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Lo stupore delle prese elettriche

Euro, svalutazioni, stampe e uscite: altre letture.

Intanto alcune considerazioni riprese da “Favole e numeri” di Alberto Bisin.

Conviene ora uscire dall’euro? Nel ’92 c’è stata svalutazione, ma non inflazione enorme. Però la svalutazione ha effetto sui salari reali e sul potere d’acquisto. Che è successo dal ’92? Perché gli italiani dicono che stavano meglio? Perché con la svalutazione il potere d’acquisto è diminuito. Inoltre non è avvenuta la riconversione industriale del paese, non ci sono state riforme strutturali, si è vissuto di domanda di prodotti esteri drogata dalla svalutazione stessa. Gli effetti non catastrofici immediati inoltre sono forse dovuti proprio alla prevista introduzione dell’euro.
Oggi il sistema finanziario è integrato. Sono prevedibili fughe di capitali sia esteri che italiani all’estero. Lo stesso euro e il sistema bancario mondiale e pure quello finanziario internazionale sarebbero devastati. Potrebbe intervenire la bce? Be’. Ci sono quattro modi per ridurre l’indebitamento:
1. Il rientro. Si delinea un piano credibile di rientro dal debito.
2. Il default. Non si paga. Si affrontano i costi reali e quelli in termini di reputazione.
3. L’inflazione. Si paga con moneta che ha minore potere d’acquisto.
4. La svalutazione. Si esce dall’euro e si slvauta la moneta, quindi si ripaga il debito ma con una moneta dal minore potere di acquisto (di beni esteri.)
Le opzioni due, tre, quattro, sono tutte forme di default e alzano il rischio del paese e quindi i rendimenti, i tassi ecc. Per avere inflazione senza che questa venga percepita dal mercato bisogna essere così bravi da alzarla in misura maggiore alle aspettative incorporate nei rendimenti di mercato. Ma a questo punto il rischio di creare una spirale inflazionistica è alto. Come negli anni settanta, caratterizzati da tassi reali negativi, capitali in fuga, moneta emessa dalle banche, doppi mercati dei cambi, chiusure dei mercati, ricorso a prestiti internazionali ecc.

Ma quali sono gli effetti redistributivi?
Chi paga? Nel caso di rientro pagano i cittadini con le tasse in più per ripagare il debito. Nel caso del default paga chi ha prestato ai cittadini (allo stato.) Il gioco resta all’interno dei soggetti coinvolti. Nei casi 3 e 4 pagano anche altri. Nel caso di inflazione paga chiunque abbia prestato qualcosa (per esempio il proprio lavoro) a tassi non indicizzati ex post. Per esempio pagano i lavoratori e guadagnano le imprese che conferiscono lo stesso reddito nominale (costi più bassi per loro e redditi più bassi come potere di acquisto per i lavoratori.) Nel caso di svalutazione paga chiunque consumi beni importati e guadagna chi esporta.

Non sappiamo quale sia la soluzione giusta per l’indebitamento, ma un sistema di mercato funziona bene se chi sbaglia paga, chi è responsabile di perdite se le accolla e chi ha fatto profitti se li gode. Nel caso dell’indebitamento i responsabili sono chi si è indebitato (i cittadini attraverso lo stato) e chi ha prestato allo stato: alcuni privati e molte banche. Sulle redistribuzione dei costi tra creditori e debitori poi si può discutere

UNO

E’ tutta colpa dell’euro?

Dal 1993 la bilancia commerciale italiana è positiva: quindi non ha perso export.
I grafici delle esportazion tedesche e italiane verso l’area Euro sono sovrappponibili: non c’è stato un vantaggio netto da parte dei tedeschi.
Il calo di produttività dell’Italia non è dovuto alla combinazione inflazione più alta della Germania più valuta rigida visto che la produttività della Spagna, per esempio, è salita malgrado abbia la stessa valuta e un’inflazione (anche lei) maggiore che in Germania.
Se l’Euro fosse davvero il colpevole del calo di produttività, questa dovrebbe essere calata di più nei settori aperti alla concorrenza degli altri Paesi dell’eurozona. Invece è calata di più nei settori protetti.

Ma soprattutto ricordiamo che alcuni settori dell’attività economica sono aperti alla concorrenza degli altri Paesi dell’area Euro; altri sono invece protetti a livello nazionale. Se l’Euro fosse davvero il colpevole del calo di produttività, questa dovrebbe necessariamente essere calata di più nei settori ‘aperti’.

Il tasso di cambio in un’economia globalizzata, soprattutto per i Paesi sviluppati, conta sempre di meno, dato che la politica monetaria della valuta di riserva influenza sempre più quella di tutti gli altri. Intervento di un’altra che ci capisce, Hélène Rey della LBS (incidentalmente in UK non è che abbiano per l’Euro un amore viscerale; anche se Rey è francese vive a Londra da un pezzo): http://www.voxeu.org/article/dilemma-not-trilemma-global-financial-cycle-and-monetary-policy-independence

Ipotizziamo un annuncio di uscita dall’euro. Ebbene in Italia ci sono in circolazione alcuni miliardi di euro. E’ altrettanto chiaro che l’anticipazione sarebbe di una svalutazione di almeno il 20%. E’ quindi ovvio che ci sarebbero grandissimi incentivi a mantenere gli euro: infatti questo equivarrebbe ad un guadagno di almeno il 20% senza rischio. Anticipando un’uscita i risparmiatori (e tutti gli altri) italiani e non metterebbero in atto una corsa agli sportelli. In Grecia e Spagna, all’avvisaglia di un’uscita, i depositi bancari sono calati del 25% circa. Qui sotto il grafico della Grecia.

La sola ragione per cui il sistema bancario di questi Paesi non è collassato è stata una massiccia iniezione di liquidità da parte della BCE. Ma se volessimo uscire per svalutare (ovvero per fregare gli altri) quanto è probabile che la BCE interverrebbe per evitare il collasso dell’Italia? Mancando il sostegno della BCE, non resterebbe all’Italia che stampare essa stessa, con effetti inflattivi gravi. La conseguenza più probabile sarebbe infatti un’iperinflazione. Naturalmente niente vieta di fare come l’Argentina, ovvero orchestrare una propaganda che convinca la ggente che l’inflazione sta salendo, ma non troppo. Questo mentre invece i prezzi salgono, ma si sa: se la TV e soprattutto la Rete dicono una cosa, questa dev’essere vera.

Premesso tutto quanto sopra non resta che l’ovvia conclusione che non solo il problema non è l’Euro, ma stampare moneta non risolve nessun problema (in effetti abbassa i salari reali ed è quindi equivalente ad una svalutazione interna); oltretutto si consegnerebbero le chiavi della pressa da stampa ai politici italiani, che i propugnatori di un’uscita dicono siano poco affidabili (eufemismo). Ma soprattutto un’uscita unilaterale sarebbe un’operazione molto complessa che porterebbe quasi sicuramente a fallimenti a catena a causa del collasso del sistema bancario.
Non a caso c’è una forte correlazione fra il sostenere che bisogna uscire dall’Euro e il sostenere che le banche di Stato siano un bene.

Chi esporta potrà praticare prezzi reali inferiori perché sta risparmiando sul costo del lavoro. Non esporta di più perché più efficiente, competente, innovatore.
I salari saranno rinegoziati. Lo Stato stamperà e pagherà le imprese nazionali, che dipenderanno da lui.
Ci saranno mega aliquote per i redditi alti. Chissà il fiscal drag.

Manager e imprenditori saranno incentivati a esportare più che a vendere all’interno. I prodotti saranno a basso valore aggiunto e la produttività dei lavoratori sarà bassissima, così da non poter incrementare “realmente” i salari.

Ci saranno più interessi, meno risorse, più tasse su esportatori e persone fisiche e qualche rendita dai pochi capitali rimasti.

Dice niente la parola Zimbabwe?

DUE
Signoraggio, svalutazioni e sovranità monetaria

Il Signoraggio è il reddito derivante dall’attività di stampare moneta.

L’Italia non ha perso il proprio signoraggio.
Oltre il 90 per cento del signoraggio prodotto nell’area dell’euro viene redistribuito ai vari paesi partecipanti in misura proporzionale alle loro “capital keys” (i conferimenti alla BCE); in soldoni in misura proporzionale al loro PIL; la Banca d’Italia, fatti gli accantonamenti a riserva, trasferisce quindi il signoraggio ricevuto (denominato “reddito monetario” nel bilancio, e gli altri eventuali profitti dopo le imposte) al Tesoro.
L’Italia ha beneficiato del fatto che, a differenza della lira, l’euro è richiesto, e quindi stampato, come riserva di valuta.
I trasferimenti da Banca d’Italia a Tesoro non sono poi cambiati molto dal periodo lira al periodo euro.
Il signoraggio nelle economie avanzate e a bassa inflazione non supera l’1% del pil. Non può certo essere usato per pagare il debito pubblico o le pensioni. A meno che non si voglia un paese in iperinflazione.
Monetizzazione del debito

La misura del debito pubblico italiano è tale che monetizzarlo significherebbe aumentare la base monetaria di dodici volte. Aumenti del genere significano iperinlfazione. Fallirebbe il sistema bancario e i creditori (famiglie e imprese) sarebbero impoveriti. Lavoratori dipendenti e pensionati non avrebbero di che comprare.
Svalutare equivale a ripagare poco il debito. Il 70% del debito italiano è in mano italiana. Ci rimetterebbero gli italiani, in buona parte. E se falliscono le banche, che detengono molti titoli di stato, chi finanzia le imprese o rimborsa i depositi?
le esperienze storiche indicano in questi casi recessioni e disoccupazione in stile “grande depressione”.

Le svalutazioni competitive
Una svalutazione del cambio nominale beneficia gli esportatori a spese degli importatori, se i prezzi si aggiustano lentamente.
Le esportazioni sono aiutate a spese dei consumi degli altri cittadini “importatori.”
Per grandi svalutazioni i prezzi al dettaglio dei beni importati aumentano, sia pure meno rispetto alla svalutazione del cambi nominale.
Sostituire beni di importazione (più cari) con beni di produzione interna (più economici) previene maggiore inflazione, ma lascia il consumatore con un paniere di beni peggiore.
In ogni caso per funzionare una svalutazione deve essere unilaterale. Se Italia e Spagna fanno a gara a vendersi mattonelle in cambio di prosciutto, il risultato è cambio invariato e alta inflazione.
La svalutazione non ha effetti duraturi: i prezzi interni si aggiustano al cambio svalutato e per restare competitivi bisogna aggiungere svalutazione nuova.
Gli effetti di una svalutazione monetaria possono comunque essere realizzati attraverso misure fiscali. Eliminare l’Irap o ridurre i contributi a carico del datore di lavoro rende i prodotti meno cari e quindi più competitivi. Per bilanciare il minore gettito fiscale occorre aumentare le imposte indirette come l’Iva, che non grava sull’export. (Vedi articoli citati). Da un punto di vista politico la svalutazione fiscale è poco attraente: chi la decide è costretto a riconoscere che vuole tassare tutti i cittadini (aumentare l’IVA) per sostenere l’export. Una svalutazione del cambio produce gli stessi effetti, ma un politico ha gioco facile a imputarla al maltempo o agli speculatori finanziari.
Queste politiche non offrono una risposta duratura alla crisi che il paese attraversa da un paio di decenni. Abbassare il prezzo del proprio lavoro (ovvero aumentare le ore di lavoro necessarie ad acquistare una BMW) e’ una scelta guidata dalla disperazione, e non promette niente di buono per il futuro. Ma se proprio si desidera dare una boccata d’ossigeno al paziente moribondo sarebbe piu’ semplice concentrarsi su una svalutazione fiscale piuttosto che invocare l’uscita dall’euro.

TRE
L’insostenibile pesantezza dell’euro?

Gli effetti delle svalutazioni nel breve periodo

La competitività di un paese è solitamente misurata dal tasso di cambio reale, definito come il cambio nominale fra due valute moltiplicato per il rapporto fra i prezzi: se e è il tasso di cambio nominale (euro per 1 dollaro), p* i prezzi del paese estero (in dollari) e p i prezzi interni (in euro), il tasso di cambio reale è r = e p* / p. Un aumento del cambio reale significa che i beni esteri diventano più costosi di quelli domestici: se ci vogliono più euro per comprare un dollaro, il prezzo in euro di un’automobile prodotta negli Stati Uniti sale. Di conseguenza, la “competitività” del paese migliora, perché i beni stranieri diventano piu’ cari per chi compra in euro. E’ evidente che la svalutazione del cambio reale può avvenire o tramite la svalutazione del cambio nominale e o con una variazione dei prezzi relativi p* / p per dato cambio nominale (o una qualche combinazione dei due).

La competitività dell’Italia dalla fine degli anni Novanta è rimasta stabile sulla base degli indicatori dei prezzi alla produzione, mentre è peggiorata in termini di costo del lavoro. Però è molto peggiorato il differenziale con altri Paesi come la Germania.
Si può migliorare il differenziale dei prezzi relativi, facendo scendere i propri? O a costo di disoccupazione o con una crescita forte della produttività, che in Italia, però, langue.
Una svalutazione farebbe acquisire competitività, ma non in modo duraturo e non comunque come trent’anni fa, quando una svalutazione del 30% corrispose a un aumento del pil dell’1% al massimo.

Ma un cambio flessibile permetterebbe di tornare a crescere in modo duraturo? La teoria economica dice chiaramente di no: il regime di cambio non influenza la crescita di lungo periodo. La crescita di lungo periodo, quella che rileva ai fini del tenore di vita dei cittadini, è determinata dalla capacità di aumentare la produttività dei fattori: questo significa creare un ambiente economico in cui imprenditori, professionisti e imprese che innovano e si dimostrano capaci di creare molto valore aggiunto si affermano (anziché’ trasferirsi all’estero per sfuggire alle sabbie mobili della burocrazia nazionale e delle carriere politiche), a scapito di quelle che non riescono a innovare, che devono invece uscire dal mercato. Un paese che cresce non cresce solo grazie all’export (che nei paesi grandi costituisce una piccola parte del prodotto totale), ma cresce in tutti i settori. E l’evidenza è coerente con queste conclusioni: le differenze di crescita fra paesi con cambi fissi e variabili sono trascurabili, con qualche eccezione per i paesi in via di sviluppo. Pensare che tornare alla lira ci riporterebbe su un sentiero di crescita duraturo è illusorio: basta uno sguardo all’andamento della crescita della produttività dei fattori italiana dal dopoguerra ad oggi per rendersi conto che il declino è iniziato almeno 10 anni prima dell’adozione dell’euro. “

Uscire dall’euro e svalutare ci permetterebbe certamente di recuperare il gap di competitività velocemente, ma solo temporaneamente. E poi? E poi due scenari sono possibili. Il primo è che alla svalutazione segua un aumento dei prezzi interni, che in un paio d’anni ci riporta al punto di partenza. Questo scenario sarebbe verosimile se la svalutazione fosse molto grande, diciamo superiore al 50%. Ricordiamoci che la storia dell’Italia, dalla fine di Bretton-Woods fino agli anni 90, fu proprio una storia di continui inseguimenti tra svalutazioni del cambio, e aumenti dei salari e dei prezzi. Forse qualcuno se lo e’ dimenticato ma la lira e’ stata una valuta debole, che perdeva sistematicamente di valore. Una volta che l’Italia e’ stata aperta ai movimenti di capitali, i risparmi italiani si sono potuti indirizzare verso attivita’ piu sicure, e che si indebitava in lire (leggi il Tesoro della repubblica) era costretto a pagare un bel premio sugli interessi perche altrimenti i risparmiatori (italiani e esteri) avrebbero comprato altri titoli. Tra i grandi motivi che spinsero il paese ad adottare l’euro ci fu anche quello di dare alla politica monetaria interna quella credibilita’ che non era mai riuscita a raggiungere, offrendo al tesoro enormi vantaggi economici per il finanziamento del proprio debito. Purtroppo, come alcuni temevano, questi risparmi sulla spesa per interessi (equivalenti a quasi 5 punti percentuali di PIL) sono andati a finanziare maggiore spesa anziche’ a ridurre il debito.

Il secondo scenario è che i prezzi non crescano, trasformando la svalutazione in un aumento persistente di competitività. Questo scenario sembra il piu’ probabile nel caso di una svalutazione contenuta, che si limiti a correggere il livello eccessivamente alto del cambio reale (supponiamo rispetto alla Germania) riportandolo al livello di 10 anni fa. Ma questo secondo scenario è lo stesso che si otterrebbe con una diminuzione dei prezzi italiani rispetto a quelli tedeschi (che farebbe aumentare p*/p), e con questo condividerebbe una caratteristica fondamentale: costituirebbe un impoverimento relativo del nostro paese. A fronte di un aumento della competitività delle imprese si registrerebbe una diminuzione del potere d’acquisto dei lavoratori, dovuta al fatto che le importazioni diventerebbero più care. Detto diversamente, riacquistare competitività attraverso variazioni del cambio reale significa ridurre il potere d’acquisto dei salari italiani. Questo e’ esattamente cio’ che successe nel 1992: i prezzi al consumo in italia non registrarono impennate, crebbero meno di quelli all’importazione: in soldoni, molti italiani furono costretti a spostare il proprio paniere di consumo da beni esteri (es. una Volkswagen Golf, adesso piu cara) a beni italiani (es. una FIAT Ritmo, ora piu conveniente). Ad alcuni questo potra’ parere un bene (i fan del protezionismo e delle Ritmo non mancano mai), ma quei consumatori evidentemente stavano meglio prima perché  la qualita del loro paniere di consumo è peggiorata dopo la svalutazione (se avessero preferito la Ritmo alla Golf la avrebbero comprata anche prima della svalutazione).

Se si ritiene che il destino dell’Italia sia quello di poter competere solamente con paesi a medio livello di sviluppo, come la Polonia o la Turchia, l’uscita dall’euro sarebbe il modo più veloce e meno doloroso per raggiungere quell’obiettivo. Con salari polacchi saremmo molto competitivi rispetto ai polacchi. Ma il potere d’acquisto derivante da una giornata di lavoro sarebbe inferiore a quello attuale. Se invece si ritiene di poter competere con i paesi sviluppati, allora non c’è regime di cambio che tenga: è necessario rendere il paese più competitivo attraverso cambiamenti che aumentino la produttività del lavoro. La Germania compete da 50 anni con i paesi più avanzati del mondo nonostante una valuta molto forte, perché’ produce beni di elevata qualità la cui domanda non risente della concorrenza dei paesi emergenti. Pensare di usare il cambio come scorciatoia per evitare le riforme non è solamente illusorio, è controproducente: dopo la svalutazione del 1992 le imprese italiane hanno sfruttato il temporaneo vantaggio del cambio svalutato invece di mettere in atto difficili processi di ristrutturazione.

Quale paese vogliamo?

In sintesi, la decisione sulla permanenza nell’euro è legata alla visione che si ha del paese. Se riteniamo che non sia in grado di competere con gli altri paesi avanzati, a causa di una amministrazione pubblica inefficiente che frena le innovazioni e le ristrutturazioni, delle rigidità nel mercato del lavoro, di un mercato dei capitali incapace di sostenere la crescita delle imprese con potenzialità di crescita, di infrastrutture fatiscenti, allora uscire dall’euro è una scelta coerente. Lo ribadiamo: ciò significherebbe allineare il reddito degli italiani a quello dei paesi meno sviluppati. Se invece vogliamo giocare la partita nella serie A, e portare i salari italiani a livello di quelli tedeschi, non esistono scorciatoie legate al regime di cambio: si devono fare le riforme che permettano alla produttività di ricominciare a crescere, recuperando il terreno che stiamo perdendo da quasi vent’anni.

QUATTRO
Uscita dall’euro e debito pubblico
Non esistono scappatoie indolori

Il livello elevato del debito pubblico di molti paesi sviluppati rischia di diventare insostenibile se la crescita del PIL non aumenta. Ridurre l’onere del debito attraverso operazioni straordinarie può diventare una necessità. Non esistono purtroppo scappatoie indolori. Pensare che uscire dall’euro apra una strada in discesa per ridurre l’onere del debito pubblico è illusorio. Sia il default che la monetizzazione avrebbero pesanti conseguenze reali, causando una recessione prolungata. Il default avrebbe inoltre dolorose conseguenze redistributive fra lo Stato ed i detentori del debito (i risparmiatori), una monetizzazione estenderebbe la redistribuzione a tutti i rapporti debitori aventi natura nominale.
CINQUE
Uscita dall’euro, svalutazione, ripresa. Riflessioni dopo un week end di dibattiti tra Boldrin, Lippi e Bagnai.

Riconosce perfino Bagnai che: l’Italia non uscirà mai dal suo declino di lungo periodo senza una rivoluzione istituzionale ed economica senza precedenti nella sua storia. Solo che, lui dice, le riforme si farebbero se il vincolo diventasse drammaticamente stringente. E qui diventa evidente il paradosso.

Svalutazione o no, senza drammatici, dolorosi e lunghi cambiamenti strutturali da questa situazione non se ne esce. E allora diventano rilevanti i tre mali che Michele Boldrin ha elencato in apertura del dibattito rispondendo alla domanda di Mario Giordano. Che sono (1) la profonda ignoranza che permea la società civile italiana, in generale e sulla situazione economica in particolare; (2) la conseguente ed antica tendenza a credere in fantasie, cospirazioni, bugie ed affermazioni tanto roboanti quanto demenziali nello stile “perfida Albione”, “posto al sole”, “spezzeremo le reni”, “un milione di posti di lavoro” … e, finalmente, (3) lo stato e la classe politica italiana che sul trinomio ignoranza-menzogne-credulita’ continua a costruire il proprio potere guidando il paese ad un declino che, occorre cominciare a dire, la grande maggioranza degli italiani sembra essersi scelto.

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