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Lo stupore delle prese elettriche

Fair trade: una forma di libero mercato.

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Il superamento delle barriere permette una maggiore cooperazione a distanza tra estranei e un migliore coordinamento di decisioni e di preferenze di produttori e consumatori su larga scala. Individui e imprese si specializzano, anche territorialmente in ciò che sanno fare meglio e trovano opportunità di scambio vantaggiose reciprocamente. Dal primo mondo arrivano nel terzo mondo nuove tecnologie, nuovi modi di produzione che permettono aumenti di produttività e acquisizione di informazioni che possono essere poi usate localmente. Tutto ciò fa crescere quei paesi che possono iniziare a cercare di colmare il gap con quelli avanzati.

Il problema è che gli aggiustamenti non sono immediati e ci sono dei costi di transizione più o meno lunghi. Alla fine del processo la somma algebrica avrà dato un successo, ma nel frattempo ci saranno vincitori e vinti. Le politiche più protettive, peraltro, sono quelle che rendono più difficile l’adattamento.

In Occidente si pone la questione dell’outsourcing. Le imprese spostano la produzione dove è più conveniente (anche per i consumatori occidentali è comunque più conveniente comprare a prezzi più bassi.) I lavoratori di quelle imprese ci rimettono il posto. Lo stesso vale per i lavori soggetti ad automazione. I posti di lavoro medi si riducono, mentre crescono quelli qualificati e quelli non fattibili da macchine, ma che sono remunerati meno.
Per fronteggiare questa situazione si può incidere sugli aspetti della qualificazione professionale, sull’istruzione, sulla riduzione o la modifica di elementi istituzionali che comportano costi elevati (la tassazione, lo Stato sociale.)

Nei paesi in via di sviluppo si pone il problema delle condizioni di lavoro dei lavoratori a basso costo e di quelle ambientali. Si sostiene che tali condizioni dovrebbero essere equiparate a quelle occidentali, ma questa visione è comunque eurocentrica. Il lavoro minorile, lo sfruttamento intenso della manodopera, lo stesso inquinamento, erano molto maggiori un tempo in Occidente, tanto maggiori quanto maggiore era il livello di povertà. Ciò che è buono per noi oggi non è detto che sia buono per i lavoratori vietnamiti o cinesi oggi (a proposito: qualcuno ha chiesto il loro parere?) Non è detto nemmeno che fosse buono per noi un tempo. E’ proprio la crescita che potrà portare quelle persone a chiedere diritti, quegli Stati a concederli, tutti a migliorare le proprie condizioni di vita anche nel senso di maggiore tempo libero, minore sfruttamento, maggiore rispetto dell’ambiente. Anche questi processi richiedono tempo, comunque. Che fare nel frattempo?
Una soluzione (sbagliata) è quella di chiedere agli altri, cioè ai governi, di fare qualcosa, attraverso misure antidumping verso i paesi nei quali non è proibito il lavoro infantile o attraverso sussidi allo sviluppo.

Un’altra è darsi da fare attivamente, modificando aspettative e preferenze di consumo, desideri e bisogni propri e altrui, sensibilizzando le persone, creando un nuovo mercato, come avviene col microcredito e col fair trade. Ci sono persone che hanno sviluppato reti di relazioni tra produttori in paesi in via di sviluppo (che così possono imparare che esistono diritti e possono far circolare la voce, peraltro) e consumatori occidentali. Per questi prodotti esiste un commercio. Il prezzo più alto pagato ai produttori comporta un prezzo più alto pagato dai consumatori occidentali. Il tutto è mercato puro. Non viene imposto un prezzo dall’alto, ritenuto giusto, ma esistono degli intermediari che pagano dei produttori un prezzo e rivendono ad altri a un altro prezzo. Esistono produttori e consumatori che scelgono di far parte di questo mercato. Si pone un problema se vogliamo far pagare quei prezzi ai più poveri, sia tra gli occidentali che nei paesi in via di sviluppo.
La soluzione finale resta la riduzione della povertà, quindi la crescita, che passa anche dalla maggiore disponibilità di beni e servizi, quindi dal loro minore (e non maggiore) prezzo.

Nel lungo andare, più i paesi poveri si arricchiranno, meno la loro economia dipenderà dal prezzo del caffè o delle banane. Più ancora del fair trade è importante lo sviluppo tecnologico. La stessa tecnologia, riducendo i costi di trasporto e le distanze, ha reso possibile il fair trade, accelerando gli scambi e incrementandoli. Il fair trade è un successo della globalizzazione. Più ancora del fair trade sarebbe importante eliminare le barriere protezionistiche, compresi gli immondi sussidi all’agricoltura dei paesi ricchi. Ridurre i sussidi e liberalizzare gli scambi consentirebbe ai produttori dei paesi poveri di vendere a un maggior numero di consumatori potenziali.

Il caso di Alì e Isaac, che piantano ananas in Ghana. Grazie a internet sanno qual è il prezzo dell’ananas sui mercati mondiali e non sono alla mercé di qualche compratore magari monopsonista, quando vendono i loro prodotti: sono loro a decidere il prezzo di offerta. (O almeno possono incidere sulla contrattazione più di quanto facessero prima.) Grazie ai maggiori guadagni oggi loro hanno visto crescere la piantagione e il loro tenore di vita. Per gli artigiani sta accadendo qualcosa di simile attraverso Ebay.
Da Nokia, Samsung, Ebay, Google stanno arrivando gli aiuti alla povertà grazie alla riduzione di asimmetrie informative. Senza che vi fossero obiettivi predeterminati dal cielo governativo.

NOSTRA PATRIA E’ IL MONDO INTERO
Hume diceva che scambiando si impara. Nell’elogio dello scambio scriveva che la Gran Bretagna aveva arti e manifatture più povere un tempo e se si è evoluta è stato anche grazie all’imitazione delle tecniche e delle innovazioni dei vicini.
La possibilità di commerciare a distanza senza che nessuno ti intralci la strada è una prerogativa delle libertà individuali, diceva Constant.
Il commercio avvicina i popoli: fa pensare che esistano un noi e un loro fatto esclusivamente di persone. Fa ridurre le ostilità.
Uno Stato protezionista è uno Stato che pone un noi in contrapposizione a un loro. E’ uno Stato arrogante, uno Stato nazionalista, uno Stato che sceglie vincitori e vinti e decide chi tutelare e chi no, è uno Stato pronto a sfruttare le risorse altrui, pronto a depredare, pronto a uccidere, pronto a scatenare guerre.
Nella storia mercantilismo, protezionismo, colonialismo e saccheggi sono andati di pari passo.
Il mercato internazionale è una grandissima possibilità per garantire la massima cooperazione possibile, volontaria e pacifica.

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