Crea sito

there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

I giovani italiani e i perdenti della globalizzazione

| 0 commenti

Da “L’austerità fa crescere” di Veronica De Romanis

La globalizzazione e i fenomeni migratori hanno contribuito ad alimentare l’insicurezza dei cittadini, in particolare dei più deboli, che si sono sentiti abbandonati da chi aveva la responsabilità di proteggerli.
La crisi occupazionale ha travolto i giovani e ha dato luogo a una frattura tra generazioni: per la prima volta le condizioni di vita dei figli saranno peggiori di quelle dei padri.
I partiti tradizionali non hanno saputo fornire risposte né rassicurazioni e hanno inseguito i populisti sul terreno della chiusura e del muro.
Tra l’altro ci sono a nord movimenti populisti pro austerità.
Afd è nata perché si diceva che i fondi ai greci toglievano soldi a ospedali e scuole.
Le regole di bilancio europee spesso non sono state rispettate e mai ci sono state sanzioni.
La spesa pubblica in più non ha ridotto il peso dei populisti.
Le regole di bilancio seguite e i conti in ordine avrebbero potuto permettere di togliere fiamma ai populisti perché tolgono potere discrezionale alla casta, che è stata la fonte della nascita dei cinque stelle.
I movimenti populisti si sono intestati la battaglia allo spreco, allo sperpero delle risorse pubbliche.
Barriere commerciali, ritorno alle valute, blocco delle frontiere, fare politiche espansive è ciò che dicono di volere i populisti. E danno colpe a destra e a manca.
L’uscita dall’euro di tutti causerebbe guerre commerciali al ribasso, inflazione, aumento dei beni importati, aumento dei prezzi dei prodotti low cost comprati dai poveri, percettori di reddito fisso colpiti. Alla fine quando vanno al governo sono meno populisti di quel che dicono
L’Italia quando ha beneficiato di flessibilità l’ha usata per aumentare la spesa corrente anziché gli investimenti.

La lista dei salvataggi attuati dall’Europa dal 2010 è lunga: tre rivolti alla Grecia (330 miliardi di euro complessivi), uno all’Irlanda (85 miliardi), uno al Portogallo (78 miliardi), uno alle banche spagnole (100 miliardi di euro, dei quali solo 39 sono stati utilizzati) e uno a Cipro (10 miliardi), per un totale di circa 600 miliardi.

In Francia è scoppiato il caso dell’idraulico polacco, le plombier polonais, che avrebbe rubato lavoro mentre i polacchi tornano in Polonia, dove la probabilità di trovare lavoro è tre volte più alta che in Francia.
I lavoratori stranieri nel Regno Unito sono contribuenti netti e quindi pagano più tasse allo stato inglese dei sussidi e trasferimenti che ricevono.
I populisti fanno leva sulle sfide dell’immigrazione, del terrorismo, della sicurezza, di chi è stato penalizzato dalla globalizzazione.

In effetti, se per una parte della popolazione mondiale i benefici sono stati enormi, per un’altra ha comportato pesanti costi sociali ed economici. A dare voce a questi «perdenti della globalizzazione» sono stati i movimenti antisistema, che, per contrastare gli svantaggi derivanti dalla maggiore apertura delle economie, propongono tutti la stessa, semplice soluzione: la chiusura.

Chiudersi a un fenomeno inevitabile e inarrestabile come la globalizzazione non può essere considerata una strada praticabile, perché i mercati sono ormai troppo integrati e interconnessi per poter innalzare barriere di qualunque tipo. Inoltre, come sostiene Bill Gates – che di globalizzazione se ne intende, visto che Microsoft ha contribuito ad accelerarla, ma che ha anche cercato di attenuare alcune delle conseguenze più negative attraverso le sue fondazioni benefiche –, «nonostante la globalizzazione crei controversie, è un processo che offre più opportunità che svantaggi».

I dati sembrano dar ragione a Gates. Uno studio della Banca mondiale, pubblicato nell’autunno 2016 rileva come la globalizzazione abbia migliorato le condizioni generali di vita nel mondo. Negli ultimi venticinque anni le persone sotto la soglia di povertà sono passate dalla cifra record di due miliardi a 767 milioni e questo anche grazie al fatto che i paesi meno sviluppati hanno subito il contraccolpo della crisi finanziaria in misura minore degli altri; la percentuale di poveri sul totale della popolazione si è, così, ridotta di un terzo, dal 35% del 1990 al 10,7% del 2013.

La globalizzazione ha contribuito inoltre a rendere il mondo un po’ meno disuguale: l’indice di Gini è sceso da 0,69 a 0,62. Le disuguaglianze, peraltro, sono diminuite sia tra paesi che all’interno dei singoli Stati. In quasi due terzi delle ottanta economie analizzate, i redditi del 40% della popolazione più povera sono cresciuti maggiormente rispetto al totale. La classe media, invece, è stata la più penalizzata: negli ultimi trent’anni gli aumenti di reddito sono stati pressoché nulli. A figurare come «vincitori» della globalizzazione sono dunque i più ricchi e i più poveri delle economie emergenti, a cominciare dalla Cina; i «perdenti» sono invece i membri della classe media dei paesi occidentali che hanno perso il lavoro, lo status sociale e il reddito. A ciò si è aggiunto un altro fenomeno, una «frattura» generazionale. Per la prima volta dal dopoguerra, infatti, i figli hanno meno opportunità dei padri, e ciò riguarda quasi il 70% delle famiglie dei paesi occidentali sviluppati.

In Italia a pagare il prezzo della crisi sono stati soprattutto i giovani.

Negli ultimi vent’anni il reddito degli over sessantacinque è aumentato del 19%, mentre quello degli under trentacinque è sceso del 15%. Il risultato è che più della metà dei poveri è costituita da giovani fino a trentaquattro anni, mentre gli anziani sono solo un ottavo. Alla base di queste dinamiche vi è la disoccupazione: non ha lavoro quasi un giovane su due che lo cerca, il doppio della media dei paesi della moneta unica. Negli ultimi dieci anni, il tasso di disoccupazione è aumentato del 70% fra i quindici-ventiquattrenni e del 72% fra i venticinque-trentaquattrenni; nello stesso periodo, il tasso di disoccupazione degli ultracinquantenni è cresciuto solo del 30%. Di conseguenza, sette giovani su dieci vivono ancora con i genitori, una percentuale due volte superiore ai partner europei e che colloca l’Italia in fondo alla classifica, davanti soltanto a Malta e alla Slovacchia.

Nonostante tali numeri allarmanti, la distribuzione della spesa pubblica risulta tuttora a netto vantaggio della popolazione anziana. I dati Istat indicano che i fruitori dei principali contributi assistenziali previsti dal nostro sistema di Welfare sono per l’85% ultrasessantacinquenni. La spesa pensionistica supera, infatti, i due terzi del totale, contro una media europea di poco meno della metà; quella per l’inclusione, la famiglia e l’abitazione si ferma, invece, all’8%, contro il 13% della media europea e il 18%, in particolare, della Francia. Dalle statistiche si evince, inoltre, che, mentre le prestazioni erogate sotto forma di pensioni costituiscono una rete di sicurezza contro il rischio di estrema povertà, le misure indirizzate ai giovani non sono altrettanto efficaci.

L’Ocse ha calcolato l’impatto della distribuzione dei trasferimenti dello Stato sul grado di povertà dei lavoratori precari, impiegati part-time o partite Iva, che sono prevalentemente al di sotto dei trentacinque anni: in Irlanda i trasferimenti contribuiscono a ridurre la povertà di circa l’80%, nel Regno Unito del 60%, in Germania del 40%; in Italia, invece, la povertà aumenta (anchese di poco), segno che l’attuale allocazione delle risorse pubbliche non aiuta a colmare il divario tra giovani e anziani.

La tendenza a privilegiare questi ultimi è riscontrabile anche nella Legge di bilancio per il 2017, che ha stanziato ben sette miliardi di euro a favore dei pensionati, tra aumenti della quattordicesima e misure volte ad anticipare il termine dell’attività lavorativa, la cosiddetta «flessibilità in uscita», nonostante, come dimostrano i dati Istat, la staffetta generazionale non esista. In sostanza, il pezzo più grande di una torta purtroppo piccola continua a essere destinato agli anziani, che un lavoro lo hanno avuto, e non ai giovani, che non lo hanno ancora e rischiano di non averlo mai. Ad aiutare i nipoti non restano che i nonni, i quali rischiano di dover venire in soccorso anche dei propri figli, che con la crisi hanno perso il posto o, nel migliore dei casi, una parte del loro reddito da lavoro. Diversi studi dimostrano, però, che i cittadini penalizzati dalla crisi non ambiscono a una ridistribuzione del reddito tra pensionati e figli, e, più in generale, tra ricchi e poveri. Secondo il premio Nobel per l’Economia nel 2013, Robert Shiller, chi ha visto peggiorare la propria situazione economica non «gradisce politiche assistenzialistiche», perché «la ridistribuzione è percepita come umiliante» e «dà un’impressione di instabilità, di essere intrappolati in un rapporto di dipendenza che può venire meno in qualsiasi momento»

Per far fronte a tale disagio, chi ha responsabilità di governo dovrebbe adottare misure volte ad assicurare alla classe media impoverita «più potere sul reddito» e non semplicemente «più reddito». Garantire «più reddito» attraverso la ridistribuzione di risorse rischia, infatti, di non sortire gli effetti sperati, come dimostra l’impatto limitato sui consumi del famoso Bonus di ottanta euro introdotto dal governo Renzi nel 2014. L’insuccesso dell’operazione è riconducibile principalmente a quattro fattori. Innanzitutto, si è deciso di destinare quest’intervento solo a chi ha già un reddito ed è un lavoratore dipendente, escludendo quella parte della popolazione che non ha un’occupazione e che, tuttavia, mostra una maggiore propensione al consumo. In secondo luogo, il governo ha scelto di riferire il Bonus agli individui e non alle famiglie, con il risultato di penalizzare i nuclei monoreddito, generalmente più poveri. In terzo luogo, la misura è stata finanziata in disavanzo – quindi senza coperture di natura strutturale: ciò ha fatto ritenere agli aventi diritto che la tassazione, prima o poi, sarebbe aumentata, tanto che in molti hanno scelto la via del risparmio piuttosto che della spesa o dell’investimento.

Anche l’attuazione del Bonus si è dimostrata fallimentare, perché in molti hanno dovuto restituire gli ottanta euro: coloro che hanno superato la soglia massima (ventiseimila euro annui), ma anche chi – inaspettatamente – ha guadagnato meno di quella minima (ottomila): come prevedibile, l’incertezza che ne è derivata ha contribuito a limitare ulteriormente l’effetto tanto atteso sui consumi. Circa un milione e mezzo di soggetti, nel 2016, ha infatti dovuto rinunciare a quella che l’ex premier Renzi aveva definito «la più grande redistribuzione salariale mai fatta in Italia». In realtà, avendo escluso dal Bonus proprio i più poveri, la finalità della misura si è rivelata tutt’altro che redistributiva.

Gli ottanta euro non sono l’unico provvedimento a non aver funzionato. Basti pensare alla decontribuzione triennale per le aziende che assumono, che ha sortito effetti unicamente temporanei e limitati se confrontati con le ingenti somme stanziate; o al Bonus per i neodiciottenni (cinquecento euro da spendere tra libri, museo, concerti, spettacoli teatrali ecc.), non sottoposto ad alcun tipo di verifica sull’effettivo arricchimento culturale che avrebbe dovuto innestare. Volendo tracciare un bilancio, la «politica dei bonus» che ha tenuto banco nell’ultimo triennio – e costata alle casse dello Stato circa trenta miliardi di euro – non ha fatto altro che accrescere la dipendenza dalle scelte del governo e sottrarre ai cittadini il controllo sul proprio reddito; non è stata certo la risposta che si aspettavano i giovani senza lavoro, né tantomeno la classe media impoverita.

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.