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Lo stupore delle prese elettriche

La distruzione sovietica del lago Aral

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Un paesaggio surreale si offre a chi decide di visitare la cittadina di Aralsk, in Kazakistan.

Cammelli all’ombra di navi da pesca disseminate a centinaia lungo la steppa deserta.

Si tratta di un grande complesso monumentale, eretto dalla natura a ricordare di come comunismo e gestione delle risorse non vadano quasi mai d’accordo.

L’Aral, il mare interno delle mille isole, il mare dei turcomanni e fonte rigogliosa di pesce e commercio non esiste più. Poche pozze e qualche grande acquitrino sono tutto quello che rimane di una grande riserva d’acqua, fatta prosciugare dalla stupida miopia di qualche funzionario di partito troppo impegnato a difendere la rivoluzione per comprendere i danni che stavano maturando.

In principio fu la campagna delle terre vergini. Il compagno Segretario Nikita Kruscev aveva un problema: la rivoluzione agricola sovietica – la terra al popolo, non importa se questo sappia o meno come si usa – ha costretto la Russia ad importare grano dagli Stati Uniti.

Il compagno Segretario Kruscev, appurato che il settore agricolo era efficiente perché non possono essere inefficienti le conquiste del proletariato, decise che la soluzione era avere più terra: irrigare, scavare, arare, fertilizzare tutto e a qualsiasi costo.

L’Asia centrale era all’epoca un territorio poco sviluppato, in cui alle steppe si alternavano alcuni grandi fiumi che confluivano in una depressione formando un mare interno, il Mare d’Aral, responsabile di temperature più miti e di una diversa definizione climatica della zona. Il compagno Segretario sapeva benissimo che i deserti sono pieni di terra, e i fiumi sono pieni di acqua, quindi sommando i fiumi dell’Aral ai deserti circostanti si sarebbe ottenuta una superficie coltivabile ragguardevole.

Così la grande macchina dei lavori pubblici sovietica si mise in moto, scavò centinaia di canali e di dighe, disperse l’acqua dei due immissari dell’Aral, il Syr Darya e l’Amu Darya e la redistribuì alle assetate terre delle steppe uzbeke e turkmene.

Come succedeva troppo spesso però, il capitalismo e le spie americane, i sabotatori ed i disillusi sovversivi fecero il loro dovere: gli ingegneri locali decisero di non rendere impermeabili i canali di irrigazione, né tantomeno di infossarli.

In Uzbekistan, un canale di irrigazione di epoca sovietica perdeva normalmente il 75% dell’acqua trasportata tra infiltrazioni, drenaggio ed evaporazione, in Turkmenistan la percentuale saliva all’82%. Ciò significa che se dal fiume si toglieva un metro cubo di acqua, al campo arrivavano 180 litri su 1000.

La macchina della propaganda non conosceva infiltrazioni, la campagna delle terre vergini fu dichiarata un successo e Uzbekistan e Turkmenistan schizzarono in testa alle classifiche mondiali per produzione di cotone e frutta a nocciolo. E tutto grazie al compagno Segretario Nikita Kruscev.

Unico piccolo problema: l’acqua all’Aral non arrivava più, e lentamente ma inesorabilmente il mare si ritirava e il deserto avanzava. Lentamente, dal 1960, ogni anno 60km³ di acqua evaporavano dall’Aral, senza essere compensati.

Uno dei più grandi disastri ecologici della storia. Un mare intero prosciugato. Un clima che di conseguenza irrigidisce gli inverni e fa aumentare le temperature estive, rendendo l’evaporazione sempre più problematica.

La fame di gloria del comunismo diede a Kruscev la fama di grande statista e polvere ai pescatori di Aralsk.

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