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Lo stupore delle prese elettriche

Anni 70. Riforme sbagliate e parassitismo trionfante: la nave Italia inizia ad affondare.

Da “Il Paese mancato” di Guido Crainz, con nota kattiva finale.

Tra il 1970 e il 1978 si hanno l’introduzione delle regioni dell’istituto del referendum, l’introduzione del divorzio, la legge sulla casa, lo statuto dei diritti dei lavoratori, la legalizzazione dell’obiezione di coscienza, la riofrma della Rai, la riforma del diritto di famiglia, la riforma tributaria, la riforma del sistema carcerario, la riforma sanitaria, la legge Basaglia sugli istituti psichiatrici.

Furono quasi tutte riforme deludenti.

Prendiamo le regioni. Lo stato non trasferì ad esse solo qualche competenza e qualche compito, ma soprattutto i metodi in uso nel parlamento e nelle commissioni parlamentari: una sorta di cogestione legislativa, di pratica consociativa per la quale si moltiplicavano le mediazioni fra interessi particolaristici, una cultura dell’emendamento.
Le regioni sono invase dai partiti. I governi locali sono gestiti in funzione delle logiche del centralismo partitico. Viene gratificato il ceto politico marginale, accentuandone inoltre la dipendenza dalle segreterie nazionali dei partiti. Aumentarono le competenze istituzionali di un personale politico sempre più numeroso, che poteva controllare maggiormente l’erogazione della spesa pubblica, decidere nomine, assegnare appalti, rafforzare clientelle.

Nelle regioni si realizzava quella clonazione partitica della democrazia che si sarebbe riprodotta nei comitati di quartiere, negli organi di gestione della scuola, nelle unità sanitarie locali.

Scuola, università, pubblica amministrazione, urbanistica, assistenza rimasero senza riforme vere e proprie. Fu dato il nome di riforme a un bricolage che tamponava gli effetti di uno sviluppo senza guida, volto a soddisfare domande particolari con la gestione clientelare del potere, l’uso spregiudicato della spesa pubblica, la feudalizzazione partitica dell’industria a partecipazione statale, degli enti statali con funzione economica, del sistema creditizio, e l’espansione incontrolalta della burocrazia.
Il percorso di quelle pseudo riforme è fatto di discussioni astratte, di continui intralci, insabbiamenti, dirottamenti, rinvii.

La legge sulla casa è una riforma zoppa. L’edilizia popolare finanziata dallo stato stagnerà tra il 1971 e il 1973 e sarà poco più del 3% del valore della produzione totale del settore nel 1974. Era stata il 25% nel 1951 e il 18% nel 1960. Intanto i servizi pubblici subiranno un sensibile deterioramento. In tutto ciò comincia a crepare il terreno sotto i piedi del sindacato e dei partiti.

Incapacità di governo e processi degenerativi che attraversano il sistema dei partiti influiscono pesantemente sulle stesse riforme che vengono attuate. Esse si scontrano con dure resistenze quando presuppongono modifiche di strutture, di culture, di istituzioni, di uomini. Sono i limiti che peseranno sulla riforma carceraria e sulla legge Basaglia.

La riforma della Rai è affidata alla mediazione dei partiti e diventa il non plus ultra della lottizzazione. Un tg a me e uno a te. Il vertice aziendale è all’interno dell’area governativa. La lottizzazione è ingiustizia distributiva: esalta il clientelismo, la fedeltà al potente di turono, la tessera, l’appartenenza a una corrente.

La lottizzazione causerà il fallimento della riforma sanitaria. Nata per metter fine alla giungla selvaggia delle mutue, a sprechi e a sperperi, a ingiustizie e disparità diffuse, la riforma sanitaria darà nuovo alimento a molte storture che voleva combattere. A ciò contribuirà l’immediata lottizzazione delle undicimila cariche di nomina politica che prevedeva. Le unità sanitarie locali saranno riempite di giovani faccendieri, di opachi funzionari di seconda fila, di apprendisti pronti a esibirsi su altri palcoscenici, di ex deputati, ex sindaci, ex assessori e pensionati vari.

Ndrr: Quante persone tra i responsabili del declino!. C’è chi oggi vorrebbe continuare su quell’andazzo o dice che quelli erano bei tempi e quelle belle persone. Pezzi di merda erano, tutti. Questo è storicamente il settore pubblico italiano, in cui tanta gente voleva a tutti i costi entrare e in quegli anni lì ci entrava pure. Quante di queste persone avrebbero potuto contribuire allo sviluppo dell’economia italiana, se avessero messo a frutto le loro capacità nel privato, in settori efficienti e produttivi? Ricordiamo anche che le risorse finanziarie e umane venivano destinate a lavori improduttivi e inefficienti, non perché lo siano per forza quelli pubblici, ma perché lo sono stati quelli italiani. Questa allocazione di risorse inefficiente, questa espansione dell’inefficienza non poteva che portare a debiti (a lungo termine, vedi anche le pensioni retributive), a furti intergenerazionali, a riduzione della produttività totale dei fattori e quindi della crescita.
Tra i responsabili del declino ci sono anche coloro i quali votavano per certe persone e per certe politiche. Dato che le riforme di fine anni Settanta furono fatte in combutta tra democristiani e comunisti, ecco che un buon settantacinque per cento della popolazione italiana di allora è da ritenersi coinvolto nel declino futuro.

Certo. La terza Italia era un’altra cosa, ma qualche decennio dopo sarà risucchiata anch’essa nella voglia di parassitismo. Quando non vorrà affrontare il cambiamento dovuto alla globalizzazione, cioè, e chiederà di entrare tra i parassiti.

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