaggia, dopo averci posato anche un piattino con un avanzo di hotdog, con l’intenzione di gettarlo in seguito tra i rifiuti.
Angela era stata crocefissa, completamente nuda, sulla porta finta, ma costruita per simmetria, sulla Torre di San Niccolò ed aveva finito per essere cibo per i piccioni, già mentre era viva. Gli era stato messo a forza tra il dito indice e il pollice della mano destra un piccolissimo modellino di cannone per artiglieria, forse a ricordare che nel Cinquecento la porta avrebbe dovuto essere distrutta per motivi difensivi, ma rimase intatta.
Il filo conduttore delle morti era chiaramente il discorso di Pino. Ognuno aveva legami col ristorante da cui erano usciti polemizzando per il cattivo servizio, ma anche col suo discorso.
Aveva paura anche a nuotare. Il ricordo di Simona P, uscita per un giro in canoa sull’Arno finita in un punto in secca verso il ponte San Niccolò. Proprio lei che quel giorno aveva fotografato il fiume ancora ghiacciato, malgrado le temperature fossero salite dopo la nevicata dei giorni precedenti. Lei aveva fatto tante foto, proprio a quel punto. La ritrovarono legata alla parte inferiore del mezzo, a braccia e gambe unite, sulla secca e con delle pietre, ancora calde, sopra di lei: come se qualcuno avesse voluto farle l’ultimo “hot stone massage”. Chissà se avranno voluto ricordare che ogni anno a Firenze c’era un’inondazione e la distruzione delle mura fu dovuta anche ad arginare quel pericolo per i nuovi abitanti.
Avrebbe potuto essere una statua. La sorpresa dei fiorentini quando a Piazzale Michelangelo, la grande invenzione del Poggi, videro il busto di Simona B e Valentina M, legate insieme attaccate al David e tenute erette con una corda, ma morte, in modo tale da nascondere la vista dell’originale. Il Poggi, finito poi sotto inchiesta per le spese che erano triplicate rispetto al progetto originario.
Katia fu ritrovata dentro una fossa poi riempita di terra. Chissà se avrà dovuto scavarsi la fossa. Quasi sicuramente, avevano affermato i medici, anche lei era viva. Accanto a sé aveva un piatto di lombrichi e la faccia era completamente bucata dalle spine di una pianta di cactus su cui il viso era stato piantato a forza. Ricordava quanto successe per il museo Bardini, per i furti delle piante da parte dei cittadini, tutte cose tipiche di un periodo in cui ogni quartiere aveva i suoi giardinieri, falegnami e altri artigiani.
La porta si aprì. Stefano, il suo ex marito, entrò.
“Ciao Emanuela, come va?”
“Tu?”, pensò lei. Si accorse subito che con lui c’era Simona P, l’unica sopravvissuta tra i presenti a quel pranzo al ristorante.
Era un po’strana, ma Emanuela non aveva tempo per pensarci. Riuscì a liberarsi una gamba con una forza spaventosa ma niente altro. Lui spiegò che non sopportava di essere costantemente battuto alle gare di atletica. Non voleva essere il numero due. Pino, quel saccentone, vinceva sempre. I camerieri così insultati quel giorno al ristorante per un banale e piccolo disservizio erano stati licenziati e la ragazza lo aveva pregato di vendicarsi.
“Fai la faccia strana? Ho avuto un figlio da lei. Non lo sai?”
“Ma non mi dicevi che eri diventato impotente?”, pensò lei, che girò la testa velocemente e urlò forte, per quanto la benda trattenne molta di quell’esplosione.
“Ti risenti? Be’. Tu eri sempre presa dal lavoro e, quando ci vedevamo con gli altri, mi sminuivi sempre, dando corda agli scherzi: o perdevo o ero dopato, eh, per voi! Adesso non mi potete più prendere in giro. Fece spengere il video alla complice, zitta, e lui prese delle forbici. “Sai adesso cosa ti faccio? Ti taglio ogni parte del corpo. Partiamo con un piccolo taglietto al mignolo della mano sinistra. Simona: passami le forbici.”
Lei non lo fece. Colpì lui da dietro e salvò Emanuela, che si lasciò alzare e senza dire una parola, nonostante la voglia di fare pipì e i dolori ai muscoli, la ammazzò di botte.

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