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Lo stupore delle prese elettriche

Il famigerato 2030

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Di Massimo Fontana

Oggi continuiamo velocemente ad esaminare le problematiche ambientali.
Nella fattispecie c’è un punto che è stato ben poco chiarificato dai media.
Mi riferisco alla data continuamente citata del 2030.
Cosa succederà in quell’anno?
Leggiamo cosa dice su questo ad esempio la giovane ambientalista svedese Greta Thunberg, qui https://www.eunews.it/2019/04/16/clima-monito-greta-thunberg-allue-rischiamo-la-fine-della-nostra-civilta/115996
“Attorno all’anno 2030, a dieci anni e 259 giorni da oggi, ci troveremo in una posizione che scatenerà una reazione a catena irreversibile e che ci condurrà con ogni probabilità alla fine della nostra civiltà”.
In sostanza, per una parte molto consistente di questi giovani ambientalisti, se non cambiamo radicalmente il modo in cui viviamo entro i prossimi 12 anni, la nostra civiltà semplicemente scomparirà.
Questo concetto viene ripetuto spesso e non solo dall’ambientalista svedese.
Bene, dopo aver fatto i debiti scongiuri di rito, proviamo ad esaminare la fondatezza di tale previsione chiaramente apocalittica di stampo neo-millenarista.
Intanto, da dove viene fuori questa data?
Lo ricorda la stessa Greta, ovvero dai rapporti dell’IPCC, ovvero il comitato per i cambiamenti climatici delle nazioni unite, il cui ultimo ed esteso lavoro possiamo leggere qui https://www.ipcc.ch/sr15/  mentre qui trovate una sunto breve in italiano http://www.lescienze.it/news/2018/10/09/news/rapporto_ipcc_azione_drastica-4147328/
Cosa ci dice allora il soggetto che per primo ha estrapolato questa ormai fosca data del 2030?
Innanzitutto l’Ipcc delinea degli scenari.
Scenari che hanno delle date, ma anche dei livelli di CO2 e quindi dei livelli di temperatura.
Temperatura che ad oggi viene stimata in aumento di 1° sopra il livello pre-industriale.
E proprio la temperatura è il punto focale dell’analisi dell’Ipcc, il quale consiglia ai politici e ai decisori del pianeta di fare tutto il possibile per controllare l’aumento della temperatura entro 1,5°.
E la data del 2030 salta fuori in questo contesto, ovvero secondo l’Ipcc, per riuscire a contenere l’aumento massimo della temperatura entro il grado e mezzo, bisognerà diminuire le emissioni di CO2 del 49% rispetto ai valori del 2010 e questo entro il 2030.
Ecco la data con relativo motivo.
Se non diminuiamo quindi le emissioni di gas serra entro il 2030 del 49%, l’aumento della temperatura del pianeta che avremo negli anni successivi potrebbe superare il tetto di 1,5°.
2030 e non oltre?
Non proprio.
Le Scienze ricorda che le prime stime del 2014 parlavano del 2020 come limite massimo, ma secondo le nuove ricerche la data deve essere in realtà rivista in un arco temporale che va per l’appunto dal 2030 al 2040.
Perchè questa nuova e più ottimistica stima?
Perchè nel mentre si è affinata la stima sulla quantità di CO2 effettivamente immessa nell’atmosfera, trovando che era un pochino inferiore a quella delle prime stime.
Ovviamente la domanda a questo punto diventa: cosa succederebbe se non riuscissimo a contenere la CO2 entro il 2030 o se va bene il 2040?
Cosa peraltro certa, visto che come esaminato qualche giorno fa i principali inquinatori sono la Cina e in prospettiva l’India, ovvero paesi che allegramente se ne fregano di Greta e degli ambientalisti e che stanno procedendo verso un contenimento della CO2 secondo linee dettate da loro piuttosto che a quanto chiesto dalle nazioni unite.
Anche qui l’Ipcc è chiaro: senza interventi si arriverebbe sicuramente ad un aumento della temperatura di almeno 2 gradi, i quali diventerebbero in alcune parti del pianeta nelle giornate più calde anche il doppio.
L’umanità sarebbe a rischio in questo scenario?
In effetti ancora no.
Un aumento della temperatura di 2 gradi porterebbe all’estinzione del 13% degli ecosistemi del pianeta, un innalzamento di quasi 1 metro del livello dei mari, lo scioglimento di buona parte dell’Artide, e così via.
Cosa significa per l’uomo e la sua sopravvivenza?
L’Ipcc fa di nuovo degli scenari.
Ci sarebbe un aumento della mortalità dovuta direttamente al caldo, un aumento di malattie quali la malaria e la dengue, virus che proliferano non a caso in ambienti caldi, ma soprattutto ci sarebbe una diminuzione della resa di alcuni prodotti agricoli basilari nelle aree del pianeta più colpite dal caldo.
Tutto questo è sicuramente molto preoccupante, anzi estremamente preoccupante, ma non dimenticando che non avverrebbe dall’oggi al domani, lasciando quindi alle varie popolazioni un margine temporale tutto sommato ampio per adeguarsi, un punto è chiaro: l’Ipcc non parla e non delinea una apocalisse imminente.
L’Ipcc non parla di estinzione dell’umanità.
L’Ipcc non dice che dopo il 2030 la nostra civiltà finirà.
Ci saranno problemi, probabilmente enormi problemi, ma dopo il 2030 e in effetti anche dopo il 2100, l’uomo sarà ancora li a rompere le scatole al pianeta.
Cosa fare allora seriamente e se necessario pervicacemente per evitare lo scenario peggiore, sul quale personalmente non ho nessun dubbio che effettivamente accadrà?
Lo si evince dal mutamento delle stime temporali viste sopra: dobbiamo continuare nel percorso già iniziato.
Percorso che non sta tanto nel rivedere il nostro modello di sviluppo, se non altro perchè non ne esiste un altro (nei prossimi giorni parleremo della decrescita, che però ad una analisi minuziosa si rivela semplicemente essere una sciatta riproposizione del modello comunista, questa volta in salsa autogestita sudamericana).
Ma percorso che risiede bensì nel continuare a sviluppare nuove tecnologie, anche da parte dello stato per quelle di frontiera (e qui sarebbe veramente necessario aumentare e spingere di più sulla ricerca per la fusione nucleare), tassare chi inquina, smettere di sovvenzionare i combustibili fossili, se necessario sovvenzionare invece opzioni più pulite e infine lasciare fare al mercato nel processo finale dell’implementazione delle nuove tecnologie.
Tutte cosa che l’occidente o bene o male sta già facendo.
Tutto l’occidente?
No.
Gli Usa, e in misura minore la Germania, sulla CO2 sono molto indietro rispetto ad esempio ad Italia e Francia.
Questo mostra che lavoro ce n’è da fare per tutti anche se a gradi diversi.
Detto questo, buona giornata a tutti.

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