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Lo stupore delle prese elettriche

Produttività. Il grande male di un paese che ha smesso di voler fare meglio le cose.

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Tfp Italia

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COSA E’ LA PRODUTTIVITA’ TOTALE DEI FATTORI
La produttività totale dei fattori produttivi è un valore residuale.
Se produci 100 usando 10 macchine e 10 lavoratori la produttività per singolo fattore produttivo iniziale è di 100/20 = 5. La produttività relativa di una macchina è in media di (100*50%)/10 = 5. La produttività di un lavoratore è in media (100*50%)/10 = 5. Qui si assume che tutti i fattori produttivi siano ugualmente produttivi e che la quota di produzione totale spetti al 50% alle macchine (o meglio al fattore capitale) e al 50% ai lavoratori (o meglio al fattore lavoro. Se poi vogliamo aggiungere altri fattori, come la terra o le risorse naturali o vogliamo cambiare le percentuali possiamo farlo ma il concetto di fondo non cambia). In particolare la produttività del lavoro si calcola di solito come rapporto tra valore aggiunto e ore lavorate. Quindi negli esempi possiamo considerare quanto si produce come la differenza tra il valore della produzione e i costi esterni che sono serviti per la produzione.
Torniamo all’esempio.
Se l’anno successivo produci 200 usando 20 macchine e 20 lavoratori, i fattori produttivi nel loro complesso sono raddoppiati e con loro è raddoppiata la produzione. La produttività pro capite però non è cambiata così come non è cambiata la quota di produzione che va ai lavoratori o alle macchine. 200/40 = 5. La produttività dei singoli fattori produttivi è 100/20 = 5
Un ragionamento analogo vale nel caso si produca 200 con 10 macchine e 20 lavoratori o viceversa. Nella pratica possiamo valutare la produttività relativa dei fattori produttivi nei vari settori e cose del genere ma non divaghiamo.
Nei casi indicati è raddoppiata la quantità prodotta di un certo bene o servizio, ma è raddoppiata anche la quantità di fattori produttivi usata per produrlo. Questo significa che c’è stata crescita delle dimensioni dell’impresa o, estendendo il caso a livello macro, del prodotto nazionale (e quindi del reddito nazionale, cioè del pil), ma il singolo lavoratore o il singolo fattore produttivo non hanno prodotto di più e quindi non hanno avuto un aumento della loro quota di partecipazione alla produzione .
In sostanza, se tale aumento di produzione si è verificato a livello nazionale è aumentato il pil ma non è aumentato il reddito pro capite. Ogni fattore produttivo, ogni lavoratore si porta a casa quel che si portava a casa prima. Non ha aumentato il proprio reddito e quindi non ha migliorato la sua quota di benessere personale attribuibile al reddito.
Facciamo una digressione storica.
Cosa accadeva in paesi come l’Unione Sovietica era questo: si vedeva l’aumento del reddito nazionale ma ciò non si traduceva in aumento del reddito procapite. Aumenti la produzione magari perché aumenta la popolazione in età lavorativa e stop.
Torniamo all’esempio iniziale. Supponiamo che le macchine siano diventate 20 da 10 e i lavoratori siano diventati 20 da 10 (o le ore lavorate sono diventate 20, ma non cambia il discorso), magari per un boom demografico e perché sono arrivati macchinari (o soldi per i macchinari) attraverso il piano Marshall. A fine “anno a caso” si fanno i conti e si scopre che la produzione (o il valore aggiunto, nel calcolo) sono passati da 100 a 1000. Attraverso i calcoli verifichiamo che fino a 200 l’aumento è spiegato dall’aumento dei fattori produttivi. E gli altri 800 da dove scappano fuori?
Quegli 800 sono espressione del miglioramento tecnologico, del cambiamento tecnologico, del fatto che è migliorato il modo in cui si fanno le cose e il valore di ciò che è stato prodotto (=il prezzo a cui si riesce a vendere i prodotti una volta tolti i costi delle materie prime e dei costi per servizi, affitti, utenze ecc usati per produrre) è cresciuto più di quanto siano cresciuti i costi dei fattori capitale e lavoro.
Quindi la produttività totale dei fattori esprime in sostanza quanto siamo diventati più bravi a fare le cose.
COSA HA FATTO CRESCERE LA PRODUTTIVITA’ IN ITALIA?
Cosa accadeva in Italia negli anni 50 e primi anni 60? Che la produzione cresceva, che in realtà anche la produttività cresceva, ma la distribuzione degli aumenti di produttività era disuguale. La quota che si prendeva il fattore capitale era ben maggiore di quella che andava al fattore lavoro. Finché i lavoratori si sono incazzati, con ciò dimostrando anche la visione miope degli imprenditori. In quegli anni, comunque, la produttività cresceva. Quegli 800 comunque c’erano, si erano creati e potevano essere distribuiti. Se quegli 800 non ci sono e anzi la produttività ristagna non c’è niente di nuovo da redistribuire: c’è solo da prendere l’esistente a qualcuno e darlo a qualcun altro se si vuol fare così. La torta diventa più grande se aumenta la produttività (può anche aumentare la produttività del singolo fattore produttivo o di tutti, ma l’aumento è debole e non duraturo se non aumenta anche l’efficienza complessiva del sistema, che è spiegata dalla ptf). Tale aumento si traduce in crescita del reddito pro capite. Se la produttività ristagna, prima o poi anche la crescita ristagna e la torta resta la stessa. Se a questo si aggiunge una demografia per la quale anche il numero dei lavoratori diminuisce l’effetto sulla riduzione della torta si amplifica e questo spinge chi non ha a cercare di prendere fette di torta a chi le ha ma non a far crescere le dimensioni della torta o a fare più torte.
Ricominciamo da questa frase:
La produttività totale dei fattori esprime in sostanza quanto siamo diventati più bravi a fare le cose.
Questo è quel che succedeva negli anni 50 e 60 in Italia. L’agricoltura si meccanizzava. Si introducevano i fertilizzanti. La produttività agricola aumentava. Tanti contadini si riversavano nelle città o diventavano comunque operai. Se prima si faticava tanto nelle campagne senza ricavare quasi niente, adesso si poteva ottenere molto di più anche senza fare il contadino. Andando in fabbrica si ottenevano anche degli aumenti di reddito tali da potersi permettere di volere e di avere più prodotti, più cibo, più macchine, più viaggi (nel tempo, chiaramente). Alcuni agricoltori o proprietari terrieri potevano trasformarsi in operai e altri in imprenditori, mettendo su la loro fabbrichetta. Attraverso macchine importate dai paesi più industrializzati si producevano beni che potevano essere destinati al mercato interno (col boom dei desideri dei nuovi elettrodomestici, delle nuove auto, dei nuovi consumi di massa) o al mercato estero (grazie ai costi del lavoro più bassi che quelli di altri paesi, grazie al reinvestimento dei guadagni di produttività derivanti dal miglioramento e dall’acquisizione delle tecniche produttive, grazie magari a qualche idea innovativa). C’era un cambiamento tecnologico, in parte di natura imitativa. L’Italia poteva seguire il percorso già seguito da paesi avanzati e realizzare quello che si chiama catch up: parti dietro ma raggiungi chi ti sta davanti imitando il percorso che ha fatto lui o lei.
Quel che c’è da sottolineare in tutto questo discorso, comunque, non è la storia un po’ aneddotica del boom economico, bensì il concetto di cambiamento, di miglioramento, di volontà di raggiungere chi ti sta davanti.
Prendiamo anche lo sviluppo economico toscano. Se si leggono le pagine di Becattini o di Mori si nota l’enfasi sulla dinamicità della popolazione toscana che già in tempo di guerra si metteva a commerciare sui tetti. Si parla di mercato nero prima, di attivismo per la ricostruzione dopo, di tanti giovani che si danno da fare per ricostruire e per commerciare. Si sviluppa un sistema fatto di concorrenza e di cooperazione, per esempio a Prato. Le parole chiave sono dinamismo, cambiamento, miglioramento, imprenditorialità anche da parte di chi non è e non sarà imprenditore.
Non è irrilevante il ruolo dello stato o degli enti pubblici, specialmente in alcune regioni, almeno fino a metà anni 60.
Non sorprende nessuno che la produttività totale dei fattori in Italia sia cresciuta da dopo la seconda guerra mondiale fino a metà anni 70.
Il problema è cosa è successo dopo.
PERCHE’ DA META’ ANNI 70 IL PAESE HA SMESSO DI INNOVARE E HA PERSO I TRENI DELLE RIVOLUZIONI TECNOLOGICHE?
Il grafico della produttività totale dei fattori in Italia diventa una linea piatta a partire da metà anni 70 o inizio anni 80 a seconda dei casi e declina dagli anni 90. Su questo concordano un po’ tutti. Con tutti i difetti che vogliamo trovare nell’indicatore residuale, questo ci fa pensare comunque che l’Italia abbia smesso di innovare, di migliorare e di voler migliorare. Il cambiamento tecnologico è diventato uno star fermi tecnologico. Star fermi mentre gli altri avanzano vuol dire restare indietro e farsi doppiare.
Questo dal punto di vista dei fattori produttivi: sia il fattore lavoro che il fattore capitale hanno smesso di voler fare meglio le cose, si sono come adagiati, hanno cominciato a pretendere e i governi hanno assecondato le pretese anziché incentivare i cambiamenti.
Dal punto di vista di sistema, rilevante sia dal lato dei ricavi che da quello dei costi, basta pensare all’efficienza e all’efficacia dell’istruzione, della giustizia, della burocrazia per rendersi conto che più che miglioramenti è probabile che ci siano stati peggioramenti, almeno fino a tangentopoli.
Comunque il grafico della produttività totale dei fattori si fa piatto e poi declinante a partire da metà anni 70 mentre quello degli altri paesi o cresce o comunque supera quello italiano. Parliamo non solo di Germania, Regno Unito, Stati Uniti ma anche di Spagna e Irlanda.
Cosa può essere successo?
ANNI 70
C’è chi dice che in parte sia colpa delle riforme delle riforme del post 68 o 69. Non tanto perché non fossero necessarie all’epoca, quanto perché non prevedevano il cambiamento una volta che il mondo fosse cambiato. Parliamo dello statuto dei lavoratori, delle riforme del sistema pensionistico, dell’istituzione delle regioni. Il problema, ripeto, è il non prevedere cambiamenti. È come voler dire:”Siamo arrivati, ora non vogliamo ricominciare a migliorare, vogliamo sederci sugli allori”. Quando però hai raggiunto un livello di crescita e di tecnologia pari a quello dei paesi più avanzati continuare a fare come prima non basta più. Le ricette che sono servite per il catch up, come imitazione e acquisto delle tecnologie altrui, mantenimento di salari e costo del lavoro bassi, aiutate da una demografia favorevole, non bastano più per migliorare, per crescere, per stare al passo coi primi.
C’entra forse il fatto che negli anni 70, dopo il primo shock petrolifero, a fronte delle richieste sindacali di  aumenti salariali (richieste che imprenditori lungimiranti avrebbero potuto assecondare molti anni prima, visti i guadagni di produttività) e anche di scale mobili, gli imprenditori abbiano chiesto e ottenuto di competere attraverso svalutazioni e calo dei salari reali per tenere bassi i costi anziché innovare. C’entra il fatto che lo Stato abbia deciso di essere una sorta di garante di ultima istanza per evitare i conflitti sociali. Così crescevano la spesa pubblica, i salvataggi aziendali, le assunzioni pubbliche, lo Stato come datore di lavoro anziché come fornitore di servizi, le casse integrazioni solo per alcuni, le riforme pensionistiche a carico dei giovani del futuro.
Il pensiero di fondo già in quegli anni non era innoviamo e diamoci da fare, non era facciamo crescere la torta insieme, ma prendiamoci quel che pensiamo che ci spetti e prendiamocelo attraverso il conflitto. Così i lavoratori ottenevano quel che volevano (salvo essere fregati col calo dei salari reali, recuperato sempre tardi e comunque salvo essere fregati dalla caduta del valore reale dei risparmi) e gli imprenditori acconsentivano alle richieste in cambio di svalutazioni. Anche gli imprenditori non pensavano ad azioni condivise per far crescere la torta e soprattutto non pensavano a innovare, a far sì che attraverso i miglioramenti di processo e di prodotto si potesse far crescere il valore aggiunto. Ad agire dal lato dei ricavi anziché da quello dei costi. Lo Stato voleva solo mantenere la pace sociale e cominciava a volerla garantire a colpi di spesa pubblica in deficit. L’inflazione rendeva non preoccupante il rapporto tra debito e pil.
Negli anni 70  comunque la stagflazione colpiva tutti i paesi occidentali e un po’ tutti avevano problemi analoghi a quelli dell’Italia, per quanto riguarda inflazione, disoccupazione, interventismo pubblico. I paesi anglosassoni saranno i primi a fare delle riforme antinflazionistiche e pro crescita, ma soprattutto pro cambiamento. Nei decenni successivi anche la Germania, la Spagna, l’Irlanda faranno delle riforme che andranno a colpire i difetti della struttura economica dei rispettivi paesi. Queste riforme l’Italia si è quasi sempre rifiutata di farle oppure le ha fatte ma mandandole a regime dopo altri decenni oppure le ha fatte e poi è tornata indietro (pensiamo a quelle sulle pensioni) oppure le ha fatte a metà e incrementando i difetti (per esempio quelle sul mercato del lavoro che hanno incrementato il problema della dualità).
DAGLI ANNI 80 IN POI
Torniamo a fine anni 70, quando si verifica il secondo shock petrolifero.
La classe politica italiana si illude che basti drogare l’economia col debito pubblico per continuare a fare come prima. Comprare consenso a colpi di spesa pubblica resta il mantra. Le riforme di fine anni 70 su equo canone, enti locali, sistema sanitario nazionale  sono deleterie, nell’ideologia (esclusa quella del ssn) e nell’applicazione. Altri paesi cambiano politica monetaria e fiscale. Sono gli anni della rivoluzione thatcheriana e della rivoluzione di Volcker. In Italia la novità è data dall’esplosione dei distretti industriali, della terza Italia, che si tira fuori da molte regole sindacali e fiscali e conosce il suo periodo migliore. Il problema di questa terza Italia è che a un certo punto la compressione salariale, la dimensione piccola, soprattutto la rilevanza e il mantenimento di produzioni che diventeranno sempre più a basso valore aggiunto (il tessile, le calzature, i mobili, le ceramiche, gli stessi elettrodomestici, il made in Italy ecc.) non potranno reggere la competizione dei paesi emergenti. L’ingresso nel mercato globale di Cina e altri paesi asiatici spazzerà via parte dei distretti industriali italiani, che sono stati innovativi fino a un certo punto e poi non hanno saputo fare il passo avanti quando c’era da cambiare perché il mondo era cambiato.
A fine anni 70 in Cina nascono le zone economiche speciali. Negli Stati Uniti si sta creando la rivoluzione digitale. Bill Gates, Steve Jobs, la Silicon Valley (che è un distretto industriale dal valore aggiunto diverso da quelli italiani).
Negli anni 80 il pil cresce, ma cresceva anche negli anni 70, se è per questo. Però la crescita è illusoria, drogata dal debito pubblico (quindi si tratta di un anticipo sulla crescita futura).
Restando sul tema della produttività, visto col senno di poi ma già allora c’era chi ne parlava, la concorrenza dei paesi emergenti rendeva necessario spostare la produzione sui settori ad alto valore aggiunto.
Come si fa a farlo? La parola chiave è istruzione. Magari istruzione anche al cambiamento. Un operaio di una fabbrica tessile non diventa in un giorno programmatore web. La riconversione non può prescindere dalla formazione. Un operaio o un impiegato di una fabbrica tessile negli anni 80 in Italia usavano strumenti elettronici e digitali? E negli Stati Uniti? Se non venivano usati nemmeno negli Stati Uniti, perché poi là hanno iniziato a esserlo e gli italiani lo hanno fatto in ritardo ammesso che lo abbiano mai fatto? Se sei un paese che il catch up l’ha fatto dovresti essere tra i primi a prendere il treno della prossima innovazione e non a ricominciare come negli anni 50 e arrivarci decenni dopo.
Nessuno sa quale sia l’innovazione prossima futura, chiariamoci. Puoi essere tu il pioniere e questo può anche derivare da un colpo di fortuna. Il punto è essere sempre disposti a cambiare e formare le persone affinché siano pronte al cambiamento. Istruire le persone affinché sappiano essere flessibili, affinché sappiano cogliere le opportunità, affinché se non altro non sappiano che pesci prendere quando l’innovazione gli si piomba davanti e rischia di farle fuori.
Nessuno sa quali saranno in futuro i settori ad alto valore aggiunto.
Il valore aggiunto è la differenza tra valore della produzione e costi esterni. Puoi intanto ridurre i costi esterni, tra i quali quelli delle utenze, dei servizi amministrativi, della burocrazia: qui entra in gioco anche l’efficienza e la produttività dello Stato.
Puoi cercare di fare prodotti di valore, cioè prodotti che gli altri siano disposti a comprare da te.
Se ti abitui a cercare di fare le cose bene e meglio degli altri sei produttivo e puoi competere con altri, anche in un gioco di tentativi ed errori. Se ti adagi perché pensi di essere arrivato, se pensi che sia sufficiente fare le cose come si è sempre fatto, se non accetti il cambiamento, se cerchi di stare al passo con gli altri attraverso trucchetti come le svalutazioni, se ingolfi il sistema di parassitismo, se non incentivi le persone a migliorare perché sanno che ci sarà qualcuno a dargli una prebenda (o pretendono che ci sia qualcuno a farlo e tu glielo consenti ogni volta) non lamentarti se gli altri migliorano, innovano, hanno redditi più alti, ti superano e tu senti che le tue condizioni e prospettive di vita peggiorano.
Quali sono le aziende con la più alta capitalizzazione di borsa oggi in Italia? A parte le aziende pubbliche, sono Ferrari e FCA. Il settore automobilistico era alla frontiera tecnologica un secolo fa. L’Italia ha comunque partecipato a quella rivoluzione tecnologica, grazie anche alle capacità artiginali, anche se in ritardo. L’Italia ha partecipato poi alla rivoluzione dei consumi di massa e ha prodotto elettrodomestici, abiti ecc.
L’Italia ha perso, invece, i treni delle innovazioni che si sono succedute, guarda caso, da fine anni 70 in poi.
L’Italia ha perso il treno della rivoluzione digitale (pochi produttori, nessun grande produttore) tra gli anni 80 e tutti gli anni 90, poi ha perso il treno delle rivoluzioni nei trasporti, nelle comunicazioni, nel commercio internazionale che si è verificato a seguito dell’ingresso della Cina nel wto.
Oggi anche i computer non sono più ad alto valore aggiunto. Si parla di farmaceutico, di biotech, di intelligenza artificiale, di chissà cosa. Dove è l’Italia in tutto questo?
Ci sono italiani in tutto questo, ma vanno all’estero. Perché? In Italia manca un ambiente favorevole? Perché? Manca la cultura dell’innovazione? Quali sono i freni?
Perché ci sono questi freni? Da dove derivano? Da quel che ho detto finora. L’Italia si è illusa che continuando a fare le cose nello stesso modo potesse mantenere il benessere dei propri cittadini.
A partire dagli anni 70 la maggioranza degli italiani ha rifiutato il cambiamento, ha smesso di migliorare il modo di fare le cose: questo è quel che segnala il grafico della produttività totale dei fattori. Ha perso i treni delle innovazioni e non ha cambiato modi di fare quando forse ce ne erano le opportunità: dopo il secondo shock petrolifero, dopo la crisi del’92, dopo l’ingresso nell’euro.
Che freni ci sono oltre a una mentalità che è diventata ostile al cambiamento?
In effetti esiste ancora una manifattura che compete ed esporta.  Anzi, le grandi imprese sono pure più produttive di quelle di altri paesi occidentali. Anche se i settori in cui operano fossero ad alto  valore aggiunto, il tradable incide per un 17% del pil. Quindi un freno sono i servizi, le imprese non tradable.
Un freno sono le microimprese, che sono troppe, sono inefficienti, sono spesso agevolate fiscalmente o sussidiate e quindi mantenute in piedi mentre dovrebbero sparire in modo da liberare risorse che potrebbero finire in imprese più produttive ed efficienti. Queste microimprese (i ristoranti, i bar, i parrucchieri, molte imprese agricole, le imprese di pulizie ecc.) tolgono spazio soprattutto alle medie imprese e disincentivano le persone (e i capitali) a spostarsi per trovare lavoro in settori, imprese, aree più efficienti e produttive.
Tanti freni sono dati dal ruolo della pubblica amministrazione: infrastrutture anche digitali, regolamentazione del mercato del lavoro, istruzione, giustizia, fisco, possibilità di operare in un ambiente favorevole all’innovazione non vessato da costi burocratici e legislativi, contrattualistica.
Il guaio è che non si vede niente di positivo all’orizzonte.
I governi pensano solo a elargire prebende a gruppi di interesse.
Gli elettori e i gruppi di interesse pensano solo a strappare risorse agli altri per mano del governo di turno.
Chi vorrebbe migliorare, è ambizioso, ha idee innovative, scappa appena può, se può, giustamente.
Non è più un paese per giovani e non è più un paese per innovatori, l’Italia. Che parla tanto, per dire, di digitalizzazione, e poi vuol tassare chi crea e chi usa strumenti digitali.
Non vedo alcuna speranza che la curva della produttività totale dei fattori torni a crescere nei prossimi anni o perfino decenni.

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