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there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

Londra 2016. (5)

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UNO ZOMBIE AGLI EUROPEI DI NUOTO
C’è chi vagava nei campi del Tennessee e chi nel centro commerciale di Stratford. Vagava a mo’ di zombie, dondolante nei movimenti, anzi era solo il dondolamento che consentiva il leggero avanzamento. Spesso si metteva a sedere e lì si appoggiava a qualcosa per riposare le stanche membra debilitate dal mal di testa, dalla probabile febbre, dal cambiamento di temperatura nei vari ambienti del parco olimpico -che ricordavano le variazioni meteo repentine in Irlanda- dagli occhi lacrimevoli. La situazione era apparentemente così grave da far sì che i commessi di Starbucks gli avrebbero chiesto perfino un documento di identità a verifica che il possessore della carta di credito fosse lui. Con ciò, Caffè Nero guadagna punti. Già era messo bene per le tazzine in vetro e per un maggior numero di prese elettriche a cui ricaricare gli smartphone.
A proposito. Di ritorno dagli europei di Berlino 2014 lui (ora ricordati di scrivere tutto in terza persona, ndrr) scrisse che sarebbe stato utile avere dei colonnini per ricaricare gli smartphone. Ormai esistono anche in Italia, in alcuni luoghi. Qua al centro ce ne erano tantissimi, oltre alle possibilità concesse dai bar e dai pub. Questa è cosa buona e giusta. La durata massima di carica è mezzora e in quel tempo in cui il suo smartphone stava a ricaricare dentro l’armadietto del colonnino, il vagare aveva raggiunto una meta agognata. Era mezzogiorno e aveva aperto Boots, il supermercato di tante cose, tra cui i farmaci. La scelta era vastissima, tre scaffali pieni solo per i sintomi influenzali che di solito prendono in autunno e qua a maggio. L’unico conosciuto era il Nurofen ™ e prese quello. Il commesso gli chiese se voleva la Boots app. Ma anche no! Gli avrebbe risposto lui, se avesse avuto più di un filo di voce.
Ebbene. Dopo l’assunzione del medicinale le cose peggiorarono riguardo alla stanchezza e non degnò di uno sguardo neppure i diversi atleti intenti a passeggiare o a fare shopping. Lo sguardo si iluminò solo sulla squadra femminile svedese e un po’ sulla chioma bionda della Cusinato. A occhio in un chiosco di cosmetici c’erano anche delle altre matricole azzurre, presumibilmente la Franceschi e la Toni, a giudicare dal ricordo della capigliatura. Ricorda anche un pisolino di un minuto o poco più sui divani fuori dall’Apple Store e un altro fuori dal centro, mentre accanto a lui si erano sedute due ragazze che portavano la casacca con la scritta GER.
Non si sa come, ma attorno alle quindici e quindici avenne la risurrezione. Le gambe acquisirono forza, la vista recuperò, probabilmente il Nurofen insieme alla quantità industriale di frutta mangiata al mattino, stavano facendo effetto. Oppure era l’adrenalina che stava urlando:”Oh, ciccio, ripigliati che fra un po’ cominciano le finali.”
Di fronte all’ingresso degli impianti c’è un gelataio ambulante e il suo standard cone with chocolate sauce and flake è uno dei più buoni gelati mai mangiati. Lui si vantava della provenienza del latte da qualche fattoria nelle campagne inglesi e mai vanto fu più meritato. (Se dice un’altra frase del genere, fucilatelo, lo scrittore, non il gelataio, ndrr.)

Nell’impianto dei mille bollori c’erano molti posti vuoti, alcune defezioni anche tra gli atleti e un clima di quasi nessuna tensione. Ci hanno provato, ma hanno dovuto sventolare bandiera bianca le farfalliste e le quattrocentiste, ma un bravo va detto sia alla Polieri che alla De Memme. Dicono i tecnici che il suo problema siano le uscite deboli dalla virata. La livornese che si allena con Corrado Russo in Turchia si merita la convocazione olimpica. Niente da fare per Diletta Carli, a cui toccherà emergere nel prossimo quadriennio. Questo, in fin dei conti, è stato il suo primo anno da professionista piena, cioè senza la scuola in mezzo. Bene Silvia di Pietro e ancora una volta di bronzo Federico Turrini, altro livornese che aveva comunque preparato meglio gli assoluti degli europei. Nel resto d’Europa spiccavano la Kapas, proiettabile sul podio olimpico, la Kromoxchdnjsacn, la svedesina non più sorpresa Jennie Johansson, i soliti ungheresi, primi nel medagliere anche grazie a quell’autentico dio del nuoto che è Cseh (oltre che a Katinka, la stessa Kapas, la Szilagy, Verraszto…) Alla fine sono arrivate le staffette miste, che sono rappresentative del livelo medio del nuoto di una nazione, ma anche di come quste arrivano a fine competizione.
Nella staffetta maschile, alcune squadre sono andate meglio del previsto (Ungheria, Francia) altre perfettamente senza sbavature (Gran Bretagna,) altre sono state un disastro rispetto alle previsioni (Italia, e non per la squalifica, ma evidentemente non ne avevano più i vari Sabbioni, Codia e Toniato.)
In quella femminile l’Italia ha conquistato con Zofkova, Carraro, Bianchi e Ferraioli, quindi senza la Pellegrini, un bell’argento, che chiude così il medagliere degli azzurri a quota diciassette. Ne erano previste sedici. Al femminile ne mancano almeno due (Panziera e Carraro) se non tre, ma le condizioni della 4x200sl al momento sono ben indicate dal pianto di Alice Mizzau, che sembra sia stata rimproverata dal suo allenatore Vergnoux e dalla polemica di Stefania Pirozzi, punita con l’esclusione dal ritiro in Sierra Nevada, senza più Morini come allenatore (riprendo le notizie dal blog di Stefano Arcobelli, questione di stile) e poi contrita e pentita di fronte alle telecamere.

Finiscono così anche questi europei di nuoto, le persone escono dalla piscina dove ci saranno quaranta gradi e zac! Vengono colpite da venti che soffiano a trenta all’ora e da temperatura esterna di una decina di gradi in meno rispetto a quando erano entrate. Poi hanno bisogno del Nurofen. Per forza!

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