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Lo stupore delle prese elettriche

Grecia: e ora? O scambio tra meno debito e riforme strutturali o fine delle negoziazioni.

Continuiamo la serie di post sulla crisi greca. Le puntate precedenti sono qui, qui, qui, qui.

Oggi cosa fareste? La soluzione che salverebbe capra e cavoli sarebbe quella di contrattare una parziale cancellazione del debito o un’attenuazione del suo peso, in modo da permettere il ritorno alla crescita della Grecia, con l’adozione di quelle riforme strutturali che…permettano il ritorno alla crescita della Grecia. Una crescita, però, reale, non drogata, tesa a stimolare la produttività e la competitività, la voglia di innovare e di produrre e l’abbandono del parassitismo. I privilegiati che godono di interessi protetti, di rendite di protezione, di soldi altrui, di esenzioni fiscali dovrebbero farsene una ragione.

In questo modo non si disintegrerebbe l’Euro e soprattutto l’Unione Europea. Nati ambedue male, l’uno e l’altra hanno comunque dalla loro una logica di integrazione, sia di popoli che di mercati.
Secondo alcuni, però è arrivato il momento di creare un precedente e delle regole in base alle quali si evidenzi che a queste non si deroga, che i paesi insolventi non devono ricevere prestiti, che i paesi con una storia di default non devono entrare in unioni monetarie a meno che non dimostrino di avere cambiato rotta, che devono essere previste forme di default ordinati di un paese. Forse, dati tutti gli errori del passato, il precedente non andrà applicato al caso della Grecia, ma se il governo rifiuta di negoziare seriamente, deve essere messo alle strette con un prendere o lasciare: non è obbligatorio trattare all’infinito

Ecco una serie, lunga, di link e stralci che rimandano ad alcune posizioni che valgono, anche in merito al referendum sull’accettazione delle proposte della Troika che si sta per tenere in Grecia.

UNO

Per David K.Levine, da Facebook: “Does the outcome of the Greek referendum matter? Probably not so much. If it fails the government will no doubt fall. If it passes there will be no meaningful negotiations – the EU will negotiate like crazy but won’t reach an agreement because they don’t trust Syriza. After the consequent catastrophe – the banks won’t suddenly have euros to pass out – the government will fall anyway. Better to shorten the catastrophe by voting yes of course.” La posizione di Alberto Bisin sul referendum è analoga: “una vittoria del sì equivarrebbe ad un altro calcio alla lattina, spostando un po’ il muro: a breve l’attuazione del piano finirà infatti per richiedere ulteriori negoziazioni, tra controparti ormai poco inclini a fidarsi l’uno dell’altra. Il no porterebbe invece la Grecia ad una crisi economica ancora più dura di quella presente da affrontarsi con poco aiuto da parte dell’Unione e altri organismi internazionali.”

DUE

Per Paolo Manasse: “occorrerebbe allungare il tempo di ripagamento del debito verso la Troika, ridurre le pretese in termini di avanzo primario, liberalizzare servizi e professioni, eliminare le barriere all’ingresso nei mercati dei prodotti e in quelli di esportazione, riformare sì ma con gradualità il sistema pensionistico anche per non peggiorare le aspettative di redditi futuri, ridurre la burocrazia, eliminare i vincoli al credito per le piccole e medie imprese.”

TRE

Per Alberto Bisin: “Un default sui titoli detenuti da BCE e FMI sarebbe un atto gravissimo. Un default concordato (invece che unilaterale) sui titoli detenuti dai fondi europei “salva-stato” rappresenterebbe proprio quel bailout fra stati membri che i trattati intendono impedire. Inoltre è necessario creare chiari precedenti che mostrino quali sono le regole effettive (e non solo quelle astratte) che governano il rapporto fra fiscalità statale e dell’Unione, quali siano le condizioni e le procedure perché un paese insolvente vada in default.”

QUATTRO

http://www.economist.com/blogs/buttonwood/2015/07/greek-crisis-0 (In caso di vittoria del no, la Grecia potrebbe anche risollevarsi dopo un tempo forse breve da incubo, come si sono risollevate l’Argentina dopo il 2001, che però aveva più materie prime da esportare, o il Regno Unito dopo il’92, che però aveva la sterlina. Tutto dipende da come Tsipras gestirà il dopo referendum.)

CINQUE

Michele Boldrin nel 2012: http://www.linkiesta.it/grecia-tagli-debito-pubblico In Italia si pensa, soprattutto i media, che la situazione della Grecia sia figlia delle decisioni di Merkel e Sarkozy, causa di tutti i mali di cui l’Europa soffre. Ma è proprio così? In realtà si tratta di un paese che per più di un decennio ha vissuto su una spesa pubblica impazzita ed in continua crescita, prendendo a prestito da chiunque, per consumare e non per investire, mentre alterava i propri conti per ingannare i creditori. D’altro canto, l’Italia è anche l’unico paese europeo dove l’intera classe politica concorda sull’utilità degli “eurobonds”, di un sistema bancario controllato da fondazioni controllate da politici, di una compagnia aerea sussidiata purché di bandiera, di una banca pubblica che gioca a fare da venture capitalist, di un duopolio pubblico-privato nel settore televisivo e di tante altre cose molto greche, fra cui una bella e rinnovata politica industriale pubblica. Auguriamoci che l’opinione, già maggioritaria negli spettacoli televisivi di “approfondimento” (sic), secondo cui il default è buono e fa bene non si aggiunga a questa lunga lista di insensatezze. Perché, allora, il salatissimo prezzo della disinformazione dovremmo pagarlo piangendo lacrime amare che le elucubrazioni confuse del signor Guido Rossi, di certo, non asciugherebbero.

 

SEI

Tommaso Monacelli, professore di Economia: http://www.lavoce.info/archives/35923/per-atene-cercasi-piano-brady-disperatamente/ Ci vuole un piano Brady, che funzionò in America Latina, e sostanzialmente si tratta di uno scambio tra riforme e cancellazione del debito.

SETTE

http://www.pianoinclinato.it/e-se-dicono-di-no-greferendum/#more-8290. Uno scenario inquietante, ma plausibile in caso di vittoria del no.

OTTO

Stieglitz e Krugman sono per il no. Il primo, come Piketty e Sachs, crede davvero in quello che dice e, come gli altri due, ha una reputazione meritata, anche se poi è diventato più un columnist che un economista, visto che ha più ritorni. Sulla parabola di PK stendiamo un velo abbastanza pietoso. (Queste considerazioni sono di un famoso economista italo americano.)

http://www.nytimes.com/2015/06/29/opinion/paul-krugman-greece-over-the-brink.html?_r=1
http://www.theguardian.com/business/2015/jun/29/joseph-stiglitz-how-i-would-vote-in-the-greek-referendum

NOVE
http://www.bruegel.org/nc/blog/detail/view/1662/ (La Grecia ha tutto da perdere dall’eurexit, non avendo un’economia forte strutturalmente, rischiando iperinflazione anche per la non accettazione da parte degli agenti economici della sua moneta ecc. Conviene tornare a trattare.)

DIECI

http://www.giustiziafiscale.com/index.php?option=com_content&view=article&id=783%3Aniente-pasti-gratis-nemmeno-nei-ristoranti-greci&catid=43%3Agiustizia-fiscale-possibile&Itemid=127 Alcune tra le  proposte della troika sugli aumenti d’imposta sono logiche e giuste anche per ragioni di equità: perché gli armatori non devono pagare le tasse? Perché i ristoranti devono avere aliquote agevolate? Perché i ricchi possidenti nelle isole devono godere di sconti fiscali? Queste proposte  si scontrano con due problemi: aumentare le tasse disincentiva gli investimenti (ma lo Stato deve anche raccattare soldi e quelli proposti sono serbatoi da cui è ragionevolmente giusto cercare di attingerne più di quanto sia stato fatto finora.) Il problema maggiore, però, è che anziché il gettito rischia di aumentare solo l’evasione.

UNDICI

http://www.greekcrisis.net Qua c’è una collezione di articoli sulla crisi.

DODICI
http://www.ft.com/intl/fastft/353211/markets-shrug-greek-default-imf Ai mercati del default greco, forse non frega niente.

TREDICI

http://www.ekathimerini.com/198580/article/ekathimerini/business/greece-may-find-it-is-easier-to-close-banks-than-re-open-them. Potrebbe essere più difficile riaprire le banche di quanto sia stato chiuderle. Soprattutto se vincono i no, la Grecia va in bancarotta e il sistema bancario crolla.

QUATTORDICI
http://www.leoniblog.it/2015/05/25/grexit-meglio-regole-concordate-di-uscita-le-monete-prigione-basate-su-eccezioni-non-reggono/
Meglio regole concordate di uscita: le monete prigione basate su eccezioni non reggono. Chiaro?

QUINDICI
Dare il messaggio che si può entrare e uscire dall’euro va contro il principio di Stati Uniti d’Europa. Non basta dire che gli Stati devono essere sovrani e respinsabili: occorre darsi una vera costituzione all’americana e un parlamento più potente. Gli stati devono essere obbligati a meno sovranità e più responsabilità. Altrimenti bastava la cee.
http://stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/1213-il-sacrificio-della-grecia-e-l-immaturita-dell-europa

SEDICI
Un accordo era possibile e non è stato voluto. Il rischio è la disintegrazione. Questa Europa è fallita.
http://www.lavoce.info/archives/35890/atene-dove-fallisce-la-politica-europea/

DICIASSETTE
Siamo creditori. Abbiamo già liberato i greci dal fardello dei creditori privati. Le riforme le devono fare, le condizioni non possono dettarle loro. Col liberi tutti o i patti si possono rompere non si fa la storia.
http://www.linkiesta.it/perche-non-siamo-dalla-parte-dei-greci-puglisi-0

DICIOTTO

ecco un commento di Michele Boldrin: a un certo punto bisogna smettere di trattare.
https://www.facebook.com/mboldrin/posts/10206582695702030  Molti (inclusi stimati colleghi ed amici) vogliono interpretare gli eventi “greci” dell’ultima settimana come effetto di una “situazione sfuggita di mano” ad entrambe le parti. Da cui segue che “entrambe le parti hanno colpe e responsabilita’” e che occorre rinegoziare eccetera eccetera. Not true.
Anzitutto perche’ le parti non son due ma, almeno, 4 (Grecia, UE, BCE, IMF) e che l’ultima, in particolare, ha interessi mondiali difficili da allineare con quelli delle prime tre (da cui il “repentino” cambio di gioco di Madame Lagarde …).
In secondo luogo perche’ il governo di Syriza ha giocato sporco sin dal primo momento e non ha MAI voluto una trattativa seria che conducesse ad un accordo soddisfacente anche per le controparti. Han pensato sin dall’inizio, e lo pensano ancora, di poter ricattare e, ricattando, portarsi a casa tutti i soldi sul piatto, e magari qualcuno in piu’ [Vedasi commento di Oscar Giannino a questo post, con il quale concordo e che motiva quanto segue, sino a capoverso]. Il punto complicato, in questo caso, diventa: “qual’e’ il momento ottimale per andare a vedere le carte di un avversario che, ne sei certo, sta barando ma gode delle simpatie di una parte dell’opinione pubblica del tuo stesso paese in quanto apparente vittima”? Ex post e’ ragionevole pensare che, forse, il tempo adeguato era qualche mese fa, maggio o giu’ di li’. Pero’ questo e’ un giudizio “post hoc”, quindi facile per noi da dare ora.
Il punto di fondo, comunque, e’ per me un altro: non e’ vero che occorre sempre trattare e non e’ vero che tutto sia sempre modificabile ed alterabile. Ignorare che siamo in un gioco ripetuto in cui alcune (potenzialmente molte) parti hanno interesse a chiedere “rinegoziazione” sempre e comunque, conduce ad una trattativa infinita che peggiora le cose perche’ gli squilibri nel tempo si aggravano. Non so se esistano “renegotiation proof” equilibria (quindi, strategies) per il gioco chiamato “Eurozona” ma so che nessuna unione monetaria, fiscale ed a maggior ragione politica, e’ possibile se, by trial and error, non si va cercando un equilibrio “costitutivo” (quindi, costituzionale) che sia renegotiation proof.
E per trovarlo occorre, a volte, smettere di rinegoziare e mettere sul tavolo una, per temporanea che sia, take it or leave it offer. Ad un certo punto, insomma, occorre assumersi il rischio di tracciare una linea sulla sabbia e renderla invalicabile.
Chi non rischia non cresce ma declina nella miseria crescente. Gli italiani, fra tutti, dovrebbero averlo appreso dopo 40 anni di “negoziazioni e mediazioni” eterne e fallimentari.

 

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