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Ma scrivi un po' cosa ti pare

C’era una volta it.fan.Guccini

C’era una volta it.fan.guccini. Erano i tempi dei modem a 56k, delle tariffe a tempo. Non pensate alle videochiamate, ai film in streaming, alle gif animate: niente di tutto questo era possibile. Non esistevano Google o You Tube. Non parliamo di Facebook, Twitter, Instagram o dei server cloud. Non era pensabile fare davanti al computer fisso anche solo una minima parte di quello che oggi si può fare con gli smartphone. Le ricerche erano spesso inutili, i siti erano quasi esclusivamente testuali, le immagini si visualizzavano in tempi biblici, i giochi erano semplicissimi, i salvataggi dei file potevano ancora avvenire sui floppy disk. Le famigerate schermate blu di Windows erano una catastrofe simile all’invasione delle zecche cavalline. Erano gli anni tra il 1997, quando acquistai un computer e mi sembrava abbastanza inutile internet, e il 2002, quando ci fu il social forum e lo ricordo adesso solo per definire un periodo e per trovare un possibile collegamento per post futuri.

Per socializzare con gli sconosciuti c’erano le bbs, le chat su Mirc e Icq e i newsgroup, che poi un giorno sarebbero stati sopravanzati in molti casi dai forum.

Piano piano iniziai a chattare con gente sconosciuta e a leggere e a scrivere di argomenti che mi interessavano. Arrivai anche a telefonare a qualcuno (Centocenti di Bari, Sirosiri di Pavia…). Dicevo che sarei  andato a trovare una persona o un’altra a casa loro, salvo non farlo mai, a meno che non si trattasse di persone che abitavano a Firenze. Oppure a meno che… non mi proiettassi dieci anni più avanti.

Quel periodo segna uno spartiacque nella mia vita. Segna il passaggio dall’università al lavoro. Diciamo solo che il ’97, il ’98 e il ’99 fanno parte degli anni d’oro e i tre successivi non esattamente, salvo alcuni momenti abbastanza fantastici come le vacanze all’Elba o in Corsica. Guccini era una presenza fissa. Lo è sempre stato, sia nei momenti felici che in quelli bui. Ogni sua frase ha qualcosa da insegnare o in cui riconoscersi. O almeno così è stato per me. Così la scoperta dell’esistenza di it.fan.guccini ha rappresentato uno spartiacque nella mia vita internautica: avevo trovato nell’web, oltre alle chat, qualcosa che mi interessava, mi piaceva e mi permetteva di diventare utente attivo.
C’erano delle regole, nei gruppi di discussione. La netiquette. Ricordo soprattutto una cosa: che se la gente faceva una domanda, o si rispondeva o si stava zitti, ma non si rimandava a cercare nei messaggi precedenti o in faq che non esistevano nemmeno.
C’era una certa libertà di azione e una certa gentilezza nei rapporti interpersonali, in quelle conversazioni e discussioni. Più avanti, neanche troppo tempo dopo, la massa dei rompicoglioni sarebbe entrata in internet, i canali di mirc sarebbero stati a volte occupati da bot e i newsgroup avrebbero iniziato a essere soggetti a trolling devastante.
Io rispondevo anche ai troll, come se valesse la pena avere fiducia nell’umanità. Le mie risposte ai post altrui cercavano sempre di essere razionali, riflessive, ma anche rispettose. Fino a che non ho iniziato ad avere una fase di trollaggio o semplicemente di chiusura, dettata dalla paura del giudizio altrui. Attorno al 2002 forse ero diventato una specie di troll. A volte scrivevo  la mia verità, ma non mi si degnavo di leggere le risposte.
Certi meccanismi si sarebbero ripetuti anche in seguito, in base all’umore del periodo.

Stop.
(Ma quanto mi piaceranno le introduzioni?)
Resume.
Insomma leggevo, scrivevo, mi informavo, riascoltavo le canzoni, facevo delle domande, compravo  libri e il newsgroup era una spinta a scoprire sempre qualcosa di più sul Vate di Pavana.

Tutto di Guccini veniva sviscerato: la sua vita, le sue opere, i suoi pensieri, le sue azioni. Tutti i testi delle canzoni venivano sezionati.
Chi era Silvia Baraldini? Chi era la ragazza della canzone di 100 Pensylvania avenue ed è vero che Kid della “Canzon per Kid” era sua sorella? Che significa Shomer mi ma i laila o come diavolo si scrive? Che significa il testo di Il vecchio e il Bambino? Di cosa parla? Facciamo una ripartizione delle canzoni per temi? Qual è la più bella frase del Maestrone? Canzoni brutte o col testo insipido ne abbiamo? “Poveri bimbi di Milano,” dite? Guccini tagliava le frasi con l’accetta, ma nell’ultimo album è prolisso e naif, non trovate?
Guccini racconta la sua Autogrill, ma tutti noi abbiamo avuto esperienze del genere, no? Cosa ci fa venire in mente quella canzone? Raccontiamo un po’ di noi, delle nostre vite prendendo spunto dalle sue canzoni. Già. Anch’io quella volta… Anche noi tutte le volte che…Non vorrei filosofeggiare troppo, ma secondo me…Quella volta in cui eravamo davanti a un tribunale a manifestare e cantavamo La Locomotiva…Quella volta in cui andammo al famoso concerto del 1984 a Bologna: cinquantamila persone, tra cui noi cinque ubriachi e non sapevamo ancora che uno di noi stava per consegnare la sua vita all’eroina…Vi devo svelare un segreto: una cosa che non sa nessuno e gli unici a cui mi sento di dirla siete voi…

Il newsgroup era diventato anche un confessionale.

Be’. Da cosa nasce cosa. A un certo punto passare qualche ora a leggere e a rispondere ai messaggi del newsgroup non basta più. Nasce il bisogno di parlarsi vis à vis. O almeno screen to screen. La chat, però, non ha funzionato molto. Quel gruppo preferiva scrivere dopo avere elaborato le informazioni, dopo averci riflettuto, dopo aver scritto e revisionato un testo. Forse era anche un gruppo di persone che avevano tanto tempo ed anche il lusso di sprecarlo.

Alcuni di loro, da essere amici viscerali, si sarebbero un giorno mandati a fanculo. Altri. avrebbero mantenuto rapporti stretti. Tutti mettevano tra le cose più belle al mondo il comunismo anarchico. Alcuni cercavano di comportarsi coerentemente con quanto pensavano. Altri se ne sbattevano della coerenza. Tutti erano interessanti per quel che dicevano, ma forse lo erano ancora di più per come agivano e per le loro storie di vita  individuali e quindi uniche.

C’erano lo studente di giurisprudenza che si dichiarava fascista nel 1998 (non nel 1922 o nel 1946) e che ha dato il là a uno dei leit motiv del gruppo:”Si può amare Guccini pur essendo di destra?”
C’era l’ex brigatista rosso che rivendicava con orgoglio il suo passato e la sua generazione. “Volevamo rispondere a tutto e ci è stato chiesto di rispondere di tutto.” Era in grado di riportare a memoria tutti gli omicidi compiuti da Polizia, Carabinieri ed altre forze armate contro cittadini innocenti. Aveva vissuto la strage di Piazza Fontana. Aveva avuto come professore “quel personaggio tronfio di Giovanni Sartori.” Riteneva che l’omicidio politico fosse giustificato. Affermava che a suo figlio stava insegnando la gentilezza. Era giustamente orgoglioso di aver buttato fuori i fascisti da una piazza fiorentina a forza di botte. In quegli anni di fine millennio faceva l’impiegato all’Agenzia delle Entrate. “Il lavoro è il male della società. Il denaro è la radice di questo male. Non ho mai apprezzato certi riferimenti al lavoro come valore che provenivano dal mondo comunista. Anzi. Mi facevano proprio orrore. Per quanto mi riguarda, una volta chiusi i conti col passato, ho cercato un posto dove potessi lavorare il meno possibile.”
C’era il ragazzo, futuro no global, che diceva che gli veniva da vomitare se vedeva gli addobbi di Natale e la gente fare shopping quando nel mondo in tanti morivano di fame.
C’era l’operaio che fino ad allora aveva sempre fatto  sport collettivi per il senso del collettivo e tutto il bello del collettivo e una volta andato a correre da solo ne scopriva il piacere e il benessere.
C’era il macchinista ferrovierie cinquantenne che si dice avesse molestato due ragazze sedicenni a una cena a un ristorante a Pavana, dopo una giornata passata nel luogo di nascita di Guccini e dopo la visita a casa sua. Qualunque cosa fosse successa e qualsiasi cosa avesse avuto da raccontare a sua discolpa, venne semplicemente escluso. C’erano anche quelle due ragazze, nel gruppo, ma non ne ricordo le parole.
C’era l’infermiera terzomondista che adesso è a curare i malati in Sudan.
C’era il fanatico del Mac, che ci mostrò la sua meraviglia, senza che mi colpisse molto. Pensai che quelle cose lì le faceva anche il pc. O guardai male o non notai che in dieci minuti non si era mai bloccato.
C’era il laureando in fisica, ultrà della Roma, che sapeva tutto, ma proprio tutto, sull’anarchia.
C’era Riccardo Venturi, c’erano le sue parole, i suoi abbracci, le sue passioni, i suoi racconti di vita, il suo essere così anarchicamente se stesso.
C’era la ragazza svizzera convinta che nel mondo tutto ciò che abbiamo andrebbe redistribuito: metà di ciò che ho lo tengo e l’altra metà la dono.

Non poteva non arrivare il momento in cui saremmo andati a un concerto insieme. Il palasport di Firenze esplodeva per la “furbetta” Cirano e restava quasi muto come l’Andrea di Samantha, all’ascolto di quel capolavoro che è Piccola Città (bastardo-posto-appena-nato-ti-compresi-o-fu-il-fato-che-in-tre-mesi-mi-spinse-via.) “Ossignori, dove andremo a finire con questi giovani che sì, vengono ai concerti come andavamo noi, rendono gli spettacoli gucciniani un inno alla multigenerazionalità e al vino davanti al palco, ma hanno gusti diversi dai nostri?”

Dopo quel concerto, correva l’anno 2000, andammo a mangiare al ristorante La Greppia e c’era anche lui, il Maestrone. Imbracciò una chitarra e ci regalò l’inno della rivolta. Tutti, tranne me, la conoscevano e la cantarono in coro con lui. Ritrovarla sul web, poi, non sarebbe stato facile come adesso: mica avevamo tutta questa libertà di scelta allora. Comunque la frase “Sul labbro il nome santo d’anarchia: insorgeremo!” mi fa venire ancora i brividi.

 

E oggi?
Guccini ha smesso di cantare, ma non di scrivere. Non ho mai letto un suo libro. Ho iniziato Cronache Epifaniche e le prime pagine lette non mi hanno indotto a continuare.
Ha smesso di fare i concerti. A me poteva bastare anche che stesse un’ora e mezzo a parlare.
Continua a ricevere le persone a Pavana, nel suo ritiro appenninico.
Il newsgroup ha finito, a un certo punto, di avere qualcosa da dire. Tutto era già stato detto. Anche gli album nuovi non suscitavano particolari emozioni. Ha pure cambiato nome, quel newsgroup. Oggi si chiama it.fan.musica.guccini. E’ stato a lungo devastato dalle masse di rompicoglioni che rappresentano degnamente il concetto di popolo.
E quelle persone? Due o tre li ho ritrovati su Facebook, ma scrivono poco. Altri hanno un blog.
Della maggior parte di loro non so più niente. Se li rivedessi potrei ringraziarli perché fanno parte delle persone che è valso la pena incontrare nella vita: ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa.

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