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Lo stupore delle prese elettriche

L’economia fascista? Niente di positivo

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Dobbiamo considerare due cose che sono propedeutiche all’avvento del fascismo.

La prima guerra mondiale. Che ha avuto un impatto sull’economia e sulla politica.

Il quadro internazionale. Le politiche fasciste non vennero fuori dalla testa dei gerarchi di Mussolini per caso. Stanno in un quadro, pur essendo peggiori della media. Queste politiche avevano anche una domanda, che veniva dagli industriali del nord e dagli agrari del sud.

 

Prima guerra mondiale.

È stata un’iniziativa di una minoranza di italiani raccolti attorno al re. Gli irredentisti erano favorevoli. La maggioranza della popolazione era di contadini che poi sono andati a morire e probabilmente non volevano andare in guerra.

Ci fu uno shock politico, uno shock demografico (600000 morti), uno shock economico.

 

Nel 1913 l’Italia aveva iniziato un percorso di industrializzazione (tessile, seta, sostanzialmente industria leggera). Poi si producevano armi e quindi acciaio e tutta la filiera e macchine per la produzione del tessile. L’Italia pretendeva di essere una grande potenza ma non lo era e non poteva basarsi solo sull’importazione di armamenti.

Andando in guerra l’Italia provò a gonfiare la produzione siderurgica e di armi. Con un po’ di aiuto alleato ci è riuscita: a produrre armi e a vincere la guerra. La produzione bellica si è gonfiata e ha fatto crescere alcune aziende: la Fiat, l’Ansaldo, la Caproni ecc.

Il problema è che le commesse erano soprattutto statali. Non si badava all’efficienza e ai costi ma solo a produrre e basta. Bisognava avere ogni volta più fucili, più pallottole, più carri armati, più aerei. Finita la guerra, queste industrie si sono trovate in difficoltà e sono state salvate dalle banche, con tutta una serie di decisioni politiche.

Molta meccanica pesante (non la Fiat), tutta la siderurgia avanzata (il nome Ilva fu adottato in quella occasione, come complesso di industrie siderurgiche possedute dalla Banca Commerciale). La Banca Commerciale e il Credito Italiano possedevano il grosso delle imprese private italiane e ritroveremo questa cosa negli anni 30. Comunque è un prodotto della guerra. Le banche usavano i depositi a breve dei depositanti per finanziare le industrie. Questo era folle e sarebbe continuato fino al 1933. Le banche erano chiaramente fragili: se i depositanti avessero ritirato i depositi, le banche sarebbero crollate.

 

Nel 1922 l’economia italiana era comunque tornata a una situazione di equilibrio pre bellico, con una produzione industriale più grossa e diversificata e con l’altro vantaggio che la Germania era fuori causa. Con l’iperinflazione i tedeschi non potevano più esportare. L’Italia, come potenza vincitrice, si era anche creata una zona di influenza nei Balcani e in Europa centrale. Il ruolo sarebbe poi stato in seguito preso dalla Germania.

 

C’erano squilibri macroeconomici nel 1922 ma la situazione economica era simile a quella prebellica.

C’erano anche conflitti sociali, come quelli del biennio rosso, che furono eliminati con l’abolizione dei sindacati. Sappiamo che durante il fascismo i diritti civili non erano garantiti e la libertà non c’era. Molti diritti erano estranei per tutti (come il voto alle donne) ma nel fascismo erano riconosciuti in misura inferiore rispetto al periodo prima della guerra.

 

Andamento del pil pro capite a prezzi costanti. Fino al 1913 c’è stata una piccola crescita. Negli anni venti c’è stata una certa crescita. Non particolarmente rapida, ma una crescita. Quindi è arrivata la grande depressione per finire alla guerra che ha portato un enorme calo del reddito pro capite. Dal 1922 al 1939 il reddito pro capite è cresciuto del 15%, una crescita minima. Se consideriamo il periodo fascista fino al 1943, come è ragionevole visto che la guerra è stata dichiarata dai fascisti, la performance è stata disastrosa.

 

Nel 1945 il reddito è inferiore a quello del 1895. La grande crescita avverrà nel secondo dopoguerra.

 

Durante il regime fascista tutta l’economia mondiale è andata male mentre prima del 1913 cresceva.

L’Italia beneficiava dell’economia mondiale in termini di immigrazione, importazione di capitali, capacità di esportare, prima del 1913 e rimase intrappolata dalla depressione negli anni trenta.

 

Se un paese è più povero ha più possibilità di crescita di un paese ricco perché può importare progresso tecnico, capitali, tecnologia. Ci possiamo aspettare che se le condizioni sono favorevoli (la lista è lunga) un paese più arretrato come l’Italia del tempo cresca di più dei paesi avanzati. Il modello di riferimento è quello di Solow ma comunque il concetto è intuitivo.

 

Mettiamo a confronto il pil procapite italiano con altri quattro paesi: Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Germania.

Vedi foto 24 novembre. Italia è uno.

Il catching up dell’Italia.

 

Nel 1895, quando inizia il boom giolittiano, l’Inghilterra aveva un reddito procapite sostanzialmente doppio rispetto a quello italiano, gli Stati Uniti un 50% superiore, la Francia un 20% superiore.

 

Nel primo periodo, fino alla prima guerra mondiale, c’è un po’ di catching up con l’Inghilterra. Non tanto con la Germania, che stava rincorrendo l’Inghilterra. Non con gli Stati Uniti, che stavano crescendo. Lì lì con la Francia. L’Italia in quel periodo si alza.

 

Tra le due guerre non c’è nessun catching up. L’Italia perde sostanzialmente rispetto all’Inghilterra, perde rispetto alla Germania, resta uguale alla Francia e agli Stati Uniti (che hanno avuto un collasso durante la grande depressione). Quindi le politiche fasciste non hanno prodotto grande crescita e non hanno prodotto catching up.

 

Nel dopoguerra, fino al 1971, c’è stato un grande catching up. Gli Stati Uniti avevano un reddito di oltre 2 volte e mezzo quello italiano nel 1949. Nel 1971 diventa meno di una volta e mezzo superiore. L’Inghilterra aveva un reddito doppio dell’Italia nel 1949 e era poco più basso dell’Italia nel 1971. L’Italia ha raggiunto la Francia e poi nel 1971 aveva un reddito di poco inferiore. La Germania parte nel 1949 con un reddito inferiore all’Italia e finisce con un 50% superiore.

 

Il boom italiano va dal 1957 al 1962 e continua per una decina di anni, volendo.

 

Torniamo ai fascisti.

Nel primo periodo adottano una politica liberista. Il ministro delle finanze era De Stefani. L’idea è quella che l’Italia provi a tornare al modello di sviluppo ante 1913. Scommette sulla crescita del mercato mondiale e quindi una crescita che può basarsi sulle esportazioni. Più o meno ci riesce.

Le dimensioni dello stato durante la guerra sono aumentate moltissimo. Dopo la guerra ci sono state un po’ di liberalizzazioni. Sono state un tentativo non del tutto riuscito di un ritorno alla situazione pre 1913. Che era quella di uno stato minimo. Il rapporto spesa / pil era del 12%, più o meno, prima del 1913. Poi andò a un 40% durante la guerra e poi tornò giù fino a un 20%. Le esportazioni andavano bene. Il reddito cresceva abbastanza. Alcuni mercati nazionali si riprendevano. Avevamo aperture verso gli stati balcanici e l’ex impero austro ungarico.

Il modello era: crescita basata sulle esportazioni e favorite anche dalla svalutazione della lira.

 

Prima del 1913 le principali valute erano agganciate all’oro. Quindi il sistema di cambi erano fissi. Il dollaro valeva x grammi d’oro. La sterlina y. Il cambio tra i due era x/y. L’Italia non era formalmente agganciata all’oro ma era vicino.

Il sistema fu smantellato durante la guerra perché i paesi volevano tenere le riserve d’oro e usarle per comprare beni dai paesi non belligeranti.

Comunque la politica monetaria di tutti i paesi era finalizzata a tornare all’oro perché era visto come una cosa normale.

Il ritorno all’oro avvenne in periodi diversi nei vari paesi.

 

Il primo grande provvedimento dei fascisti fu quota 90.

In pratica fu il ritorno a una parità fissa, con la sterlina.

Durante la prima guerra mondiale la lira si era svalutata. L’Italia poteva esportare poco un po’ perché la struttura industriale era orientata a fini bellici, un po’ perché alcuni paesi erano in guerra, un po’ perché doveva importare più materie prime. In particolare doveva importare più grano perché molti contadini erano andati a combattere e la produzione di grano era calata. In pratica l’Italia importava più di quanto esportasse e aveva accumulato pesanti debiti con l’estero. La lira si era svalutata. Era a 120 contro la sterlina. Quindi la svalutazione era stata fortissima durante la prima guerra mondiale. Era continuata lentamente durante gli anni 20 (favorendo in parte le esportazioni). Questa situazione era vista come anomala a livello internazionale: i grandi paesi dovevano tornare all’oro, si diceva. Inoltre l’inflazione colpiva i ceti medi risparmiatori, proprietari terrieri, i quali erano stati tra i sostenitori del fascismo. Un esempio era il canone di affitto delle terre. I proprietari terrieri, tra biennio rosso e inflazione, videro crollare il valore della rendita. I fascisti ottennero grandi finanziamenti dagli agrari per cambiare questa situazione.

Il consenso per il ritorno all’oro era forte, sia all’interno che a livello internazionale.

La peculiarità fascista, l’errore fascista fu quello di voler tornare a quota 90.

Il tasso di cambio con la sterlina era 25 prima della guerra. Era 120 nel 1926. Perché 90? Era il livello del 1922. Politicamente era un gran favore agli importatori, a coloro che avevano risparmi (che avevano un potere di acquisto internazionale più grande, prima per comprare un metro di tessuto inglese ci volevano 120 lire ora ce ne volevano 90). Gli esportatori avevano problemi ma chi aveva soldi in banca poteva comprare più tessuti inglesi. Cambiamento nei terms of trade.

Come pensò di ottenere la rivalutazione? Sfruttando i mezzi della dittatura. I sindacati erano già stati repressi. Nel 1925 ci fu un accordo a palazzo Ghidoni sulla base del quale disse che esisteva solo il sindacato fascista. Più tardi introdusse il ministero delle corporazioni. Pensò di potere usare il potere del sindacato costringendo i lavoratori ad avere un taglio dei salari e dei prezzi. Se abbassi del 30% i prezzi e i salari la moneta è irrilevante. I risultati non furono trascurabili. Riuscì ad avere una deflazione. Non recuperava la differenza ma era consistente. La deflazione colpiva i salariati fissi rispetto ai rentier e rispetto a chi aveva il grano da vendere. I prezzi erano dati dal mercato. Quindi l’Italia ebbe una bruttissima botta. Tra il 1927 e il 1929 ci fu una botta. Gli esportatori si stavano riprendendo comunque, ma nel 1929 arrivà la grande botta. Crolla il commercio internazionale. Per l’italia è più grave il crollo della importazione di capitali. Negli anni 20 gli investitori stranieri avevano iniziato a credere nell’Italia. Avevano iniziato a investire in Italia, a comprare titoli di stato, a investire in aziende. Questo aveve permesso di superare lo shock da Italia 90, calo delle esportazioni compensato da aumento delle importazioni. Il buco della bilancia commerciale fu coperto dalla bilancia dei pagamenti o viceversa, a seconda che tu sia keynesiano o monetarista. Comunque le importazioni di beni erano superiori alle esportazioni di beni. Le importazioni di capitali erano superiori alle esportazioni di capitali.

A fine anni 20 comunque in Italia non c’erano più soldi esteri. La situazione diventà grave e la reazione fu il protezionismo. Il protezionismo dilagava in molti paesi. Comunque nel 1913 furono tolte le tariffe o comunque erano basse. Nel 1921 le tariffe erano un po’ più alte e proteggevano un po’ gli industriali ma erano comunque non eccessive. L’importazione di grano era libera.

 

Nel 1926 avevano fatto la battaglia del grano. Hanno rimesso il livello dei dazi che era un po’ inferiore a quello del 1913. Poiché amavano la propaganda guerresca, i fascisti chiamarono il dazio del grano e gli incentivi alla produzione di grano (favorevole agli agrari) battaglia del grano. Per aiutare a esportare il grano, il vino ecc. che erano stati colpiti dalla rivalutazione fu messo il dazio e fu incentivata la conversione a grano. I livelli del dazio non furono comunque elevati: erano a livelli del 1913. Era un protezionismo limitato, almeno fino al 1929.

 

Nel 1929 l’economia ha problemi, per usare un eufemismo. Gli Stati Uniti riportavano capitale a casa, vendendo titoli stranieri. Italia ma anche Germania e Austria si trovarono a corto di capitali. Alzano tutti (anche Australia, Canada ecc) le tariffe protezionistiche. Il problema è che lo fanno tutti. I primi ad aumentare le tariffe doganali furono gli americani. Scatenarono una guerra protezionistica e crollo del commercio mondiale. Anche l’Italia adottò politiche protezionistiche. Lo fecero anche la Francia e perfino l’Inghilterra.

 

Prima del 1929 il protezionismo era: vuoi importare del grano, paghi x lire per quintale e importi quanto vuoi. Dopo il 1929 si fissarono quote all’importazione. Puoi importare tot q di grano o di macchinari e poi niente. In sé era più efficace, come manovra. Con la quota non potevi esportare più di una certa quantità. Il commercio internazionale crollò.

 

Secondo grande provvedimento: la nascita dell’IRI, del 1933.

Le banche possedevano le grandi industrie. Siderurgia, meccanica, telefonia, un po’ di tessili. Circa il 40% dell’industria avanzata era di proprietà bancaria. Con la crisi del 1929 le banche inizialmente cercano di resistere mettendoci i loro soldi. Per due anni. Poi cominciano a chiedere aiuto allo stato. Prima lo stato prende le industrie (con l’IMI), poi prende anche le banche. Lo stato compra tutte le banche e quindi anche le industrie. Era un’operazione di emergenza per evitare il crollo del sistema bancario italiano (Banca Commerciale e Credito Italiano), con ciò distruggendo i risparmi della classe media e provocando il crollo del regime. Tra l’altro i creatori dell’IRI non erano nemmeno fascisti. Beneduce era socialisti. Una delle figlie si chiamava Idea Socialista. Che finì a fare la moglie di Cuccia. Riuscì lui a emergere anche per queste relazioni.

Comunque l’IRI doveva anche riprivatizzare il più possibile. Vendette la parte tessile. Vendette alcune cose di telefonia. Vendette un po’ di elettricità. Non c’era però tanta gente disposta a comprare pezzi di industria. Allora Mussolini rese l’IRI permanente.

 

Terzo pilastro della politica economica, dopo protezionismo e IRI, fu il tasso di cambio.

Il sistema monetario internazionale iniziò a mostrare delle crepe nel 1931. Tutti i capitali, verso l’Europa, tornarono negli Stati Uniti. Questo creò buchi nei bilanci delle banche e nelle bilance dei pagamenti di alcuni paesi. Il sistema dei cambi fissi iniziò a crollare. Il momento decisivo fu l’abbandono della sterlina della parità con l’oro. Gli Stati Uniti svalutarono nel 1933.

Solo la Francia e l’Italia, tra i grandi paesi, mantennero la parità aurea. La Francia aveva enormi risorse auree. Aveva un tasso di cambio con l’oro basso. Quindi aveva un surplus con l’estero che si era manifestato sotto forma di oro.

Forse per ragioni di prestigio interno Mussolini decise di restare attaccato all’oro. Allora la lira continuava a rivalutarsi e fu un disastro. Il cambio della sterlina arrivò a 60. Già prima era difficile esportare, anche per il protezionismo. Sarebbe stato facile importare ma la bilancia commerciale sarebbe partita. Allora Mussolini fu costretto ad applicare un controllo rigido degli scambi con l’estero. Il compito del ministro apposito era quello di allocare le riserve di valuta straniera e oro all’importazione di beni essenziali.

Tutti gli esportatori dovevano dare i loro soldi importati alla banca d’Italia. La banca d’Italia deve autorizzare tutti gli scambi all’estero. Se vuoi comprare del grano o un macchinario devi passare dalla banca d’Italia. Cioè il controllo sull’economia era rigidissimo. Potevi usare i soldi come volevi fino al 1929, poi c’è stato un crescente intervento dello stato, sempre più micro.

 

La vera autarchia dirigista fascista è stata l’insieme di queste tre politiche. Protezionismo, controllo degli scambi di valute, poi anche la conquista imperiale.

 

Imitando l’Inghilterra, che aveva fatto un sistema di preferenze imperiali, l’Italia con l’impero avrebbe dovuto essere in grado di soddisfare tutte le sue esigenze. Tra l’altro l’Italia non riuscì neppure a scoprire in tempo il petrolio libico.

 

Si creò la camera dei fasci e delle corporazioni. Organizzata su base professionale. In sostanza non faceva nulla e non serviva a nulla.

 

Ci fu un tentativo di controllare le autorizzazioni gli investimenti. Tutti gli investimenti avrebbero dovuto essere autorizzati. Compreso per la costruzione dei capannoni o degli altiforni o degli stabilimenti. Ovviamente questo portò a far sì che le licenze vennero date agli amici o ne furono date un po’ meno di quelle richieste. In ogni caso l’intervento statale fu fortissimo.

Ci fu un tentativo di costruire armi da guerra seriamente. Non riuscì.

La marina era piccola ma era un po’ meglio organizzata. Non aveva comunque portaerei.

 

Un’altra cosa disastrosa fu la conquista d’Etiopia. Ancora nel 1932 l’Italia aveva buoni rapporti con Francia e Inghilterra e ruppe i rapporti. La credibilità internazionale fu danneggiata. Dal punto di vista economico fu uno spreco orrendo di risorse. Gli italiani ce l’avevano già con la sconfitta di Adua e decisero di schiantare l’Etiopia con grandi mezzi, anche usando i gas. Le scarse risorse italiane furono investite nella guerra e poi nella pacificazione e nell’organizzazione dell’Etiopia. Così molti soldati furono usati per reprimere gli etiopi. Ci fu anche un tentativo di attentato a Graziani che causò molti massacri.

L’idea era quella di mandare italiani in Etiopia per coltivare il cotone e il tè.

La percentuale di spese dedicate alla colonia fu altissima, rispetto alle risorse disponibili. Mentre l’Italia poté permettersi la guerra in Libia, la guerra etiope fu costosissima. L’Etiopia assorbiva il 30% delle esportazioni italiane. Quelle esportazioni erano una partita di giro.

La sconfitta del 1941 in Etiopia fu un bene perché lo spreco di risorse finì.

Se avessimo mantenuto l’impero avremmo avuto condizioni molto peggiori di quelle avute negli anni 50 e 60.

 

I fascisti fecero un po’ di investimenti. Iniziarono a costruire o fare pezzi di alcune autostrade e di alcune linee ferroviarie. Il principale investimento fu la bonifica dell’agro Pontino. Fu costruita Latina. Fu una cosa importante ma mettiamola in prospettiva. Nel 1861 in Italia c’erano un sacco di paludi. Tre grosse: Pontino, Ferrarese rovigiano, Fucino. Due su tre erano già state bonificate. Il ferrarese fu bonificato da un consorzio privato. Il Fucino fu bonificato da un principe. Non stiamo parlando di investimenti megagalattici.

 

Quindi.

Performance limitate.

Catching up inesistente.

Politiche normali fino agli anni trenta, ma peggio.

Nel 1936 l’Italia dovette abbandonare il cambio con l’oro.

Politica autarchica e di conquista disastrose.

Poi la guerra.

 

Quindi non ci fu alcunché di positivo

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