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Ma scrivi un po' cosa ti pare

Quel folle campionato viola 1992 1993

Vittorio Cecchi Gori

 

Hai voglia a dire che il calcio d’agosto non significa niente e che chi va meglio d’estate poi fa figurucce quando conta.

Quando vai a vedere una squadra che gioca come ha giocato la Fiorentina il due agosto 1992 pensi inevitabilmente che per quell’anno l’abbonamento s’ha da fare. Del resto “Meglio che quando si perdeva quattro a zero a Carrara sarà,” dirà il Leo, compagno di mille partite in quegli anni, a fine partita, per poi aggiungere: “Se si giocasse sempre così, fare l’abbonamento meriterebbe davvero.”

Per quanto riguarda il fatto di fare l’abbonamento, comunque, il gioco e il risultato di quella partita, 4-1 al Bayern, erano una scusa. Già l’anno precedente io e il Leo avevamo visto tutte le partite del campionato in casa e in quel biennio posso anche dire che la Fiorentina era la cosa più importante della mia vita, come svago (andavo perfino in discoteca, tanto per non farsi mancare roba del tutto estranea a me) e come emozioni (olimpiadi di Barcellona e gare di sci con Tomba e Compagnoni che imperversano, a parte.) Che si fosse trattato di una fase di cambiamento e di un periodo di transizione, in attesa di arrivare alla prima rivoluzione riccardiana targata 1994, non potevo ancora saperlo All’università avrei cominciato a ingranare quell’anno, anche se ancora non lo sapevo.

L’alternativa a vedere le partite allo stadio era quella di ascoltarle alla radio. Se i miei ricordi non sono sbagliati, le partite in diretta tv al bar grazie a Telepiù o Stream sarebbero arrivate l’anno dopo. Tenete presente, a proposito di cose che non erano ancora comuni, non avevo il computer, non era ancora uscito Windows 95 e internet era solo un esperimento che veniva tenuto in luoghi remoti e sconosciuti alle masse.

Fatto sta che la Fiorentina di quell’agosto era esaltante. La presidenza aveva esonerato Lazaroni perché “abbiamo speso centosette miliardi e non possiamo pretendere che l’allenatore ci imponga le sue decisioni.” Le parole di Vittorio Cecchi Gori sono un segnale per quello che succederà, e che ripeterà, in futuro, ma anche questo, in quell’agosto, non potevamo saperlo. La squadra era piena di campioni, mezzi campioni, presunti campioni, ma soprattutto era il concetto stesso di squilibrio. L’unico incontrista era Iachini e abbondavano i registi e gli attaccanti. Maiellaro, che poi andrà via a novembre, faceva coppia con Orlando, che non riuscì mai a esprimere compiutamente il suo talento, se escludiamo le sue performance nelle discoteche fiorentine (a quanto si diceva.) Latorre era il terzo “numero dieci”, ma la sua presenza era meno solida di un fiocco di neve in una giornata di marzo, e anche lui se ne andrà senza lasciare traccia. Le punte erano Batistuta e Baiano: la nuova B2, dopo quella Baggio – Borgonovo di quattro anni prima. Il Re Leone era ancora acerbo tecnicamente, come dirà Carnasciali:
“La prima volta che lo vidi allenarsi francamente non mi fece un grande effetto. E’ stata la sua forza di volontà che lo ha reso il campione che tutti abbiamo imparato ad apprezzare e uno dei centravanti più forti della storia. Dopo ogni allenamento si fermava a calciare in porta per continuare a migliorarsi, sempre. Batistuta è un giocatore che si è costruito con il tempo grazie alla voglia di diventare il numero uno”.

Baiano era la spalla perfetta di Bati. L’attaccante di peso in mezzo all’area e la seconda punta veloce, scattante, sgusciante e brava tecnicamente, oltre che molto intelligente. Un altro trequartista bravo col pallone tra i piedi e meno quando si trattava di toglierlo agli avversari era Di Mauro. Poi erano arrivati Effenberg e Brian Laudrup. Il tedesco era il tuttofare, dalla difesa all’attacco, anche se il suo ruole ufficiale era centrocampista. Nelle prime giornate era visto come il collante, come il gladiatore, come il superuomo della squadra. Il danese, invece? “La palla dov’è? Ce l’ha il danese,” cantava la Fiesole. Quando era in forma e la squadra girava, lui era quello dei dribbling, il garante dello spiazzamento degli avversari e del gioco in velocità. Quando la palla l’avevano gli altri, quando la squadra smise di correre a mille all’ora, quando i dribbling gli riuscivano meno, diventò un calciatore che tendeva a scartarsi da solo e così a essere spiazzati non erano più gli avversari, ma i compagni. Eppure continuo ad avere un debole per lui e per i calciatori come lui, che tendono a scartarsi da soli. Come canterà poi la Fiesole a un altro dribblomane, anche se molto più seconda punta che ala vecchio stile, Oliveira: “Che importa se a passarla ci mette un’ora. Che fretta c’era, scarta tutti Oliveira, scarta tutti Oliveira e facci un gol.” (Cantata sul tono di “Sei Bellissima.”)

Ci fu anche una presentazione della squadra in Piazza Santa Croce, con Gianni Minà a condurre l’evento. Fu Vittorio a volere quella manifestazione, come fu lui, ricorda Guetta, dopo avere avuto l’intuizione Batistuta, a mettere Dunga fuori rosa. A lui piacevano gli Orlando. Radice capì che avrebbe avuto a che fare con due presidenti e almeno all’inizio cercò di far giocare molti attaccanti tutti insieme, ma mise in chiaro che non avrebbe sopportato delle intromissioni da parte della dirigenza. Accanto a Vittorio c’era Luciano Luna che però non si sarebbe mai dovuto occupare di calcio, detto da lui e confermato dai fatti, non nel senso che non se ne sia mai occupato, ma proprio nel senso che sarebbe stato meglio se non se ne fosse mai occupato davvero. In quel clima di euforia (record di abbonamenti, stadio ribollente, curva Ferrovia che stava diventando una seconda Fiesole mentre io cercavo di imparare tutti i cori, soprattutto quelli contro le squadre avversarie, trasmissioni televisive che si fecero portavoci di quell’entusiasmo) nessuno si preoccupò del fatto che Effenberg e Laudrup tracannassero sei boccali di birra in un pub, come riportò qualche anno dopo Benedetto Ferrara. La difesa?Carnasciali, Carobbi Luppi, Pioli e come argine di centrocampo Iachini a cercare di colmare i buchi.

Il gioco spumeggiante caratterizzò l’inizio del campionato, condito dai sogni di scudetto, che magari non sarebbe arrivato quell’anno, ma sicuramente di lì a breve, pensavamo in molti. La squadra ricordava il Milan di Sacchi nell’approccio alle partite. “Lasciamo i giocatori liberi di divertirsi e che giochino come vogliono loro,” diceva Radice, peraltro il primo a portare la zona in Italia negli anni Settanta.

I primi due pareggi contro il Genoa (1-1, gol di Effenberg e Van’t Schip) e a Roma con la Lazio (2-2, gol di Batistuta, Signori, Doll, Batistuta, tanto per far capire fin da subito che il centravanti argentino i gol li faceva) avrebbero dovuto essere il prodromo a una stagione di successi. “Arriveranno presto anche le vittorie. Vedrete. Guardate quanto si attacca e quanti gol già si fanno.” Stavamo anche già vedendo quanto poco si difende e quanti gol si subiscono. Anche a Milano con l’Inter la Viola pareggerà 2-2. Leggiamo cosa scrisse Gianni Brera.

“La Fiorentina gioca a miracol mostrare. Il caro vecchio Luis Radisa ci offre un’ esibizione memorabile: gli interisti, molto meno devoti dei milanisti, ammettono quasi ringhiando, ma con il delizioso piacere dell’ onestà, che i fiorentini giocano molto meglio dell’ Inter. La giostra dura un buon quarto d’ ora. Poi si organizzano un po’ meglio i nerazzurri, ma si direbbe che rifiatino i Laudrup, gli Effenberg, i Baiano, gli Orlando, i Di Mauro, per avere più spazio in avanti. Le cose precipitano per l’ Inter quando vien meno l’ opera del solo in grado di difendere a sostegno, Bianchi, e dopo di lui esce anche Sammer, che è molto bravo a costruire. La difesa deve sbattere alla disperata per salvarsi ed è miracolo vi riesca.

Bagnoli insiste sul carattere dimostrato, non sulla bravura dei suoi, che è stata scarsa. Ancor più saggiamente loda i fiorentini, che giocano un calcio di grande qualità creativa, fantasiosa e insieme pratica. Anch’ io.”

Poi quando le cose girano e le squadre avversarie sono inferiori vinci 7-1 in casa, come contro l’Ancona, dando spettacolo e portando al gol perfino Luppi, oltre a Di Mauro due volte, Laudrup due volte, Baiano e un autogol di Pecoraro. Peraltro era stata la squadra marchigiana a passare in vantaggio. Quando le cose vanno male e gli avversari sono superiori perdi 7-3 in casa col Milan, malgrado la “Gazzetta” avesse titolato, da proclama cecchigoriano, “Milan fatti in là” e l’aria fiorentina fosse piena di euforia. Quel match avrebbe dovuto mostrare il volto nuovo del campionato. La novità pronta a spodestare la squadra dominatrice di quegli anni, anche nel gioco. Non andò così, anche se il pubblico la prese bene e applaudì sia i giocatori viola che quelli rossoneri a fine partita. Ora, a onor del vero, dobbiamo dire che quella partita fu effettivamente divertente, a suo modo. Si vide un gioco votato all’attacco da ambedue le squadre (sì, una si preoccupava anche della fase difensiva.) Rispetto a delle stagioni votate a degli zero a zero uggiosi come la nebbia fitta in Pianura Padana, rispetto a delle partite e a dei campionati votati alla noia, e comunque non vincenti, vivere una stagione frizzante valeva comunque la pena, purché abbandonassimo le ipotesi immediate di scudetto. Era ugualmente bello continuare a tenere vive le speranze e coltivare i sogni di miglioramenti futuri (un anno, due anni, cinque anni? Intanto divertiamoci. L’importante è che si progredisca. Siamo ancora all’inizio. Arrivare a vincere divertendo sarebbe il massimo. Nel frattempo prenderemo anche delle scoppolate, ma l’importante è essere pronti a rialzarsi e a ripartire meglio di prima. Questi erano miei pensieri ricorrenti.)

Io ero entusiasta di andare allo stadio, di tifare, di odiare i tifosi avversari, di amare gli altri viola, di seguire le trasmissioni, di scoprire novità partita dopo partita, anche coro dopo coro. Andare allo stadio era la più bella esperienza di vita e di distacco di quell’anno. Ci si poteva ben accontentare di una stagione che avrebbe potuto far pensare più a Zeman che al Sacchi milanista, almeno fino a Natale.

Certo. In quel Milan – Fiorentina ho anche sperato in una rimonta impossibile, dal 2-4 al 5-4, dicendo che sarebbe stata in quel caso la più bella partita della storia. Non sarebbe successo. Il tabellino parla chiaro: Baiano al 13’ (già, il gol del vantaggio, del sogno, dei gesti dell’ombrello ai tifosi rossoneri,) Massaro al 25’ (già: lui che giocava col numero cinque nella Fiorentina più bella degli anni Ottanta, quella della stagione 1983-84,) Lentini al 33’(comprato da Berlusconi anche per non concedere giocatori agli avversari,) Gullit al 41’, Massaro al 45’, Effenberg al 48’, Van Basten al 79’, Gullit all’86’, Di Mauro al 90’, Van Basten al 91’. Sarà normale una partita in cui negli ultimi quindici minuti vengono segnate quattro reti dopo che in precedenza ne erano già state realizzate sei? Però, a parte la tristezza del giorno dovuta alla speranza enorme diventata delusione gigante, quella anormalità era a suo modo bellissima.
Intanto il giorno successivo mi rivedo nella casa di Firenze, in Via Barbadori, il mio primo alloggio fiorentino, dietro Ponte Vecchio e a un quarto d’ora a piedi dalla Facoltà di Economia, quella storica di Villa Favard. Mi rivedo esultante a cantare cori di giubilo dopo aver preso trenta all’esame di diritto pubblico. Poi sarò andato sicuramente a fare un giro nelle librerie fiorentine, quasi tutte scomparse oggi, anche per colpa mia. Ricordiamo i loro nomi: Feltrinelli, quella in via Cavour, Seeber, Le Monnier, Marzocco.

La partita col Milan si era disputata il quattro ottobre.

 

Il campionato riprese il 18 ottobre e la partita col Milan era ormai un ricordo. La Fiorentina vinse a Pescara per 2-0 con gol del giovane Beltrammi, un’altra promessa non del tutto sbocciata, e di Baiano su rigore. La giornata successiva, però, fu il non plus ultra dell’entusiasmo viola. La Fiorentina surclassò la Sampdoria. Il 4-0, con doppietta di Baiano e Batistuta, dice poco. Quella partita la ricordo ancora come una col maggior numero di azioni da gol mai create dalla squadra viola. Dominio assoluto, possiamo dire. Quando la squadra girava a mille e tutti erano al massimo e andava tutto bene si potevano vedere spettacoli del genere.

 

Il primo novembre, all’ottava giornata, la Viola perse a Cagliari a causa di un gol all’ultimo minuto di Oliveira, ma la settimana seguente batté la Roma per 2-1 con gol di Iachini e Orlando (Caniggia su rigore segnò al 90’ per i giallorossi.) Vuoi mettere la soddisfazione di zittire i romanisti quando sei in curva Ferrovia? Chi se ne frega se la settimana prima hai perso a Cagliari, anche perché tanto non eri a vedere la partita. I primi scricchiolii forse si cominciarono ad avvertire nelle due giornate successive: pareggio a Brescia (per le rondinelle segnò Hagi, per i viola pareggiò Orlando,) e sconfitta per 4-1 a Napoli: al gol di Di Mauro fece seguito la quaterna napoletana firmata da Policano, Zola (doppietta) e Careca. Non si può dire che in quel campionato non ci fossero giocatori forti.
Arriviamo così al sei dicembre. Il giorno di Fiorentina – Juventus. Voi dovete capire che all’epoca vivevo in tensione la settimana prima della partita e poi il risultato determinava il mio umore di quella successiva. Questo succedeva soprattutto per Fiorentina – Juve, ma non solo. In ogni caso cercavo di non lasciarmi sfuggire le trasmissioni e le letture di approfondimento. La gazzetta a colazione, Radio Blu prima di cena e qualche televisione fiorentina dopo, magari ascoltando le frustate del Ciuffi e le telefonate degli ospiti. Potete immaginare la gioia seguita a quel 2-0 netto e perentorio (Laudrup all’8’, autogol di Sartor ma secondo me rete di Batistuta al 53’) A essere zittiti stavolta furono i gobbi. Sommo gaudio, seguito anche dal superamento dell’esame di statistica. Il pareggio della domenica seguente a Parma fu irrilevante emotivamente. La Fiorentina passò le vacanze di Natale al secondo posto insieme a Inter e Torino, dietro il Milan. Che si poteva volere di più da quel campionato? Il bilancio di quei cinque mesi, malgrado alcuni sbandamenti, poteva riassumersi con sostantivi molto belli: entusiasmo, gioia, speranza, divertimento, piacere.

“Grazie ragazzi per il bel Natale, ma la continuità è fondamentale.” Il tre gennaio la Fiorentina scese in campo per la ripresa del campionato e in Fiesole venne alzato uno striscione con quelle parole. Radice disse che la gente aveva capito, che era necessaria la continuità di rendimento per crescere come squadra e poter restare in alto anche nei momenti di minore forma. La Fiorentina, quel giorno, perse contro l’Atalanta. 1-0. Gol di Perrone. Non fu affatto una brutta Fiorentina. Semplicemente, succede che si perda una partita: gli avversari segnano e tu no. Secondo VCG, dopo questa sconfitta, la Fiorentina era diventata settima e non più seconda per colpa delle scelte dell’allenatore. “Che si può perdere contro l’Atalanta?”. A parte ipotesi di corna tra allenatore e compagna del vicepresidente, nessuno ha mai capito il perché della reazione di VCG. “Qua ci vuole l’antidoping,” sembra che abbia detto il vice allenatore dentro lo spogliatoio.. Forse sarà stato davvero solo un colpo di follia di VCG. Quel giorno Mario, il babbo presidente, aveva la febbre. Forse sarà vera la ricostruzione del Corriere della Sera. Vittorio che entra nello spogliatoio e prende a male parole Radice, contestandogli le scelte tecniche, come aveva fatto ogni volta che la squadra non lo aveva soddisfatto in campo. L’allenatore che prova a calmarlo. L’allenatore in seconda che interviene cercando di evitare che Vittorio continui a spintonare Radice. I giocatori che sono dalla parte dell’allenatore, che provano a difenderlo, “Così sta rovinando tutto,” che poi lanceranno insulti in direzione di Vittorio quando Luna e Casasco, il Gatto e la Volpe, lo porteranno in uno stanzino attiguo allo spogliatoio. Radice dichiarò che non poteva più rimanere. Aveva finora sopportato le intromissioni tecniche di Vittorio, i suoi atteggiamenti faraonici dopo le vittorie, le sue critiche dopo le sconfitte, i suoi proclami roboanti (“Stai buono, che se infiammi la piazza, poi infiammi anche i giocatori del Milan, che già sono forti e poi domenica prossima saranno anche galvanizzati.) Ci fu chi gli suggerì di ripensarci, ma il rapporto non poteva più continuare. Radice, quindi, si dimise.

“Che ne pensi tu?” Mi fu chiesto. Non conoscevo ovviamente i retroscena. “Boh. A me basta che si continui a giocare a zona, o comunque in quel modo spettacolare visto finora, anche a costo di qualche sconfitta. Oppure si può giocare peggio e chiudersi qualche volta di più in difesa, purché sia necessario per arrivare a conquistare lo scudetto.” Potrei avere risposto più o meno così, all’epoca. Solo che non andò così, come sappiamo. Quella bellissima stagione, quel periodo di entusiasmo, sarebbe presto finito. Gli alti e i bassi della vita rappresentati in una stagione calcistica?

David Guetta, nel suo blog, ha ricordato cosa vide e ascoltò quel giorno. “il furioso tentativo di Vittorino di entrare nello spogliatoio per un tentativo di processo sommario, il successivo licenziamento di Radice e le minacce di “farci fare la fine del Bologna?. Magari ci fossimo fermati lì… Mario Cecchi Gori aveva ascoltato la partita a casa grazie al solito collegamento con Radio Blu e quindi rimaneva solo lo sciagurato figlio a presidiare il campo.
Andammo tutti al Savoy in una serata tragicomica, che si concluse alle una di notte. Vittorio cercava il conforto dei giornalisti per le sue tesi quanto meno originali: «non capisce nulla, Radice non capisce nulla. La cosa migliore sarebbe prendere Chiarugi dalla Primavera e mandarlo in panchina: con i miei consigli tecnici possiamo ancora lottare per lo scudetto, con Radice invece non si va nemmeno in Uefa. Anzi, forse è meglio se l’allenatore lo faccio direttamente io, ma non lo posso fare per i regolamenti… Vabbeh, ci mandiamo Chiarugi e poi gli suggerisco io la formazione».

Benedetto Ferrara su Repubblica scriveva quanto segue, facendo riferimento anche alla famosa partecipazione di Vittorio al Processo del Lunedì.

“Quando ha abbandonato il Processo del Lunedì, ieri sera, Vittorio Cecchi Gori era sconvolto, quasi in lacrime. Ai giornalisti ha urlato parole di fuoco. “Basta, me ne vado, mi avete stomacato. Vendo tutti, così farete la fine del Bologna”. Uno sfogo, un altro di quelli che lasciano il segno. Cecchi Gori ha cercato di rispondere alle critiche che gli erano state rivolte sui giornali e in tv dopo l’ esonero del tecnico. “Radice non è senza colpe, prende un miliardo e mezzo l’ anno. E il suo vice Cazzaniga ne guadagna seicento. Non li ho licenziati per gioco, continuerò a pagarli, fino alla fine dell’ anno non faranno nulla”. Poi Biscardi gli ha proposto un confronto in diretta con Gigi Radice. A quel punto Cecchi Gori non ce l’ ha fatta più e ha ricordato con toni molto accesi la campagna acquisti. “Tu hai voluto Di Mauro, tu non conoscevi gli stranieri, tu volevi cedere Orlando” l’ apostrofava Cecchi Gori; l’ altro con flemma e freddezza lo invitava a non far nomi. Intanto però il vicepresidente della Fiorentina aveva pubblicamente esibito le cifre lorde dei contratti. E concludeva così: ‘ Me ne vado, in questa trasmissione non verrò più. Ho cinquantun anni, sono un produttore di grandi film, sono laureato. E qualcuno tira ancora in ballo mio padre. Sì, mio padre sta male e io cerco di farlo contento seguendo anche la Fiorentina. Ma è una fatica immane: i giocatori guadagnano miliardi. Sono un imprenditore, metto io i soldi. E in giro per Firenze, quasi tutti i tifosi mi hanno detto che ho fatto bene’.

Con l’esonero di Radice, la spaccatura della squadra, il turbamento dell’ambiente, la follia incombente di VCG, il giocattolo si era rotto. Il sogno era svanito. La fiorentina non perse solo una partita. Dal 10 gennaio 1993 al 14 marzo 1993 ogni partita fu come l’apposizione di una nuova lapide su un sogno o su una speranza. Oppure, solamente, non fu più così divertente andare allo stadio per vedere le partite, ma restò divertente il resto: restavano da imparare i cori, da vivere delle emozioni insieme al popolo viola e contro gli altri popoli, da gustarsi l’atmosfera da stadio. Le partite? Vivevo le sconfitte senza particolari struggimenti, come se fossero una sorta di sentenza contro chi aveva distrutto il giocattolo. I risultati di quei due mesi successivi alla partita del 3 gennaio? Eccoli. Udinese – Fiorentina 4-0. Fiorentina – Torino 0-0. Foggia – Fiorentina 1-0. Genoa – Fiorentina 2-2. Fiorentina – Lazio 0-2. Ancona – Fiorentina 2-1. (Contestazione ai campini da parte degli ultras, ndrr.) Fiorentina – Inter 2-2. (I viola passano in vantaggio con Batistuta al 7’.. Pareggia Ruben Sosa dopo sei minuti. Lo stesso giocatore interista ribalta il risultato al 70’. La curva Fiesole si svuota. Io mi giro verso lo stadio militare e guardo quello, vuoto, che poi peraltro diventerà il mio stadio di atletica dopo sedici anni. Mentre continuo a non guardare la partita, un’autorete regala un inutile pareggio alla Viola. La contestazione, ovviamente, non si ferma.) Milan – Fiorentina 2-0. (Com’era il titolo solo cinque mesi prima?)

Intanto il 21 gennaio si completò il ciclo di contestazione dei tifosi viola alla nazionale, dopo che nel 1990 fu scelta, dall’Uefa su indicazione della FIGC, la sede di Avellino per disputare in campo neutro la partita di ritorno della finale tra Juventus e Fiorentina. Sorvoliamo sul caso Baggio, su Soriano Aladren, arbitro della finale di andata, sulle contestazioni pesanti contro i Pontello rei di avere ceduto il divin codino, sulle persone comuni che dalle case tiravano i vasi di fiori sui poliziotti in difesa degli ultras che bloccavano il traffico e assalivano Casa Pontello. Sorvoliamo sulla contestazione ai giocatori della nazionale che si stava allenando a Coverciano prima di Italia ’90, sull’auto di Schillaci presa a calci e a pugni, su Nicola Berti trasportato in una camionetta dei carabinieri. Sorvoliamo su tutto questo, perché risale a due anni prima. Italia – Messico fu caratterizzata dai cori degli ultras contro la nazionale italiana di calcio.

 

Torniamo al campionato. Può essere divertente anche imparare come funziona una contestazione alla propria squadra. Arrivano i cori a presa in giro, “Tutti al mare.” “Portaci a Viareggio, Fiorentina portaci a Viareggio.” “Abbiamo undici coglioni.” Il 14 marzo, ormai, la Fiorentina non era più né seconda né settima, ma sprofondata. Finalmente torna comunque alla vittoria: 2-0 contro il Pescara e cori a fine partita in favore degli ex Borgonovo e Dunga, sempre giustamente amati. Non ho più particolari ricordi di quella stagione, come se fossi diventato un amante ferito che non si curava più dei risultati della squadra, anche se continuava ad ascoltare con interesse le trasmissioni, a leggere i giornali, a gustarsi le polemiche, a sentire le opinioni, a sperare in contestazioni ancora più forti, godermi comunque l’atmosfera dello stadio. Nel proseguo della stagione la Fiorentina perse a Genova con la Samp, batté il Cagliari, pareggiò a Roma, pareggiò in casa col Brescia (partita fondamentale? Ho qualche ricordo come se fosse un big match per la salvezza che non andava assolutamente perso. Be’. Il match non fu perso. Ma non bastò per salvarsi.)

A seguire. Pareggio in casa col Napoli, e un punticino con le buone o con le cattive ormai era agognato. Sconfitta senza storia per 3-0 a Torino contro la Juventus. Pareggio col Parma. Sconfitta a Bergamo, dove Effenberg si dette da fare con le cameriere dell’albergo. Ricorda infatti David Guetta:

(In quel periodo…) “Agroppi aveva perso il piglio decisionista della sua prima stagione in viola, Mario Cecchi Gori stava sempre peggio di salute. Rimaneva solo Vittorio, che parlava, parlava, parlava. La squadra cominciò a pagare atleticamente una preparazione leggera, qualcuno come Orlando entrò in depressione, altri come Laudrup e soprattutto Effenberg se ne fregavano di tutto e di tutti. In campo e fuori.
Pare che il tedesco prendesse ordini solo dalla moglie Martina e che per rifarsi delle angherie subite in famiglia fosse molto sensibile al fascino delle donne italiane. Come per esempio a Bergamo dove, si dice, prima della decisiva gara contro l’Atalanta, Effenberg realizzò nella notte una splendida doppietta con le compiacenti cameriere dell’albergo del ritiro viola. Poi in campo sbagliò un gol già fatto ed io esplosi con una frase che ancora oggi tanti tifosi ricordano: «me lo mangerei questo tedesco». Le ultime notizie dalla Germania davano Effenberg in fuga d’amore con la moglie di Strunz, un cognome che doveva ricordargli qualcosa della sua breve esperienza italiana.”
Arriviamo così al 23 maggio. Scontro salvezza contro l’Udinese. Decisivo. Lo stadio sostenne la squadra anche attraverso delle bandiere che sventolavano incessantemente. L’Udinese passò in vantaggio dopo quattordici minuti. Segnò Dell’Anno. Raddoppiò Branca, futuro giocatore viola che litigherà con Batistuta e/o Borgonovo. Sembrò che niente potesse fermare la disfatta, ma fu il giocatore più contestato e menefreghista, Effenberg, a risollevare la barca, almeno per un po’. Segnò infatti al 40’ su rigore e al 60’.
La penultima partita vide i viola pareggiare a Torino. Poi, all’ultima giornata, non bastò vincere contro il Foggia per 6-2, perché Carnevale, a Roma, sbagliò un gol già fatto sotto i cori dei romanisti che chiedevano la retrocessione della Fiorentina e l’Udinese, avversaria dei giallorossi, si salvò a spese dei viola.
La Fiorentina finì in b, per la prima volta dopo trentanove anni. Quella stessa Fiorentina che avrebbe dovuto essere pronta per lottare per lo scudetto, che sembrava volare e che poi era diventata un caleidoscopio di polemiche, di contestazioni, di sconfitte, di giocatori da arrestare per vagabondaggio o stronzaggine, di gioco inesistente, di assenza di carattere. La scena più farsesca fu quella di Effenberg che fuggì vestito da donna  Avranno anche pesato le contestazioni alla nazionale, visto che gli arbitraggi non furono certamente propensi a favorire la squadra. Avrà pesato la scelta della Società di assumere come allenatore Agroppi, che non le aveva mandate a dire ai potenti del calcio dagli schermi televisivi (e torniamo a considerare gli arbitraggi.)  Tra l’altro nelle ultime cinque giornate furono richiamati in panchina Chiarugi e Antognoni. Peccato che in campo non vadano le bandiere.

In tribuna è rimasto per tutta la partita e poi è apparso in sala stampa il solo Mario Cecchi Gori, perché la vittoria ha tanti padri, ma la sconfitta ne ha uno solo, il più dignitoso. Leggiamo. “Zeman, che ieri ha parlato chiaro: “Non ho mai pensato a Firenze e non ho mai parlato con nessuno. Qui, dopo aver preso sei gol, non ci verrei mai per la vergogna. La serie B? Dopo la quarta giornata leggevo che questo era l’ anno dello scudetto a Firenze, ma forse e’ meglio aspettare la trentaquattresima per parlare. Se sono retrocessi, vuol dire che qualcuno ha sbagliato”. Ma qualcuno non e’ qui ad ammetterlo, se ne e’ andato insieme ai primi insulti della curva Fiesole, ripresi dalla curva Ferrovia. Questa volta il decisionista ha delegato, dopo aver chiesto ai giocatori di non parlare con le Tv Fininvest dell’ ex amico Berlusconi. Resta Marione, perche’ la squadra ha scelto il silenzio ed Effenberg parla solo con la Tv tedesca: ha fretta, deve partire per raggiungere la nazionale. “L’ educazione? Cercheremo di fargliela imparare, ma non sara’ facile”. Cecchi Gori senior ha un’ ultima storia, prima di andarsene: “E’ stato un anno terribile. Mia moglie mi accompagna sempre alla porta quando esco di casa. L’ altro giorno non l’ ha fatto. Non la trovavo. Era in un angolo che piangeva. Piangeva per la Fiorentina”. C’ e’ un uomo solo che si allontana, un po’ piu’ vecchio. Si chiama Mario Cecchi Gori,” che poi ci lascerà definitivamente a novembre.

 

 

E i personaggi che ruotavano attorno a quella fiorentina?
http://www.davidguetta.it/la-mia-voce-in-viola/la-mia-voce-in-viola-199394-seconda-parte/
E Radice, assunto dal Cagliari?
Dirà dopo l’ultima giornata: “Mi dà fastidio che siano retrocessi. Avevamo fatto un ottimo precampionato e ci eravamo comportati bene anche in campionato, fino a quel 3 gennaio, sei mesi di una stagione bella, vitale. Parlo di una squadra interessantissima per come giocava e per i suoi rapporti interni. Una squadra che non avrebbe mai dovuto retrocedere”. E invece? “E invece è successo. Guardi che nel calcio gli equilibri sono delicatissimi. Ne sa qualcosa il Milan: a un certo punto non vince più, e chi scopre il perchè è bravo. Magari un particolare, un dettaglio, qualcosa che fa precipitare tutto. Il Milan perde la Coppa Campioni, la Fiorentina va in B. Avevamo trovato insieme il gioco. E se è vero che in una squadra gli scontenti ci sono sempre, perchè a nessuno piace andare in panchina e meno ancora in tribuna, sappia che se c’ è un buon ambiente, se si lavora con serietà, credendoci, beh, anche l’ esclusione la si accetta un po’ di più”.

E poi? Cosa altro successe nel ‘92/’93? La crisi della lira, Tangentopoli, l’esplosione della Lega, gli avvisi di garanzia, le monetine a Craxi, per esempio.
E a Firenze? A Firenze il 27 maggio, mentre dormivo, un boato mi risvegliò. Risvegliò solo me e non il mio coinquilino. Pensai che fosse un tuono. Poi cominciai a sentire il suono delle sirene. Fu la notte dell’attentato agli Uffizi.
E gli altri esami? Economia aziendale e Microeconomia, passati con trenta. Sicuramente saranno seguiti ulteriori letture e ulteriori acquisti di libri. No, ecco. All’epoca non pensavo ai viaggi. Forse ancora giocavo a tennis, ma ero lì lì per smettere.. A Stia il Bar del Ponte sfornava pizze il martedì. Si stava formando o si era già formato un viola club. Il Savelli era ancora un bar attivo. Sicuramente ancora giocavo a ping pong. Il mondo andava avanti in generale e con lui il mio mondo.
E la Fiorentina? Dopo avere partecipato alla contestazione, piuttosto smencia, in piazza Savonarola, non rimaneva che pensare all’abbonamento per l’anno successivo. Perché? Mica penserete che non l’avrei fatto, ora che avevo anche l’occasione di riuscire a prenderlo in Fiesole? Sarà il mio primo abbonamento in Fiesole. Il primo di un’altra ventina.
E i giocatori? Molti finirono in b con la squadra, compresi Batistuta, Effenberg, Baiano. In B esplosero i Flachi, i Robbiati, ma questa è un’altra storia.
Ed Effenberg? Ricorda il blog del Guerin Sportivo: “Effenberg finisce sul banco degli imputati, si dice sia stato lui a far fuori Agroppi, resta il fatto che il purgatorio della serie cadetta attende il tedesco e tutta la città di Firenze.
Il centrocampista freme, vorrebbe scappar via ma i dirigenti viola lo trattengono obbligandolo a rispettare il contratto, per Effenberg l’obiettivo fisso è il Mondiale di USA ‘94 che teme di dover saltare vista la sua situazione. Resta in B e riporta comodamente la Fiorentina nella massima serie, vola alla coppa del mondo perché Berti Vogts lo considera comunque un giocatore prezioso per la selezione tedesca. Dura poco però l’esperienza statunitense per Effenberg: contro la Corea del Sud a Dallas si macchia di un brutto gesto prima di abbandonare il campo per una sostituzione.
Il tedesco torna a casa, punito per uno dei suoi tanti eccessi. Lascia Firenze, sostituito da Rui Costa, e riabbraccia il Borussia Mönchengladbach prima di ripetere il salto fatto otto anni prima e indossare ancora la casacca del Bayern Monaco. Stavolta però il biondo centrocampista non fallisce più e trascina la sua squadra: vince tre campionati di fila, varie coppe nazionali ma soprattutto la Champions League a Milano nel 2001 contro il Valencia di Cuper. Segna anche un gol, alza la coppa e l’Uefa lo incorona come miglior giocatore della competizione.
Nella sua vita non si è fatto mancare niente, come ammette lui: risse al pub, tradimenti, uno anche con la moglie del compagno Strunz, bravate di gioventù come quando rubò la jeep del suo allenatore al Borussia e la distrusse schiantandosi contro un muro. Un tribunale tedesco ha poi condannato l’ ex viola, attualmente capitano del Borussia Moenchengladbach, e sua moglie Martina a pagare una multa di 170.000 dollari (290 milioni di lire) per aver aggredito  un operaio metallurgico a calci e pugni.” Nel 2002 verrà poi accusato da un trans di non aver pagato la prestazione di sesso e droga. A 47 anni forse ha messo la testa a posto, dice di non voler parlare del suo passato ed è diventato allenatore del Paderborn. Su You Tube si vede anche cantare insieme alla nazionale tedesca per i mondiali del ’90.

 

E Brian Laudrup? La sua a Firenze è stata solo una parentesi. Se Orlando è entrato in depressione nel girone di ritorno, Laudrup avrebbe potuto essere arrestato per vagabondaggio. Però si sarà anche trovato spaesato da tutto quel casino. La sua più bella vittoria l’ha ottenuta anni dopo quando ha sconfitto un cancro.

 

 

 

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