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Lo stupore delle prese elettriche

Come si manda in rovina un paese. 1961-1966

Copia incolla da Sergio Ricossa,”Come si manda in rovina un paese.”

1961.
Nessuno crede alla pianificazione tra i componenti della commissione che dovrebbe preparare il piano Pella. Muore Einaudi. Giovanni XXIII dice che la Chiesa deve andare a cercare i poveri lontano (che disperazione se non ci fossero più poveri nel mondo!)

1962.
Nazionalizzazione dell’energia elettrica, preparazione alla nascita delle Regioni, unità sindacale, cedolare d’acconto. Sono le idee e le mosse del centrosinistra.
La ricchezza si produce liberamente e non pianificando. In realtà tutti vogliono comandare anziché essere comandati.
La produzione di elettricità era già pubblica, tra Iri, Eni e Ferrovie. Nazionalizzare, torchiando gli azionisti, serve a comandare. Le tariffe sono tenute basse e questo piace ai grandi consumatori di elettricità, cioè la Fiat. Enel finirà così in perdita continua. Per beghe di potere la Comit è favorevole alla nazionalizzazione. Mattei, che muore, era contrario. La politica estera la fa Valletta.
Scontri a piazza statuto: giovani meridionali che la sinistra non riuscirà a tacitare.

Intanto a Stia una persona di poca cultura, grazie a un piccolo manuale hoepli, costruisce un allevamento di trote che sembra una piccola Tivoli: i piccoli imprenditori innovatori esistono e resistono.

1963
Felice Ippolito condannato per eccesso di potere, ma nessuno si occupa di quello dei magistrati. Lo sviluppo è dato dagli inventori della tecnologia. La borsa crolla, si verificano fughe di capitali, fa capolino l’inflazione.

1964

La crisi produce più pianificazione. Viene detto no alla politica dei redditi (freno a salari, consumi, importazioni) e sì al rialzo dei prezzi della benzina. In Italia c’è il sogno dell’economia controllata e la fine della concorrenza, col plauso della Fiat che non vuole che gli italiani comprino le Volkswagen e della quasi fallita Montecatini.
“Mi domando se la felicità dei popoli possa avvenire senza la felicità degli individui.” (Leopardi.)
Partecipazioni statali: accesso privilegiato al finanziamento, riduzione della libertà imprenditoriale del cittadino, carriere fondate su meriti politici, potere economico pubblico fuori dalla rigida amministrazione dello Stato.

1965. La programmazione trascura gli imprevisti. Non è stato compiuto il passo di programmare gli anni precedenti e quindi bisogna ricominciare da capo. Tutti vogliono la programmazione, comunque.
La classe politica è ridotta per lo più a ometti corrotti o a idealisti ridicoli.
Giacomo Mancini sospende il direttore dell’Anas perché non ha concesso un appalto a una società raccomandata dal ministro.
La Pira: adoravo Mussolini, peccato per le leggi razziali, oggi c’è un monocolore unico appoggiato da tutti.
Gli industriali? O principi ereditari o boiardi politici.

1966.
La rivoluzione industriale, che ha consentito alla gran massa della popolazione, e non a pochi privilegiati, di vivere decentemente, quasi non si studia a scuola, se non per le condizioni drammatiche degli operai.
Non è per niente vergognoso avere guadagnato molto perché molto si è prodotto a vantaggio della collettività o perché si è prodotto meglio di quanto sapessero fare gli altri. Due persone ricche possono meritare obbrobrio o riconoscenza sociale. Come si è giunti alla ricchezza? Per vie oneste o disoneste? Per vie produttive o parassitarie?

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