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Lo stupore delle prese elettriche

Argomenti per la liberalizzazione (anche) del mercato dell’olio d’oliva.

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Punti derivanti da letture fatte su Facebook. I colpevoli si chiamano Giordano Masini, Fabio d’Aleo, Marco Ardemagni e le persone citate da loro. La questione dibattuta riguarda i dazi sull’olio di oliva e il mercato dell’olio italiano.
1. Non conviene raccogliere le olive, spesso, perché la nostra olivicoltura è arretrata. Si sarebbe dovuto puntare sul l’intensificazione degli impianti, e sulla progressiva sostituzione dei vecchi oliveti, ma i sussidi fanno più comodo, e quando neanche i sussidi bastano più si finisce per chiedere la chiusura delle frontiere, in modo da potersi sottrarre alla concorrenza dei paesi che hanno avuto più cura della competitività del loro settore primario. a la lingua di chi chiede frontiere chiuse e sussidi alti è la stessa lingua che parla Coldiretti.
2. Se produciamo la metà dell’olio che consumiamo, il resto da qualche parte dovrà saltare fuori.
3. Lo sai come le raccolgono le olive in Spagna? Ha mai visto un oliveto superintensivo? Disposto a filari, con tutte le operazioni colturali svolte meccanicamente Vuole competere con loro raccogliendo le olive con la scala e la rete? Certo che in questo modo le olive restano sulle piante, ma non diamo la colpa ad altri.
4. Certo. Negli ultimi trent’anni quei pochi che hanno voluto investire nell’olivicoltura sono stati frenati in ogni modo. Hai letto il piano paesaggistico della regione Toscana? Gli uliveti intensivi sono considerati alla stregua delle discariche. E i soldi dei psr che il sud ha preferito rimandare indietro piuttosto che investirli in un nuovo sviluppo dell’olivicoltura del sud? E vogliamo parlare della della burocrazia? La produzione di olio implica un impegno burocratico che frena ogni velleità imprenditoriale . Sulla PAC si continua a dare soldi alla coltura del tabacco.
5. E la Spagna, che produce più del triplo dell’olio che produciamo noi e riesce a contenerne i costi produttivi in una misura sufficiente per rendere competitivo il proprio prodotto, non è certo un paese in cui si sfrutta la manodopera a bassocosto e non si rispettano le norme di sicurezza.
6. Hai mai visto come si raccolgono prevalentemente le olive in Spagna o in California? Ha mai visto un oliveto intensivo o superintensivo, in cui anche 1600 piante per ettaro vengono disposte a filari – contro le poche centinaia degli uliveti tradizionali – raggiungono livelli accettabili di produttività anche al terzo anno dall’impianto e soprattutto in cui tutte le operazioni colturali, dalla potatura alla raccolta, avvengono meccanicamente? Certo che con i nostri sistemi non si sta nel prezzo finale, ma se abbiamo un’agricoltura medioevale – e l’abbiamo sempre voluta difendere spacciandola per qualità – non mi sembra il caso di prendersela con chi riesce a fare meglio https://www.youtube.com/watch?v=v0glTpuK8SY&feature=related

7. Il problema della qualità dell’olio in Italia non dipende dalle importazioni, ma dal gusto della gente. Finché i consumatori non riusciranno a distinguere dell’olio rettificato e con aggiunta di clorofilla da un olio di qualità superiore continueranno a comprarsi al supermercato quello che costa meno, che ovviamente verrà importato dai Paesi dove costa meno produrlo, che sia per il basso costo della manodopera o per il contenuto tecnologico e l’intensività della coltura. Pensare che riducendo le importazioni si possa aumentare la qualità dell’olio è stupido, perché quando nel dopoguerra di olio d’oliva praticamente non se ne importava si adulterava quello italiano. Conseguentemente ridurre forzatamente le importazioni non servirebbe a sostenere la produzione italiana, perché l’olio più venduto sarebbe sempre quello di minore qualità e quello adulterato.
La soluzione, banale, è quella di produrre solo olio di qualità ed esportarlo in tutto il mondo come tale. Alto valore aggiunto, in grado di assorbire i maggiori costi di produzione. Così come fanno i produttori migliori (e magari anche meno famosi in Italia). La gente continui a comprarsi l’olio al supermercato. Chi desidera un olio migliore, perché è in grado di di riconoscerlo, deciderà di spendere di più. Che poi, se ci si pensa, se si spendono dieci euro per un litro d’olio che ti dura un mese direi che quasi tutti sarebbero in grado di permetterselo, anche perché quando l’olio è buono ne usi meno. Ma, ripeto, è questione di gusti.
8. Stiamo parlando di olio di oliva, ovvero quel liquido che si ottiene spremendo le olive, non stiamo parlando di uranio arricchito. I compratori hanno tutti i mezzi (e lo fanno) per richiedere ulteriori analisi o certificazioni dal produttore, qualora lo ritenessero importante. Queste non sono produzioni che vanno a toccare i mercati di fascia alta che i affrontano i produttori italiani. In realtà gli unici ad aver paura di questo prodotto sono i venditori di fuffa, abituati a ottenere un premium di prezzo ingiustificato solo perché vendono il prodotto “italiano”.
9.Sta al produttore convincere il consumatore che il suo prodotto non è fuffa. Si chiama fare marketing e non sempre si vince: può anche essere che il suo olio sia migliore, ma non valga per il compratore 4€ di differenza. Lei vuole imporre per legge una certa qualità ai compratori? Allora obblighiamo anche tutti a comprare solo Mercedes, BMW e Audi. Il mio fornitore mi vende l’olio a 14€ al litro e se ne strafotte di quello che fanno i tunisini, e io continuo a comprare l’olio da lui
10. Che poi queste importazioni sembrano ben domate per essere selvagge, visto che si parla di passare da 56mila ton a 91mila ton di contingente, ma solo per la Tunisia (in un mercato da 2,4 Milioni di tonnellate). Il dazio e i contingenti permangono per tutti gli altri produttori extra-CEE
11. Chi dice “uccidiamo l’olio italiano così” non sa che la produzione italiana di olio d’oliva (484 mila tonnellate) è insufficiente a coprire il consumo (600 mila tonnellate). Quindi va importato. Se lo importiamo senza dazi costa meno.
Oltre a questo, non sa neanche che le 35 mila tonnellate tunisine di cui si parla equivalgono all’1,9% della produzione di Spagna, Grecia e Italia (1 milione 820 mila tonnnellate). Inoltre l’olio tunisino per entrare deve incontrare gli standard di qualità europei
Il processo di liberalizzazione dei prodotti tunisini è inserito all’interno di un piano che prevede riduzioni e rimozioni di dazi da entrambi i lati. Questo significa che i loro beni sono meno costosi da noi e i nostri meno costosi da loro.
Per non parlare del fatto che nelle bottiglie d’olio vendute al supermercato l’etichettatura indicherà in modo chiaro dove sono state raccolte le olive e dove l’olio è stato prodotto.
Il consumatore quindi, se proprio lo vuole, avrà la possibilità di scegliere olio 100% italiano. La liberalizzazione dà più libertà al consumatore, non di meno.
Un win-win in pratica.
Quando la smetteremo con queste reminescenze autarchiche per aprirci al libero mercato?
Fonte: FAO

http://faostat3.fao.org/home/E
Approfondimento: paper della commissione europea

http://ec.europa.eu/agri…/olive-oil/economic-analysis_en.pdf
12. E’ vero che la manodopera in Tunisia costa di meno, ma questo non significa che non possiamo competere sui costi con una meccanizzazione del settore.
Inoltre se veramente andiamo fieri della qualità dei nostri prodotti non dovremmo temere quelli stranieri.
Ad ogni modo se in definitiva il nostro olio si dovesse dimostrare peggiore sia per costi, sia per qualità, è meglio che sia qualcun altro a produrlo, e che la nostra agricoltura si concentri laddove è più efficente.
13. La narrativa prevalente è che l’olio tunisino arriva e manda in malora i nostri produttori. Invece, a quanto pare, i nostri riescono a produrre soltanto 300-350.000 tonnellate, cioè 1/3 del fabbisogno nazionale (600.000 per il consumo interno e 400.000 per l’esportazione) quindi non sono certamente le 80.000 tonnellate di olio tunisino a mandarli in malora come spiegato in questo post

https://www.facebook.com/MaurizioGily/posts/10207774721799807

Invece i servizi giornalistici si aprono con produttori italiani che mostrano tonnellate di olio di grande qualità invenduto.
Io prima di sparare sentenze proverei a fare un giro in rete per informarmi e poi inizierei a pormi qualche domanda.
La prima, ad esempio, potrebbe essere: c’è davvero tanto olio di qualità invenduto in Italia e se sì, è invenduto perché il suo costo non è competitivo? E se sì è perché ci sono troppi consumatori che per via della crisi non sono disposti a spendere un po’ di più per acquistare olio d’eccellenza o è perché non si investe a sufficienza per ridurre i costi di produzione e/o a migliorare il marketing di questi prodotti?
Un’altra domanda è: quando si dice che l’olio tunisino è meno controllato ci ricordiamo delle sette grandi aziende italiane indagate per frode alimentare? (Certo si trattava di “olio extravergine” da supermercato e non da ristorante tre stelle, risultato poi nemmeno extravergine… ma i brand erano italianissimi (le olive non si sa)).
Infine: se i costi di produzione dell’olio di altissima qualità dovessero risultare stabilmente elevatissimi cosa si vuole fare: sostenere con molti aiuti di stato questi produttori per permettere a loro di campare e anche a un pubblico “medio” di accedere a questi prodotti. O lasciare che trovino un loro pubblico specialistico molto motivato a spendere davvero tanto in olio d’oliva oppure chiudano?
E quando deve essere trasparente l’etichetta sulla provenienza delle olive?
14. L’Italia ha necessità di importare olio da olive dall’estero perché non autosufficiente. Ne consumiamo circa 600 mila tonnellate, ne esportiamo circa 400 mila, di conseguenza il nostro fabbisogno annuo è di un milione di tonnellate. Non abbiamo il coraggio di ammettere che stiamo arretrando, non piantando più nuovi olivi: produciamo solo tra le 300 e le 350 mila tonnellate d’olio. Importarlo dalla Tunisia senza dazio o da altri luoghi non cambia nulla. Oltretutto il prezzo dell’olio tunisino è anche più alto di quello spagnolo. A doversi lamentare semmai dovrebbero essere gli spagnoli o i greci, da cui noi acquistiamo grandi quantitativi. Per ciò che concerne la qualità nutrizionale, sensoriale e anche igienico-sanitaria, in Tunisia garantiscono prodotti di qualità certa. L’Italia dovrebbe interrogarsi sulle proprie responsabilità nell’aver abbandonato da almeno tre decenni la propria olivicoltura e nell’aver abusato di tanti finanziamenti destinati al comparto ma dirottati altrove. La Spagna, tanto per intenderci, anziché disperdere i fondi comunitari ricevuti a pioggia anche dall’Italia negli anni passati, ha messo a frutto tanto danaro pubblico realizzando investimenti.

Siti di approfondimento:

http://assurdita5stelle.blogspot.it/2016/03/balle-e-falsi-allarmismi-del-m5s.html

http://www.nextquotidiano.it/olio-tunisino/ Per di più è una misura temporanea e di aiuto, quando sarebbe preferibile che fosse definitiva. È fatta proprio per “aiutarli a casa loro,” cosa che in realtà ai fascisti italiani di ogni colore politico importa poco. Se non altro smascherano la loro ipocrisia: vogliono che lo stato regali loro soldi, lavori e privilegi. Vogliono che i costi li paghino le generazioni future. Vogliono che il resto del mondo sia povero e non rompa loro le palle.

http://www.butac.it/la-memoria-corta-dellolio-tunisino/

http://www.stradeonline.it/innovazione-e-mercato/1830-piu-dazi-sull-olio-tunisino-il-protezionismo-e-l-oppio-della-politica

http://stradeonline.it/innovazione-e-mercato/1392-aiutarli-a-casa-loro-ma-per-finta-il-caso-dell-olio-d-oliva-tunisino

http://www.stradeonline.it/innovazione-e-mercato/251-strade-del-cibo-la-nuova-voglia-di-autarchia-da-beppe-grillo-ai-forconi

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