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Lo stupore delle prese elettriche

L’economia della conoscenza implica differenze territoriali

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Sbobinatura.

Esiste un problema delle disuguaglianze territoriali, non solo quella storica e permanente del sud.
L’Inghilterra, 40 anni fa aveva uno sviluppo abbastanza uguale nel territorio. Ogg la greater London e parte della Scozia evolvono e altr luoghii no
Negli Stati Uniti ci sono dei territori che avanzano, specialmente lungo le coste e altri territori che restano fermi. .
In Italia c’è un’anomalia milanese anche rispetto alle città del nord che stavano facendo il catching up
Riflettiamo su queste disuguaglianze territoriali crescenti. Quanto è inevitabile, quanto è policy, quanto vale la pena chiedersi se vogliamo perseguire il fatto che tutti debbano crescere ugualmente, avere redditi uguali, opportunità uguali o se perseguire questo obiettivo rifletta dei pregiudizi che abbiamo creato 50 anni fa quando forse era possibile. Questo ha un riflesso sulle politiche fiscali, sulla distribuzione dei poteri statali, sul federalismo o meno.

MONACELLI
Un megatrend oggi è la crescita vertiginosa delle città. L’urbanizzazione è passata dal 7% dell’800 al 50% oggi. Ci sono degli economisti che si chiedono cosa ci sia nelle città. L’ile de France produce il 30% del pil, ha circa un terzo della popolazione, solo il 17% del terreno è usato per impianti, strade e case. Quindi si concentra geograficamente l’attività economica.

Paradosso delle città. Dove si aggregano le aziende che producono beni tradable, cioè commerciali? Perché le aziende si aggregano a Londra, New York ecc dove i costi di produzione sono alti, per quanto vendano in tutto il mondo?. Perché non mi localizzo laddove vendo il bene e i costi di produzione sono più bassi?

Questa concentrazione produce dei gap di produttività giganteschi (46% nei paesi ocse in media) tra un territorio e l’altro.
Questo fenomeno è crescente. La società è basata sulla conoscenza, sulla produzione di idee, che è il fattore produttivo fondamentale oggi per creare valore aggiunto. L’economia della conoscenza, che è fortemente globalizzata, la rivelanza dell’aggregazione basata sulla prossimità fisica continua ad aumentare. È un altro paradosso perché la digitalizzazione avrebbe potuto forse permettere di tenere distanti le persone e tenere alta la produttività. In realtà la prossimità fisica risulta essere più importante che mai in questa era dell’importanza della conoscenza e della produzione di idee come fattore produttivo importante.

Evidentemente c’è qualcosa di magico, un’esternalità che deriva dal fatto che le persone intelligenti vogliono stare vicino ad altre, la vicinanza fisica e lo scambio di idee generano nuove idee. Stare con persone più creative ci rende più creativi. Stare con persone più produttive ci rende più produttivi.

Questo ha implicazioni sulla produzione di posti di lavoro. Enrico Moretti, Berkeley, ha sviluppato il concetto di moltiplicatore dei posti di lavoro. In queste aree di concentrazione di attività economica dove la knowledge based economy è fondamentale, ogni posto aggiuntivo nei settori ad alto valore aggiunto genera cinque posti di lavoro nei settori non tradable e non necessariamente ad alto valore aggiunto. Se un posto di lavoro in più a MIlano viene creato per assumere un ingegnere informatico, si creeranno cinque altri posti di lavoro attorno perché l’ingegnere avrà bisogno di avvocati, di architetti, di insegnanti di yoga per la moglie, di barbieri, di psicoterapeuti ecc. E’ molto meglio essere un insegnante di yoga a Milano che a Campobasso. Esiste una complementarietà tra posti di lavoro ad alto valore aggiunto esportabili knowledge based e servizi ad alto e basso valore aggiunto che ruotano attorno. Anche palestre, ristoranti ecc.

Le economie di agglomerazione sono molto importanti (e si vede sotto gli occhi, basta venire a Milano o confrontarla anche con 15 anni fa). Milano sta diventando un hub di innovazione e di lavori ad alto valore aggiunto. L’hub riguarda anche Bologna e Torino anche nel senso di città dove la gente vive e si sposta a Milano per lavoro.

Questa agglomerazione di posti di lavoro sembra oggi l’unica via della crescita.
È quindi difficile immaginare processi di crescita che siano uniformi in un paese intero.
Se vogliamo intraprendere un sentiero di crescita compatibile coi meccanismi dell’economia della conoscenza è possibile che dobbiamo rassegnarci a accettare come inevitabili le differenze territoriali.
Esiste una visione secondo cui il sud è il problema. Il sociologo Carlo Triglia ha questa visione. C’è una parte del paese arretrata in termini di capitale umano e infrastrutture e se non cresce il sud non potrà crescere l’Italia.
In realtà oggi la via per tornare a crescere sia quella di accettare le differenze territoriali perché solo dove si ha l’agglomerazione fisica delle persone l’economia della conoscenza si forma, crea posti di lavoro e sviluppa valore aggiunto. Il processo crea inevitabilmente una grande disparità geografica.

Probabilmente l’Italia dovrà accettare per forza le caratteristiche di questi sistemi economici. La sfida è di comprendere questi meccanismi e poi di capire quali politiche siano in grado di generare altri, inevitabilmente pochi, centri di produzione di economia ad alto valore aggiunto. Questi centri saranno poi in grado anche di creare posti meno qualificati di contorno.
Anche negli Stati Uniti sembra che queste aree sorgano quasi per caso. Esiste probabilmente un pregresso storico di aree, infrastrutture, istituzioni che consentono l’agglomerazione in certi luoghi e non in altri. Ovviamente questo crea tensioni Esistono delle politiche che sono in grado di creare nuove aree di concentrazione ad alto valore aggiunto? Ci possiamo chiedere: ma allora una struttura federalista sarebbe più adatta o meno adatta? E poi quali meccanismi di perequazione dobbiamo immaginare? Ma prima di tutto bisogna capire qual è l’economia del mondo di oggi e capire che queste disparità territoriali sono oggi la conseguenza di come funziona l’economia della conoscenza.

NICOLA ROSSI
Se la divaricazione nord sud l’avessimo osservata negli ultimi dieci anni avremmo potuto dire che la radice del problema è quella detta prima. Il problema è che la divaricazione ha più di 150 anni.
Ci stiamo applicando a fare restare le cose come sono state per 150 anni e non per accettazione dell’economia attuale.
Prendiamo le linee guida del documento programmatico del governo. Nelle righe dedicate al sud c’è tutto quello che è stato già fatto.
Libro: morire di aiuti. Nulla di quel che abbiamo fatto negli ultimi venticinque anni ha funzionato.
Eppure continuiamo a pensare che possa funzionare.
Sviluppo delle regioni europee. Le regioni italiane sono rimaste ferme laddove diverse regioni europee sono cresciute.
Distanza nord sud nel 1995 e nel 2017. Non è modificata
Quindi più di un milione di persone se ne è andata dal sud.
Il punto di partenza è comunque diverso.
Prendiamo le infrastrutture. Non sono uguali tra sud e centro nord e nemmeno all’interno delle regioni del centronord.

Questione dell’autonomia. Non è la secessione dei ricchi. Non è solo il fatto che vogliano non dare risorse al sud. Il fatto è che nella fornitura di molti servizi il centronord è più efficiente e non ne può più. Se sto con un inquilino che butta le sigarette per terra, prima o poi me ne vado.
Questa spinta all’autonomia che è anche in Spagna o in Scozia è il grande successo dell’Unione Europea. Nel contenitore più grande possiamo giocare una partita diversa da quella che giocavamo nelle piccole scatole in cui eravamo. Non si vede perché dovremmo stare lì dove stavamo. Se Veneto, Emilia e Lombardia volessero davvero l’autonomia dovrebbero affidarsi a dei veri europeisti.

Vogliamo evitare la dispersione del sud? Intanto il contratto nazionale di lavoro dovrebbe avere valenza normativa. Il contenuto economico dovrebbe essere definito lì dove è possibile definirlo con maggiore accuratezza rispetto a quelli che sono i livelli di produttività.
Dobbiamo partire da punti di partenza ragionevolmente uguali? Allora va completata la dotazione infrastrutturale in modo che il sud, ma anche alcune regioni del nord, sul piano della parità. Finché questo non accade c’è una distanza competitiva, limiterei le politiche di perequazioni a legare l’aliquota dell’imposta delle persone giuridiche alla dotazione infrastrutturale. La Basilicata avrebbe un’aliquota del 9% e la Lombardia del 24%. Vedi studio ibl.

L’Italia ha lavorato per adottare politiche di coesione di cui siamo stati le principali vittime. Gli altri hanno bypassato quel sistema di regole e noi ci siamo infilati dentro.

STEVANATO
La tendenza storica è radicata sul centralismo. Altra tendenza storica è l’uniformità degli assetti istituzionali, delle politiche pubbliche.
La differenziazione non è un male ma può essere strumentale alla crescita.
Dopo l’unità si sono tolti i diversi sistemi fiscali e si sono centralizzati.
La nascita delle regioni è stata minata, nell’efficacia di fare politiche pubbliche, dalla mancanza di una reale autonomia finanziaria. Lo stato ha sempre voluto controllare rigidamente i canali di spesa e di entrata. La mancanza di autonomia finanziaria sopravvive anche ai mutamenti normativi formali. Anche la riforma del titolo V del 2001 e la legge del 2009 sul federalismo fiscale che non hanno portato a maggiore autonomia dal lato delle entrate e sono rimaste inattuate. Il sistema fiscale è deciso dallo stato. Le regioni hanno pochissima autonomia impositiva. La Corte Costituzionale ha affermato che le regioni potrebbero istituire tributi su presupposti che non esistono già a livello statale. Lo stato non ha mai lasciato cespiti impositivi alle regioni. Anche laddove ci siano degli spazi di autonomia tributaria le regioni preferiscono non adottarla per non dover sottostare al consenso elettorale.
Dopo la crisi del 2008 e l’esigenza degli stati di sottostare ai vincoli europei ci sono stati tagli lineari che andavano a comprimere le entrate per tutti e a premiare chi aveva una spesa storica meno efficiente.
Manca una camera delle regioni e anche la riforma di Renzi non la prevedeva. Tra l’altro quella riforma aumentava il centralismo.
Tutto ciò a dispetto di dati che attestano una situazione diversa. Per esempio il tentativo del regionalismo differenziato. Anche il nuovo art.118 appare trascurato a livello centrale.
L’atteggiamento complessivo dello stato, delle regioni del sud, dell’opinione pubblica, della chiesa, dei sindacati, delle associazioni dei medici, degli intellettuali del sud è contrario a ipotesi di differenziazione e non ci rende ottimisti sul raggiungimento del risultato della riforma dell’autonomia differenziata.
Non si può avere autonomia finché non si hanno i livelli essenziali di prestazione? Lo stato non ha emanato la legge dei principi di finanza pubblica. I livelli essenziali di prestazione non vengono fatti. Però viene detto che non si fa l’autonomia se non si fanno i lep. Ma se non si sa su cosa può essere esercitata l’autonomia non si fanno i lep. C’è questo circolo vizioso. Quindi con una scusa o un’altra non si fa mai partire l’autonomia.
Le regioni del sud sono penalizzate dalla spesa storica? No. Oggi la spesa storica penalizza il nord.

Monacelli.
L’economia della conoscenza genera crescita e questa si basa sull’agglomerazione fisica ma questo riguarda anche chi ha meno talento e svolge lavori a minore valore aggiunto. Solo questo.

Che senso hanno politiche di favorire le aree interne? Queste politiche non sono giustificabili dalla teoria e dalla logica economica. Sono politiche di recupero di dimensioni di vita che riteniamo più adatte ai territori tradizionali. Non sono politiche finalizzate al creare lavoro e far crescere il reddito. La sfida deve essere: dati i processi di oggi e dato il funzionamento dell’economia e data la concentrazione dei talenti, la politica pubblica deve chiedersi come fare affinché la maggior parte delle persone abbia dei benefici. Per esempio politiche per gli alloggi. C’è chi immagina un trasferimento della quota dei fondi che vanno ai sussidi di disoccupazione per permettere alle persone per usarli per il pagamento degli affitti dove l’economia dell’innovazione sviluppa posti di lavoro per lavoratori meno qualificati ma che non accedono a quel circuito geografico per il costo della vita e per il costo degli affitti. Questo è più efficiente che portare risorse nei luoghi primitivi. Favorire l’agglomerazione fisica di quante più persone è il modo per portare in atto il reddito di tutti. Parlo di invitare più persone possibili, cioè rendere meno costoso possibile accedere a queste aree di agglomerazione. Questo fa sì che altre aree non potranno crescere allo stesso modo. Questo non vuol dire che le condizioni di istruzione non debbano essere garantite anzi le condizioni che garantiscono l’istruzione sono il punto di partenza e devono essere uguali per tutti. Questi giovani istruiti però non possono essere istruiti allo stesso modo o possano trovare lavoro nel luogo dove ricevono l’istruzione. Va accettato che l’agglomerazione fisica avviene solo in pochi luoghi e è questa agglomerazione che produce reddito.

Rossi.
Non ci rendiamo conto del mostro che abbiamo nutrito in questi 25 anni. Le politiche di coesione degli ultimi 25 anni hanno generato burocrazie solidissime, un dipartimento delle politiche di coesione, un’agenzia di coesione, uffici e assessorati a livello regionale, una platea di clienti agguerritissima. Parecchi professionisti hanno un’attività che ruota solo attorno ai fondi per il mezzogiorno. Rende più fare solo quello mentre potrebbero essere ottimi commercialisti o avvocati.
Le classi dirigenti vengono da una selezione. Da 25 anni non c’è più questa selezione. I ministri si possono scegliere in strada. Possiamo avere l’estrazione a sorte come strumento di selezione. Il sud non ha avuto leader politici di grandezza nazionale perché l’elezione avveniva sulla base della frase “porterò i soldi”. Naturalmente una volta eletti a volte ci si riesce e questo serve a mantenere la clientela che garantisce la rielezione. La selezione avviene sempre al ribasso. Ecco che la classe dirigente meridionale non ha prodotto nulla nel senso della politica. Le politiche erano cattive e hanno generato una classe dirigente peggiore anche delle politiche.
Infrastrutture. Concentrare tutti i fondi disponibili per il mezzogiorno o altre regioni per la dotazione infrastrutturale affidando la gestione a chi non abbia niente a che fare con la regione e con la politica locale. La prima cassa del mezzogiorno era un organismo tecnico, i Saraceno e i Pescatore sapevano dove stavano, ma vendevano progetti tecnici al resto del mondo. C’è il problema del rendimento, sì, ma magari ce lo poniamo dopo. Alcune strade e alcuni porti ancora sono da fare.

Stevanato

Federalismo fiscale. Quale modello abbiamo in mente?

Modello tedesco o svizzero potrebbero funzionare. Un federalismo di tipo concorrenziale. Restiamo su quello che esiste. Anche con quello che c’è fa fatica a entrare nelle prassi applicative. In costituzione possiamo avere tutto, ma i fatti sono insensibili. Il problema è culturale. I dirigenti ministeriali, le burocrazie statali temono di perdere potere. Rischiamo di cambiare le norme mentre tutto il resto resta uguale.

Boldrin.
Al tempo il modello federalista boldrin rustichini era il migliore. Oggi forse non funziona più. Per la costruzione di burocrazia, per quello che ho imparato sui fondi strutturali, perché oggi il nord è mutato (è molto short term), la domanda di autonomia oggi è molto miope. I veneti vogliono solo i soldi che hanno anche trentini e friulani.
Questi meccanismi non creano competizione. Dobbiamo creare meccanismi che creino competizione tra regioni. Oggi i veneti o i lombardi si terranno una fetta più grande di gettito, ma il resto farà più debito e indurrà zero competizione. Esiste solo lo stato centrale italiano. Non c’è responsabilizzazione dell’amministratore, non c’è nella cultura del politico né dell’elettore. Non c’è un meccanismo condiviso di competizione. Dare soldi a uno o all’altro produce solo una domanda di “se ce l’hanno loro lo voglio anche io. Se non c’è debito faccio un po’ di debito”:
La classe dirigente non l’abbiamo: dobbiamo crearne una nuova di ventenni.
La vecchia proposta stile lega non funziona.

Rossi
Il sud dovrebbe creare una macro regione unica e creare una soluzione istituzionale pari a quella del Veneto.

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