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Lo stupore delle prese elettriche

Maratona di Firenze 2011

Mettetevi nei panni del coach. Lui un giorno decide di iniziare un corso di avviamento alla corsa.  Pensate che, se dite una cosa del genere, vi guarderanno come se aveste appena annunciato l’invasione degli alieni. “Un corso di corsa? A che serve? Prendete le scarpe, mettetevele e andate a correre!”. “Certo!”, verrebbe da rispondere, “Preferirei non rantolare dopo aver corso venti minuti  oppure smettere dopo un mese”.

All’inizio questo corso è frequentato da poche persone. Il coach può sentirsi “triste, solitario y final” in quelle serate fredde e buie di gennaio. Però lui, forte dei suoi mantra, non si ferma, anche perché “chi si ferma, alza bandiera bianca di fronte all’acido lattico e non riparte più”.

Il tempo passa e sempre più persone a cui veniva il fiatone per andare dal divano al televisore (finché hanno proprio smesso di alzarsi dal divano, cedendo alla benedizione del telecomando e alla maledizione della sedentarietà), rispolverano una tuta ed una maglietta che non indossavano dai  tempi della scuola e si presentano tutte entusiaste al corso per sentirsi dire che “il cotone è buono da dare per terra e i pantaloni larghi ostacolano i movimenti”.

Al coach, comunque, basta fornire pochi consigli mirati ed ecco che tutti sono ben presto contenti di essere entrati nel mondo del podismo amatoriale. Il sol dell’avvenire, che nel caso specifico, è la partecipazione alla maratona di New York, non è un’utopia: ognuno lo vede come sempre più vicino, finché diventa un obiettivo insignificante, a fronte della soddisfazione data dai progressi piccoli e costanti.

Il coach sa anche che l’appetito vien mangiando e quindi non gli è necessario trasformarsi in motivatore alla Full Metal Jacket.  Lascia che gli agnelli vadano a lui e comincino a parlare di test, lattato, soglia anaerobica, massa magra, plicometria, obiettivi, tabelle, alimentazione, elettromagnetismo e altre diavolerie. Lui elargisce i suoi saperi a chiunque.. Si narra che a qualcuno abbia fatto l’oroscopo, per di più facendo entrare Giove in Plutone, che è piuttosto difficile. Male incoglie invece in chi se ne va inopinatamente: la stagione in solitaria costa brutti infortuni e, se il malcapitato smette di correre,  milioni di tegole sono pronte a cadere dai tetti quando lo sventurato  passa  sotto una casa.

L’aspetto più sorprendente è che nessuno subisce gli effetti del virus dell’invasamento. Gli adepti del coach si allenano non più di tre o quattro volte a settimana, mangiano senza particolari rinunce, viaggiano lungo l’Italia e l’Europa parlando più di cibo che di corsa e riescono a correre sempre più chilometri in sempre meno tempo.

Per alcuni esisteva fino a poco fa il blocco maratona. Ovvero: “ Io  non la farò mai”, “ho visto il cartello 37 e mai e poi mai”, “quasi quasi parto, ma poi al trentesimo mi fermo perché tanto so che non ce la fo”, “non so se sarò di nuovo in grado di correre dieci chilometri, figuriamoci quarantadue”, “quarantadue? E’ la risposta definitiva alla domanda fondamentale dell’universo e nient’altro“,  “preferirei fare la salita di San Domenico all’indietro”, “preferirei giocare a scopone scientifico con San Domenico”, “piuttosto divento San Domenico e mi faccio nominare papa”, “sarebbe meglio spianare la collina di San Domenico e costruirci un Burger King”.

Il coach, nella sua sapienza illuminata, sa e lascia dire, segnalando magari al Comune di stare attenti se qualche ruspa si avvicina in zona San Domenico. Infatti, per convincere gli agnostici, è bastato che qualcuno partecipasse alla maratona sotto casa, qualcun altro si aggregasse per qualche chilometro per fare da supporto morale, qualcuno facesse da volontario ai ristori, qualcuno facesse da volontario all’expo, tutti i partecipanti fossero ancora in grado di correre dopo solo qualche giorno, tutti si sentissero sereni, contenti e leggeri dopo aver vissuto quella giornata.

Ecco che, magicamente, tutti sembrano convinti di provarci e quindi di riuscirci e quindi di provare quello che tanti altri prima di loro hanno già provato.

Pensate allora alla soddisfazione che può aver provato il coach mentre vedeva i suoi adepti passare lungo il percorso, più o meno concentrati, sorridenti, sofferenti, ma comunque determinati. Pensate a come può essere felice di aver generato e raccolto entusiasmo e di aver formato un gruppo così unito e convinto, ma anche sereno e leggero.

Lasciate il coach ai suoi pensieri positivi e pensate adesso ai corridori. Pensate al loro arrivo, quando si sono ritrovati ben accolti e immortalati dall’obiettivo di una fotocamera Pensate a  cosa pensano durante una maratona. Le prime volte la sensazione può somigliare a quella di un bambino che viene al mondo. Tutto è nuovo e ogni cosa lo colpisce. L’atmosfera, i colori, i corridori in maschera, i vassoi di dolci che vengono serviti ai ristori e che per fortuna quasi nessuno prende, i gabinetti improvvisati, le chiacchiere, i canti, il tifo, la musica. Dopo la prima maratona (“che invidia, te la godi solo per il fatto di portarla in fondo”, per usare le parole di una ragazza alla sua ventisettesima partecipazione in due anni), si pensa maggiormente ai tempi e alla tattica, ma comunque durante quelle ore si continua ad osservare e ascoltare se stessi, gli altri e il mondo intorno. Non che si abbia anche il tempo di guardare la città, ordinare un pollo al ristorante e giocare con l’ipad, ma non se ne sente certamente la mancanza.

 In fin dei conti non ci si può sentire sicuri di niente. Certo: vedere che ancora non si è particolarmente affaticati dopo trenta chilometri dà una grande forza. Certo: c’è anche chi tira avanti a forza di bestemmie a causa dei crampi. Però, che riparta, tenga duro, si ritiri, ceda allo sconforto, non riesca a sentire neppure il pubblico, non veda l’ora che finisca la gara, inizi a camminare, inizi a muoversi sui gomiti, arranchi, faccia dei respiri affannosi, pensi al fatto che i chilometri non finiscono mai, maledica il fatto che Filippide non abbia viaggiato in sella ad un cavallo,  ha pur sempre qualcosa che gli resterà impresso in mente e che avrà voglia di ricordare e raccontare.

Osservateli all’arrivo e nelle ore e nei giorni seguenti. . Alcuni si buttano a terra, alcuni piangono, alcuni sono strafelici, alcuni non si rendono conto di dove sono, alcuni sono preoccupati solo del risultato, alcuni sono contenti comunque, difficilmente alcuni sono tristi Cosa leggete nei loro occhi? (No, un inizio di retinopatia non potete leggerlo). Commozione, soddisfazione, delusione, stravolgimento, serenità, liberazione, anche rabbia ma condita dalla voglia di ripartire presto, radiosità e molta leggerezza. Per alcuni, superata almeno la fase “datemi da mangiare, da bere, un bagno e magari sette o ottocento massaggi”, la sensazione è simile a quella provata subito dopo la laurea. In ogni caso hanno vissuto qualcosa di speciale, che è costato sacrifici ed ore di sonno, ma ne è sempre valsa la pena.

Prendete come esempio una ragazza che era esaltata dal fatto di correre la sua prima maratona. Aveva seguito la sua tabella da tre volte a settimana, anche esagerando nei carichi e ritrovandosi con una caviglia gonfia. Potreste incontrarla all’expo e sentirla dire che intende partire forte e guardare se riesce a finire in quattro ore, nonostante tutto. Potreste ritrovarla al trentesimo chilometro che cammina lamentandosi del dolore e dice che non sa se ce la farà. La rivedete dopo l’arrivo, orgogliosa di avercela fatta a finire, sia pure in quattro ore e mezzo. La sentirete dichiarare di aver pianto dopo il traguardo, di voler ringraziare il pubblico che l’ha sostenuta per tutto il suo calvario e di aver vissuto l’esperienza più bella della sua vita dopo la nascita della figlia. Ricorda un po’ la frase di Zatopek: “Se vuoi vincere una corsa, partecipa a una cento metri. Se vuoi provare un’esperienza di vita, corri la maratona.”

 

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