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Lo stupore delle prese elettriche

Mezza maratona di Valencia

Guardatelo mentre sta facendo colazione due ore prima di correre la mezza maratona di Valencia. Applicare la regola del correre a digiuno o quella delle “scorte piene e stomaco vuoto”?. La scelta è chiara, dato che lo vedete mangiare  un toast integrale con marmellata, uno con pomodoro, una fetta di salame perché il prosciutto non c’era, una fetta di formaggio, un caffè, un latte e del succo di papaia e soia.

 

Ecco che esce e la pioggerellina sembra prefigurare il rispetto delle leggi di Murphy, visto che, a leggere i siti meteo, sapevamo che avremmo dovuto sopportare un diluvio, ma non era chiaro in quale giorno questo si sarebbe verificato. In realtà le condizioni in gara sono state ideali. La temperatura si è mantenuta sui diciannove gradi, almeno a leggere gli indicatori che erano presenti lungo il percorso, e il sole, col suo calore prezioso in spiaggia e deleterio in corsa, ha fatto il piacere di apparire a gara finita.

 

Alla partenza potete osservarlo nell’ultima gabbia ad ascoltare un uomo spagnolo che si è sorpreso della presenza numerosa di italiani. Il bagno di un bar era stato utilizzato in precedenza da circa seimila persone, ma, malgrado gli occhi dei commessi stessero assumendo una strana forma di dollari, il rapporto tra numero di persone entrate e numero di consumazioni tendeva a meno infinito.

 

All’inizio della gara lo vedete concentrato su tutto quello che potrebbe andare male. Si sente  assonnato e stanco, teme di subire gli effetti della pedalata in risciò del giorno prima, delle ripetute per sedici chilometri complessivi lungo il viale del porto effettuate venerdì, nonché quelli delle lunghe ore di cammino e delle poche ore di sonno dei giorni precedenti.

 

Durante i primi chilometri pensa a tutto, fuorché alle proprie sensazioni, al mondo che lo circonda e a pensieri carini e motivanti. Aveva una strategia in mente (partire a 5’40” e accelerare). Aveva anche impostato una tabella Excel con un’analisi di tipo what-if. Era intento a combattere col Garmin, impostato su “timer”, “distanza”, “passo istantaneo” e “passo medio”.Intanto nugoli di uomini si mettevano di traverso per impedirgli di raggiungere il passo medio previsto. Una volta conquistata tale media ed essendosi reso conto di non avere un atteggiamento zen, ha iniziato a concentrarsi su se stesso, il resto degli atleti e il mondo attorno, così da vivere pienamente l’esperienza della gara, anche indipendentemente dagli obiettivi cronometrici.  Non che abbia iniziato a raccogliere fiori, come hanno fatto alcune persone in gare precedenti, anche perché non c’erano fiori. 

 

 

Eccolo al quinto chilometro, per  il primo ristoro, lento e disorganizzato, come anche tutti gli altri, dove intravede Stefano, Cecilia ed Angela e prosegue con loro. Secondo la sua tabella di marcia va troppo velocemente, ma decide di tenere e correre il rischio di crollare.

 

Al decimo chilometro, finalmente,  potete vedere i suoi occhi che si illuminano. Si rende conto di riuscire a tenere un ritmo eccellente, di riprendere e tenere il gruppo davanti a sé nel caso si distaccasse un attimo. Accelera, vede il pallone delle due ore, lo supera, sta con un gruppo che diventa il suo vero punto di riferimento. Al Garmin lancia ogni tanto un’occhiata, ma decide di seguire le proprie sensazioni e il gruppo. Se riesce a superare gente, pensa, tanto male non va. Pensa anche al fatto di non essersi mai allenato così bene, anche se non specificamente per le mezze maratone. Ha rispettato gli allenamenti per quattro volte a settimana, ha fatto le ripetute, i lunghi, i progressivi, sta bene, le condizioni meteo sono ideali, non ha subito infortuni da molto tempo. Ha fatto tante gare. Perché non dovrebbe fare molto meglio delle mezze maratone precedenti?

 

Ecco che decide di tirare sul serio, di puntare a dare al massimo. Una frase gli entra in testa: “there is no defeat in the hearts of those who struggle, and sometimes there is victory”.

 

Così, mentre il percorso si snodava lungo i viali e il centro della città bello, piatto, veloce, con la gente attorno che guardava e i bambini che davano il cinque (serve tutto: sappiatelo quando fate da spettatori), aveva sensazioni bellissime sia nelle gambe che in testa. I chilometri erano diventati quindici e  ha iniziato a volare,  tenendo passi sotto i cinque al chilometro, che terrà per la prima volta in tre anni di corsa per ben sei chilometri.

 

 Al sedicesimo chilometro sente un brivido avvolgerlo completamente lungo il corpo e gode pienamente quel momento che dura per almeno un minuto. Sta superando tutti, si fa un “doccia volante” grazie agli idranti e sente qualcuno del pubblico urlare: “Bravo Riccardo”. Vede Stefano che si affianca a lui, per sorpassarlo presto, mentre inizia un gioco di sorpassi e recuperi con due ragazze.

 

Vede il Garmin che da 5’43”, è scivolato sotto il 5’30”, ha tenuto a lungo i 5’24”, quindi i 5’20” e finalmente lo scollinamento al 5’19”. Decide di non voler rivedere il 5’20” al braccio. Ha un cedimento. Il passo istantaneo non ha più il “4” come primo numero, ma sta andando comunque a 5’/5’10”. Inizia a respirare più faticosamente, si attacca al pettorale (cartaceo) di una ragazza prima di accorgersene e scostarsi, si avvicina ad un ragazzo che gli dice che se vuol fare una foto può aspettare l’arrivo. E’ talmente trascinato dall’entusiasmo che continua a superare un sacco di gente.

 

Guardatelo adesso. Ha quasi concluso la sua fatica. Saluta i supporter e si lancia verso l’arrivo.

1h53’53” sarà il tempo reale. Era un tempo che, a dirglielo prima, avrebbe potuto definire un “sogno realistico”. E’ il ritratto della felicità. Pensa a quanto gli sia servito continuare il corso, a quanto sia stata importante la compagnia altrui in allenamenti e gare, a quanto conti rispettare le tabelle. Pensa a quanto è sprecato nel lavoro e a cosa gli manca.

 

Ripensa alle gare precedenti. Quelle in cui era interessato alle conversazioni che ascoltava, quelle in cui pensava solo ai tempi da raggiungere, quelle in cui si divertiva a chiedersi cosa avrebbe raccontato o a inseguire delle atlete o a entusiasmarsi grazie alle  bande che suonavano o alle  persone che incitavano, o a leggere le scritte più simpatiche su delle magliette (“Io non corro, né volo, ma bevo soltanto”, quella più simpatica vista a Valencia, parafrasando la maglia ufficiale su cui era scritto “No corro, vuelo!”),.

 

Alla fine, tra magliette spruzzate di sangue fuoriuscito dai capezzoli, persone con ferite ai piedi, gente che vomita o che sviene, si gode una birra e settecentocinquanta grammi di mandarini mangiati nel percorso verso l’albergo.

 

Intanto anche il resto del gruppo ha realizzato i propri record personali: in particolare Cecilia arriva terza tra le veterane. Il miglior dialogo post gara, tra Stefano e Angela: “Tu a che passo vai?”. “A un passo dalla fuessa.”

 

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