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Lo stupore delle prese elettriche

Keynes e la tav

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Di Massimo Fontana
Oggi parliamo di Keynes, il grande economista del ‘900.
Per farlo partiremo da un fatto di cronaca politica, nella fattispecie il rifiuto della Tav da parte del governo, o perlomeno da parte della sua componente grillina http://www.lastampa.it/2018/07/27/italia/la-tav-non-si-far-pi-adesso-anche-conte-cede-al-pressing-del-ms-vMGDcKgGaw0IrbiT3UpasK/pagina.html
Secondo i nostri eroi la Tav non produrrà nessuno dei benefici previsti e la penale da pagare per l’interruzione dei lavori a questo punto sarà “solo” di 800 milioni di euro, a fronte però di miliardi richiesti per concludere l’opera.
La lega si dice invece contraria alla chiusura dei lavori e su questo punto staremo semplicemente a vedere come evolverà la vicenda.
Per quanto mi riguarda io sono invece d’accordo, almeno per questa singola volta, con i grillini.
La Tav è sempre stata una spesa pubblica mastodontica e smentita nei numeri previsti quasi da subito, come ha sempre fatto notare ad esempio l’Istituto Bruno Leoni, tra i tanti interventi qui  http://www.brunoleoni.it/bp-41-tav-le-ragioni-liberali-del-no
La cancellazione di tale opera pubblica quindi non solo non metterà a rischio l’economia italiana, ma anzi, può portare ad un risparmio effettivo di spesa, da utilizzarsi in modo molto migliore.
Tutto bene?
No.
La visione economica mia e dell’Istituto Leoni non è quella keynesiana, ma bensì quella liberista.
Liberista nella versione “austriaca” per il Leoni, monetarista la mia, ma comunque visione opposta a quella di Keynes.
Keynes che invece viene richiamato costantemente come fonte di ispirazione economica non solo dai grillini, ma da tutti i sovranisti italiani, alla ricerca disperata di qualcuno che giustifichi più spesa pubblica e più deficit.
Molto spesso per opere pubbliche.
Quale è per l’appunto la Tav.
Come si combacia allora il blocco della tav con la politica economica keynesiana che il mv5s vorrebbe fare?
Molto poco.
A meno che ovviamente non ci sia dell’altro.
Dell’altro cosa?
Dell’altro Keynes.
Keynes che nell’Italia della grande crisi è diventato plurimo.
O per meglio dire, Keynes è sempre e solo uno, ma come spesso succede quando un matematico “piacione” con ambizioni anche politiche si mette a scrivere un libro di economia da svariate centinaia di pagine, qualche frase che giustifichi interpretazioni anche completamente diverse da quelle reali, può sempre sfuggire.
Ma vediamo chi è Keynes.
Il Keynes reale, quello che occupa la stragrande maggioranza delle pagine della “teoria generale dell’occupazione”.
E partiamo da quello che ha scritto.
Leggiamo :
” Ritengo che la migliore spiegazione del ciclo economico sia che esso derivi da una variazione ciclica dell’efficienza marginale del capitale …Qualsiasi fluttuazione dell’investimento non compensata da una corrispondente variazione della propensione a consumo provocherà, naturalmente, una fluttuazione dell’occupazione… ” .
Ricordiamo che l’efficienza marginale del capitale citata da Keynes è il saggio di profitto degli investimenti.
Saggio di profitto che  quindi per Keynes fluttua, a volte scendendo, ma sempre e solo a livello congiunturale.
Questo è importante perchè già qui vediamo una prima grande diversità ad esempio da Marx, altro economista caro a tutti gli anti-liberisti del pianeta, ma per il quale la caduta del saggio di profitto è un evento strutturale e senza possibilità di alternativa.
Tanto è vero che per Marx questo avrebbe portato infine al crollo del capitalismo.
Keynes dice: no, il saggio di profitto a volte scende, ma torna comunque sempre verso l’alto.
Ma andiamo avanti.
Keynes continua descrivendo la dinamica delle crisi economiche:
“Gli ultimi stadi dell’espansione sono caratterizzati da aspettative ottimistiche sul reddito futuro dei beni capitali …… quando la disillusione cade su un mercato troppo ottimistico … esso debba cadere ….. inoltre lo sgomento e l’incertezza sul futuro che accompagnano una caduta dell’efficienza marginale del capitale provocano naturalmente un aumento precipitoso della preferenza per la liquidità ………. disgraziatamente una caduta significativa dell’efficienza marginale del capitale tende anche ad influire in senso avverso sulla propensione al consumo”.
Qui abbiamo sostanzialmente la teoria originaria di Keynes : il sistema economico inizialmente è in uno stato di espansione, la quale ad un certo punto diventa troppo ampia e si verifica una situazione di sovrainvestimento dovuta ad errori di giudizio imprenditoriale, che porteranno ad investire capitali in produzioni dal basso rendimento.
A causa di questo mala-investimento o sovra-investimento (lo stesso Keynes definisce il termine ambiguo e cerca di chiarificarlo per tutta la “teoria”) il rendimento del capitale non è quello adeguato e progettato da chi ha fatto gli investimenti.
Questo provoca una caduta degli investimenti stessi che si riverbera a catena nel sistema economico arrivando alla fine alla funzione del consumo, che nell’ipotesi originaria di Keynes vede una caduta della propensione media a consumare.
Caduta che a sua volta, in un meccanismo di feedback, si riverbera nell’economia a causa della diminuzione conseguente dei consumi.
Tutto chiaro e abbastanza lineare.
Con alcune precisazioni : innanzitutto la causa della crisi non è la caduta dei consumi in se stessa, ma la caduta dell’efficienza marginale del capitale e il crollo di conseguenza degli investimenti.
Dall’altro, i consumi in condizioni normali sono corretti, ma cadono solo in situazione di crisi .
Keynes conclude quindi, date queste ipotesi, nel modo più ovvio: primariamente bisogna rilanciare gli investimenti.
E infatti scrive :”Dunque il rimedio all’espansione eccessiva (ovvero la condizione di pre-crisi, ndr) non è un aumento, ma una diminuzione del tasso d’interesse “. (1)
La riduzione del tasso d’interesse dovrebbe rilanciare gli investimenti, rilanciando la crescita e l’occupazione.
Tutta qui la ricetta keynesiana per uscire dalle crisi ?
No, ovviamente no .
Ma questo ne è il cardine.
Sembra poco perchè la politica di ridurre il tasso d’interesse proprio dalla Teoria dell’occupazione di Keynes è diventata pratica comune, ma non dobbiamo dimenticare che in precedenza accadeva il contrario, ovvero quando iniziava una crisi il tasso d’interesse veniva innalzato.
E se la diminuzione del tasso d’interesse non funziona?
Ecco allora che può intervenire la politica fiscale con il deficit pubblico e il concetto di moltiplicatore.
Ma per l’appunto durante una crisi economica e solo quando tutti gli strumenti monetari sono finiti.
Strumenti monetari che non sono solo l’abbassamento del tasso d’interesse, ma la non operatività della teoria quantitativa della moneta.
Se questa è viva infatti, anche se i tassi sono a zero, la politica monetaria rimane comunque operativa.
Questo punto è importante proprio perchè, se la teoria quantitativa della moneta è operativa, la politica fiscale a debito è inutile e di fatto dannosa.
E attenzione: dentro la stessa teoria di Keynes.
E questo è sostanzialmente tutto.
Keynes però, da grandissimo furbastro qual’era come detto all’inizio, prende infine (ma proprio alla fine, nel capitolo 22 e per 1 pagina e mezzo) in considerazione il caso del sottoconsumo permanente, caso però diverso dalla sua teoria.
Come detto, furbescamente, si dice sostanzialmente in accordo con chi propugna simili teorie, ma solo se effettivamente non si riesce a tenere il volume di investimenti per creare piena occupazione .
Ma ancora attenzione, volume di investimenti, non di consumo.
Che però si affretta a specificare, ovviamente visto l’egocentrismo del personaggio, con le sue teorie può essere mantenuto a livelli adeguati se necessario anche attraverso la socializzazione di parte degli investimenti (filone questo ripreso da Minsky).
Quando si dice, un colpo al cerchio ed uno alla botte .
Ma questo era Keynes.
E che fosse, per dirla all’italiana, un parac…..  un “piacione”, lo dimostra qualche capitolo prima, precisamente al capitolo 7, quando ci dice……. esattamente il contrario, anche se in modo un po diverso.
Afferma infatti: ” Così la vecchia opinione che il risparmio provoca sempre l’investimento, benchè incompleta e ingannevole, è formalmente più corretta della nuova opinione alla moda che possa esistere un risparmio senza investimento “.
Ovviamente , visto che la domanda aggregata – concetto introdotto da Keynes ed unica cosa che conta nella sua teoria – è fatta da consumi ed investimenti e visto che questi ultimi derivano dal risparmio, se Keynes stesso ci dice che dire che può esistere risparmio senza investimento è sbagliato, di fatto Keynes stesso ci dice che anche se nel breve periodo possono esserci fluttuazioni della domanda aggregata, nel lungo periodo comunque consumo, risparmio ed investimento non rappresentano un problema per la domanda aggregata.
E quindi la teoria del sottoconsumo permanente per Keynes è errata.
Perchè questo punto è importante?
Perchè la caduta dell’economia provocata dal sottoconsumo, come abbiamo visto, nella teoria keynesiana è temporanea.
Ed infatti oggi, anche nell’Italia del 2018, il consumo è sostanzialmente positivo.
Per non parlare della teoria quantitativa della moneta, che con inflazione positiva anche se di poco, farebbe rigirare nella tomba keynes stesso se sentisse parlare di sua non operatività.
E quindi non siamo più dentro il famoso “caso keynesiano” , sempre che esista, ma bensì in pieno “caso neoclassico”, quello del sempre famoso “lungo periodo keynesiano”.
Che a forza di esorcizzarlo è infine arrivato.
Quindi una maggiore spesa pubblica finanziata a deficit, anche per investimenti è oggi definibile come un contesto keynesiano?
O peggio, un deficit pubblico sostanzialmente permanente come vorrebbero alcuni soggetti estremi?
Risposta: no.
E la ragione l’abbiamo appena detta: perchè al netto delle parate di fondoschiena del capitolo 22, Keynes parlava di sottoconsumo e sottoinvestimento temporaneo da rilanciare tramite il concetto del moltiplicatore, solo durante una crisi economica e profonda deflazione.
Crisi che oggi non è più tale.
Chi parlava invece di sottoconsumo permanente?
Sostanzialmente un economista.
Tale Karl Marx.
Di nuovo.
Per Marx infatti, se il profitto è una sorta di appropriazione indebita del salario dei lavoratori da parte degli imprenditori e se il saggio di profitto sarà destinato a scendere, provocando così una caduta degli investimenti, nel flusso circolare del suo sistema ci sarà sempre un sottoconsumo permanente dovuto prima o poi proprio al mancato reinvestimento dei profitti o più normalmente al loro mancato consumo da parte dei legittimi proprietari, ovvero i lavoratori.
Tornando a noi tutto questo ci dice infine però alcune cose importanti.
Il Keynes che in piena espansione economica e reflazione dice di aumentare il deficit pubblico, come si spaccia oggi in Italia, di fatto non è mai esistito.
Ma – e questo probabilmente è il caso del pensiero grillino che blocca la Tav, ma vuole spingere sul reddito di cittadinanza – il Keynes che parla di moltiplicatore, magari rilevante, della spesa pubblica per sostegni al reddito e quindi maggiori consumi e di nuovo in stato di espansione economica e reflazione, non è mai esistito.
L’economista che invece ha parlato diffusamente di tutto ciò è un’altro.
Non si chiama Keynes, ma Marx.
Morto e sepolto come economista, ma con le idee ancora ben vive.
Certo, si rigirerà nella tomba pensando che qualcuno vorrebbe usare le sue idee tutto sommato per salvare il capitalismo, ma la coerenza e la “realtà” in quanto esaminato sopra esistono solo in wonderland, ovvero nel mondo delle fiabe.
Buona giornata a tutti.
(1) Brani tratti dal capitolo XXII della “Teoria generale dell’occupazione , dell’interesse e della moneta “, di John Maynard Keynes , Utet.

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