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Lo stupore delle prese elettriche

Flessibili o ingessati? Articoli di Alberto Bisin

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Abolire il precariato per legge significa solo ingessare ulteriormente il mercato del lavoro e aumentare la disparità tra e la dualità esistente tra chi è protetto e chi è fuori.
faccia il problema fondamentale: come eliminare alla radice la dicotomia fra salvati e dannati nel mercato del lavoro, ammettendo una volta per tutte che non si puo’ essere salvati in eterno.
Ovvero, non si puo’ restare aggrappati in eterno all’illusione del posto fisso, sicuro, dorato, se possibile nel luogo dove si e’ nati e cresciuti, e magari tramandabile a figli, nipoti, cugini e via parentando.
E’ un’illusione questa che conduce solo alla paralisi: per crescere, invece, bisogna accettare il rischio ed il cambiamento.

http://noisefromamerika.org/articolo/precariato-lavoratori-coordinati-delirio-dirigista

Ma non abbiamo già provato in Italia la strada di avere o il lavoro fisso o nulla? E non ha forse portato al 25% di disoccupazione giovanile (e peggio al Sud, dove il lavoro deve essere fisso e ai salari del Nord, senza riferimento alla produttività, parola cattiva di stampo protestante/calvinista)?
Io sogno una società dove si possa cambiare lavoro con facilità tale che sperimentare, “intraprendere”, fare quello che ti ispira il cuore sia possibile e possibilmente vantaggioso.
Perché non sognare un figlio che prova a disegnare un motore di ricerca piu’ efficiente di quello di Google (con alte probabilità di non riuscirci), piuttosto che un figlio alle Poste? Se anche non avesse le capacità di disegnare un bel nulla, mio figlio, e facesse, che so’, il maestro di sci, spero non sia costretto ad andare su e giù tutta la vita dal Mottarone, ma che se si stufa possa sciare a Lake Placid o ad Alba di Canazei, o in Australia.
“Chi parla male pensa male”. “Precario” è una brutta parola solo perché i precari li abbiamo avuti, ad esempio all’università, non lavoravano e aspettavano un lavoro fisso, che naturalmente hanno avuto, tutti! Ma la precarietà, cioè l’incertezza è spesso inevitabile e necessaria in una società viva e produttiva.
Al dipartimento di economia di New York University, dove lavoro, come in ogni dipartimento di economia serio che io conosca, sono ammessi circa una ventina di studenti di dottorato all’anno. Solo quattro o cinque di questi in media producono lavori di ricerca dopo qualche anno tali da fruttar loro un buon lavoro accademico. Di questi solo uno (o forse meno) in media continua a fare attività di ricerca dopo sette o otto anni (la fase tipica di “precariato”.). Gli altri hanno ricercato e non hanno trovato. Ma trovano lavoro: insegnano, fanno politica nei paesi di origine. Molti finiscono a Wall Street. E fanno programmi, si comprano casa, e quelli più fortunati riescono addirittura a riprodursi!

I ragazzi di Prato e di Carpi troveranno senz’altro qualcosa di intelligente da fare, così come avevano trovato di fare le magliette. Lasciateli cercare.
Una società in cui un solo gruppo demografico e sociale è “precario” (i giovani, ad esempio quelli che non possono aspirare alle rendite garantite dagli ordini professionali) è una società in cui i giovani non vogliono vivere. E poi non e’ solo una questione di “precariato” nel mondo del lavoro. Gli amici che lasciano il lavoro per andare a vivere al mare, aprire una galleria d’arte o un ristorante e così via, devono trovare un mercato degli affitti competitivo nella località di mare, devono riuscire ad avere una licenza per il ristorante in meno di 5 anni,.
Io vivo in una delle citta’ tra le piu’ eccitanti, allegre, interessanti, vive, e produttive del mondo, New York (certo da noi le primavere non sono come a Parigi, ancora fa freddo, e le ragazze a Washington Square hanno i piumini). Qui i giovani “precari” sono molti, moltissimi. Fanno i camerieri mentre provano a scrivere “the best american novel of the century”, i maestri di ginnastica mentre provano a fare gli attori, le modelle, gli artisti, mentre studiano (sì, perché i genitori non hanno pensioni baby con cui mantenerli), o semplicemente mentre cazzeggiano. Lasciano un lavoro e ne trovano un altro con disarmante facilità. Chi qui non conosce il fisioterapista che nel giro di un mese ha deciso che New York e’ stressante (e fa freddo e sono tutti vestiti) e si è trasferito in un paesino di mare a Long Island, l’avvocato che a 40 anni ha deciso di avere fatto abbastanza soldi a Wall Street e ha aperto una galleria d’arte o un ristorante, o qualcuno che invece a 40 anni si è stancato di non fare una lira come artista/scrittore/accademico/attore o si e’ stancato/a di accudire ai figli e ha trovato un “lavoro vero” magari passando prima per università? Non solo, ma tutte queste scelte sono spesso temporanee: “ci provo, per un anno, forse meno, poi vediamo”. Il tutto deciso e organizzato in pochi mesi!! Questa non è precarietà, è libertà, è qualità della vita. Questa meravigliosa “precarietà”, in una città come New York, ha luogo a tutti i livelli sociali: probabilmente ne godono di piu’ gli avvocati e i medici, ma anche i maestri di ginnastica, gli insegnanti, le segretarie e gli infermieri.
http://noisefromamerika.org/articolo/evviva-precariato-eppoi-liberta

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