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there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

Guarda Firenze 2009: la mia prima gara.

Il re dell’elucubrazione mentale cosa può fare se non pensare a tutto quello che può andare male?
Il ricordo costante era che a marzo, ai primi caldi, dopo un allenamento, si era fermato a parlare con degli amici in un posto all’ombra e mi ero sentito male finché non ero arrivato a casa e mi ero sdraiato.
Quindi, intanto, occorreva accertarsi di mettere la vaselina nei punti critici . Successivamente la prova pettorale. Non avendo intuito che si può mettere dietro la maglietta, prima di indossarla, rendendo quindi più agevole l’inserimento delle spille in modo tale che il pettorale resti piano e disteso, mi sono imbarcato nell’impresa di farcela con addosso la maglietta. Dato il mio livello di imbranataggine al primo colpo in qualsiasi cosa faccia, l’operazione si rivelò alquanto laboriosa e  dovetti anche andare al pronto soccorso proprietaria della casa in cui mi trovavo. Successivamente, avrei imparato che tenere il pettorale disteso anticipando l’esito finale, aiuta per individuare dove e come spillarlo alla maglietta.
Naturalmente non sapevo bene come vestirmi (leggero, con o senza giacchetto), ma avevo le istruzioni del personal trainer.  Rifiutai di portare lo zaino e quindi mi feci il percorso in autobus vestito da corsa, in modo da non avere problemi in più (dove mettere lo zaino, come ritrovarlo, aver paura di non ritrovarlo, come cambiarsi, dove cambiarsi, dove saranno i bagni e le docce, quanta fila dovremo fare, se poi ci sto troppo, ecc.). Mentre ero in autobus, vedevo il nostro istruttore correre, sua solita andatura naturale: non l’ho mai visto fermo.
Prima avevo fatto colazione. Dopo essermi studiato il grande libro della corsa e non aver capito che dieci chilometri si possono fare anche a digiuno, mi sono preso un bellissimo latte più pasta che, per quanto agevolmente digerito per la gara, non era proprio il top.
I momenti precedenti la partenza, specialmente se è tempo buono, sono sempre entusiasmanti. C’è tanta gente che si prepara e trasmette serenità e voglia di agonismo al tempo stesso. Dovevamo andare piano, ha ripetuto continuamente l’istruttore. Non avevamo cronometri, quindi andavamo a sensazioni e per sapere come andare dovevamo fidarci del nostro corpo e del nostro respiro, senza mezzi meccanici che ci potessero in qualche modo aiutare o far perdere di vista il rapporto con noi stessi.
Mi sembrava di essere partito troppo velocemente, ma vedevo una fiumana di gente superarmi. Uno ha anche rischiato di inciampare su di me. Intanto la gente parlava. Dato che in realtà andavamo piano, si formavano gruppi con persone che parlavano anziché pensare troppo al tempo. Questo succederà anche in altre occasioni: finché si va piano e soprattutto nei primi chilometri di gara c’è tempo per parlare, ascoltare, socializzare.

Cominciata la salita, ho pensato di rischiare, di dare il massimo e poi avrei visto dove sarei arrivato. Ho affiancato anche la Loretta, compagna del gruppo di corsa, che aveva il “blocco della salita” e mi sono diretto verso il Piazzale, facendo salti mentali di gioia quando qualcuno diceva che stava finendo.

Ad un certo punto ho visto perfino il gruppo dei sei al chilometro e ho provato a stargli in contatto: riuscire a fare dieci chilometri in un’ora sarà solo l’inizio, ma dovevo ancora arrivarci.
Mantenevo comunque un’andatura costante (evidentemente allora mi riusciva), pensando a come sarei arrivato, anche se a volte rallentavo anche per fare gruppo e ascoltare i discorsi. Loretta dirà di essere stata affiancata da un fruttivendolo settantenne che l’ha invitata a casa sua.
Ogni cartello che annunciava i chilometri percorsi era un punto di riferimento e un segno: mi chiedevo se aver fatto tre o cinque chilometri a quell’andatura fosse stato bene o male, mi chiedevo se fossero pochi o già tanti, ma sentivo che stavo andando bene. Psicologicamente è stato provvidenziale il rifornimento ai cinque chilometri: acqua, tè, sali, frutta. Credo di non aver mai avuto un rifornimento così fornito. A me è servito per rassicurarmi che non sarei svenuto.
La discesa. Cercavo di non accelerare, ma probabilmente un po’ ho aumentato l’andatura e ho raggiunto quasi il gruppo dei sei al chilometro.
La parte più interessante da un punto di vista agonistico è stata l’ultima: due chilometri pianeggianti sotto il sole. Mi dava un po’ noia il caldo. Vedevo tanta gente davanti, ma bastava tenere il passo per superarla e questo dava molta spinta psicologica. “Siete andati troppo forte prima e ora vi riprendo tutti.2 Un po’ di stanchezza c’era, ma alla fine è stato bello tagliare il mio primo traguardo.
Subito dopo ho sentito un piccolo calo di pressione e mi sono rifocillato di acqua, sali, frutta e pastina.
Durante la gara ascoltavo costantemente le mie sensazioni e pensavo all’avanzamento della strategia di gara.
Durante la gara tenevo il passo delle persone che avevano il mio stesso ritmo e stare  con loro serviva anche a darsi manforte. Era divertente anche inseguire qualche ragazza o personaggio con magliette curiose. Di quella gara restano quelle col cappellino “Fiorentina girls” o la maglietta playboy o la ragazza che ballava più che correre, ma andava forte, e aveva l’ipod nelle orecchie.
Il tempo finale sarà di 1 ora e tre minuti e sarò soddisfattissimo.
Dopo la corsa avevo ancora nelle gambe molti chilometri, almeno camminando, visto che sono ritornato a casa a piedi e poi ho fatto lunghe camminate per trovare un circolo Arci per vedere la Fiorentina battere il Catania.

La sera, poi, è stato il turno della cena del dopo corsa con tutto il gruppo.
Alla fine è rimasta la serenità, oltre alla consapevolezza di andare oltre i propri limiti senza rischiare troppo.

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