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Il peccato della burocrazia

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Da “Sette peccati dell’economia italiana” di Carlo Cottarelli

C’è la piccola burocrazia: il modulo da compilare, la coda all’agenza delle entrate. La grande burocrazia: la ragnatela di leggi, norme, regolamenti, lacci e lacciuoli.

Considerazioni finali

I burocrati: impiegati dei ministeri, della regione, degli enti pubblici, del comune. I grandi burocrati: scrivono le leggi e le amministrano. Dovrebbero seguire le direttive politiche che provengono dal governo. In realtà godono di influenza e autonomia.

Ci sono vincoli formali e sostanziali che fanno perdere tempo e riducono l’efficienza economica. La burocrazia italiana è lenta e poco trasparente. Non è chiaro spesso chi prende le decisioni e in che modo. O non è chiaro perché le decisioni che dovrebbero essere prese non lo sono.

Esistono anche bravi dirigenti e impiegati pubblici, dediti al lavoro, competenti, conoscitori delle meterie. Ma anche loro torvavano difficile innovare, guardare le cose da un diverso punto di vista, prendere altri paesi come esempio.

La burocrazia è estesa. Le leggi sono tante. Sono scritte male.

Una piccola azienda italiana potrebbe essere sottoposta a 111 controlli l’anno tra fiscali, amministrativi, di sicurezza.

Le leggi sono difficilmente intellegibili. Ci sono problemi di interpretazione.

I burocrati vivono in suite di 200 metri quadri con quattro segretarie e l’autista. Senza di loro la macchina dello stato non si muove perché sono gli unici che contrallano dati e informazioni. Da dieci anni magari stanno al vertice. I ministri si rivolgono a loro per capire cosa succede, quali sono le eggi.

È difficile rimuoverli. Alcuni sono pieni di sé. Altri no. Ma come si innova se non si rimuovono?

I costi della burocrazia sono quelli che sorgono per le imprese dalla necessità di compilare moduli e interagire con la pa; quelli che derivano da ostacoli alla riforma della spesa o della tassazione; quelli che riducono l’efficienza dell’economia.

Se un dirigente gestisce un programma di sussidi, se si tolgono questi si toglie a lui una fonte di potere e di reddito. Allora si metterà di traverso. Almeno definanziamo il programma di spesa.

I burocrati italiani sono pagati più di quelli di altri pesi, non per tutti i settori ma per i ministeri sì. È solo stato introdotto un tetto che ha colpito solo 30 persone, ma non il taglio del 10% proposto da cottarelli.

In Italia c’è troppa burocrazia. Ci sono troppe regole. Si vuole  che il settore pubblico intervenga nelle attività economiche, si considera lo stato come il soggetto che deve farsi carico dei problemi. Inoltre, a differenza dei paesi nordici, c’è una cultura individualista. Manca il capitale socoaiel. Allora si chiedono lacci e lacciuoli e un formalismo spinto che fa parte della cultura legale. Anche chi potrebbe autocertificare a volte si rivolge alle autorità.

C’è poi lenetezza e incertezza nell’applicazione delle norme. Un po’ perché sono tante un po’ per la frammentazione della pa, con una marea di enti a livello centrale e periferico che devono essre coinvolti.

Cosa si può fare:

Ridurre l’intervento dello stato in economia responsabilizzando maggiormente gli individui.

Più liberalizzazioni, più concorrenza, meno leggi e regole.

Rendere obbligatoria la rotazione dei dirigenti.

Rendere più facile la licenziabilità e legare le retribuzioni alle performance, sia per i dirigenti che per gli altri dipendenti pubblici.

Dire che lo stato deve ridurre la propria presenza nell’economia, non vuol dire il Far West economico. Un’economia di mercato deve essere regolata, per garantire la concorrenza, evitare la formazione di monopoli, consentire un livello minimo di tutela della qualità della vita ed evitare i “danni ambientali” che l’azione degli individui può causare (uso qui il termine “danni ambientali” in senso lato, riferendomi a tutte quelle conseguenze per l’economia che l’azione individuale comporta e che non vengono internalizzate dal sistema di prezzi). Ma quando le regole sono troppe, e quando lo stato è troppo presente nell’economia, le conseguenze sull’efficienza di quest’ultima possono essere pesanti, come nel caso dell’Italia. In altri termini, occorrono meno regole, ma buone. Cambiare tutto questo richiederà tempo. Seconda e ultima precisazione: le regole rimaste devono essere rispettate. Il problema dell’economia italiana è che, in quanto individualisti, siamo portati a non rispettare le regole, a comportarci seguendo il nostro interesse immediato, a “saltare la fila”, per essere chiari. Il che crea enormi inefficienze. Il tema della costruzione di una cultura della legalità, della costruzione di un capitale sociale di cui siamo poco dotati, resta quindi fondamentale anche rispetto al peccato dell’eccesso di burocrazia.

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