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Dio, calcio e milizia: da Tito ad arkan passando per Boban.

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Appunti da Dio Calcio e Milizia. https://www.amazon.it/s/?ie=UTF8&keywords=dio+calcio+e+milizia&tag=slhyin-21&index=stripbooks&hvadid=46912574150&ref=pd_sl_33f5zmf2j4_e

Il libro è una storia della Jugoslavia, della ex Jugoslavia, delle squadre di calcio jugoslave e di Arkan. O forse è una storia della vita di Arkan e il resto fa da contorno. In ogni caso è molto interessante. E’ emozionante il fatto di avere ascoltato durante una cena a Trieste diverse storie di guerra e colpiscono i racconti di quei momenti in cui persone che avevano convissuto a fianco per una vita diventano improvvisamente nemici. Il massacro di Vukovar lo avevo già ascoltato prima di leggerlo, negli stessi termini, in questo libro.

Il libro fa sua la tesi che la guerra  tra serbi e croati sia iniziata in un campo di calcio, il 13 maggio 1990, prima della partita tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado, nella capitale croata.

Di articoli su quel giorno, in cui peraltro Boban colpì un poliziotto bosniaco con un calcio, è pieno il web. Esempi qui, qui, qui, qui.

Una storia diversa è raccontata qui: http://balkanist.net/the-maksimir-myth-25-years-since-the-symbolic-dissolution-of-socialist-yugoslavia/

PRIMA DELLA DISSOLUZIONE
Nella Jugoslavia del dopo seconda guerra mondiale lo Stato è di fatto l’unico vero datore di lavoro. Si lavora molte ore, nelle miniere, nelle industrie o negli uffici governativi, in cambio di paghe piuttosto basse ma potendo usufruire di appartamenti a sovvenzione statale (con un servizio sanitario nazionale di buon livello per gli standard di allora) e di ferie pagate.
Quando il presidente Tito si affranca dal potere di Mosca la produzione industriale interna si sviluppa notevolmente. Migliorano anche gli stipendi degli operai, grazie a
sovvenzioni economiche che si dice provengono anche dagli Stati Uniti. Tuttavia lo stile generale di vita rimane ancora piuttosto essenziale, mentre cresce la speranza collettiva di una vita diversa, meno grigia, un po’ più vicina agli standard occidentali di benessere e di consumi. I bei vestiti, la Vespa, la casa di proprietà e tutti gli altri principali status symbol restano più che altro miraggi da osservare a debita distanza, dall’altra parte del Mare Adriatico.

Si poteva andare in galera per molto poco: per una battuta contro il regime o per avere espresso giudizi non in linea con l’unità del Paese.

Come in altri centri di detenzione, a Valjevo vigeva una rigida cultura comunista. I reclusi dovevano imparare i lavori manuali, fra cui l’idraulico e il meccanico d’auto.

Dopo l’occupazione di Fiume da parte del Regno d’Italia, il club calcistico cessa all’istante la propria attività, rifiutando la proposta/diktat della Federazione Italiana di gareggiare in Serie A.

EX JUGOSLAVIA. SQUADRE E TIFOSI.

L’Haiduk Spalato è politicamente di sinistra. I loro tifosi, croati, formano una torcida alle partite, cuciono la stella rossa sulla maglia, fanno cori assordanti e lunghi striscioni. Sono ritenuti troppo liberi, viene quindi vietata torcida, il presidente viene arrestato. Gli ultras dell’Haiduk sono i primi a darsi ad atti di violenza, nel 61.
Il Partizan Belgrado è la squadra dell’esercito. La Stella Rossa nasce da fusioni di altre squadre. I tifosi del Partizan sono nazionalisti serbi, vicini ad Arkan negli anni novanta. Nei decenni precedenti si sono resi responsabili di atti di violenza e di spedizioni punitive.
I tifosi della Dinamo Zagabria sono nazionalisti Ustasa, poi sono stati decroatizzati, quindi con Tudjman sono riemersi come nazionalisti di destra.

TRA VUKOVAR E BELGRADO. LA GUERRA SERBO CROATA
Le agenzie giornalistiche internazionali cominciano a riportare notizie che in quel momento appaiono ancora incredibili: le Tigri, forti della loro superiorità negli armamenti, entrano in città e corrono di porta in porta dividendo famiglie serbe da famiglie croate. Sequestrano le armi a tutti, ma c’è una variante fondamentale: i serbi sopravvivono, i croati no. E non si fa distinzione fra uomini, donne o bambini. Le case abitate dai croati vengono saccheggiate e poi date alle fiamme. Alla fine delle operazioni spunta da un blindato Arkan in persona e mostra a tutti il volto spietato e tronfio del vincitore. È a partire da quel giorno che nell’immaginario di tanta gente egli si trasforma in un vero e proprio “signore della guerra”. Per lui appare naturale invadere, torturare, uccidere, saccheggiare in nome e con il pretesto del nazionalismo serbo. Il comandante gioca a Risiko ma, tanto per cambiare, lo fa a modo suo, modificando le regole a proprio piacimento. Arkan guida le sue Tigri per 4 anni, dal 1991 al 1995. Il suo esercito personale è provvisto di SUV dotati di satellite, di jeep, di mezzi blindati che mostrano l’effigie della Tigre. Più che una guerra, sembra quasi il trionfo del marketing applicato alle gesta belliche. Il comandante impone ai suoi un ordine ferreo, tassativo, ineludibile. I capelli devono essere corti, la barba sempre in ordine, vestiti scuri o tuta mimetica, passamontagna di lana nera con fessura all’altezza degli occhi e il berretto distintivo delle Tigri sul quale è scritto Arkanove Deljie (gli “Eroi di Arkan”,
riprendendo il nome dei tifosi della Stella Rossa e aggiungendovi quello del capo). La disciplina è tutto e il comandante è il primo a dare l’esempio che vale. Poi c’è la dotazione di armi per ciascuna delle Tigri: fucili automatici, mitra, lanciagranate anticarro, bombe, coltelli e corde per torturare e strangolare i nemici. Venire meno agli ordini del capo si paga quasi sempre con la vita. La ferocia e l’inflessibilità con le quali vengono eseguite le pene per gli insubordinati sono tali da scoraggiare l’iniziativa individuale anche dei soggetti più anarchici e temerari. Sebbene Arkan lavori per conto del presidente Milošević, egli sembra godere di una possibilità di iniziativa personale molto ampia: l’importante è che la sua azione non sia mai rivolta contro i serbi. Naturalmente, le Tigri non sono l’unico corpo paramilitare impiegato in guerra nell’ex Jugoslavia. Anche sul fronte opposto sono infatti operanti corpi di milizie irregolari ed è ovvio che anche quelle organizzazioni commettano omicidi più o meno efferati. Le Tigri appaiono semplicemente la formazione più spietata e, comunque, la meglio equipaggiata in assoluto. Per molti componenti dello squadrone di Arkan, andare a combattere è la concretizzazione di un sogno. Essi possono finalmente lasciarsi andare a comportamenti da psicopatici, uccidere, stuprare, rubare, dare fuoco a interi villaggi e cittadine in modo del tutto legale. Paradossalmente, negli anni precedenti erano stati arrestati per aver commesso crimini di gran lunga meno gravi di quelli per i quali il presidente Milošević ora li sta premiando. Sarebbe tuttavia un errore grave pensare che l’opinione pubblica serba in quella fase sia tutta a favore di Milošević e della guerra. Il 9 marzo 1991 a Belgrado decine di migliaia di manifestanti avevano urlato contro lo strapotere del presidente e contro una politica foriera di disgrazie e di giorni di morte per tutti.
Chi può scappa.

Nel contempo, chi ha la possibilità e le forze economiche per farlo, si allontana dal Paese e cerca di lenire all’estero i propri dolori per la patria perduta. Molti giovani che non riescono a fuggire vengono arruolati a forza nell’esercito, in cambio di una paga infima. Al contrario, gli appartenenti alle Tigri hanno uno stipendio decisamente migliore, per giunta “arrotondato” dal bottino di guerra. Il rancio è piuttosto buono e le reclute vengono ben trattate, purché siano obbedienti a tutto ciò che il capo chiede loro di fare. Secondo il Tribunale Penale dell’Aia, durante la guerra in Croazia e in Bosnia le Tigri devastano complessivamente 28 province. Il metodo adottato su precisa indicazione di Arkan passa tristemente alla storia con il nome di “pulizia etnica”. Il sistema ha un rituale poco fantasioso ma sempre efficace: dopo il bombardamento delle città, le Tigri entrano in scena. Seguono stupri, violenze di ogni tipo, deportazioni in campi di concentramento, esecuzioni sommarie. Spesso le Tigri non esitano neppure a infierire sui cadaveri. Tutte le chiese di credo non ortodosso vengono bruciate e rase al suolo, i beni delle famiglie sono saccheggiati e portati via. I serbi non si limitano a vincere la guerra: si vuole eliminare ogni traccia di esistenza passata e presente del nemico. Non è senz’altro questa la sede per distinguere “pulizia etnica” da “genocidio”, ma, confrontando tecniche adottate e obiettivi prefissati, la differenza, se c’è, appare oltremodo sfumata. Il punto di riferimento logistico e strategico delle Tigri di Arkan è la base di Erdut. Erdut è il nome di una cittadina di quasi 8000 abitanti della regione di Osijek, in Slavonia, al confine occidentale fra Serbia e Croazia. Qui l’addestramento delle Tigri è perenne: giorno e notte, 7 giorni su 7. Le giornate sono lunghe, pesanti, e cominciano alle prime luci dell’alba: marce, canti, esercitazioni, ripasso di strategie e di tattiche. Ognuno deve sapere bene che cosa lo aspetta
che cosa dovrà fare. Arkan sta pian piano trasformando i suoi ultrà e i suoi ergastolani “brutti, sporchi e cattivi” in soldati veri, in uomini disciplinati e motivati a vincere una guerra per la “ sopravvivenza di un popolo destinato all’egemonia” . Il comandante è sempre il primo a dare l’esempio: lo vedono esercitarsi con gli altri e nei momenti liberi studiare le strategie militari con le cartine a disposizione, con la stessa scientifica meticolosità di quando preparava le rapine pochi anni prima. Ogni settimana arrivano al campo di Erdut jeep e bus che portano a destinazione altri uomini da arruolare. Al loro arrivo le reclute debbono subire un test antidroga, sono costrette a prestare giuramento, vengono battezzate e hanno l’obbligo di sbarazzarsi di qualsiasi dato identificativo che possa farli risalire al governo di Belgrado. Tra i nuovi arrivi c’è di tutto: ultras della Stella Rossa (o di altre squadre di calcio) con l’aria da mafiosi, gente raccattata dal carcere, amici di delinquenti incalliti, delinquenti incalliti a loro volta. Alcuni di loro, malgrado la giovane età, hanno già una certa esperienza in fatto di armi e di guerra. Il principale teatro bellico dei primi tempi è la Slavonia, verdeggiante regione croata al confine orientale con l’attuale Serbia. La cittadina più importante è Vukovar, un luogo abitato da oltre 50.000 persone in cui, all’inizio degli anni ’90, l’etnia serba è minoritaria ma i matrimoni misti e il diverso credo religioso non erano mai stati un problema. Il tenore di vita è più elevato rispetto ad altre zone dell’allora Jugoslavia per via di un’agricoltura fiorente e redditizia. Tutto cambia all’improvviso. Nella città di Vukovar la situazione precipita dall’oggi al domani e nemmeno i legami di sangue sembrano avere più un valore o un significato per nessuno. La cittadina diviene il primo terreno di scontro fra l’JNA e l’esercito di Tudjman e passa alla storia come un vero laboratorio di atrocità belliche.
L’intento dei serbi è quello di entrare in Croazia attraverso la Slavonia e da lì scendere fino all’Adriatico annettendo la Bosnia e passando per i principali centri: Tuzla, Sarajevo, Mostar e infine la croata Dubrovnik. Ma la conquista di Vukovar si rivela durissima. La resistenza dei croati è infatti strenua fino all’ultimo. Inoltre l’esercito regolare non è motivato quanto la truppa del Comandante Arkan a fare una guerra di cui molti percepiscono la follia distruttrice. Non c’è nulla da fare. Per piegare le forze dei croati di Vukovar ci vuole qualcosa di più: servono le Tigri. E Tigri siano. La città, ridotta a un cumulo di macerie, si arrende ad Arkan e all’esercito regolare il 17 novembre 1991, dopo quasi 3 mesi d’assedio. Di croato è rimasto ben poco: Vukovar è ormai una città serba. A fare “pulizia etnica” qualcuno ha provveduto con zelo. L’ex calciatore di Stella Rossa, Roma, Sampdoria, Lazio e Inter Siniša Mihajlović è di Vukovar e ha vissuto in prima persona la tragedia
Per molti, è lui il calciatore della Lazio che nel 2000 ha commissionato lo striscione “ Onore alla Tigre Arkan ” esposto dai tifosi della Lazio pochi giorni dopo la morte di Arkan. Proprio per questo motivo, Mihajlović è considerato una figura controversa, sfuggente, non priva di zone grigie sul tema specifico.

Tabic, serbo chiede perdono per Vukovar, al presidente croato Josipovic nel 2010.
Tra i criminali di Vukovar, che hanno ucciso anche chi si era rifugiato in ospedale, Hadzic e Mladic vengono arrestati tra il 2010 e il 2011.
La Krajina era serba, la repubblica serba di krajina era contro l’indipendenza croata e chi voleva trovare un appiglio per fare una guerra può averlo trovato là.

ARKAN E LA GUERRA
Per Arkan la guerra è un’attività imprenditoriale fonte di profitti.
Con le sanzioni alla Serbia e la popolazione allo stremo, i beni presi ai croati vengono rivenduti ad alto prezzo ai serbi dal loro “comandante.”
Arkan prende per la gola pure i serbi. Compra i soldati con le merci e chi tradisce viene ucciso. Agli amici e alle famiglie delle tigri vittime provvede lui con soldi e alloggi.
Dietro il suo Suv scrive la parola Vukovar.
Arkan crea Fk Obkici, una squadra di calcio che riuscirà a vincere corrompendo, e partecipa alle elezioni del 1996

BOBAN E LA CROAZIA
Zvonimir Boban, giocatore del Milan e capitano storico della Nazionale croata arriverà ad ammetterlo senza problemi o reticenze: “ Per la maglia della Jugoslavia ho sempre dato il massimo che potevo, ma per quella della Croazia potrei morire” .

IL 1992
Nel 1992 la Jugoslavia è in dissolvimento. Niente può un allenatore transnazionale e sostanzialmente pacifista come Ivica Osim. Mentre nell’Unione Sovietica, la nazionale era data dall’Ucraina, nella Jugoslavia non c’era un’etnia di giocatori di calcio o di basket prevalente. La Svezia, luogo dove a suo tempo lo stesso Arkan ha furoreggiato e compiuto atti criminali, dichiara indesiderati gli jugoslavi. Scoppia la guerra in Bosnia.
Saranno ammessi alle Olimpiadi di Barcellona solo gli atleti delle discipline individuali. Belgrado perde quindi una medaglia possibile nel basket e una praticamente sicura nella pallanuoto (la Nazionale serba è campione olimpica, del mondo e d’Europa).
Agli europei di calcio partecipa la Danimarca al posto della Jugoslavia e li vince

LA GUERRA IN BOSNIA
La Bosnia- Erzegovina è una terra in cui per decenni, specie nel secondo dopoguerra, si viene a creare un mirabile equilibrio di convivenza fra genti molto diverse fra loro: diverse per lingua, per mentalità, per religione professata. Una sorta di modello multietnico empirico La capitale Sarajevo è un vero e proprio crocevia di culture: una sorta di piccola Gerusalemme dei Balcani. Il film che meglio descrive le aspirazioni generali, le contraddizioni e le diverse spinte sociali della Sarajevo del secondo dopoguerra è molto probabilmente “ Ti ricordi Dolly Bell? ” (1981), del regista bosniaco, naturalizzato serbo, Emir Kusturica. Secondo stime attendibili e abbastanza recenti, la Bosnia- Erzegovina è al 48% di etnia bosniaca- musulmana (bosgnacca), al 37,1% serba, al 14,3% croata, e lo 0,6% della popolazione appartiene ad altre minoranze e gruppi etnici. La prima metà degli anni ’80 appare un periodo di sviluppo economico e di buona immagine complessiva per la regione. Dall’8 al 19 febbraio 1984 Sarajevo ospita i XIV Giochi Olimpici Invernali. La Jugoslavia non ha una tradizione forte nelle discipline sciistiche ma l’entusiasmo con il quale la città bosniaca vive quell’importante avventura sportiva colpisce il mondo.
Nel 1992 si svolge in Bosnia un referendum per diventare autonomi. Nasce la Repubblica Serba di Bosnia, con a capo Karadzic. Però Milosevic vuole fare piazza pulita e fare diventare serba tutta la Bosnia.
A Bijelina, nel maggio 92, si consuma la pulizia etnica contro i musulmani.
La Nato bombarda Sarajevo, l’Onu decide per l’embargo, risorge il vittimismo serbo.
La classe politica serba gioca sul piano mediatico la carta del vittimismo. Una carta alla quale il popolo serbo è storicamente molto sensibile: “ il popolo celeste ”, “ le vittime storiche ”, “ noi più forti di ogni avversità ”, “ uniti risorgeremo.” Arruolarsi nelle Tigri di Arkan, andare in guerra e darsi al saccheggio diventa la maniera per portare soldi a casa con regolarità. Il tenore di vita dipende ormai dalla morte degli altri. Arkan guida il mercato nero
Per molti versi, Belgrado diventò un prolungamento della vita criminale di Arkan. Nei weekend la gente faceva la coda nei mercati all’aperto, una folla da stadio che scambiava alla borsa nera viveri, sigarette, armi, valuta straniera, benzina e automobili. I night club e i bar degli alberghi erano pieni di barbie con minigonne grandi come francobolli e tacchi vertiginosi. Nel 1990 c’erano undici agenzie di escort, nel 1992 il numero era salito a novantatre. In centro i locali di spogliarello spuntavano fuori a ogni isolato. Marketing multilivello e banche fasulle fiorivano come muffe nella vasca da bagno, e allo Hyatt arrivavano frotte di “uomini d’affari” internazionali con le valigie piene di soldi. E la polizia? Il controllo era scarso e molti funzionari, al verde come la gran parte della popolazione, si accordavano con i delinquenti per un po’ di denaro facile, in linea di massima collaborando nel racket della protezione e del contrabbando. A peggiorare le cose, il sistema giudiziario, più o meno come qualsiasi altro sistema nel paese, era sull’orlo del collasso, con giudici che minacciavano di dimettersi a causa di stipendi che si aggiravano in media sui trenta dollari al mese.
Arkan va in tv mentre armi, omicidi, razzie sono all’oridne del giorno a Belgrado.
Dice:
“Sono un democratico, ma in questo momento abbiamo bisogno di unità, non di partiti, per impedire lo sterminio di un altro milione di serbi ad opera degli hezbollah musulmani, degli ustascia croati e del governo fascista tedesco”. Applaudono anche i cuochi. Applaudono i camerieri.
Svetlana Mivkovic si arroga la proprietà di una popolazione (ndrr.) “Non lascerò che facciano questo al mio popolo.”

Intanto i croati e i bosniaci si riorganizzano, ai bosniaci arrivano armi dal medio oriente
Si verifica il massacro di Srebrenica, gli americani appoggiano la controffensiva e croata e Belgrado viene bombardata. Intanto la sinistra italiana sembra favorevole ai massacri serbi (ndrr.)

Nel 96 finisce la guerra e arkan smembra le tigri e crea una squadra
di calcio.
“(Arkan) si muoveva nel calcio come in guerra, e gli aneddoti sulla sua gestione divennero numerosissimi. Uno dei più memorabili fu quando un centrocampista avversario si sentì dire che se nel secondo tempo avesse segnato gli avrebbero spaccato le rotule. Agli allenatori delle squadre avversarie veniva intimato di dare partita vinta all’Obilić, altrimenti… Segnare un gol all’Obilić non era salutare. Prima di ogni partita lo stadio si riempiva di uomini vestiti di nero, come le Tigri. «Eravamo gente tosta – mi disse un tifoso dell’Obilić, campione nazionale di wrestling. – Nessuno aveva voglia di fare il fesso con noi». Gli arbitri venivano accolti ai cancelli e ricevevano ‘suggerimenti’ su come dirigere l’incontro. Sugli spalti i tifosi brandivano pistole contro i giocatori e urlavano minacce […]: «Se segni, non esci vivo dallo stadio» e «Ti spezziamo tutte e due le gambe, dovrai camminare sulle mani». A volte bisognava ricordare agli avversari che dovevano perdere e si dice che alla fine del primo tempo i sostenitori di Arkan scendessero negli spogliatoi. Non erano visite di cortesia, ma all’insegna di grida e minacce. C’erano campioni che si ritiravano misteriosamente prima della gara. Altri venivano esclusi a forza: uno dichiarò in seguito ai giornalisti che gli uomini di Arkan lo avevano rinchiuso nel garage.

Gli ordini del presidente Arkan non risparmiano niente e nessuno. Se uno o più giocatori dell’Obilić vengono sorpresi a bere alcolici prima della partita, la pena può essere anche la fustigazione. Non parliamo poi di cosa può succedere in caso di sconfitta: si racconta che una volta i giocatori siano stati costretti a scendere dal pullman e a percorrere 30 chilometri a piedi per fare ritorno a casa. Insomma, tra agevolazioni arbitrali, intimidazioni dagli spalti e punizioni corporali per mantenere la disciplina, in un anno la squadra passa dalla serie B al titolo di campione nazionale.

Nella capitale dei Balcani, dalla Croazia, si arriva quasi all’improvviso: la segnaletica croata evita accuratamente di indicare qualsiasi località serba. Appaiono le direzioni per Budapest o Sarajevo, ma al posto di Belgrado è segnalato Lipovac.
LA FINE DI ARKAN
Nel 1997 cede il terreno sotto i piedi di Arkan.

Malgrado il clima di repressione generale e il bavaglio sull’informazione, a Belgrado l’opposizione civile e quella parlamentare prendono lentamente corpo partendo dagli strati sociali più bassi, proprio quelli che fino a poco tempo prima erano stati la colonna portante del consenso al regime.
Milosevic alle strette perde consenso e cerca di rifarsi col Kosovo.
L’UCK è pro al qaeda contro i serbi e i serbi sono contro gli albanesi in kosovo
Si verifica il massacro di racak
Belgrado viene bombardata per 78 giorni. Il Kosovo è in mano all’UCK. La Nato è in provincia.
Mihailovic, stankovic, mirkovic si presentano in campo con la maglietta con scritto bersaglio.
Milosevic e arkan vengono incriminati, si ritirano truppe dal kosovo, finiscono ibombardamenti, Arkan pensa a un exit strategy assumendo come difensore Giovanni di Stefano, intanto a Belgrado continuano gli omicidi, le rappresaglie ecc.
Giovanni di stefano ha anche difeso hussei, presidente del campobasso, preso in giro da maidiregol.
Gavric lo uccide, forse per mandato della mafia serba, che diventerà potente con Darko Saric.
Il 5 ottobre 2000 il popolino stremato chiede le dimissioni di Milosevic marciando fino al parlamento.
Ndrr: Lo stesso popolino che gli aveva consentito di diventare potente. Ricorda mussolini. O la ddr.
Dindic consegna milosevic all’aja, la ex moglie di Arkan lo uccide.

Ndrr.Gli fanno compagnia personaggi come Hitler, come Saddam Hussein, come Stalin, come il dittatore cambogiano Pol- Pot, diretto ispiratore e responsabile della tortura e del massacro di circa un milione e mezzo di persone nel suo Paese, in nome di un mondo migliore che con lui avrebbe dovuto trionfare. Come, per certi versi, lo stesso Benito Mussolini (se non altro, per essere stato – volente o nolente – fedele alleato di Hitler in un folle piano di assoggettamento dell’Europa e del mondo sotto il segno della cosiddetta “supremazia ariana”).Gli fanno compagnia i giapponesi dello stupro di Nanchino, anche loro assassini in nome di una superiorità etnica, di un mondo migliore da costruire, di presunti vittimismi da vendicare.

Il 15 gennaio 2000 Arkan muore a Belgrado in un ristorante, vittima di un agguato.
“In qualche posto lo spirito di Arkan rimane ben saldo. Sui muri cittadini campeggiano i suoi ritratti, i tifosi della Stella Rossa continuano a esaltarne la figura e i settimanali gli dedicano interi numeri, esaurendo in un battibaleno tirature record. Su internet ci sono blog che glorificano il suo regno e su Youtube video in cui lo si vede al comando delle Tigri; ha persino una sua pagina su MySpace, con oltre cinquecento amici.

Un’ultima nota: come è bravo il cosiddetto popolo a farsi abbindolare, a seguire presunti leader che gli dicono cosa vuole farsi sentirsi dire, ad andare in guerra per loro pensando che sia per sé e poi a dare le colpe al mondo e agli stessi leader di un tempo del proprio errore inziale?

 

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