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Lo stupore delle prese elettriche

5 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
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I semi del divario tra nord e sud

L’Italia era un paese eterogeneo, con tante amministrazioni e storie diverse.

Tutto il mondo nel 1860 era molto più povero del mondo attuale. L’Italia era poverissima. L’Inghilterra dell’epoca era al livello del Pakistan attuale.

L’Italia era al livello di un paese medio ricco dell’Africa sub sahariana. Più o meno 1500 dollari ppp 1990. Da questo punto di vista non ci possono essere grandi divari, in un paese povero.

L’Italia era in stagnazione secolare dal 1400, con poche fluttuazioni. Il centro nord Italia era nel 1300 1400 1500 il paese più ricco del mondo. Fino al 1550 1600. Venne poi superata dall’Olanda. In termini assoluti restò a livelli di reddito simili fino al 1700. Nel 1860 l’Italia era più povera che nel 1400.

Il divario in termini di pil tra nord e sud era piccolo in termini assoluti nel 1861 e si è allargato quando è iniziato lo sviluppo del nord ovest.

Il divario inizia quando il nord ovest scopre la rivoluzione industriale. Il resto del paese è agricolo, non feudale. Basato sull’agricoltura estensiva.

Dal 1891 al 1951 il divario cresce. Perché l’industrializzazione inizia nel nord ovest?

Il salario reale del sud nei più poveri (80% della forza lavoro in italia, comunque) è inferiore del 20% a quello del nord ovest. Si considera nel calcolo il basket dei beni che permettono la sopravvivenza.

Con quei salari lì non è che le persone potessero comprare libri o mobili.

I salari siciliani erano alti, quasi a livello del nord ovest. Poi stagneranno. In Sicilia costruivano ferrovie e creavano domanda per i lavoratori delle costruzioni. In Sicilia le donne non lavoravano e quindi c’èra meno offerta di lavoro e per far sopravvivere le famiglie dovevi pagare abbastanza i maschi. In Piemonte e in Lombardia le donne lavoravano in agricoltura al 70 80%. Il mondo era contadino. Il rapporto tra salari dei qualificati e dei non qualificati era più alto nel sud. Era anche un periodo di autoproduzione in casa.

I lavoratori qualificati al sud erano pagati meglio.  

Perché c’è stato lo sviluppo al nord? Il divario era del 15% non più. Il nord aveva parecchie più industrie. C’era la seta, trasformazione del prodotto agricolo. Era moderna perché usava il vapore, per ragioni tecniche. Aveva la tecnologia più avanzata al mondo. Aveva anche il cotone e la lana. Quindi l’industria tessile.

Il  sud aveva solo qualche stabilimento sponsorizzato dallo stato. Il sud viveva di commesse statali per le armi. Cinque sei milioni di abitanti che avevano eserciti. C’era qualche industria cotoniera, impiantata da imprenditori svizzeri attorno a Salerno. Il sud viveva o di commesse statali o di industrie protette. C’erano molti artigiani professionali e che facevano lavori di qualità. Li facevano per la corte di Napoli, per esempio. Napoli nel 1860 era una delle città più grandi d’Europa, capitale di un regno agricolo e i ricchi volevano andare lì.

I contadini invece si facevano le cose da sé

Cosa aveva di più il nord? L’acqua, dal punto di vista agricolo permetteva colture più intensive. Inoltre dava forza motrice industriale che proveniva (a parte le filande dal vapore, per avere il quale bisognava importare carbone, che costava molto) dall’acqua. I corsi del centro nord sono più regolari.

Seconda cosa: i livelli di istruzione. Al sud i livelli di istruzione erano bassissimi. Non c’erano contadini letterati. Nel nord si andava dal 40 al 60% di letterati. Il tessuto sociale del centronord era più sviluppato. Esistevano scuole pubbliche e private più sviluppate.

La legge Casati estese a tutta Italia l’obbligo dell’istruzione primaria per due anni. La legge dovevano applicarla i comuni. I comuni del centro nord erano un po’ più ricchi e l’hanno applicata abbastanza bene.

Al sud hanno investito pochissimo in istruzione, prima e dopo la legge. I comuni erano dominati dai proprietari terrieri che non avevano voglia di istruire i contadini. Il divario è cresciuto.

Nel 1911 lo stato stabilì che avrebbe pagato lui l’istruzione, con una legge. Ha iniziato a costruire le scuole e a pagare maestri al sud. Il divario allora ha iniziato a diminuire.

Un altro argomento interessante è quello della tassazione. La tassazione era sui consumi, sul macinato, sul grano. C’erano poi la tassa sulla ricchezza mobile e c’erano le tasse sui capitali e sui salari un po’ più alti.

Le tasse sulla terra erano più alte al nord. L’aumento delle tasse al sud è il tentativo di pareggiare il livello di tassazione.

 

I piemontesi dettero adito a politiche di liberalizzazione. L’apertura dei commerci creò problemi all’agricoltura protetta. La tariffa piemontese, che con la Toscana, era la regione più liberale d’Italia, danneggiò le poche industrie che al sud erano protette dai dazi. Il poco di moderno che c’è riuscirà a sopravvivere. Ad esempio il nucleo svizzero di Salerno.

La lotta tra industriali e agrari c’era ovunque, anche al nord.

Il neoborbonismo non ha base storica. Chi lo propugna non è uno storico economico, ma un giornalista che vuole vendere più libri.

In italia lo stato era minimo. C’erano l’esercito, i maestri comunali, ma era comunque uno stato minuscolo. Poi cresce. Si costruisce dal 1880 in poi. Col fascismo si rafforza. Il boom della burocrazia statale si ha prima e poi dopo la  seconda guerra mondiale.

 

I semi del divario già esistevano probabilmente nel medioevo, quando il centronord era già più sviluppato.

5 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
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La brutta bestia della MMT.

Sbobinatura

L’mmt è una bestia di terzo rango di teoria monetaria. Dal punto di vista accademico dice cose strane. I governi devono generare moneta perché non c’è indipendenza tra banca e tesoro. Il tesoro si deve finanziare, fare spesa pubblica e generare crescita e piena occupazione.

La MMT gira attorno a un artificio retorico.

Fa grande confusione tra grandezze nominali e grandezze reali.

Manca una formalizzazione rigorosa. Manca un modello.

Non c’è una trattazione del tempo. Manca la definizione su cosa sia una moneta. Mancano le definizioni.

I suoi apologi partono con ipotesi condivisibili e vere. La Mmt dice che se tu sei sovrano non esiste il default, cioè sarai sempre in grado di ripagare il debito stampando la moneta per ripagarlo. Anche il Venezuela sta ripagando i debiti in valuta venezuelana. Però stiamo parlando di grandezze nominali o reali? Cosa comprano oggi i cento peso che mi hai dato un anno fa? Manca l’inflazione.

Dicono che l’inflazione arriverà solo quando arriverai al potenziale. Se un paese è sotto il potenziale (cosa sia non si sa), l’inflazione non c’è. Contro esempi sono il Venezuela, la Turchia, l’Italia degli anni 80. Loro dicono che sono situazioni patologiche ma non spiegano perché lo siano.

Hanno degli assiomi anche condivisibili. Ci sono critiche all’ortodossia secondo cui il governo non entra nei modelli e i modelli ortodossi sono dei commodity money: la moneta è un oggetto terzo la cui offerta è slegata dalle mani dei policymaker. Parlano di Robinson Crusoe. Come se fossimo nel gold standard, secondo l’idea che hanno.

Il loro modello economico è una baggianata. Ridicolizzato da Dornbusch e Sebastian sul populismo latino americano. La funzione di offerta sia nel piano prezzi che nel piano quantità è piatta. I prezzi non si muovono mai. La curva diventa verticale solo in piena occupazione. Puoi spostare la curva di domanda fino alla piena occupazione. Peccato che ciò sia alla base dei disastri latino americani.

I contributi di base sono quelli di Aiyagari Wallace che hanno cambiato il  modello di Kiyotaki Wright. C’è un large agent, il governo che si impegna ad accettare la moneta. Randall Wray ha scritto un paper simile.

Le discussioni teoriche continuano a scordarsi che la moneta è un’entità legale, dicono. Questo è il punto di vista chartalista. Questo punto è importante e corretto.

La moneta è lo strumento legale imposto dal governo per acquisire beni e servizi e non è qualitativamente distinto dal debito pubblico, quindi potremmo monetizzare. Perché emettiamo debito o tassiamo? Possiamo monetizzare. Sono comunque delle passività del governo garantite dalla possibilità di esercitare il potere politico.

Sì ma sono due passività diverse. Una permette di acquisire beni e servizi nel tempo t per forza di legge. Le altre sono promesse distribuite nel tempo che ti danno il diritto di comprare beni e servizi alla restituzione del capitale. Ci sono problemi di portafoglio finanziario, di rivendicazione di flussi di entrate che dipendono da che output ti aspetti.

La moneta è creata anche dalle banche, ma la letteratura monetaria, da Tobin in poi, non ignora questo. Il moltiplicatore monetario diventa importante nelle crisi. Come mai la grande monetizzazione del qe non ha causato inflazione? Perché la liquidità è rimasta nel sistema bancario.

Se non ci sono le banche non c’è il sistema finanziario. Non c’è il portafoglio.

Gli mmtari trascurano i vincoli di bilancio intertemporali. Possiamo monetizzare tanto non viene l’inflazione (portano il qe come esempio), ma questo si può dire anche all’interno di un modello tradizionale. Si deve distinguere tra una tantum e permanente.

Il valore di un asset è dato da ciò che mi aspetto in futuro. Vale per azioni o alberi o moneta. Il suo valore dipende da quelli che sono i suoi frutti in futuro. Se penso che il valore per un anno sia zero non significa che per gli anni futuri pensi che continui a essere zero e quindi la moneta non si deprezzi. Non c’è inflazione in caso di qe o di shock di liquidità se non cambiano le aspettative future. L’inflazione è il reciproco del valore della moneta. Che vuol dire che non c’è inflazione? Che vuol dire essere credibili? Perché la bce può fare qe e la banca d’italia no?

Il mmt è il coltello alle spalle per chi vuole distruggere moneta. Stampare moneta per stampare moneta.

Manca la prospettiva intertemporale, mancano considerazioni di stabilità o instabilità di policy. Mancano considerazioni sulle grandezze reali e nominali.

Dicono che le imposte non siano necessarie per coprire la spesa pubblica perché loro chiamano imposte la tassazione ordinaria del reddito e per loro la spesa è finanziata dalla tassa da signoraggio. Il governo può acquistare beni dall’economia.

È una foresta pietrificata. La nonna ha fatto la torta, la torta sta sul tavolo. Non ci chiediamo come venga prodotta, perché c’è solo la domanda, cioè chi la mangia. Poiché il governo è l’unico emittente di moneta, il governo può stabilire i termini con cui è scambiata. Tu hai qualcosa da vendere, il governo può fissarti il prezzo e se ti interessa mantenere la testa devi dargli ciò che hai da vendere. Adesso in Venezuela non può comprare molto. Il destino della mmt è l’autoritarismo. In venezuela sono state sostanzialmente applicate le teorie mmtare. Anche in Perù con Alan Garcia. Il governo compra e in cambio dà pezzi di carta senza valore.

 

 

 

 

 

 

 

 

Se moltiplichiamo tutti i prezzi per dieci non cambia niente. Come se moltiplichiamo le scorte monetarie per dieci. La moneta è neutrale nel lungo periodo: long run neutratlity.

Si ragiona a gdp dato.

Ricordiamo Friedman  e the biggest fallacy of all times: confondere la produzione del reddito col suo consumo. È chiaro che lo stato può consumare reddito: mi tassa e consuma, ma sta prendendo reddito prodotto da un altro. Allora chiediamoci da dove venga la produzione e dove vada a finire. Come un aumento dell’offerta di moneta può aumentare il gdp in modo significativo?

Può succedere per qualche ciclo, in modo ridotto, non per un paese come l’Italia che non cresce da venti anni.

Gli mmtari confondono un effetto una tantum con un effetto permanente. Il qe può essere utile in tante situazioni. È stato intelligente. In fase di crescita di domanda di liquidità o bank run si può aumentare l’emissione di moneta. Non ha senso pensare di trasformare l’Italia  negli Stati Uniti stampando moneta. A parte che le banche si sono tenute i soldi e il credito non è aumentato.

All’interno dell’euro la Spagna fa molto meglio dell’Italia. Anche la Francia. La Germania era il grande malato nei primi dieci anni di euro poi ha fatto molto meglio. Ci sono differenze importanti in area euro.

Non si trova un esempio storico di almeno una grande espansione monetaria sostenuta a due cifre per più di cinque anni che non abbia creato inflazione. Si trova sempre che l’inflazione ha seguito l’espansione monetaria.

Nella mmt mancano i dati. I ragionamenti non sono agganciati ai dati. Nella tradizione marxista i dati si inventano. Quando si parla di euro o di politiche neoliberiste non c’è un briciolo di dato. In fin dei conti anche Hume o Smith, per quanto fantastici, non avevano i modelli. Che volevano esattamente dire?

5 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
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Economia monetaria: regole contro discrezionalità.

Un po’ di link e pdfdisc presi a caso (quindi da verificare dal lato attendibilità e da leggere da parte mia) sulla vecchia questione che in politica monetaria è meglio avere delle regole certe piuttosto che lasciar fare alla discrezionalità del politico. La discrezionalità potrebbe andare bene, nel senso di far rispettare degli obiettivi monetari o reali, se gli annunci e le politiche fossero credibili e gli obiettivi assunti fossero realizzabili attraverso tali politiche.

regole e discrezionalità nella conduzione della politica monetaria

https://www.stlouisfed.org/publications/regional-economist/january-2003/rules-vs-discretion-the-wrong-choice-could-open-the-floodgates

https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpwps/ecbwp717.pdf

https://www.stlouisfed.org/publications/regional-economist/january-2003/rules-vs-discretion-the-wrong-choice-could-open-the-floodgates

Policy can be conducted by rules or discretion. Rules offer time consistency—the outcome demanded by the public in the short run is consistent with the outcome desired in the long run. Discretion may better serve the public interest when the environment is uncertain and policy-maker pronouncements are believable. Modern research on rules and discretion has helped illuminate the tradeoffs inherent in a range of policy questions. The legacy of the Kydland-Prescott work is the recognition that policy-makers must face up to these tradeoffs. Put another way, wise policy-makers must think through the public’s likely responses to their responses—just as the public is playing the same game with policy-makers. Only this type of analysis can produce consistently sound policy.

https://web.stanford.edu/~johntayl/2017_pdfs/Rules_Versus_Discretion-Assessing_the_Debate-10-13-17.pdf

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-direttorio/int-dir-2017/Signorini-240217.pdf

http://wwwdata.unibg.it/dati/corsi/87018/90605-09_87018_Presentazione%209_2019.pdf

http://www.salvatorecapasso.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/Lez-7-Regole-di-Politica-Monetaria_PolEcSpe.pdf

https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/plusvalore/Regole-o-discrezionalità-nella-politica-monetaria-8068873.html

5 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
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La crisi della lira del 1976. Un paper di Antimo Verde

A metà degli anni Settanta vi fu la più grave crisi della lira del dopoguerra.
Anche quella del 1964 fu molto severa, come pure drammatico
fu il successivo attacco speculativo del 1992; in entrambe le situazioni
si ebbero problemi serissimi per il nostro Paese e per la politica economica
nazionale.

L’articolo è qui: https://www.researchgate.net/publication/255664667_LA_CRISI_DELLA_LIRA_DEL_1976_CAUSE_CONSEGUENZE_E_POSSIBILI_SCHEMI_INTERPRETATIVI

E nella libreria del blog, qui:
cause della crisi della lira del 1976

5 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
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5 dicembre 2019 ore 9.30. Dieci link.

Le maratone più veloci in europa http://therunningpitt.com/2017/07/le-maratone-piu-veloci-europa.html
Il debito di oggi sono le tasse di domani  https://stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/2934-debito-oggi-tasse-domani-l-ipoteca-sui-nostri-figli-che-dovremmo-rifiutare
Aiutare gli immigrati qui o a casa loro? http://www.stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/2935-qui-o-a-casa-loro-lettera-aperta-a-matteo-renzi-sull-immigrazione
Spagna 1982: i campioni del mondo del rimpianto http://ilposticipo.it/calcio/beccalossi-nazionale-mondiale-1982/
Una montagna di dilettanti invade ogni giorno le Alpi http://www.lastampa.it/2017/07/11/societa/montagna/sport/una-montagna-di-dilettanti-invade-ogni-giorno-le-alpi-6qkDqbNeSewDHCGgW4TohK/pagina.html
Non avere paura dell’aumento della popolazione.  http://humanprogress.org/blog/dont-fear-the-population-explosion
Il mondo prima dei vaccini http://salute.regione.emilia-romagna.it/documentazione/multimedia/video/il-mondo-prima-dei-vaccini
Vaccini: il mito delle cavie http://bocci.blogautore.repubblica.it/2017/07/11/vaccini-il-mito-delle-cavie/
Il grande risveglio del Portogallo http://www.lastampa.it/2017/07/01/economia/il-grande-risveglio-del-portogallo-in-sei-anni-dal-fallimento-al-boom-6SGvTkdYYiBoKzurlum7PM/pagina.html
Quando sbagliano i magistrati  http://www.glistatigenerali.com/giustizia/quando-sbagliano-i-magistrati/

5 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
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Marcello Guarducci. Un po’ di link

Ma tu te lo ricordi Marcello Guarducci?

Veniva nominato da alcuni parenti durante l’infanzia.

E’ stato un precursore di aspettative di delusione autorealizzantesi? Forse? Per quanto mi riguarda?

https://www.youtube.com/watch?v=cuImNAOALFc 4×200 sl Montreal

https://www.youtube.com/watch?v=9B-zD3IdZx0 Guarducci in esclusiva per Swimbiz

https://www.youtube.com/watch?v=kI5J_7WrqZw Guarducci racconta il nuoto

MARCELLO GUARDUCCI, IL “GRANDE INCOMPIUTO” DEL NUOTO AZZURRO

2 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
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Mercantilismo tedesco e mancanza di competitività italiana

Sbobinatura

Thomas manfredi

Avanzo commerciale = differenza tra importazioni e esportazioni

Dal 2000 al 2010 Germania e Francia hanno avuto la stessa dinamica.

Dal 2010 le imprese tedesche hanno investito a un ritmo superiore a quello di quelle francesi.

Italia ha abbattuto investimenti reali pro capite da 115 a 80. Dal 2014 in poi sono allo stesso livello della Germania.

 

Controevidenze alla narrativa anti tedesca

 

La Germania ha cresciuto la spesa pubblica reale (stipendi, investimenti, non spese correnti come le pensioni) dal 2000 al 2011 più della Francia, mentre l’Italia ha avuto tale spesa prima declinante e poi ferma.

 

 

 

Giampaolo galli e filippo taddei

GALLI

Mercantilismo tedesco?

I mercantilisti veri vogliono dazi e una moneta debole per accumulare riserve auree per il dominio militare

La Germania è il paese che più ha spinto, con uk, per eliminare i dazi nel wto e per fare il mercato unico in Europa. Molto più contrari, in particolare su agricoltura, sono stati Francia e Italia.

Ma, dicono i no euro, vogliono una moneta debole! Hanno voluto l’Italia nella moneta unica per tenere debole l’euro. Doppia bufala:

La Germania ha sempre voluto un marco forte (vedi dm/ lira o lira/dm) quando c’erano. Dal 1970 al 2000 il marco si è apprezzato

Ma, si obietta, questa era la politica della bundesbank! . Per l’industria era diverso (voleva un marco euro debole). Falso! Quando la banca centrale aumentava i tassi per contrastare l’inflazione ha sempre avuto il plauso dell’industria, che (attraverso la bdi) ha sempre appoggiato la linea del marco forte della banca centrale.

Invece la confindustria italiana si lamentava dell’aumento del costo del denaro, i tedeschi dicevano è giusto perché dobbiamo combattere l’inflazione.

Grafico franco francese / marco tedesco: il marco raddoppia in valore rispetto al franco, dal 1970 al 2000.

 

L’establishment tedesco non ha mai voluto l’Italia nell’ume perché non si fidavano che avremmo messo a posto i conti pubblici. Temevano di dover fare come avevano fatto coi lander orientali (spendere un sacco di soldi per fare sviluppare i lander orientali) e di dover fare come poi fu fatto con la grecia. Alla fine la decisione di consentire l’ingresso dell’Italia fu una decisione politica di Kohl, legata al timore di spaccare l’Europa e di essere accusati di volere un’Europa germanocentrica anziché una Germania europea.

Ciampi convinse i tedeschi a metterci nell’unione europe. La bundesbank, con un rapporto, aveva parere negativo.

La classe dirigente tedesca ha fatto una riflessione profonda di quello che è stato il secolo breve in Germania. Più profonda di quanto è successo in Italia.

I tedeschi non erano convinti di unione monetaria e spesso

30 luglio 1993 (o 20), attacco speculativo forte contro il franco francese. Comitato dei sostituti dell’ecofin. Trichet pose un ricatto alla Germania: o voi ci sostenete in misura illimitata (come prevede lo statuto) o non state alle regole e state fuori dal sistema monetario europeo. Saltava l’unione monetaria che prevedeva stabilità dei cambi fino alla fase dei cambi irreversibilmente fissi. Furono convocati i ministri delle finanze e i governatori. Tutti dissero che se la Germania fosse uscita dallo sme loro sarebbero stati con la Germania.

Domenica sera decisero di allargare le bande di oscillazione delle monete del 30%. Era vista come fine dello sme. La Germania invece decise politicamente di vedere se si poteva salvare unione monetaria in europa.

L’unione monetaria si fece per ragioni ortogonali a quelle dette dai sovranisti. Francia, italia ecc volevano riacquistare la sovranità che prima aveva solo la Germania. Chi si staccava dalla Germania finiva sotto attacchi speculativi. Oggi nella banca centrale la Germania è spesso in minoranza.

 

Perché oggi c’è un grande avanzo di partite correnti? Errore nostro. Nei primi anni 2000 non capimmo che l’obiettivo bce del 2% di inflazione era serio e accettammo aumenti salariali incoerenti con l’obiettivo. In Germana i sindacati e la bda fecero sul serio.

Guardiamo un grafico clup dal 1990 al 2007. In ita cresce del 40%. In Germania è costante. Come diceva Sylos Labini i salari devono seguire il trend della produttività. Questo non è stato fatto in italia.

Espansione del bilancio tedesco può avere qualche utilità oggi. Un bilancio europeo potrebbe oggi fare qualche mossa espansiva per sostenere l’attività. È assurdo pensare che i tedeschi debbano diventare meno competitivi. È come dire che il Veneto dovrebbe diventare meno competitivo della Puglia per pareggiare L’avanzo commle

 

TADDEI

 

Usiamo la discussione sulle partite correnti come scusa per non affrontare la scelta che l’Italia ha compiuto quando ha deciso di adottare l’euro. Questo non ci aiuta a scegliere il futuro.

 

Perché un’unione monetaria?

Integrazione come assicurazione. Mettendo insieme delle economie stai cercando di sostenerti l’uno con l’altro. Ti metti insieme per sostenerti. Per individui, città, economie, ci sono periodi di crescita e di crisi e le velocità sono diverse. Quando delle economie legate crescono in modo diverso la misura della differenza è quella che rappresentiamo questa sera.

 

Y = consumi + investimenti + spesa pubblica + export – import

Tutto quello che produciamo finisce da qualche parte. Se produciamo qualcosa ha un valore. Se ha un valore finisce da qualche parte. Viene consumato o investito o consumato dal governo per fnorire servizi o viene consumato da chi vive all’estero.

 

(Y – c – s) – i = ex – im

Differenza tra il tuo reddito, quello che viene consumato, quello che viene speso dallo stato (cioè quello che viene risparmiato) meno investimenti = exp – imp.

 

Ogni volta che parliamo di exp nette parliamo del fatto che qualcuno (Germania) che offre parte del suo risparmio (risorse prodotte ma non consumate) a qualcun altro.

È un problema questo? È un problema che in famiglia ci sia uno che sta meglio che aiuti uno che sta peggio? È contrario a obiettivo volere una bilancia commerciale zero. Ci siamo uniti per poterci specializzare, diventare migliori in qualcosa e poi sostenerci. Pensare che l’equilibrio sia io non vendo a te niente e tu non vendi a me niente è non aver capito perché abbiamo fatto questo.

 

La Germania ha avanzo commerciale verso tutto il mondo. Ma a noi interesse la relazione nell’eurozona. Quella posizione è in via di normalizzazione. Caso di integrazione di successo tra Francia e Germania. Fanno meglio la manifattura i tedeschi, fanno meglio i francesi i servizi almeno in termini comparativi: si specializzano e fanno ciò di cui sono più bravi. È un problema solo se un paese è sempre in debito con l’altro.

Come si corregge lo sbilanciamento, nella misura in cui l’abbiamo qualificato adesso?

 

Risparmio meno investimenti = esportazioni nette.

Se sei esportatore netto sei anche creditore netto e il mondo ti dà pezzi di carta in cambio di beni e servizi.

Specializzazione produttiva: specializzarsi in quello in cui siamo relativamente migliori in modo da aumentare i consumi e/o gli investimenti. Se è un problema lo sbilanciamento devi diventare più produttivo in quel che si è relativamente migliori.

Posso anche dire: sapete cosa? I tedeschi potrebbero aumentare i loro investimenti, consumare di più, spendere di più, darci soldi. Intanto non può essere la soluzione ma quanto potrebbe servire? Poco.

Se vediamo il totale investimenti totali sul pil, la dinamica tedesca è molto più favorevole di quella italiana. Anche per quanto riguarda i livelli i tedeschi investono più di noi. E per gli investimenti pubblici in percentuale del pil? La Germania si colloca al di sotto della Francia ma al di sopra dell’Italia. Loro già investono più di noi e chiediamo a loro di investire di più.

 

La scommessa era di specializzazione produttiva, che portava a tassi più bassi, che permetteva di cambiare più velocemente.

 

La vera scommessa era:

Entrare nell’euro per evitare cicli di svalutazione e beccarsi sempre inflazione. Sfruttare la stabilità per investire e cambiare più velocemente.

Non abbiamo investito.

Ci lamentiamo che altri crescano esportando e chiediamo: poiché noi non abbiamo investito, siete voi che dovreste investire e fare esportare noi. La crescita delle nostre esportazioni in questo modo era ciò che volevamo evitare quando siamo entrati nell’euro.

Abbiamo deciso di fare quella scommessa perché volevamo cambiare in modo strutturale e poter influenzare il nostro futuro.

 

 

Non siamo ancora strutturati per poter restare in Unione monetaria.

Mancano tre punti di pil investimento. Sai cosa è importante. Hai una misura di cosa devi fare. La Francia ha fatto tre punti di pil di investimento tra il 2009 e il 2011. La Germania l’ha fatto tra il 2009 e il 2010.

Si parla di investimenti totali che sono per lo più investimenti privati. Per fare investimenti privati avremmo dovuto risolvere inefficienza spesa pubblica, burocrazia che blocca imprese, criminalità organizzata, corruzione, fisco che fa impazzire.

Un po’ di spesa pubblica in più in Germania toglie la mafia e rende la pa efficiente?

L’Italia che investiva più della germania esisteva fino al 2008 pur essendo il paese che cresceva di meno in ocse per pil pro capite. Però avevamo investimenti e potevamo avere speranza. Quella possiamo ricostruirla.

Fa comodo avere dei grandi gruppi, delle grandi imprese. In germania ci sono grandi imprese ed ecco gli investimenti. Volkswagen investirà 46 miliardi solo per l’auto elettrica. Non abbiamo più grandi gruppi e investimento privato risente anche del nanismo della manifattura italiana.

 

(Siamo concorrenti di germania o partner? Specializzazioni nostre quali sono, turismo e cultura che valgono il 10% del pil? Il marco era forte perché i mercati davano la sua forza, ha avuto un vantaggio germania o se lo è costruito.)

 

Specializzazione. Competiamo in alcuni segmenti con il sistema manifatturiero tedesco. Per esempio le sigarette saranno impacchettate da una macchina prodotta in provincia di Bologna (stessa cosa per buste da tè). La seconda impresa del mondo è bavarese. Con eccezione di queste micro nicchie la nostra specializzazione va in direzione di integrazione. Abbiamo creato una catena del valore integrata in europa. Facciamo auto in Italia e Germania. Facciamo automobili diverse. Non produciamo in italia una singola Toyota. Tutti i componenti di riparazione di una Toyota sono prodotti in buona parte in Emilia Romagna. In alcuni segmenti siamo complementari. In altri competiamo. È per questo che abbiamo fatto la ceca, la cee, l’ue. Per essere più forti insieme. Ovviamente è un processo caotico. Ha una sua volatilità che però è funzionale in settori soprattutto ad alto valore aggiunto. Non vale ovunque, ma ci fermiamo allora? Cerchiamo di sfruttarlo al meglio. Siamo ben lontani da sfruttarlo al meglio. C’è un problema di quantità. Poi se investiamo più di tedeschi e francesi buttiamo a mare qualcosa? Ma proviamoci prima. È un processo caotico, volatile, incerto però ci sono elementi promettenti che valgono la nostra scommessa.

 

Comunque siamo economie terziarizzate. La parte dei servizi più importante ,a più alta produttività, è quella legata alla manifattura, in Italia e Germania. quindi in Italia e Germania la manifattura ha un ruolo traino (trickle down). In questi casi potrebbe funzionare.

 

La Germania ha avuto un vantaggio da euro debole? Aveva un apprezzamento del marco su lira e franco. Sono abituati a idea che marco si rivaluta. Questo è un vantaggio competitivo. Nel breve si ha il vantaggio di svalutazione mangiato da inflazione. Loro facevano competizione su inflazione bassa e qualità. In Germania non sono contenti di essersi messi insieme a spendaccioni a cui poi dare soldi, come greci o italiani e allora ci chiedono di fare fare politiche di bilancio più assennate.

 

 

 

 

(Ruolo del mercato del lavoro. Competitività. Dinamica migliore del costo del lavoro in germania? Molta retorica si basa su moderazione salariale tedesca secondo cui le istituzioni avrebbero costretto ai lavori forzati i tedeschi. Quanto conta la moderazine salariale, se esiste? Che poi in italia non c’è stata?)

 

C’è stata liberalizzazione del mercato del lavoro a inizio anni 2000, ci sono stati i mini jobs. Ma vedete tasso di disoccupazione basso in Germania. Il salario reale mediano è cresciuto in Germania più che da noi. Tenore di vita delle persone è migliorato anche se ci sono state riforme che nel breve periodo possono avere avuto qualche effetto negativo.

 

(Da prospettiva tedesca il surplus o è interamente positivo o è il sintomo di qualcosa che potrebbe non andare bene. Quasi tutti sono in surplus con extra ue ma allora non è che qualcuno è sopra la linea di galleggiamento e altri sotto?). Cominciarono gli americani con Reagan a dire che i tedeschi avevano troppo surplus. Loro dicono che il surplus è conseguenza delle dinamiche dell’economia tedesca. Noi tedeschi vogliamo debito basso, virtù di bilancio, abbiamo tasso di occupazione alto, piena occupazione perché dovremmo preoccuparci del surplus?

 

Manfredi. Perché noi con la nostra moderazione salariale non abbiamo fatto lo stesso aggiustamento della Germania? La Germania a inizio anni 2000 si era appena unificata. C’era problema transitorio. Integrare un marco tedesco a ovest e a est. Una situazione di imprese diversa. Bisognava fare moderazione salariale per un breve periodo per aggiustare le differenze tra est e ovest. In italia la moderazione salariale è dovuta a produttività oraria piatta. Non fai nessun aggiustamento. Tu vai avanti con un trend. Da metà anni 90 si è perso tempo perché non si sono fatte riforme e si sono fatti accordi salariali per 4 o 5 anni scollegati alla produttività del lavoro. Problemi di breve periodo che poi abbiamo subito con la crisi che ha anche fiaccato la domanda globale.

 

Galli. La grande riforma del mercato del lavoro non è stata la hartz. Ma gli accordi tra sindacati e imprese di categoria e nelle aziende. Patto sociale. Congelamento dei salari a fronte di aumento della produzione. A inizio anni 2000. Poi il sindacato siede in cogestione. La sfida era quella della globalizzazione. Volkswagen metteva all’asta la realizzazione dei suoi modelli negli impianti in tutto il mondo. Poi hartz ha reso più efficienti gli uffici del lavoro, ha creato economia di precariato coi mini job ma non è tutta la storia. L’ultimo accordo prevede una flessibilità che va dalle 15 alle 40 ore settimanali, mutuata da un’azienda tedesca, la trumpf, leader di macchinari laser per industria automobilistica.

 

(Che fare a livello istituzionale adesso?)

Taddei. Il processo chiede tempo. Ma non partiamo da zero. Ci sono alcuni tipi di sostegni non specifici, settoriali, generalisti, automatici. Ci sno programmi specifici più efficaci di altri. Es. Quello che è stato fatto per ricerche e sviluppo ha funzionato. Per iperammortamento meno. Per superammortamento di più. Puoi fare politiche e avere un’indicazione. Spesa pubblica: quota 100 e rdc non sono spese per investimenti. Ha senso spendere i soldi lì, per i trasferimenti?

 

Manfredi. Una volta riallineate in livello investimenti e pil che si può fare? Idee che non implicano alcun investimento pubblico aggiuntivo. Abbiamo avuto vertenze per crisi che si sono prolungate per anni e sono costate mucchi di soldi per casse integrazioni. Lì c’è allocazione del capitale non ottimale. Alcune risorse, questi lavoratori che hanno delle competenze, sono male allocate nel breve periodo perché le regole impediscono la riallocazione di lavoratori che hanno delle competenze. Fluidificare il mercato dei capitali avrebbe un impatto.

La cassa integrazione in deroga è stata riformata ma non si è rivisto il codice fallimentare. Fare cose con giudizio, tutte insieme, una riforma strutturale seria, richiede un continuo di azioni che abbiano un senso. In Italia ci sono stati interventi spot esptemporanei. Non esistono politiche attive sul mercato del lavoro, si dice, ma si dice da venti anni. Basta vedere la miriade di interventi di poche centinaia di milioni che abbiamo e che non sappiamo se funzionano. Una macchina della pa che funzioni, una valutazione degli investimenti pubblici puntuale sono politiche che possiamo mettere in campo e che non dipendono da euro, Germania ecc.

negli ultimi 20 anni non si è fatto niente di serio e sistemico.

 

(Mercato dei risparmi italiano. Troppo bancocentrico, poche aziende quotate in borsa…)

Ci sono dei risparmi che non vengono investiti per scarsa propensione al risparmio?)

(I contratti nazionali in Germania non esistono, ci sono i contratti di lander e di azienda. È previsto che vengano fatti sulla base del tasso di inflazione. I contratti italiani non tengono conto del costo della vita diverso tra Milano e Catania. Al limite ci sono accordi specifici quando un’azienda va male. Dovremmo dare spazio al recupero della produttività. Il costo del lavoro è più basso di Germania in termini assoluti ma è alto rispetto alla produttività che peraltro non dipende dai lavoratori ma da tanti fattori. Se si dovesse scegliere un intervento shock, tenendo conto dei limiti che abbiamo, che nell’immediato può dare un risultato di breve, quale sarebbe?)

 

 

Galli. In europa ogni paese fa i propri interessi. Come in italia ogni regione e comune fanno i propri interessi. Poi tu riesci ad avere posizione egemonica perché hai forza economica (quella militare l’hanno i francesi) e conta la forza di aggregare gli altri paesi attorno a te. Fa parte della vita che orban sia nel ppe. O che quando si fanno le direttive la Germania difenda i propri prodotti e l’l’Italia difenda il parmigiano. Non è però vero che le politiche che sono state fatte da ue per lo sviluppo e la convergenza dei paesi dell’est siano state fatte nell’interesse della Germania. Esistono dei criteri che consentono di derogare alla normativa sugli aiuti di stato per tutte le aree sottosviluppate per favorire politiche di convergenza. Vale per il sud come per altre aree e favorisce anche imprese italiane che investono in quei territori, come la Transilvania. La politica fatta da questi paesi e da ue con politiche di convergenza è stato un grande successo. Romania, Polonia, Repubblica Ceca che convergono verso ovest e aumentano il tenore di vita è stato un grande successo.

 

Contratti di lavoro. Gli accordi tra sindacati e confindustria del 2011 e del 2014 prevedevano che si potesse derogare ai contratti nazionali su certe cose mentre per altre si demandava al contratto nazionale la possiblità di decidere delle deroghe. Perché questa roba ha funzionato in Germania e dal 2011 è rimasta inapplicata in Italia? Risposte diffiicili. C’è interesse delle burocrazie sindacali e confvarie a mantenere lo status quo. Però c’è anche impostazione nelle imprese che è sbagliata: l’idea che tu per non avere guai in azienda deleghi qualcun altro (confvarie) a fare il contratto nazionale di lavoro. Sei un contadino che rinuncia a arare la propria terra. Se sei imprenditore devi curare il tuo personale, e la produttività della tua azienda, il benessere dei tuoi lavoratori, devi fare con loro una scommessa che riguarda la produttività e il traguardo economico. In un paese abituato ad avere burocrazie sindacali è evidentemente più difficile. Peraltro le piccole imprese non hanno il sindacato in azienda. Firmando l’accordo le piccole erano contrarie perché l’accordo avrebbe voluto dire avere il sindacato in azienda. Devi imparare a gestire il personale. Il personale deve avere diritto a organizzarsi sindacalmente e tu imprenditore devi considerare un cambio di mentalità.

 

Manfredi. Riguardiamo un paper scritto con Manasse. . https://voxeu.org/article/wages-productivity-and-employment-italy

Comparazione tra ccnl ita e ger. formalmente la possibilità di regorare ai ccnl esiste già ma la miriade di piccole imprese non vuole il sindacato e preferisce non contrattare. Forse gli costa anche contrattare in imprese di 10 dipendenti, i ccnl spesso non vengono rinnovati secondo le norme. Arrivano a scadenza e vengono rinnovati in ritardo. Un’impresa in due anni può trovarsi in condizioni differenti da quando era stato firmato. C’è mismatch tra produzione al tempo t e condizioni salariali a tempo t. Il mismatch pesa sulla produttività complessiva del sistema. La contrattazione collettiva tedesca funziona comunque meglio che in italia. C’è reticenza delle parti sociali a mettere mano alla contrattazione. La politica non ha incentivato né messo un grilletto a differenza di quanto ha fatto la Spagna nel 2011: poiché le parti sociali non si accordavano hanno riformato ex lege tutta la contrattazione collettiva.

 

Taddei. Il grilletto istituzionale forse non può cambiare il modello. Credo negli incentivi. Aver reso permanenti gli incentivi per welfare aziendale dovrebbe favorire contrattazione decentrata. Solo in azienda si conoscono esigenze effettive dei lavoratori. C’è problema culturale che deriva da durezza delle relazioni sindacali. Forse questi incentivi non sono forti ma ci sono. Ci sono possibilità di cambiamento che non c’erano.

Gli investimenti sono la cosa più vigliacca da fare. Perché guardano molto al futuro. Sono capannoni, equipaggiamenti, strutture che servono per produrre. Quando chiedi a un imprenditore di bloccare le proprie risorse lui valuta le prospettive future. Qual è la valuta che serve per comprare queste scelte? La stabilità e la prevedibilità. Allora dobbiamo sgombrare il campo dal proiettile d’argento.

Una proposta da fare non esiste perché non ci può essere.

Esempio. Abbiamo una capacità amministrativa dello stato limitata. Abbiamo fallito nel sistema giudiziario, nell’apparato ammisnitrativo che sono lentissimi. Alcune politiche funzioneranno, altre no. Non funzionano quelle selettive, che hanno aggravio in accertamenti ed esecuzioni, che funzionano solo per grandi imprese collegate allo stato e ai limiti della corruttela. Dobbiamo pensare a strumenti chiari, automatici, anche imprecisi, ma prevedibili. Esempio ricerca e sviluppo. Se alzi la tua quota di r e s di più di quel che hai fatto in tre anni ti diamo un contributo, una defiscalizzazione. Incentivi sbagliati. Chi ha già fatto non ha vantaggi. O fai investimenti eccessivi in un anno per sfruttare incentivo fiscale. Vanno rimossi. Ci deve essere qualcosa di stabile. Dobbiamo pensare che possiamo essere come i tedeschi, cioè noiosamente prevedibili.

2 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
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Il contrasto di interessi: una bufala italiana

L’idea è che se io consumatore posso scaricare tutti i miei acquisti, collezionando gli scontrini, ho convenienza a far fatturare e il commerciante è costretto a dichiarare. Così sparisce l’evasione e i contribuenti pagano meno tasse

 

Questa logica è fallace.

Innanzitutto non è vero che negliStati Uniti scaricano tutto. Inoltre con la riforma di Trump si sono ridotte le itemized deduction (voci simili alle nostre, su livelli elevati. Su livelli di reddito inferiori ci sono deduzioni e detrazioni forfetarie).

 

https://www.ilfoglio.it/economia/2019/10/17/news/perche-non-puo-essere-il-contrasto-di-interessi-a-debellare-l-evasione-fiscale-281049/

 

Vincenzo Visco ha prodotto una tabella che mostra le varie ipotesi in cui è possibile aggirare il contrasto di interessi e provocare caduta di gettito. Ha anche scritto un capitolo sul tema. https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4192

Da leggere anche un articolo di Maria Cecilia Guerra su la voce.info. https://www.lavoce.info/archives/23954/come-funziona-o-non-funziona-il-contrasto-di-interessi/

 

Cosa scaricherei? I costi per la produzione del reddito. Quegli oneri legati alla mia attività professionale che devo sostenere per ottenere un reddito. Se potessi scaricare i miei consumi (una delle due modalità di destinazione del mio reddito, perché l’altra è il risparmio) il gettito dello stato andrebbe a zero. La tassa sul reddito si trasformerebbe in imposta sul risparmio: si scarica tutta sull’altro lato.

 

Il consumatore che vuole scaricare è mosso dallo stesso istinto del venditore che evade: non pagare le tasse. Il consumatore non vuole pagare l’iva e è il motivo per cui il venditore evade.

L’onesto è uno che non può evadere.

Il compratore e il venditore si incontrano a metà strada e trovano il modo per evadere. C’è convergenza di interessi tra venditore e consumatore, nel mondo reale.

 

Non c’è un modo matematico conveniente per pagare le tasse, che si chiamano imposte, non a caso.

 

In italia abbiamo tax gap su iva oltre il 30% dato da evasione (carosello di fatture ecc) ma anche da erosione (aliquote inferiori a quella ordinaria, 22%), truffe nel passaggio tra varie aliquote (unire aliquote?). Visco ha suggerito l’adozione di una unica aliquota iva per evitare truffe legate a arbitraggio di aliquota.

Diranno: ma così non si rende progressiva l’imposta. La gente è convinta che la singola imposta debba essere progressiva: non il coacervo dell’imposizione in capo a una singola persona.

Anche il biglietto del bus sarà presto progressivo. Tutto ciò è frutto di ignoranza che si nutre di invidia sociale.

 

Visco ha costruito l’irap imponendola su tutti i fattori di produzione. Costruzione accademicamente eccellente, ineccepibile, elegante. L’impianto teorico è robusto. Ma le condizioni nel mondo reale ne han denunciato iniquità.

Le imposte sono un trade off tra equità e efficienza. Se sei equo non sei efficiente cioè non ottieni gettito. Se sei efficiente raccogli gettito ma non sei equo. Perché il mondo è fatto di trade off. Quando vuoi uccidere i trade off vuoi il pasto gratis che in realtà è un pasto rubato a qualcuno.

 

Maledicevamo visco e ora lo elogiamo per competenza teorica visto che oggi trattiamo con legioni di magliari che cercano di venderci il Colosseo con la truffa.

 

In America non mandano tutti in galera. Che poi la fallacia logica è: loro scaricano tutto, nessuno evade, ma gli evasori, che non ci sono, vanno in galera.

Agenzia entrate americana: su imposte federali del reddito c’è tax gap del 16,5% lordo. Non siamo a livelli italiani (anche perché dei 100mld stimati un terzo è fatto da iva). Riflettiamo. Se all’inizio hai un’evasione del 16% forse ti devi fare delle domande.

Quindi l’evasione esiste anche negli Stati Uniti e non tutti gli evasori sono in galera.

 

C’era una volta l’espressione “manette agli evasori”, un decreto del 1982, che non ebbe alcun effetto, se non quello di intasare la giustizia. La gente evadeva come prima. Esiste una serie di leggi che già non mandano in galera nessuno. Si restringeranno e alzeranno ancora le soglie. Dubito che vedremo le carceri italiane piene. Non sarebbe meglio sanzionare amministrativamente per portare gettito anziché nutrire la gente in galera?

 

L’evasione è diffusa e rilevante tra le piccole imprese, soprattutto al sud, ma i politici dicono di non volere penalizzare commercianti e artigiani. Sono piccoli ma sono tanti.

 

Alla fine non succederà niente ma anche questa stagione di teatrini televisivi sarà salva.

 

È vitale che quello che viene preso dalla lotta all’evasione venga redistribuito in termini di minore imposizione fiscale. Se viene speso e si entra in una logica di tassa e spendi questo paese arriverà a un’incidenza della spesa sul pil del 75%. Saremo in una URSS pre 1991.

 

Torniamo alle tabelle di Visco. Secondo tutte le ipotesi di detrazioni il contrasto di interessi non avrebbe comportato benefici in termini di gettito per lo stato. Se posso ottenere una detrazione, questa detrazione per essere conveniente quanto l’evasione, dovrebbe permettermi di detrarre tutto il pagamento dell’iva. Infatti si parla di detrazione tra il 10 e il 18 per quanto iva sia al 22. Anche potendo detrarre tutta iva l’esercente ha margine di sconto ulteriore che gli consente di non pagare l’irpef.

La gente reagisce a incentivi. Quanti soldi riesco a trovarmi in più nello scenario a rispetto allo scenario b?

Chi evade ha convenienza ancora a farlo e il consumatore incassa subito il beneficio anziché aspettare l’anno prossimo. Ex post molte detrazioni poi vengono riviste, quindi che fiducia bisogna avere? Non c’è certezza del diritto se la materia fiscale cambia sempre.

Se tu esigi la fattura c’è chi preferisce avere in tasca più soldi. Per le casse dello stato però bisogna vedere che succede davvero.

A che pro incentivare i consumatori a richiedere la fattura se fosse vero che tutti la richiedono?

In ermini di behavioural economics qualcuno galvanizzato dal finalmente posso scaricare anche io (invidia sociale verso il lavoro autonomo) magari si accorge che scaricando guadagna meno che accordandosi col fornitore del servizio.

Queste detrazioni vengono date a tutte le transazioni che sarebbero comunque avvenute. Quindi si ha perdita di gettito (transazioni che avvengono già adesso in chiaro) nell’aspettativa che l’incentivo produca un’emersione che è solo potenziale.

 

Cosa accade se l’emersione di nero prevista da misure come il cash back non sarà tale da compensare i tre miliardi spesati? Si creerà un buco aggiuntivo.

Puoi fare una normale lotteria come quella portoghese dove in palio ogni settimana c’è un certificato del tesoro del valore di 35000 euro a valere sugli scontrini generati in quella settimana e ogni sei mesi c’è un premio, cioè un certificato del tesoro del valore di 50000 euro basato sulla somma degli scontrini dell’ultimo semestre. In più c’è un piccolo cash back

Come dimensioniamo i tre miliardi previsti dalla moanvora? Come li ripartiamo? Mettiamo un tetto? Io sono a rischio di subire decurtazioni delle detrazioni, almeno in base ai tetti che sono emersi sui giornali. Quanto avrò diritto in termini di cash back alla befana degli onesti? Metteranno un tetto anche per me? Ma allora avrò maggiore incentivo a non usare scontrini e se lavoro con un prof o artigiano ad accordarmi con lui?

 

Da un lato si dice che il cash back dovrebbe produrre gettito ma poi si dice che si tagliano le detrazioni a chi ha più di 200000 euro. Se tagli la detrazione è perché pensi che la detrazione sia una spesa, come è. Se pensi che sia un sistema per fare emergere il nero, non devi toglierla ai ricchi che sono quelli che hanno capacità di spesa superiore e sono quelli che dovrebbero faer emergere di più il nero, altrimenti i ricchi evaderanno. Si mettono nella stessa manovra due norme contraddittorie.

 

Di quelli che conoscono la materia nessuno dice che il contrasto di interessi sia efficiente. Oltre a Visco e la Guerra dicono la stessa cosa anche Raffaello Lupi, Dario Stevanato, Alessandro Santoro. manualetto sul diritto fiscale dice la stessa cosa. Dario stevanato dice la stessa cosa. C’è pure una relazione del mef in un rapporto su evasione fiscale che spiega che il contrasto di interessi non è efficace. Può essere utile in grosse spese come in edilizia ma se generalizzato porta perdita di gettito.

 

Ma allora come si spiega il successo del contrasto di interessi nelle ristrutturazioni edili. Proprio perché sono importi rilevanti che coinvolgono prestazioni che si svolgono nel corso del tempo per stadi progressivi e regimi autorizzativi amministrativi. Non sono cose tempestive.

 

Queste detrazioni valgono come il taglio del cuneo fiscale. Politicamente non avrebbe senso anziché dare venti euro al mese mettere queste risorse sul taglio del cuneo fiscale?

2 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
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Dialogo sulle cause del declino italiano

Sbobinatura

Felice

L’Italia del 46 48 era un paese semiperiferico in Europa. Con livelli di istruzione medi. La classe dirigente sceglie un modello di crescita aperto alle esportazioni, con salari bassi, con una gestione corretta della finanza pubblica, con un’inflazione bassa, con un intervento pubblico che funziona in settori strategici come l’acciaio. Con l’importazione di tecnologia dagli estero e in particolare dagli Stati Uniti (l’Italia ha sempre avuto poca propensione a innovare). Questo modello di crescita non è dissimile da quelli visti poi in Asia. Questo modello inizia a incepparsi negli anni 60.

Prima occasione persa: nel 1963.

 

Boldrin.

Sono d’accordo ma era difficile innovare, non c’era il know how

 

Felice

Nel triangolo industriale un po’ di innovazione c’era stata. Un po’ di industrializzazione c’era anche nella prima guerra mondiale. Il sud era drammaticamente arretrato. Il nordest e il centro erano meno industrializzati se non in Emilia e in Toscana.

Si trattava di mettere in moto un paese del genere. Il fatto che l’Italia potesse esportare con un costo del lavoro basso e inizi di modernizzazione era dovuto alla riserva di manodopera di contadini che soprattutto al sud ma anche altrove andavano nelle fabbriche e accettavano salari bassi.

 

Boldrin

Quanto era il contributo del pil del nordovest?

 

Felice

Nel 1938 l’industria supera l’agricoltura come parte edl pil nazionale. Il sud l’agricoltura è intorno al 55% del pil, il nordovest era superiore l’industria. In Italia il pil sarà stato un terzo un terzo un terzo.

L’Italia fa delle scelte di politica e geopolitica azzeccate.

Negli anni trenta c’era l’idea dell’industrializzazione sostitutiva di importazioni. Che è il modello di sviluppo autarchico che aveva il fascimo. Ci provarono in mezzo mondo. Ci provò il sudamerica, ci provò l’India. La sinistra diceva di seguire questo modello

L’Italia fa un altro modello, di apertura, che funziona. Quelli che seguono l’altro modello sono i paesi sudamericani o l’India.

Facciamo una scelta di apertura al mondo dopo il fascismo che aveva fatto una scelta fallimentare.

 

Boldrin

Sì, ma l’intervento statale ci concentra nell’import industrial substitution. Ereditiamo dal fascismo la nazionalizzazione delle banche, l’Iri con la siderurgia e poi anche la Rai ecc. Molto più avanti aggiungeranno di tutto, compresi i panettoni. La grande aggiunta del dopoguerra è l’Eni, ma viene negli anni 60.

 

Felice.

Il petrolio costava comunque poco e si importava quindi nell’impatto sul modello l’Eni rileva poco. La scelta rilevante fu quella di dare l’acciaio a prezzi bassi alle industrie, importando il ferro e lavorandolo in grandi stabilimenti a ciclo continuo. A un certo punto, a fine anni 50, si chiede all’Iri di aprire un quarto centro siderurgico a Taranto. Il management dell’Iri si oppone a questa scelta dicendo che due centri al sud avrebbe fatto fallire Bagnoli ed era eccessivo. Fanfani nel 1957, nel nuovo ministero delle partecipazioni statali, impone all’Iri di fare il centro di Taranto. Già si rilevano dei problemi nella grande impresa pubblica che inizia a seguire obiettivi non di economicità propri ma obiettivi perseguiti dalla politica.

Comunque all’epoca sono piccole crepe. Non si nota. Il processo è incrementale.

 

Boldrin e Felice

L’industria pubblica era quella cosa lì.

La crescita dura fino al 1963 ma anche fino a metà anni 70, almeno a livelli di produttività. A livello di pil procapite c’è ancora un po’ di crescita fino a fine anni 80.

 

Boldrin.

Cerchiamo di arrivare a capire i fattori strutturali della crisi.

L’offerta di lavoro abbondante c’è, ovunque. L’industria italiana esporta. Diciamo che abbiamo fatto venti anni di Cina pur partendo da una posizione migliore. Eravamo a sei volte sopra il pil da cui è partita la Cina, ppp, che poi è cresciuta di più e più rapidamente.

L’industrializzazione perché funziona? Solo perché il costo del lavoro è basso?

 

Felice.

Anche perché si produce bene in settori moderni. La Fiat fa le macchine bene all’epoca. Ci sono delle capacità imprenditoriali. Mentre la Corea del sud investiva nell’istruzione, l’Italia non lo fa.

 

Boldrin.

A me pare che l’Italia negli anni 50 e 60 investa nell’istruzione. Ci siamo trovati (io, del 1953) delle scuole decenti dalle elementari alle università. Anche l’università era uno strumento di mobilità sociale.

 

Felice.

Al sud però l’istruzione media è difficile seguirla per tutti. Non è massiccia. La svolta o mancata svolta avviene nel 1963 quando i socialisti entrano al governo. Il PSI di Nenni propone un riorientamento del modello di sviluppo verso i consumi interni e le basi dello sviluppo. La scuola media unificata è un atto molto importante. Poi c’è la nazionalizzazione dell’energia elettrica che serve a portare l’energia elettrica ovunque.

Via via che diventa più ricca l’Italia non può investire solo grazie al costo del lavoro basso.

 

Boldrin

Cerchiamo di raccontare i fatti. Il modello era: la crescita avveniva attraverso le esportazioni, c’era stata una forte urbanizzazione, c’era una scolarizzazione che diventava di massa.

 

Felice

La scuola media unificata favorisce la scolarizzazione di massa e favorisce la possibilità di fare il liceo e l’università a chi proviene dai ceti più bassi. Il tentativo però fallisce perché ha una base di consenso bassa, i capitali vanno all’estero, la borghesia in parte va in panico per il psi e la sinistra dc al governo.

Ci fu una campagna contro il piano Sullo.

Con la crisi del 1963 l’Italia si trova a esportare il capitale e il lavoro e crollano gli investimenti, in particolare i privati. Negli anni 50 gli investimenti privati erano molto alti. Vedo dalla parte dell’imprenditorialità privata un’inadeguatezza ad affrontare la modernizzazione del paese. Negli anni 70 si evidenzia tale inadeguatezza da parte del mondo del lavoro ecc.

Negli anni 60 non si riesce a fare un welfare state funzionante. Si crea un welfare state frammentato, particolaristico, clientelare.

Poi negli anni 70 l’Italia sceglie un altro modello. Inizia ad andare meno bene l’intervento pubblico.

Vedo il 1962 come inizio di un processo che l’Italia declina, secondo Salvati. Secondo Amato e Graziosi è il 1968, con aumento di salari e pensioni.

Spese in ricerca e sviluppo in rapporto al pil. Quando l’Italia è povera può svilupparsi con poca r&s. Quando diventa avanzata far crescere l’innovazione è fondamentale.

 

Alla ricerca delle origini del declino economico italiano, tabella spese ricerca e sviluppo sul pil.

 

Boldrin

Anche negli anni del boom le spese dedicate alla r&s sono un decimo di quelle statunitense e un quarto di quelle francesi. Adesso è metà. L’Italia aveva e ha un’industria mediamente arretrata e fa prodotti di successo nel mondo perché in quegli anni sapeva imitare relativamente bene.

Già negli anni 50 l’Industria non ha capacità di innovazione perché le manca il sostrato di ricerca e di supporto universitario. Questo continua.

 

Perché però dal 48 al 78 la produttività dei fattori italiana è cresciuta molto, anche più degli usa e c’è stato un processo di convergenza del reddito procapite? Alcune aree sono rimaste arretrate. Il processo è avvenuto con forti migrazioni. Quelle dal nordest che si arrestano nei 60 e dal sud si arrestano a metà anni 70.

A metà anni 70 l’Italia è già divisa in due, fatti salvi alcuni centri di industria siderurgica, chimica, Manca un tessuto imprenditoriale autonomo di pmi al sud.

 

Felice

Al sud c’è industrializzazione passiva guidata dall’intervento pubblico.

 

Boldrin

A sud arrivano dei capitalisti da fuori. Quasi tutti dallo stato. Arrivano i manager. Arriva lo staff tecnico. Assumono forza lavoro locale. Producono roba che viene venduta in giro per il mondo. Non c’è l’imprenditore locale che comincia lì coi suoi risparmi e prestiti che assume qualcuno e poi diventa la Luxottica, leader mondiale.

 

Felice.

Quel po’ di imprenditoria che c’è nel sud costruisce case. Si tratta di ex agrari che quando fanno gli imprenditori si mettono nel settore delle costruzioni, che è quello più legato ai finanziamenti pubblici. Le città del sud si urbanizzano e crescono. C’è anche una divisione di potere. La cassa del mezzogiorno, guidata da psi e sinistra dc, non interviene nelle periferie del sud. Le periferie del sud vengono lasciate alla dc conservatrice e clientelare come macchina di consenso.

 

Boldrin.

Non riesci a fare a meno di fare valutazioni. Come Panorama che voleva vendersi che voleva separare i fatti dalle opinioni. Questa dell’imprenditoria edilizia mi sembra azzeccata. Vedo grandi compagnie e ricchezze immobiliari venire da Roma in giù. Quanto edilizio e latifondista è il pil meridionale?

 

Felice. Se togli all’industria meridionale la parte pubblica, oltre la metà del privato è settore costruzioni. Sarà l’industria un 30% del pil meridionale. Di questo un terzo sarà pubblica. Il resto è essenzialmente costruzioni. Comunque l’industria meridionale è piccola. Quando si esce dall’agricoltura si va ai servizi. Comunque quelli lì votano dc e si opponevano al piano Sullo.

 

Boldrin.

Comunque negli anni 60 c’è questa crescita anche al sud.

Industria di beni durevoli, costo del lavoro basso, imitazione di tecnologie dall’estero con miglioramenti (i giapponesi vogliono limitare il rischio delle esportazioni di fiat in Giappone), produttività alta.

 

Felice

I salari crescono più della produttività negli anni 60, mentre negli anni 50 accadeva il contrario. I margini di profitto crescevano di più. È comunque un fenomeno europeo.

 

Boldrin

Negli anni 60. In Italia le tensioni sociali sono molto forti. Inizia la fuga dei capitali. Molti profitti non vengono reinvestiti ma prendono altre strade. Cresce anche la spesa pubblica non per investimenti ma per varie forme di trasferimento.

 

Felice

La spesa pubblica cresce soprattutto da fine anni 60.

 

Boldrin

La spesa pubblica sarebbe la risposta di governo alla conflittualità sociale che avrebbe altrimenti avvantaggiato i comunisti.

 

Felice.

Il grosso problema della spesa pubblica è negli anni 70. A fine anni 60 si fa la pensione retributiva e gli ospedali senza vincolo di spesa. Poi però negli anni 70 si carica ancora di più. Lì con l’accordo sulla scala mobile parte il modello svalutazione.

 

Boldrin.

Durante la fase di crescita non c’è flessibilità dei cambi. Quella si ha dopo Bretton Woods.

 

Felice

A inizio anni 70 la lira svaluta. Nei venti anni precedenti si era al limite rafforzata, comunque non svaluta.

 

Boldrin.

Il dollaro lo ricordo a 625, poi a un certo punto arriva a 2000. Per me il modello di sviluppo si blocca.

 

Felice

Un evento simbolo è l’introduzione della scala mobile del gennaio 1975. Lì dai un’accelerazione salariale forte, completamente sganciata alla produttività, che alza l’inflazione, che porta a svalutare la lira. In pratica competiamo facendo debito pubblico e svalutando la lira. Cosa che favorisce le piccole imprese che applicano meno la scala mobile e beneficiano della svalutazione con le esportazioni. Il modello svalutazione e favore per le piccole imprese non è quello che andava perseguito.

 

Boldrin

C’è una crescita salariale. Ci sono alcune grandi industrie. I settori di presenza dello stato sono già in difficoltà. Si fanno anche scelte di politica industriale sbagliate. In altre parti del mondo gente con salari più bassi producono acciaio e chimica di base (giappone, Corea). Sono anni in cui nasce la piccola industria. Si sviluppa una certa piccola industria che all’inizio è dinamica, abbastanza innovativa teconlogicamente, lavorano molto, i sindacati valgono meno, i sindacati si pagano in nero, l’evasione è tollerata, gli operai sono contenti perché prendono qualcosa in nero, questo modello usa abbastanza le svalutazioni.

Nel frattempo invece le varie Fiat entrano in crisi. Fiat è tecnologicamente arretrata e meno produttiva. Ci sono scelte consapevoli o meccanismi di incentivi o gruppi sociali che si muovono?

Craxi fa il fiancheggiatore degli autonomi fino al 1980.

 

Felice

L’assetto conviene ai gruppi sociali dominanti. C’è una scelta di puntare alla piccola impresa. Negli anni 70 si prende una strada che conduce l’Italia al declino. È vero che c’erano delle tensioni sociali forti e un sistema politico bloccato. La classe politica dice che di fronte a questa situazione forse è bene dare i soldi a tutti. Darei un’attenuante a questi anni. Questa attenuante negli anni 80, anni di crescita e senza più tensioni sociali, non c’è. Il modello di sviluppo andava allora corretto. Craxi corregge timidamente la scala mobile ma non corregge la degenerazione del sud, la piccola impresa…

 

Boldrin

Abbiamo avuto uno sviluppo in stile coreano o giapponese. Poi c’è una maggiore difficoltà a innovare. Arrivano giapponesi e coreani che hanno costi del lavoro più bassi e produttività più alta. Abbiamo rivendicazioni salariali più ampie che altrove. Le cose che forse bisogna fare e non si riesce a fare, in anni di grossa conflittualità sociale, grossi cambiamenti nella distribuzione del reddito, sistema fiscale adottato che sembra moderno, alta evasione. La risposta non è organica, i governi fanno spesa assistenziale. Si danno cassa d’integrazione, prepensionamenti alle persone che lavorano nelle industrie pubbliche e che non si indirizzano a trovare altri lavori ma si mandano in pensione a 45 anni.

A quel tempo ero nel pci e si parlava di ristrutturazione industriale che volevamo fare. Facevo l’aspirante economista con Colajanni. Leggevamo piani industriali. Pensavamo di poter tenere il polo chimico a Porto Marghera. O far sì che Pomigliano potesse diventare profitable. Cosa era obiettivamente fattibile tra il 1973 e il 1980?

 

Felice

Bisogna distinguere le scelte specifiche di politica industriale. Alcune furono molto sbagliate. Fare poli chimici in Sardegna. Costruire poli siderurgici al sud. Gioia Tauro. Furono errori grossi di politica industriale pubblica.

Dopo vi è un problema di modello di sviluppo. Gli altri paesi europei rispondono alla crisi facendo meno inflazione e meno debito. Questo crea queste distorsioni. L’accordo sul punto unico di contingenza non ce l’ha nessuno.

 

Boldrin

Perché? Allora mi sembravano saggi, da diciottenne. Il salario reale dell’operaio non cala ogni volta in cui il bottegaio aumenta i prezzi.

 

Felice

Intanto il punto unico. I salari più bassi in proporzione crescono di più di quegli alti. Lì c’è un’impreparazione delle forze di sinistra. Riascoltavo gli album di Gaber dell’epoca. Dominava il conformismo anticapitalista dell’epoca. Viene fatto perché c’è quel clima lì. Si pensa che il salario possa essere sganciato dalla produttività. Ci sono le Brigate Rosse. I riformisti vengono disprezzati. C’è lo stragismo nero.

Vedo un paese invasato preso da questioni che sono lontane dai problemi che un’economia che vuole rimanere avanzata vorrebbe porsi.

Alcune cose positive ci sono: penso ai diritti civili, alla riforma del diritto di famiglia. Queste cose sono importanti ma a livello di economia prevalevano dei sentimenti che non c’entravano con politiche riformiste e sagge.

 

Boldrin.

Mi occupavo di filosofia, storia e linguistica. Mi sono iscritto con passione a diritto. L’economia la sapevo da marxista. Scoprii la partita doppia e i bilanci in queste discussioni politiche. Ricordo l’atmosfera.

Si è diffusa una cultura anti mercato, anti proprietà privata, anti impresa. Motivata dal fatto che le grandi masse avevano appena conquistato un po’ di potere salariale. Fino ad allora avevano vissuto fuori, con un forte senso dello sfruttamento. La distanza sociale era molto forte.

Ci sono altre cose che non funzionano. La riforma scolastica non avviene. È perché c’erano molti che volevano il sei politico o c’era anche altro? Perché i ministri non hanno il coraggio o la capacità di prendere in mano il sistema scolastico e universitario e di rifarlo da cima a capo, visto che ha cinquanta anni? Anche le proteste studentesche vedevano i mali del vecchio sistema.

Poi c’è la tassazione. Si pianta un seme che dura tuttora. Passiamo da un sistema in cui la tassazione non esiste. Alcuni settori economici sono autorizzati a non pagare. Tutto il settore del lavoro autonomo fino almeno a metà anni 70 non cotnribuisce al sistema pensionistico. Quindi vive in uno stato in cui tutto il reddito che produce è reddito netto. All’improvviso lo stato che ha iniziato a spendere crea delle tassazioni e inizia il grande fenomeno dell’evasione fiscale.

 

Felice

Comincia anche la pressione fiscale a crescere. Nel 1974 è il 25%. Nel 1982 è il 32% e supera l’ocse. A inizio anni 90 il livello arriva al 43% e poi sostanzialmente resta lì. Quel cambio avviene negli anni 70 e 80. Così come crescono il debito e la spesa. Però non migliora la spesa e nemmeno il rendimento delle risorse.

Anche nella pubblica amministrazione non migliora l’efficienza. Perché non si vuole riformare.

Perché non si riforma la scuola? Perché gli operatori si opponevano? Perché il problema non era avvertito? Si procedeva con le assunzioni indiscriminate nelle università.

In quel periodo crescono la spesa e la pressione fiscale. La spesa non va a potenziare la p.a, all’istruzione, alla ricerca e sviluppo. Anzi. Quelle funzioni si deteriorano.

 

Boldrin e Felice

Diciamo che negli anni 70 si creano i problemi. Tensione sociale. Cultura anti capitale anti mercato. Classe politica che compra voti facendo spesa pubblica senza riformare lo stato. Forse hanno paura, ma a leggere cosa hanno scritto (i Napolitano, i Barca, i Fanfani) forse non capivano cosa succedeva.

Leggete le vecchie riviste del pci, che erano avanzate. Si parlava di riforme. A rileggerli fanno ridere. Forse c’era una non comprensione generalizzata, sia a destra che a sinistra.

 

Felice

Forse c’era una debolezza della sinistra riformista.

Che poi negli anni 80 gli errori si potevano correggere.

 

Boldrin

Forse non capivano cosa stava succedendo. La rilevanza del cambio del prezzo del petrolio. La rilevanza del cambiamento tecnologico. Sostituzione di macchine a lavoro.

 

Boldrin

Negli anni 70 c’era una crisi di sviluppo. C’erano delle cose da fare che non vennero fatte. Le cose fatte furono più dannose, controproduttive.

Istruzione e giustizia non si riformarono.

Si alzarono molto le tasse e i soldi extra vennero spesi in maniera assistenziale.

Si costruì un meccanismo che sembrava fatto per l’evasione.

Punto unico di contingenza della scala mobile.

Investimenti pubblici improduttivi, specie al sud.

Scelte di politica economica sbagliate.

Forse c’era un tentativo di rifiutare la necessità di cambiare radicalmente. E si voleva credere che quel che aveva funzionato negli anni 50 e 60 avrebbe dovuto continuare a funzionare per forza.

 

Felice

C’è un tentativo di fare politiche che vanno bene a tutti nel breve periodo, scaricando i costi sull’estero o sul futuro (svalutazione e debito). C’è del free riding.

 

Boldrin

La svalutazione crea incentivi, per il tipo di specializzazione delle imprese

 

Felice

Negli anni 80 l’inflazione si abbassa, ma rimane più alta che negli altri paesi e la lira continua a svalutarsi. Il modello degli anni 70 continua.

Nel 1987 esce un libro “la locomotiva Italia” che diceva che l’Italia avrebbe superato la Germania e la Francia nel 2025 come pil. L’inconsapevolezza era generale.

 

Boldrin

Libro di Giavazzi e Spaventa che difendono i giochi craxiani negli anni 80.

Le scelte sbagliate negli anni 70 furono cementificate negli anni 80.

 

Felice

Poi si ha il sistema politico bloccato, che produce le tangenti ecc.

Eppure si diceva che la locomotiva Italia andava.

 

Boldrin

Il libro lo scriveva Turani. Era la sinistra riformista. Non avevano capito nemmeno loro.

 

Felice

Marcello De Cecco avverte in anticipo i rischi del declino. Negli anni 80 e 90.

 

La prima puntata della serie è qui: https://www.youtube.com/watch?v=R_h19qpQquI

2 Dicembre 2019
di riccardoricciblog
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L’economia fascista? Niente di positivo

Dobbiamo considerare due cose che sono propedeutiche all’avvento del fascismo.

La prima guerra mondiale. Che ha avuto un impatto sull’economia e sulla politica.

Il quadro internazionale. Le politiche fasciste non vennero fuori dalla testa dei gerarchi di Mussolini per caso. Stanno in un quadro, pur essendo peggiori della media. Queste politiche avevano anche una domanda, che veniva dagli industriali del nord e dagli agrari del sud.

 

Prima guerra mondiale.

È stata un’iniziativa di una minoranza di italiani raccolti attorno al re. Gli irredentisti erano favorevoli. La maggioranza della popolazione era di contadini che poi sono andati a morire e probabilmente non volevano andare in guerra.

Ci fu uno shock politico, uno shock demografico (600000 morti), uno shock economico.

 

Nel 1913 l’Italia aveva iniziato un percorso di industrializzazione (tessile, seta, sostanzialmente industria leggera). Poi si producevano armi e quindi acciaio e tutta la filiera e macchine per la produzione del tessile. L’Italia pretendeva di essere una grande potenza ma non lo era e non poteva basarsi solo sull’importazione di armamenti.

Andando in guerra l’Italia provò a gonfiare la produzione siderurgica e di armi. Con un po’ di aiuto alleato ci è riuscita: a produrre armi e a vincere la guerra. La produzione bellica si è gonfiata e ha fatto crescere alcune aziende: la Fiat, l’Ansaldo, la Caproni ecc.

Il problema è che le commesse erano soprattutto statali. Non si badava all’efficienza e ai costi ma solo a produrre e basta. Bisognava avere ogni volta più fucili, più pallottole, più carri armati, più aerei. Finita la guerra, queste industrie si sono trovate in difficoltà e sono state salvate dalle banche, con tutta una serie di decisioni politiche.

Molta meccanica pesante (non la Fiat), tutta la siderurgia avanzata (il nome Ilva fu adottato in quella occasione, come complesso di industrie siderurgiche possedute dalla Banca Commerciale). La Banca Commerciale e il Credito Italiano possedevano il grosso delle imprese private italiane e ritroveremo questa cosa negli anni 30. Comunque è un prodotto della guerra. Le banche usavano i depositi a breve dei depositanti per finanziare le industrie. Questo era folle e sarebbe continuato fino al 1933. Le banche erano chiaramente fragili: se i depositanti avessero ritirato i depositi, le banche sarebbero crollate.

 

Nel 1922 l’economia italiana era comunque tornata a una situazione di equilibrio pre bellico, con una produzione industriale più grossa e diversificata e con l’altro vantaggio che la Germania era fuori causa. Con l’iperinflazione i tedeschi non potevano più esportare. L’Italia, come potenza vincitrice, si era anche creata una zona di influenza nei Balcani e in Europa centrale. Il ruolo sarebbe poi stato in seguito preso dalla Germania.

 

C’erano squilibri macroeconomici nel 1922 ma la situazione economica era simile a quella prebellica.

C’erano anche conflitti sociali, come quelli del biennio rosso, che furono eliminati con l’abolizione dei sindacati. Sappiamo che durante il fascismo i diritti civili non erano garantiti e la libertà non c’era. Molti diritti erano estranei per tutti (come il voto alle donne) ma nel fascismo erano riconosciuti in misura inferiore rispetto al periodo prima della guerra.

 

Andamento del pil pro capite a prezzi costanti. Fino al 1913 c’è stata una piccola crescita. Negli anni venti c’è stata una certa crescita. Non particolarmente rapida, ma una crescita. Quindi è arrivata la grande depressione per finire alla guerra che ha portato un enorme calo del reddito pro capite. Dal 1922 al 1939 il reddito pro capite è cresciuto del 15%, una crescita minima. Se consideriamo il periodo fascista fino al 1943, come è ragionevole visto che la guerra è stata dichiarata dai fascisti, la performance è stata disastrosa.

 

Nel 1945 il reddito è inferiore a quello del 1895. La grande crescita avverrà nel secondo dopoguerra.

 

Durante il regime fascista tutta l’economia mondiale è andata male mentre prima del 1913 cresceva.

L’Italia beneficiava dell’economia mondiale in termini di immigrazione, importazione di capitali, capacità di esportare, prima del 1913 e rimase intrappolata dalla depressione negli anni trenta.

 

Se un paese è più povero ha più possibilità di crescita di un paese ricco perché può importare progresso tecnico, capitali, tecnologia. Ci possiamo aspettare che se le condizioni sono favorevoli (la lista è lunga) un paese più arretrato come l’Italia del tempo cresca di più dei paesi avanzati. Il modello di riferimento è quello di Solow ma comunque il concetto è intuitivo.

 

Mettiamo a confronto il pil procapite italiano con altri quattro paesi: Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Germania.

Vedi foto 24 novembre. Italia è uno.

Il catching up dell’Italia.

 

Nel 1895, quando inizia il boom giolittiano, l’Inghilterra aveva un reddito procapite sostanzialmente doppio rispetto a quello italiano, gli Stati Uniti un 50% superiore, la Francia un 20% superiore.

 

Nel primo periodo, fino alla prima guerra mondiale, c’è un po’ di catching up con l’Inghilterra. Non tanto con la Germania, che stava rincorrendo l’Inghilterra. Non con gli Stati Uniti, che stavano crescendo. Lì lì con la Francia. L’Italia in quel periodo si alza.

 

Tra le due guerre non c’è nessun catching up. L’Italia perde sostanzialmente rispetto all’Inghilterra, perde rispetto alla Germania, resta uguale alla Francia e agli Stati Uniti (che hanno avuto un collasso durante la grande depressione). Quindi le politiche fasciste non hanno prodotto grande crescita e non hanno prodotto catching up.

 

Nel dopoguerra, fino al 1971, c’è stato un grande catching up. Gli Stati Uniti avevano un reddito di oltre 2 volte e mezzo quello italiano nel 1949. Nel 1971 diventa meno di una volta e mezzo superiore. L’Inghilterra aveva un reddito doppio dell’Italia nel 1949 e era poco più basso dell’Italia nel 1971. L’Italia ha raggiunto la Francia e poi nel 1971 aveva un reddito di poco inferiore. La Germania parte nel 1949 con un reddito inferiore all’Italia e finisce con un 50% superiore.

 

Il boom italiano va dal 1957 al 1962 e continua per una decina di anni, volendo.

 

Torniamo ai fascisti.

Nel primo periodo adottano una politica liberista. Il ministro delle finanze era De Stefani. L’idea è quella che l’Italia provi a tornare al modello di sviluppo ante 1913. Scommette sulla crescita del mercato mondiale e quindi una crescita che può basarsi sulle esportazioni. Più o meno ci riesce.

Le dimensioni dello stato durante la guerra sono aumentate moltissimo. Dopo la guerra ci sono state un po’ di liberalizzazioni. Sono state un tentativo non del tutto riuscito di un ritorno alla situazione pre 1913. Che era quella di uno stato minimo. Il rapporto spesa / pil era del 12%, più o meno, prima del 1913. Poi andò a un 40% durante la guerra e poi tornò giù fino a un 20%. Le esportazioni andavano bene. Il reddito cresceva abbastanza. Alcuni mercati nazionali si riprendevano. Avevamo aperture verso gli stati balcanici e l’ex impero austro ungarico.

Il modello era: crescita basata sulle esportazioni e favorite anche dalla svalutazione della lira.

 

Prima del 1913 le principali valute erano agganciate all’oro. Quindi il sistema di cambi erano fissi. Il dollaro valeva x grammi d’oro. La sterlina y. Il cambio tra i due era x/y. L’Italia non era formalmente agganciata all’oro ma era vicino.

Il sistema fu smantellato durante la guerra perché i paesi volevano tenere le riserve d’oro e usarle per comprare beni dai paesi non belligeranti.

Comunque la politica monetaria di tutti i paesi era finalizzata a tornare all’oro perché era visto come una cosa normale.

Il ritorno all’oro avvenne in periodi diversi nei vari paesi.

 

Il primo grande provvedimento dei fascisti fu quota 90.

In pratica fu il ritorno a una parità fissa, con la sterlina.

Durante la prima guerra mondiale la lira si era svalutata. L’Italia poteva esportare poco un po’ perché la struttura industriale era orientata a fini bellici, un po’ perché alcuni paesi erano in guerra, un po’ perché doveva importare più materie prime. In particolare doveva importare più grano perché molti contadini erano andati a combattere e la produzione di grano era calata. In pratica l’Italia importava più di quanto esportasse e aveva accumulato pesanti debiti con l’estero. La lira si era svalutata. Era a 120 contro la sterlina. Quindi la svalutazione era stata fortissima durante la prima guerra mondiale. Era continuata lentamente durante gli anni 20 (favorendo in parte le esportazioni). Questa situazione era vista come anomala a livello internazionale: i grandi paesi dovevano tornare all’oro, si diceva. Inoltre l’inflazione colpiva i ceti medi risparmiatori, proprietari terrieri, i quali erano stati tra i sostenitori del fascismo. Un esempio era il canone di affitto delle terre. I proprietari terrieri, tra biennio rosso e inflazione, videro crollare il valore della rendita. I fascisti ottennero grandi finanziamenti dagli agrari per cambiare questa situazione.

Il consenso per il ritorno all’oro era forte, sia all’interno che a livello internazionale.

La peculiarità fascista, l’errore fascista fu quello di voler tornare a quota 90.

Il tasso di cambio con la sterlina era 25 prima della guerra. Era 120 nel 1926. Perché 90? Era il livello del 1922. Politicamente era un gran favore agli importatori, a coloro che avevano risparmi (che avevano un potere di acquisto internazionale più grande, prima per comprare un metro di tessuto inglese ci volevano 120 lire ora ce ne volevano 90). Gli esportatori avevano problemi ma chi aveva soldi in banca poteva comprare più tessuti inglesi. Cambiamento nei terms of trade.

Come pensò di ottenere la rivalutazione? Sfruttando i mezzi della dittatura. I sindacati erano già stati repressi. Nel 1925 ci fu un accordo a palazzo Ghidoni sulla base del quale disse che esisteva solo il sindacato fascista. Più tardi introdusse il ministero delle corporazioni. Pensò di potere usare il potere del sindacato costringendo i lavoratori ad avere un taglio dei salari e dei prezzi. Se abbassi del 30% i prezzi e i salari la moneta è irrilevante. I risultati non furono trascurabili. Riuscì ad avere una deflazione. Non recuperava la differenza ma era consistente. La deflazione colpiva i salariati fissi rispetto ai rentier e rispetto a chi aveva il grano da vendere. I prezzi erano dati dal mercato. Quindi l’Italia ebbe una bruttissima botta. Tra il 1927 e il 1929 ci fu una botta. Gli esportatori si stavano riprendendo comunque, ma nel 1929 arrivà la grande botta. Crolla il commercio internazionale. Per l’italia è più grave il crollo della importazione di capitali. Negli anni 20 gli investitori stranieri avevano iniziato a credere nell’Italia. Avevano iniziato a investire in Italia, a comprare titoli di stato, a investire in aziende. Questo aveve permesso di superare lo shock da Italia 90, calo delle esportazioni compensato da aumento delle importazioni. Il buco della bilancia commerciale fu coperto dalla bilancia dei pagamenti o viceversa, a seconda che tu sia keynesiano o monetarista. Comunque le importazioni di beni erano superiori alle esportazioni di beni. Le importazioni di capitali erano superiori alle esportazioni di capitali.

A fine anni 20 comunque in Italia non c’erano più soldi esteri. La situazione diventà grave e la reazione fu il protezionismo. Il protezionismo dilagava in molti paesi. Comunque nel 1913 furono tolte le tariffe o comunque erano basse. Nel 1921 le tariffe erano un po’ più alte e proteggevano un po’ gli industriali ma erano comunque non eccessive. L’importazione di grano era libera.

 

Nel 1926 avevano fatto la battaglia del grano. Hanno rimesso il livello dei dazi che era un po’ inferiore a quello del 1913. Poiché amavano la propaganda guerresca, i fascisti chiamarono il dazio del grano e gli incentivi alla produzione di grano (favorevole agli agrari) battaglia del grano. Per aiutare a esportare il grano, il vino ecc. che erano stati colpiti dalla rivalutazione fu messo il dazio e fu incentivata la conversione a grano. I livelli del dazio non furono comunque elevati: erano a livelli del 1913. Era un protezionismo limitato, almeno fino al 1929.

 

Nel 1929 l’economia ha problemi, per usare un eufemismo. Gli Stati Uniti riportavano capitale a casa, vendendo titoli stranieri. Italia ma anche Germania e Austria si trovarono a corto di capitali. Alzano tutti (anche Australia, Canada ecc) le tariffe protezionistiche. Il problema è che lo fanno tutti. I primi ad aumentare le tariffe doganali furono gli americani. Scatenarono una guerra protezionistica e crollo del commercio mondiale. Anche l’Italia adottò politiche protezionistiche. Lo fecero anche la Francia e perfino l’Inghilterra.

 

Prima del 1929 il protezionismo era: vuoi importare del grano, paghi x lire per quintale e importi quanto vuoi. Dopo il 1929 si fissarono quote all’importazione. Puoi importare tot q di grano o di macchinari e poi niente. In sé era più efficace, come manovra. Con la quota non potevi esportare più di una certa quantità. Il commercio internazionale crollò.

 

Secondo grande provvedimento: la nascita dell’IRI, del 1933.

Le banche possedevano le grandi industrie. Siderurgia, meccanica, telefonia, un po’ di tessili. Circa il 40% dell’industria avanzata era di proprietà bancaria. Con la crisi del 1929 le banche inizialmente cercano di resistere mettendoci i loro soldi. Per due anni. Poi cominciano a chiedere aiuto allo stato. Prima lo stato prende le industrie (con l’IMI), poi prende anche le banche. Lo stato compra tutte le banche e quindi anche le industrie. Era un’operazione di emergenza per evitare il crollo del sistema bancario italiano (Banca Commerciale e Credito Italiano), con ciò distruggendo i risparmi della classe media e provocando il crollo del regime. Tra l’altro i creatori dell’IRI non erano nemmeno fascisti. Beneduce era socialisti. Una delle figlie si chiamava Idea Socialista. Che finì a fare la moglie di Cuccia. Riuscì lui a emergere anche per queste relazioni.

Comunque l’IRI doveva anche riprivatizzare il più possibile. Vendette la parte tessile. Vendette alcune cose di telefonia. Vendette un po’ di elettricità. Non c’era però tanta gente disposta a comprare pezzi di industria. Allora Mussolini rese l’IRI permanente.

 

Terzo pilastro della politica economica, dopo protezionismo e IRI, fu il tasso di cambio.

Il sistema monetario internazionale iniziò a mostrare delle crepe nel 1931. Tutti i capitali, verso l’Europa, tornarono negli Stati Uniti. Questo creò buchi nei bilanci delle banche e nelle bilance dei pagamenti di alcuni paesi. Il sistema dei cambi fissi iniziò a crollare. Il momento decisivo fu l’abbandono della sterlina della parità con l’oro. Gli Stati Uniti svalutarono nel 1933.

Solo la Francia e l’Italia, tra i grandi paesi, mantennero la parità aurea. La Francia aveva enormi risorse auree. Aveva un tasso di cambio con l’oro basso. Quindi aveva un surplus con l’estero che si era manifestato sotto forma di oro.

Forse per ragioni di prestigio interno Mussolini decise di restare attaccato all’oro. Allora la lira continuava a rivalutarsi e fu un disastro. Il cambio della sterlina arrivò a 60. Già prima era difficile esportare, anche per il protezionismo. Sarebbe stato facile importare ma la bilancia commerciale sarebbe partita. Allora Mussolini fu costretto ad applicare un controllo rigido degli scambi con l’estero. Il compito del ministro apposito era quello di allocare le riserve di valuta straniera e oro all’importazione di beni essenziali.

Tutti gli esportatori dovevano dare i loro soldi importati alla banca d’Italia. La banca d’Italia deve autorizzare tutti gli scambi all’estero. Se vuoi comprare del grano o un macchinario devi passare dalla banca d’Italia. Cioè il controllo sull’economia era rigidissimo. Potevi usare i soldi come volevi fino al 1929, poi c’è stato un crescente intervento dello stato, sempre più micro.

 

La vera autarchia dirigista fascista è stata l’insieme di queste tre politiche. Protezionismo, controllo degli scambi di valute, poi anche la conquista imperiale.

 

Imitando l’Inghilterra, che aveva fatto un sistema di preferenze imperiali, l’Italia con l’impero avrebbe dovuto essere in grado di soddisfare tutte le sue esigenze. Tra l’altro l’Italia non riuscì neppure a scoprire in tempo il petrolio libico.

 

Si creò la camera dei fasci e delle corporazioni. Organizzata su base professionale. In sostanza non faceva nulla e non serviva a nulla.

 

Ci fu un tentativo di controllare le autorizzazioni gli investimenti. Tutti gli investimenti avrebbero dovuto essere autorizzati. Compreso per la costruzione dei capannoni o degli altiforni o degli stabilimenti. Ovviamente questo portò a far sì che le licenze vennero date agli amici o ne furono date un po’ meno di quelle richieste. In ogni caso l’intervento statale fu fortissimo.

Ci fu un tentativo di costruire armi da guerra seriamente. Non riuscì.

La marina era piccola ma era un po’ meglio organizzata. Non aveva comunque portaerei.

 

Un’altra cosa disastrosa fu la conquista d’Etiopia. Ancora nel 1932 l’Italia aveva buoni rapporti con Francia e Inghilterra e ruppe i rapporti. La credibilità internazionale fu danneggiata. Dal punto di vista economico fu uno spreco orrendo di risorse. Gli italiani ce l’avevano già con la sconfitta di Adua e decisero di schiantare l’Etiopia con grandi mezzi, anche usando i gas. Le scarse risorse italiane furono investite nella guerra e poi nella pacificazione e nell’organizzazione dell’Etiopia. Così molti soldati furono usati per reprimere gli etiopi. Ci fu anche un tentativo di attentato a Graziani che causò molti massacri.

L’idea era quella di mandare italiani in Etiopia per coltivare il cotone e il tè.

La percentuale di spese dedicate alla colonia fu altissima, rispetto alle risorse disponibili. Mentre l’Italia poté permettersi la guerra in Libia, la guerra etiope fu costosissima. L’Etiopia assorbiva il 30% delle esportazioni italiane. Quelle esportazioni erano una partita di giro.

La sconfitta del 1941 in Etiopia fu un bene perché lo spreco di risorse finì.

Se avessimo mantenuto l’impero avremmo avuto condizioni molto peggiori di quelle avute negli anni 50 e 60.

 

I fascisti fecero un po’ di investimenti. Iniziarono a costruire o fare pezzi di alcune autostrade e di alcune linee ferroviarie. Il principale investimento fu la bonifica dell’agro Pontino. Fu costruita Latina. Fu una cosa importante ma mettiamola in prospettiva. Nel 1861 in Italia c’erano un sacco di paludi. Tre grosse: Pontino, Ferrarese rovigiano, Fucino. Due su tre erano già state bonificate. Il ferrarese fu bonificato da un consorzio privato. Il Fucino fu bonificato da un principe. Non stiamo parlando di investimenti megagalattici.

 

Quindi.

Performance limitate.

Catching up inesistente.

Politiche normali fino agli anni trenta, ma peggio.

Nel 1936 l’Italia dovette abbandonare il cambio con l’oro.

Politica autarchica e di conquista disastrose.

Poi la guerra.

 

Quindi non ci fu alcunché di positivo