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Lo stupore delle prese elettriche

Il libero mercato aiuta i poveri…se non lo ingabbi in trattati favorevoli ai ricchi.

I trattati di libero scambio sono benvenuti se sono veri trattati di libero scambio. Il libero mercato aumenta l’efficienza del sistema e questa richiede l’eliminazione (distruzione creativa) degli inefficienti. Il libero mercato prevede l’esistenza delle regole del gioco (rule of law) che sono quelle interiorizzate da una comunità.

L’armonizzazione delle regole è forse il punto in cui cadono molti trattati, perché anziché basarsi sul principio dei vantaggi comparati i “regolatori” cercano di tirare acqua ai propri mulini: in questo caso più che di trattati di libero scambio si può parlare di guerre commerciali condotte con l’arma della diplomazia. Non “io so fare questo meglio di te, quindi tu lo compri da me e viceversa” (che poi è un processo che non può essere definito dall’alto, ma va avanti per tentativi ed errori) bensì “io so fare questo peggio di te e allora impedisco a te di entrare perché se no chiudo”.

In realtà dovrebbero essere garantiti la libera circolazione di merci, capitali, persone e servizi. Non dovrebbero esservi barriere all’ingresso e all’innovazione.

Problema: il mondo è protezionista.

Volete aiutare i poveri (cittadini o paesi?)

Permettete loro di scambiare ciò che hanno, ciò che sanno fare, ciò che potrebbe essere competitivo. Tutti hanno un talento e tutti dovrebbero essere messi nelle condizioni di svilupparlo e venderlo, ovunque nel mondo questo sia richiesto.

I mercati devono essere aperti, le persone devono potersi muovere per migliorare le proprie condizioni di vita. L’agricoltore africano deve poter vendere i propri prodotti nei ricchi mercati occidentali e non subire i sussidi che questi praticano ai loro produttori inefficienti. Il povero immigrato deve poter fornire il proprio lavoro ai costi che vanno bene a lui.

Servono a poco gli aiuti diretti in quei paesi (se non alle organizzazioni che campano sulla gestione di tali aiuti e che non vogliono che quei poveri si arricchiscano o migliorino le loro condizioni di vita, altrimenti tali organizzazioni chiuderebbero).

Serve ancora meno dire ai bambini di non buttare via il cibo perché in Africa c’è chi non mangia: se non mangia è perché è povero e il suo reddito aumenta se gli dai la proprietà del proprio lavoro o della propria terra o delle proprie capacità e lo metti in condizione di venderli e vendersi. È inutile far finta di volere aiutare il bambino africano se non gli permetti, a lui o alla sua famiglia o al lui adulto, di commerciare con te, di poter vendere i suoi prodotti e i suoi talenti al costo per lui accettabile, se imponi dazi e protezioni (o sussidi i produttori nazionali) contro di lui.

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