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Lo stupore delle prese elettriche

I cicli economici spiegati dal prof. Boldrin (1)

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Sbobinatura

 

I cicli economici sono le alternanze di periodi di crescita, stagnazione, recessione.

Sono il tema principale della macroeconomia.

 

Da sempre i sistemi economici crescono oscillando. A volte crescono parecchio, altre volte entrano in fase di stagnazione

 

Questo feonomeno c’era anche prima della rivoluzione industriale.

 

Nelle recessioni non tutti soffrono. Qualcuno perde il lavoro, qualcuno smette di crescere ma non tutti.

 

Recessioni = riduzione nell’attività economica di consumi e investimenti tali che le variazioni negative superano quelle positive. Quelli che calano sono di più di quelli che crescono.

 

In una recessione per la grande maggioranza non succede niente. La recessione colpisce segmenti ampi ma per molti non ha conseguenze nel loro lavoro o nella loro produzione, pur sapendo che c’è e notandola magari dai prezzi. C’è anche chi cresce.

L’opposto accade nelle fasi di espansione.

 

 

Vediamo questo grafico: https://fred.stlouisfed.org/series/GDPC1

Indica il pil reale negli Stati Uniti misurato a dollari costanti del 2012, per un periodo che va dal 1947 a oggi, trimestre dopo trimestre. Cercabile su google come “real gdp usa constant dollars 2012 from 1948 to 2019 trimester” o direttamente sul sito fred nella sezione real gross domestic product. Le barre verticali mostrano le recessioni. Consideriamo che questa è la misura del pil reale, aumentato di dieci volte. Nello stesso periodo sono cresciuti anche la popolazione e la forza lavoro. Il pil pro capite quindi in realtà è “solo” raddoppiato.

 

Vediamo come a volte, per esempio nel 2001, la recessione sia in realtà una stagnazione. La linea è piatta. La recessione è invece rappresentata da una linea declinante nel 2008.

In generale a volte il pil cresce, altre volte cala. Il trend di lungo periodo è di crescita.

 

L’ultima crescita è stata sostanziale per durata e per tassi di variazione.

 

Guardiamo la situazione decennio dopo decennio (percentuali calcolate approssimativamente da me) e non da fine recessione a inizio recessione successiva (calcolo da fare in seguito). Dal 1951 al 1960 il pil è cresciuto del 52%. Dal 1961 al 1970 il pil è cresciuto del 51%. Ci sono più recessioni di quante ce ne saranno in seguito. Anche le variazioni sono più sostenute. Nel decennio 1971-1980 il pil è cresciuto del 34%. Stessa percentuale si ha nel decennio successivo. Dal 1991 al 2000 il pil è cresciuto del 40%. I tassi di crescita sono inferiori, ma la durata dei periodi di crescita è più sostenuta. Dal 2001 al 2010 il pil cresce del 15% e supera due recessioni. Dal 2001 al 2019 vediamo solo crescita, per un 22% totale.

 

 

Gli economisti da un secolo a questa parte hanno detto “studiamo la crescita separatamente dalle oscillazioni” e è un guaio. Ci sarebbe una forza, di lungo periodo, che produce crescita e che fa aumentare produttività, occupazione, reddito pro capite. Un’altra forza invece farebbe crescere il pil, poi si stancherebbe, determinerebbe una recessione per poi recuperare. La maggioranza dei macroeconomisti pensa ai cicli economici in questo modo. I cicli sarebbero delle oscillazioni. Questa è l’idea di base dei modelli cosiddetti keynesiani. Data la tendenza di lungo periodo di crescita, nel breve periodo occorre smorzare le deviazioni. La linea di trend viene trattata fin troppo come esogena.

Questa però è un’approssimazione.

 

Vediamo i dati di alcuni paesi europei. Da Google public data gdp per capita ppp costant 2000 since 1990. Ger fra ita spa

Cosa osserviamo?

La tendenza di crescita è abbastanza debole in tutti quei paesi. I cicli quasi spariscono. L’Italia ha sofferto di più la recessione, che inizia prima della bolla dei subprime e un anno prima rispetto agli altri paesi. In seguito la linea è più piatta che negli altri paesi. La  crescita del reddito procapite in Italia è uguale a quella tedesca fino al 2005. Poi la Germania si stacca e poi recede nel 2008 mentre non risente del 2011. Notiamo a margine come i tedeschi avessero fatto delle riforme strutturali. Dopo il 2011 si riprendono tutti tranne l’Italia. 

 

La teoria dominante, usata anche dalle banche centrali, quella misto keynesiana, prende la crescita come data e tratta la causa della recessione come uno shock esogeno. Dice che il sistema si stava muovendo tranquillo nella sua crescita, poi è arrivato un colpo di vento che per mille cause lo sposta e arriva la recessione.

La politica economica diventa “come fermo la recessione e ritorno alla crescita?”.

La stranezza è che la causa non viene specificata.

Si sente dire c’è stata, ad esempio, crisi di domanda. Se c’è recessione c’è crisi di domanda perché se cade la produzione, per definizione contabile cala il reddito e calano la domanda di consumi e la domanda di investimenti.

Quale sia la causa è una cosa diversa. Deve calare la domanda perché  cala l’offerta. Cala la domanda nel momento in cui cala l’offerta. Le due curve si aggiustano una con l’altra in parte coi prezzi e in parte con le quantità.

Quale fenomeno causa la deviazione, cosa causi il colpo di vento è materia dibattuta da più di un secolo e le idee sono diverse.

La discussione sulla domanda si concentra solo su questo aspetto: è calata la domanda, la devo far ricrescere. Ma dal punto di vista logico c’è un salto. Non so da dove viene il colpo di vento, che può venire da cause politiche, tecnologiche, cambiamenti delle aspettative, riforme fiscali mal fatte o non fatte, aumenti del prezzo di materie prime, arrivo di un paese concorrente. Non so qual è la causa, ma saprei qual è la cura: far crescere la domanda. Questo è il limite logico ed analitico su come guardare al ciclo economico.

I sintomi sono che cala il pil, cala la domanda, cala la crescita e il livello di occupazione ecc., ma la diagnosi della malattia può essere sbagliata.

Dobbiamo chiederci quale sia la malattia.

La domanda quindi è quale sia la causa della recessione, che poi provoca calo di investimenti, di occupazione, di domanda ecc (non sempre invece si ha calo di produttività).

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