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Lo stupore delle prese elettriche

L’Italia non cresce perché non innova

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Non c’e’ scritto da alcuna parte che un paese non possa averne due (o anche tre) di palle al piede. C’e’ la PA, ci sono le micro/piccole imprese, c’e’ il parassitismo fiscale del Mezzogiorno e c’e’ un sistema educativo primitivo e dannoso. Sono almeno 4 le palle al piede della crescita italiana e non e’ che menzionandone una si cancellano le altre.

 Perché l’Italia è sostanzialmente immobile da 30 anni, cresce al traino degli altri ma meno degli altri (ultimo anno e mezzo), ci mette di più a ripartire? Perché è una macchina dal motore ingolfato, che cerca di andare avanti ma ha anche il freno a mano tirato e le gomme sgonfie.
Dopo la crisi del 2008 altri paesi avevano la possibilità di fare deficit: l’Italia aveva un debito troppo alto per permetterselo. Nel 2011 ha subito la crisi dello spread. Per non fallire ha dovuto alzare le imposte (poteva tagliare la spesa, ma figuriamoci), ammazzando così l’economia.
Questo nel caso specifico, ma il problema è strutturale. Anche a fine anni 80 (fine del periodo stagflazionistico) e a inizio anni 90 e anni 2000 (commercio internazionale più aperto con ingresso di Cina, India ecc., globalizzazione, informatizzazione, cambiamento tecnologico) gli altri paesi hanno fatto riforme strutturali e l’Italia no. In passato, dagli anni 70 in poi, l’Italia ha puntato sulla crescita drogata dal debito (= tasse future e iniquità generazionale), sulla svalutazione competitiva (non fattibile con l’euro e comunque non più fattibile in tempi di global chain) e crescita fondata sulle esportazioni, e quindi sulla domanda estera (che va bene finché anche i partner non vanno in recessione).
Il problema di fondo è che l’Italia non ha voluto adattarsi ai cambiamenti e non ha voluto fare le riforme strutturali che altri hanno fatto. Questo se consideriamo il lungo periodo. Ma nel breve cosa poteva fare? Per esempio aumentare l’età pensionabile (aumentando così il tasso di occupazione) in cambio di una consistente riduzione del cuneo fiscale. Nel breve e nel lungo termine liberalizza a modo, incentiva gli investimenti dall’estero e dall’interno (abbassa le imposte, crea un ambiente favorevole gli investimenti, tutela il credito e la proprietà, abbi una giustizia civile che funziona e SOPRATTUTTO cerca di sviluppare il capitale umano).
Quali sono i problemi strutturali? I soliti, ben conosciuti. Sono gli stessi da decenni e sono il frutto di mentalità radicate nella popolazione e a loro volta generate da una classe dirigente ignobile. Questo elenco è probabilmente limitato (o forse ridondante), confonde cause e conseguenze, e può essere ridotto in alcuni fattori chiave da cui discendono gli altri. Per esempio la scarsa qualificazione dei lavoratori dipende dal sistema educativo ma anche dal fatto che questa qualificazione non serve alle imprese familiari il cui proprietario vuole mantenere il controllo e per il quale è più importante avere l’appoggio politico (che gli permette anche di avere finanziamenti dalla banca del territorio) che innovare e porsi sulla frontiera tecnologica. Ovviamente, tutto questo, salvo eccezioni, che ci sono.
Sì, ma l’elenco di questi problemi? Eccolo:
Dimensione delle imprese ed eccessivo numero di occupati nelle micro imprese di servizi alla vendita, scarsa qualificazione dei lavoratori, bassa richiesta di lavoratori qualificati, produzioni a basso valore aggiunto, pubblica amministrazione inefficiente, istituzioni inefficienti, giustizia civile colabrodo, scarsa tutela dei diritti di credito e di proprietà, questione meridionale, demografia che gioca contro, spesa pubblica inefficiente e improduttiva, sistema finanziario arretrato, sistema educativo da riformare (ma non ci sono soldi per riformarlo perché bisogna pagare i pensionati retributivi e i funzionari ministeriali o i forestali calabresi o mantenere in vita le imprese inefficienti proteggendole dalla concorrenza o sussidiandole), pressione fiscale che ammazza le imprese e impedisce gli investimenti dall’estero, cultura economica e imprenditoriale limitate, management delle imprese volto a ottenere vantaggi politici, proprietà delle imprese che cerca di mantenere il controllo anziché di innovare e svilupparsi, scarsa innovazione, lontananza dalla frontiera tecnologica, burocrazia asfissiante, corruzione, mafia, sindacalismo arretrato, dualità del mercato del lavoro, rigidità in troppi mercati, limitazioni alla concorrenza, corporativismo, familismo, assistenzialismo, sussidi agli inefficienti e altro.
”Ma tu non puoi lavorare nel privato?” ”No. Esiste solo il pubblico che fa questi lavori”. Ecco. Questo è uno dei problemi. Il pubblico che impedisce lo sviluppo di idee e innovazioni e imprese private e quindi ricchezza. Inoltre crea barriere all’ingresso: entri nel pubblico tramite concorso solo se i concorsi vengono fatti (a prescindere dal problema dei concorsi truccati).
Come cresce un paese nel lungo periodo? Le parole chiave sono capitale umano (quindi ISTRUZIONE) e sviluppo tecnologico (e per crearlo o capirlo ci vuole capitale umano).

L’Italia è una macchina che viaggia col motore ingolfato.
Non è riuscita a non ha voluto cambiare a seguito dell’apertura del commercio internazionale e della globalizzazione e ora rimpiange tempi passati.
Come fare? Le riforme strutturali richiedono tempo, ma alcune possono essere attuate. Renzi aveva delle buone idee di riforma (nel senso che lavoro, scuola, pa andavano riformate) ma i cambiamenti di mentalità richiedono decenni.

In Spagna vengono prodotte 2.8 milioni di automobili l’anno, in Italia, paese ben più grande, solo 1.1 milioni. Secondo certi sindacati italiani, il motivo è che noi spendiamo i soldi delle case automobilistiche per pagare lo stipendio a Cristiano Ronaldo. Peccato che CR7 abbia lavorato per anni in Spagna senza provocare un crollo della produzione di automobili.

Il problema industriale dell’Italia è che non è un buon posto dove investire: scarso capitale umano, servizi pubblici scrausi, elevate tasse, giustizia civile da terzo mondo, mercati finanziari sottosviluppati, banche deboli e sottocapitalizzate, fragilità finanziaria, elevato costo dell’energia elettrica, burocrazia asfissiante, corruzione endemica, pseudo-imprenditori assuefatti al protezionismo e ai sussidi, e, appunto, sindacalisti [email protected]$$o.

La scarsa crescita comunque non dipende da eccesso di deficit negli anni 70/80. La crescita dipende da capitale umano, prima di tutto. In ultima istanza invenzioni innovazione dipendono da ciò che sapete fare. Il resto è secondario. L’Italia ha avanzi primari da 20 anni ma non investe in capitale umano. Non va da nessuna parte!

E quindi? Proprio perche’ emigra (e se emigra niente crescita, vedi Italia o vedi Mezzogiorno) e’ il “capitale umano” che fa la differenza. Una teoria della crescita e’ una teoria che deve funzionare (in positivo, non in negativo: in quel caso e’ una teoria della non-crescita) ovunque vi sia crescita. Ed ovunque vi sia stata crescita e’ stato perche’ il capitale umano dello “smart segment” era quello all’avanguardia dei tempi per innovare e quello del resto della popolazione era capace di adottare innovazioni.

Anche 62 anni fa si era perfettamente coscienti che la crescita viene dal cambiamento tecnologico e che senza accumulazione del tipo adeguato di capitale umano non c’e’ ne’ innovazione ne’ adozione, quindi niente cambio tecnologico. Solow 1956 e’ giusto di 62 anni fa. Ma il tutto era chiarissimo gia 106 anni fa. Consiglio a tutti un’attenta lettura di, almeno, i primi tre capitoli della Teoria dello Sviluppo Economico, di Schumpeter.

Alcuni se ne occupavano già e a un genio come Solow era chiarissimo, anche perché in quel paper già prevede funzioni di produzione con tipi di lavoratori diversi (nell’appendice è chiaro abbia già in mente la CES) e quindi ha limpido in mente che serva capitale umano. Però per una serie di fattori come il fatto che il modello di Solow all’inizio viene visto come i modelli di Big push (accumulare capitale e basta), disponibilità di dati scarsa e per il fatto che il tasso di crescita fosse molto alto e comunque la crescente scolarizzazione era un trend naturale in molti paesi, fa sì che la crescita non era un topic di politica economica granché di moda (rapportato ad esempio alle politiche industriali) come lo sarebbe stato nei decenni successivi, quando la crescita endogena dà una spinta differente al dibattito. Per alcuni economisti di un certo tipo (diciamo fino a 30 anni fa?) nel long run siamo tutti morti quindi si ragiona solo su una IS-LM al limite in economia aperta. Mi pare assurdo che la base teorica dei dibattiti degli economisti governativi attuali sia più o meno ancora quella.

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