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Ma scrivi un po' cosa ti pare

Kazan 2015. Appunti di viaggio da conservare.

LA SBARRA
Guidare a fari spenti come un pazzo nella notte per vedere quanto è facile morire! La versione riccardiana del pezzo di Battisti è: camminare sovrappensiero per vedere quanto è facile inciampare su una sbarra! La quale sbarra delimitava una pensilina della fermata degli autobus. Le conseguenze dell’inciampo: salto della sbarra con tutto il corpo come un saltatore che lo sbaglia, il salto; caduta con tutto il corpo oltre la pensilina; tre sbucciature consistenti sulla caviglia destra; ipad caduto, ma tuttora sano e salvo grazie alla presenza della copertina salvatrice.

SOTTOPASSAGGI
Il passaggio pedonale al livello della strada, questo sconosciuto. Attraversare la strada sembra un gioco enigmistico. A volte, ma in particolare a Mosca più che a Kazan, attraversare una carreggiata richiede più tempo che risolvere a mano l’integrale di sin^2(x). In realtà è semplice: per evitare incidenti stradali col coinvolgimento di pedoni e rallentamenti al traffico, i russi hanno simpaticamente costruito dei sottopassaggi atti al sottoattraversamento a piedi delle strade. Il che, però, incentiva il traffico e fa perdere tempo alle persone a piedi. Il primo giorno a Kazan vedevo gli impianti, sapevo che sarei dovuto andare là, eppure mi mancava il modo. Un distributore della Tafnet sembrava l’unico approdo. Un tipo a cui chiesi aiuto voleva che gli parlassi (“gavari…”) allo smartphone, ma se gli parlavo in inglese non avrebbe capito ugualmente (o forse avrebbe usato un traduttore?) Una tipa, invece, col figlio piccolo timido, mi accompagnò fino allo stadio e allora compresi qual era la strada. Solo che mi ritrovavo comunque dal lato opposto a quello dell’impianto. Ecco, cari russi: i sottopassaggi alla fine si trovano, ma magari segnateli con dei cartelli enormi tipo quelli delle grandi pubblicità che si vedono sui monumenti in fase di restauro.

A Mosca, dicevo, c’è un altro problema: il rischio che debba rifare, per attraversare una strada, almeno metà dei chilometri già percorsi in su o in giù.
Poi, perché se arrivi dal marciapiede di destra devi prendere il sottopassaggio e andare a sinistra mentre se arrivi dal marciapiede di sinistra devi andare diritto? Poi uno al ritorno del secondo giorno prende il verso sbagliato perché va a memoria e finisce alla fine del mondo.

PERDITE DI ORIENTAMENTO
Primi due o tre giorni a Kazan. Prendi una strada, dalla destra dell’ostello. Devi fare troppi giri. Allora nei giorni successivi cambi strada e giri a sinistra. Non devi prendere il semaforo e andare a diritto. La vedi la scritta blu del supermercato? Perché sei andato a diritto? Adesso devi tornare indietro, metterci un’altra mezzora e ulteriori trenta minuti per arrivare al Kazan Arena. Hai chiesto indicazioni, ti hanno risposto in russo convinti che tu capissi, ma il linguaggio più importante è quello dei gesti.

LINGUAGGIO DEI GESTI
A una signora edicolante a Mosca: “Aeroexpress?”. Il suo viso si protende fuori dal vetro che separa lei da me. Una mano indica la direzione e viene prima mossa verso il basso (=”scendi le scale mobili”) e poi verso l’alto più volte e in modo deciso (=”poi risali e percorri il corridoio”)
A un’altra signora a Kazan mostro la cartina e il punto di arrivo, cioè una torre in pieno centro a Tucay Square. Lei, sempre usando la mano, mi manda dall’altra parte della strada, mi fa scendere la scalinata di un ristorante e infine mi manda sulla sinistra.
I cartelloni coi menu, siano nei chioschi dentro il villaggio o negli impianti o in bar o ristoranti, sono fondamentali per indicare cosa voglio col semplice utilizzo delle dita anziché della bocca.
A un signore anziano il primo giorno per avere la sicurezza che stessi andando nella direzione giusta, mimo il gesto dei nuotatori e lui stende il braccio e così mi dà la sua conferma.

IL CONTROLLORE
Metti un tassista pazzo niuiorchese e un venditore ambulante pazzo napoletano e potrai capire la combinazione tra autista dell’autobus che andava a cento all’ora per portarci dal Kazan Arena in centro e controllore che chiamava a raccolta tutte le persone alle fermate e le spingeva dentro. Se qualcuno faceva capire poi di essersi dimenticato una fermata, ecco che faceva fermare il bus praticamente ovunque, con grande divertimento dei freni e dei passeggeri in piedi.

IL SALVATORE
“No, ciccio. Tu hai preso il bus numero 54 in Tucay square e hai fatto bene. Però non hai preso quello che va verso il tuo ostello, bensì quello che va nella direzione opposta. No, non torna indietro e fa il giro come stai cercando di dirmi con quelle giravolte di braccia: va in garage. No, dall’altro lato della strada non ci sono fermate di autobus. L’unica cosa che puoi fare è prendere un taxi. Glielo chiami tu?” Così diceva il controllore di cui sopra a me attorno a mezzanotte tra domenica e lunedì. L’invito era rivolto a uno dei volontari di Kazan 2015, che era casualmente lì sul bus e scendeva al capolinea. Lui ha così chiamato il taxi e mi ha scritto che avrebbe aspettato finché non arrivava. Mi ha fatto sedere su una panchina, si è seduto accanto a me e, vedendo che il tempo passava, ne ha chiamato un altro che è giunto poco dopo per accompagnarmi.

L’OSTELLO
Puzza di piedi del primo tipo il primo giorno, arrivo in massa di famiglia rompicoglioni alle due di notte del primo giorno, “Signore può spegnere la luce” scritto da un tipo molto gentile sul suo ipad utilizzando Google Translate dal russo, trasferimento dalla camera da quattro, maschile, a quella da sei, mista, per motivi imprecisati, invasione di nuotatori master la notte prima dell’ultima domenica tra cui spiccava la presenza di un russatore folle.
Bagno in camera e due bagni nel corridoio, camere pulite ogni giorno, docce calde, possibilità di cucinare, disponibilità e cortesia di buona parte dei gestori e dei camerieri, chiamata del taxi e attesa del suo arrivo.
Tutto questo è irrilevante.
A ringraziare infinitamente della presenza dell’ostello stanno due elementi fondamentali: il prezzo di tredici euro a notte e la vicinanza, mezzora di cammino, agli impianti. L’ostello ha permesso di vivere dieci giorni di emozioni dal vivo.

IL CIBO
Certo che uno di solito va nei posti anche a sperimentare la cucina locale e blablabla. Qua bisognava spendere poco al giorno, farsi capire alla svelta e sprecare meno tempo possibile per mangiare. Quindi, in pratica, mi sono drogato di hotdog.
La mattina iniziava col caffè preso dentro gli impianti.
A pranzo un ristorante italiano mi ha rifornito di fettuccine panna e salmone e di una caprese per circa otto euro totali (al cambio attuale) ma mi ha fatto aspettare ben mezzora. Un altro localino da “attesa” era un sushi e pizza in cui ho preso sushi e pizza con settecento ingredienti e indigeribile (bene, così non avrei avuto fame a lungo.) Per il resto ho usufruito di un tatburger (dove tat sta per tataristan) la sera tornando a casa per poter vedere in tv la finale dei 10m dalla piattaforma (i biglietti erano esauriti: non pensate che non li avrei presi, altrimenti.) Ho anche preso un simpatico piatto di carne in una specie di bar lungo la strada (pranzo con un euro e una vaschetta di ossi di pollo) e poi dagli stand dentro il villaggio mi sono gustato un kebab di maiale alla tartara duro come i sassi di Matera e degli ottimi ravioli di carne.
La sera? Tra la fine delle gare di nuoto e l’inizio di quelle di pallanuoto c’era non più di un’ora di tempo. Hot dog o hamburgher presi ai chioschi dentro gli impianti e via andare.

WIFI
Ci sono giorni in cui capisci quanto sia doloroso essere privati della possibilità di soddisfare i propri bisogni fondamentali. Per esempio quando vorresti avere a portata di mano una connessione wifi e non l’hai. Alcuni locali, l’ostello e il centro di Kazan, comunque, ne erano dotati e hanno permesso di saziarmene.

LETTURE
Stasiland, dedicato ai racconti di storie di personaggi che hanno avuto a che fare con la Stasi al periodo della ddr.
Orgoglio e pregiudizio, due capitoli.
Sexe, drogue e natation, un capitolo dedicato a criticare la federnuoto francese, che si sarebbe arricchita dei successi dei nuotatori senza puntare a far emergere nuove leve.
This time is different, un capitolo, sulla storia ricorrente delle crisi da debito.
L’ultima bracciata, un capitolo sulla tragedia di Brema, incidente aereo in cui persero la vita nove persone, tra atleti, tecnici e giornalisti, nel 1966.

IL METEO
La mattina delle prime batterie faceva così freddo che sembrava di essere all’aperto e…in effetti l’impianto era stato costruito sopra lo stadio di calcio e quindi era solo una copertura, peraltro collocata in alto e esposta a ogni spiffero. Poi è bastato dotarsi di giacchetto, oltre alla maglietta estiva, per sopportare la temperatura, che è sempre stata gradevole. Anche la pioggia mi ha beccato il primo giorno, quando si è più vulnerabili e dobbiamo ancora adattarci.

AMBULANTI E ANZIANI.

Personaggi che mi hanno colpito:

Il signore anziano che in un angolo di una scalinata vendeva della frutta in cassetta; le signore anziane e grasse che sedevano accanto o di fronte ai negozi o ai banchi al mercato come per passare il tempo; i rivenditori di ombrelli e chincaglierie in un sottopassaggio, scacciati dalla polizia e riapparsi il giorno dopo; ambulanti che vendevano gelati o birra o caffè lungo la strada; signore che sulla porta di casa, almeno così sembrava, vendevano fiori; una donna che raccoglieva erba di campo lungo la strada che conduceva al mio ostello.

 

 

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