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Ma scrivi un po' cosa ti pare

La forza delle innovazioni.

Da “Scegliere i vincitori, premiare i perdenti,” di Franco Debenedetti.

Le quindici aziende che nel 2000 avevano la maggiore capitalizzazione – nomi come Nortel, Cisco, Intel – hanno perso il 60% del loro valore, 1,55 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari. Crollo del costo di memorie e processori, software open source, cloud hanno detronizzato sistemi, hardware, semiconduttori, a vantaggio di aziende che non «si sporcano le mani» con l’hardware. Però quindici aziende che nel 2000 valevano tutte insieme meno di 10 miliardi di dollari oggi ne valgono 2,1 trilioni. La somma delle età di Facebook, LinkedIn e Twitter è meno di trentatré anni: oggi valgono 850 miliardi di dollari. Quasi tutti gli «unicorni» (società con una capitalizzazione superiore a un miliardo di dollari) sono nati dopo il 2008

Nella schematizzazione neoclassica non c’è spazio per l’innovazione. È invece il progresso tecnologico la forza che consente il continuo miglioramento degli standard di vita; gli investimenti in conoscenza, finalizzati e volti al profitto, hanno un ruolo cruciale nella crescita di lungo periodo. Lo riconobbe per primo Schumpeter nel 1934. La legittimità del capitalismo sta nella sua capacità di aumentare la produttività attraverso l’attività innovativa. Diversamente dalla teoria della crescita tradizionale di Solow, dove il progresso tecnico è esogeno, l’innovazione è endogena alla dinamica del capitalismo. Dobbiamo a Romer la sistemazione analitica dell’intuizione schumpeteriana sui rendimenti crescenti di un’economia che investe in innovazione e realizza economie di scala.

Se l’innovazione ha un’importanza così cruciale per il successo, di un’impresa e di un paese, una politica industriale dovrebbe per prima cosa porsi il problema di come favorirla. Ed è invece proprio lì che incontra le maggiori difficoltà: ha necessità di prevedere, e l’innovazione la elude. Perché emergono certi sviluppi tecnologici invece di altri? Il processo innovativo è influenzato da un gran numero di fattori, economici, sociali, istituzionali, scientifici: c’è qualche regolarità che fa pensare che alcuni di questi fattori siano prevalenti rispetto ad altri? Le economie di scala o di scopo, e i vantaggi che comportano, sono note a tutti, non c’è un processo deterministico per l’innovazione che consenta di sfruttarle: altrimenti tutti le applicherebbero e non ci sarebbe più concorrenza.

È alla prova del mercato che il vincitore riceve il premio: ma quando tutti sono ai blocchi di partenza, nessuno sa chi arriverà primo. Il market pull al massimo può suggerire le innovazioni incrementali, ma sono le grandi invenzioni a creare il mercato. Lo stesso dicasi per il technology push: è chiaro che le innovazioni sovente utilizzano scoperte scientifiche, o anche solo sviluppi tecnologici, ma la scienza non ha potere divinatorio. C’è path dependence e c’è cambio di paradigma. La sonda lambda è l’esempio classico del prodotto in cerca di un mercato: inventata dalla Brown Boveri, rimase inutilizzata per anni finché non arrivarono le marmitte catalitiche 25. Il velcro che oggi è dappertutto, fu inventato nel 1941 e negli anni sessanta specialisti andavano in giro a battere uffici tecnici alla ricerca di applicazioni. Non c’è metafisica né del mercato né della tecnologia, non c’è deus ex machina. Come nell’evoluzione non esiste un «disegno intelligente», così in economia non esiste il «pianificatore intelligente».
In linea di principio non c’è nulla che impedisca a un’azienda pubblica di finanziare laboratori come i Bell Labs della AT&T, o di mettere in pratica i suggerimenti distillati dalle società di consulenza. È poco probabile, ma in teoria perfino un’impresa pubblica potrebbe replicare il modello della 3M, che consentiva a chiunque avesse una buona idea di formare la sua piccola azienda dentro l’azienda, reclutando persone da altri reparti e facendosi finanziare dalla casa madre come se questa fosse un fondo di venture capital. La Xerox pensò bene di aprire il suo secondo centro di ricerca in California, lontano dalla sede nello Stato di New York: così nel 1970 nacque lo Xerox Parc, una fucina di innovazioni nell’information technology. Il fatto che l’innovazione non sia un processo deterministico non vuol dire che esso sia indifferente al sistema di valori che vige nell’azienda, agli obiettivi che si pone. Invece, l’intervento pubblico è deterministico per definizione. Presupposto ideologico della politica industriale è che ci siano problemi che il capitale privato non voglia affrontare o non sappia risolvere, che ci siano fallimenti di mercato per cui il capitale pubblico debba sostituirlo, che esista un policy maker in grado di vedere quei problemi, di conoscere le soluzioni, di non fallire dove il mercato fallisce. È nella norma che singoli progetti innovativi non abbiano successo, ma l’attività innovativa continua ininterrotta. Almeno fino a quando esisteranno la libertà di mercato e imprenditori che vogliono trarne profitto.

La teoria dell’innovazione cerca di individuare i processi, imprevedibili ma non casuali, attraverso cui un’idea dapprima viene selezionata tra le infinite altre teoricamente possibili, poi mette in moto individui e organizzazioni e, alla fine di una serie innumerevole di decisioni, realizza un nuovo prodotto. In un momento in cui molte grandi imprese chiudono o emigrano, le piccole si riducono a ruoli marginali e il paese sembra aver perso il passo rispetto alle innovazioni, l’idea che l’investimento statale abbia il potere di invertire questa tendenza ha su molti un effetto consolatorio
Il libro “lo stato innovatore” è a tesi: lo stato ha finanziato i progetti più innovativi e costosi e le burocrazie non sono sempre inefficienti. Gli esempi però non sono solidi. Nel secolo scorso, in quasi tutti i paesi occidentali la spesa pubblica è cresciuta dal 10% a più del 40% del Pil. Negli ultimi cinquant’anni lo Stato federale americano ha speso per la ricerca 1,3 trilioni di dollari: sarebbe davvero desolante se una parte almeno del reddito che preleva non riuscisse a produrre qualche innovazione nell’economia da cui così lautamente si approvvigiona. Certo, c’è differenza tra l’imprenditore che opera con risorse limitate, dove l’insuccesso può significare il fallimento, e le risorse comparativamente illimitate dell’agenzia statale, dove l’insuccesso è solo un’eventualità.
Nel conto vanno messi i costi opportunità, come le imposte pagate.
Il settore militare ha un ruolo importante nell’innovazione: nascono nel militare le parole (strategia, tattica, quartier generale…) che entrano come metafore nel linguaggio aziendale; nessun investimento ha un ritorno paragonabile a quello di una guerra vinta; i problemi di costo sono molto meno stringenti che negli altri settori industriali; i «consumatori» dei prodotti dell’industria della difesa sono… le forze speciali. Molti dei vincoli che indurrebbero un privato a scartare certi paradigmi innovativi, per il militare non esistono; molti nuovi paradigmi, troppo incerti per i privati, sono imprescindibili per i militari: è il caso delle tecnologie nucleari, di quelle spaziali, in parte anche della rete di comunicazione da cui gli imprenditori trassero internet. Internet sarebbe appunto, per Mazzucato, un caso esemplare. È sicuramente vero che il governo federale finanziò le università; queste svilupparono le varie componenti; e queste a loro volta consentirono la costruzione di Arpanet. La commutazione di pacchetto (packet switching) è l’invenzione di due ricercatori del Mit, il router Tci/Tp fu sviluppato da Cisco, le fibre ottiche da Cornell. Più che il risultato di un’invenzione mirata, internet è un’imprevista (e imprevedibile) esternalità positiva derivata da Arpanet, prodotto militare per esigenze militari. Se questo è successo è grazie a Netscape, il primo browser commerciale, di Jim Clark e Marc Andreessen; grazie a Yahoo!, il primo motore di ricerca di massa, di due studenti di Stanford; grazie ad Amazon e all’esordio della vendita online di libri: tutto nel 1995. Ma è l’iPhone il gran cavallo di battaglia di Mazzucato, che vorrebbe così dimostrare che siamo debitori alla politica industriale per il touch screen. «Possiamo veramente dire», si chiede Alberto Mingardi, «che se un Wayne Westermann trasforma la sua tesi di dottorato
in un’idea di impresa, questa è il prodotto della politica industriale? Lo è perché la sua università godeva di fondi statali e per il suo PhD aveva avuto una borsa di studio dalla National Science Foundation, come altri duemila studenti ogni anno?»

Mazzuccato cita con alluvionale retorica e disinvolta sicurezza fatti male interpretati, quando non platealmente erronei, che, ripresi e diffusi, diventano «verità rivelate». Le ferrovie nel XIX secolo, per Mazzucato un prodotto dell’iniziativa pubblica, furono invece tanto private da essere poi in Europa quasi tutte nazionalizzate. È vero che dal 1976 al 1992 il governo degli Stati Uniti finanziò lo Eastern Gas Shales Project, ma la storia del fracking, che ha cambiato la geopolitica del gas e del petrolio, l’ha scritta l’investimento privato, addirittura dal 1903: la tecnologia della perforazione orizzontale fu messa a punto nel 1983 dalla Maurer Engineering nell’Austin Chalk; la diffusione si deve a George Mitchell, chiamato il padre della fratturazione idraulica. Anche il semiconduttore, sviluppato nei Bell Labs della AT&T, ha qualche precursore in università canadesi e tedesche. Anche il laser deriva dallo studio sull’effetto fotovoltaico per cui Einstein prese il Nobel. Se per il touch screen Mazzucato attribuisce il merito ai soldi pubblici che finanziano le borse di studio dei suoi inventori, perché non degnare di un pensierino Eastman Kodak? Eppure l’idea di aggiungere una fotocamera al telefono cellulare ha contribuito non poco al successo degli smartphone. E si potrebbe continuare. Il punto è che nella tesi di Mazzucato mancano completamente mercato e consumatori. Eppure vive nel mondo anglosassone dove il mercato è onnipervasivo, riferimento anche per l’accademia e perfino per le agenzie statali. You can’t push on a string, l’innovazione non nasce nel vuoto, ha bisogno del mercato per essere pensata, dell’imprenditore per essere realizzata, del consumatore per essere giudicata.

Secondo Nathan Rosenberg e Luther Birdzell, la ragione prima per cui «l’Occidente è diventato ricco» è da ricercarsi nelle libertà dal controllo politico e religioso che da metà Ottocento furono concesse alle imprese. «Senza avere praticamente pensato o discusso, l’Occidente delegò alle imprese le decisioni fondamentali del processo di innovazione, quali idee dovessero essere sperimentate e quali accantonate». L’innovazione, come si diceva, non è un processo deterministico, è quindi intrinsecamente incerto: sui costi e sui benefici, sul tempo in cui li si potranno cogliere prima che altri prendano a imitarla. L’incertezza scompare solo con l’esperimento: «La conseguenza di esperimenti ben riusciti è la crescita economica». L’instaurarsi del processo innovativo presuppone che si definisca il rapporto di proprietà tra chi decide di innovare e chi ha i mezzi, tecnici ed economici, per sperimentare. Un sistema socialista non può ricalcare il sistema occidentale di innovazione, il dirigente di un’impresa di Stato non dispone degli stessi incentivi del proprietario dell’impresa capitalistica su risorse da usare, prodotti da lanciare, prezzi da praticare. «Il sistema occidentale dell’innovazione risulta interconnesso […] con il suo sistema di diritti di proprietà privata». Innovazione è anche l’organizzazione d’impresa: le varie forme e dimensioni in cui si attua. Anche le innovazioni non possono essere solo dovute al caso. Esistono sistemi che favoriscono il loro sorgere: il mercato, ovviamente, ma anche le leggi, le opportunità, gli incentivi, la cultura che ne sono alla base. Alla stessa stregua per cui il survival of the fittest è metafora del capitalismo, metafora dell’innovazione potrebbe essere l’arrival of the fittest.
Più grandi sono le imprese, maggiore è la quota spesa in ricerca e sviluppo.
Già nel 1959 Murray Rothbart aveva smontato, con ragionamenti logici e dati empirici, la tesi di chi, come John Kenneth Galbraith, affermava che il mercato non può sostenere i costi richiesti per la ricerca scientifica e lo sviluppo di grandi innovazioni. Solo i mercati, dice Rothbart, non i governi, possono decidere quanto capitale debba essere allocato alle varie attività, tra cui anche quelle scientifiche e tecnologiche. I governi, quindi, farebbero meglio a non intraprendere direttamente o a sussidiare attività di ricerca, ma dovrebbero ridurre invece il carico fiscale, lasciando che sia il mercato a decidere.

Neppure gli esempi valgono a far cambiare idea a quanti sostengono che solo le grandi aziende riescono a fare ricerca. Lo Human Genome Project, ideato e portato avanti dallo U.S. National Institute of Health, fu raggiunto sul filo di lana da Craig Venter, partito otto anni dopo e arrivato a sequenziare il genoma a un decimo del costo. Iter, il prototipo che dovrebbe dimostrare la fattibilità del progetto di fissione nucleare e che si sta costruendo a Cadarache, è finanziato da un consorzio internazionale composto da Usa, Unione europea, Russia, Cina e Giappone e vede il suo costo salire a quindici miliardi di euro dai dieci iniziali. Nell’agosto 2015 Tri Alpha Energy, interamente finanziata da privati, battendo una strada diversa è già riuscita a ottenere un risultato tecnico clamoroso, che gli esperti giudicano decisivo.
Sembra che a fare ricerca debba essere lo stato o che almeno debba fare grandi progetti di politica industriale. Non vale osservare che probabilmente dietro i 3,5 miliardi di euro di investimenti dei fondi di private equity e venture capital nel 2014 per oltre trecento operazioni (di cui oltre cento in start up seeding) ci sono anche capitali italiani. O che gli stessi sono dietro le circa duecentomila aziende che compongono le filiere produttive delle oltre cinquemila imprese del quarto capitalismo censite dall’ufficio studi di Mediobanca e che generano il quinto surplus manifatturiero mondiale. Non vale far notare che – con tutti i loro problemi e i loro limiti – i capitali italiani si sono concentrati sui settori che meglio conoscono, e prendere atto che è preferibile far scegliere dove investire a chi forse se ne intende di più. Non sembra contare che da qui a qualche tempo le auto saranno tyred and wired.
L’innovazione non fa solo entrare e uscire imprese dal «Fortune 500», è innovazione anche, forse soprattutto, il modo di fare impresa. L’innovazione nel trattamento dati e nella comunicazione ha rivoluzionato le catene del valore tra fabbricazione e distribuzione, con il market of one ha ridimensionato l’importanza delle economie di scala, con il venture capital ha disintermediato il modo di finanziare le innovazioni. È nata la società on demand, la vita à la carte: e non l’ha pianificata nessuno. La «capacità di scoperta» del mercato è solitamente riferita ai prezzi delle merci: ma capacità di scoperta è anche quella delle innovazioni da realizzare e delle opportunità da cogliere. Ancorché non «istituita», l’economia di mercato è la vera «istituzione» dove si accumulano le conoscenze. È perché concorrenza e mercato sono il riferimento comune a pubblico e privati che l’ambiente tecnico-scientifico americano è così vibrante e ricco, con un continuo scambio tra pubblico e privato (si pensi al ruolo della filantropia in generale e nel sistema universitario in particolare), nell’accademia e nell’amministrazione. È la consapevolezza dell’esistenza del mercato, delle possibilità che un mercato grande e trasparente come quello degli Stati Uniti offre alle innovazioni di essere finanziate, realizzate, portate rapidamente a tutti i consumatori, a spingere uomini e imprese lungo le traiettorie tecnologiche, a orientarli nelle innumerevoli scelte di cui quel percorso è fatto. È la prospettiva dei guadagni che inventori e investitori possono cogliere a far crescere quotazioni di Borsa e quote di mercato.

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