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Ma scrivi un po' cosa ti pare

28 Ottobre 2019
di riccardoricciblog
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Perché il sud non cresce a differenza di tante regioni europee?

Perché il sud non cresce? Sbobiniamo il seguente video:
https://www.youtube.com/watch?v=a031Abq0Z_o

GIOVANNI FEDERICO 2’50
Le teorie neoborboniche sono una massa di sciocchezze.
Nel 1861 l’italia era molto povera.
Il sud era lievemente più povero del nord ma non era abissale la differenza. Era più alta la differenza tra l’italia (che era come la Nigeria attuale) e l’Inghilterra (che era come l’India attuale).
Il sud era indietro per ragioni geografiche (si trova più lontano dall’Europa sviluppata), aveva meno acqua (utile come forza motrice), aveva un’alfabetizzazione molto inferiore al nord (dove comunque era inferiore alla Prussia o agli Stati Uniti).
Da allora in poi il divario si è mosso a fisarmonica. È aumentato quando il nord si è industrializzato. Già nel 1911 il divario era attorno al 20% tra centronord e sud, al 35% tra Lombardia e Calabria. Tale divario è poi aumentato fino a un picco nel 1951. Si è ridotto nel 1971, tornando ai livelli del 1861. Poi si è riallargato, ma non ai livelli del 1951, negli ultimi tempi.
Da un lato il sud ha avuto un notevole sviluppo (10 volte rispetto al 1861, ma nel 2010 al livello della Repubblica Ceca) seguendo quello di tutta l’Italia. Negli ultimi tempi sia l’Italia intera che il sud hanno perso molto terreno rispetto ai paesi avanzati.

Guardando un recente paper sul livello di reddito di tutte le regioni dell’Europa occidentale dal 1900 a 2010 si vede come la Calabria nel 1900 fosse al nono posto partendo dal basso. Su 180 regioni la Campania, cioè la regione più ricca del sud a quel tempo, era 37ma, non così povera. Nel 1951 la Calabria e la Basilicata erano al quinto e sesto posto, in ogni caso non le più povere. Nel 2010 le cinque regioni più povere di tutta l’Europa occidental e sono la Calabria, la Campania, la Sicilia, la Puglia e la Basilicata (quintultima).

Il problema è comunque Italia contro resto d’Europa. Quanto hanno perso la Lombardia, il Veneto ecc negli ultimi anni.

Perché tutto questo?
L’Italia ha avuto periodi di sviluppo che hanno coinciso coi periodi di apertura al commercio internazionale e alla crescita mondiale (prima della prima guerra mondiale e dal 1950 al 1973, gli anni della famosa golden age).

Che ruolo ha avuto la politica? Prima del 1913 al sud è stato fatto poco. Il sud è cresciuto grazie all’emigrazione, che ha ridotto la pressione della manodopera e ha fatto un po’ aumentare i salari. Nel 1861 il sud era malgovernato e quindi povero. Non c’erano ferrovie e istruzione. Non bastavano le buone istituzioni piemontesi, che hanno fatto poco. I fascisti hanno solo dato dei sussidi ad alcune zone per industrializzarle.
La Repubblica ha fatto qualcosa. In una prima fase la Cassa del Mezzogiorno ha operato bene. La riforma agraria all’epoca appariva indispensabile ma non è stata così importante, perché i contadini sono emigrati verso il nord industrializzato. Negli anni 50 e 60 sono state costruite alcune ferrovie e delle autostrade.
La politica industriale è consistita nel sussidiare delle industrie. A fine anni 50 il Minstero delle Partecipazioni Statali decide di investire massicciamente al sud. Esistevano degli impianti siderurgici a Brescia, Genova, Piombino, Napoli. I manager statali volevano fare l’Italsider a nord, ma i politici si impuntarono: buttarono fuori Osti, imposero dei costi per trasportare il materiale e la fecero a Taranto. Da quel momento il compito delle Partecipazioni Statali non fu solo quello di dare sussidi ma di dare ai politici la possibilità di mettere le mani al sud decidendo come allocare le risorse.

17’ AIELLO

Il problema del sud è l’ampiezza del divario rispetto alla media europea e a quella italiana. In particolare questo vale per la Calabria. Il divario persiste da decenni, in termini di pil, tassi di occupazione, produttività.
Opencalabria si occupa di sviluppare delle policy che possano essere utili per la Calabria e per il sud.
Come si sono succedute le politiche per il Mezzogiorno?
Dagli anni della ricostruzione fino a metà anni 90 ci sono stati interventi straordinari basati sui finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno.
A inizio anni 90 si è cercato di attuare politiche che sfruttassero le capacità dei territori di orientare la propria crescita (place based policies) e dare sfogo alle risorse endogene. Ci sono stati patti territoriali e leggi sui contratti di area.
I governi Berlusconi non sono intervenuti.
Le ultime politiche si sono basate sui fondi strutturali e alla fine hanno allargato il divario.
Esistono due tipi di approcci al problema di come risollevare il sud.
Un primo approccio è quello top down e big push. Gli interventi vengono attuati dall’alto, a livello centrale, nell’ipotesi che il sud da solo non possa progredire. Si impiantano grandi industrie pubbliche. E’ stato fatto da dopo la guerra in poi. C’è stata effettivamente modernizzazione. Per diversi anni il pil è cresciuto e il divario si è ridotto. Si sono create alcune infrastrutture, sono state fatte delle bonifiche. Lo sviluppo è stato trainato da grandi imprese e da imprese pubbliche. Però queste imprese hanno assorbito poca forza lavoro rispetto a quella che era in eccesso in altri settori e ne usciva. Quindi il tema dominante anche negli anni del boom era la disoccupazione e dal problema si usciva emigrando.
Le grandi imprese sono verticalizzate. Probabilmente sono state decontestualizzate rispetto alle esigenze del territorio. Hanno avuto degli effetti negativi. Non hanno attivato processi di contaminazione nei territori dal lato tecnologico e dal lato della formazione di capitale umano.
Forse il territorio non era ancora pronto per assorbire la tecnologia. Forse anche il tipo di impresa non era adatto. Ecco allora le cattedrali nel deserto: ortogonali a uno sviluppo auto sostenuto.

L’origine dei casini che abbiamo oggi deriva forse dalla curvatura assistenziale delle politiche di quegli anni. La spesa pubblica serviva per garantire la tenuta sociale. La spesa pubblica di quegli anni garantiva forme di aiuto al reddito ma anche la tenuta del modello di sviluppo che l’Italia si stava dando, col nord che cresceva e il sud che non era altrettanto dinamico. Quell’assistenza ai redditi e al consumo ha fatto accentuare la capacità di spesa del sud che era molto più alta della capacità produttiva. Il differenziale erano i finanziamenti esterni. Si accentuava la dipendenza dall’esterno e dalla politica.

A inizio anni 90 si è passati a un approccio bottom up.
Si è cercato di dare un ruolo alle periferie attraverso patti territoriali, contratti di area, concertazione. Si voleva garantire ai territori la possibilità di auto determinarsi.
I risultati sono stati modesti. Non c’è stato un grande aiuto effettivo all’occupazione e allo sviluppo delle imprese. Non c’è stata la spinta alla produzione di beni collettivi e pubblici, soprattutto la fiducia. Non si è formato il capitale sociale. non c’è stata innovazione.

32’ CHINES

Non bisogna piangersi addosso
Poi è vero che i lavoratori se ne vanno, le infrastrutture non ci sono, per andare da Palermo a Catania in treno ci vogliono 5 ore.
L’impresa deve anche essere attenta al territorio e all’università. Deve essere pronta a stare a tutti i tavoli.
Cosa vediamo nel mondo dell’impresa? I costi sono doppi per raggiungere cosa è raggiungibile nel veneto. Trattenere una risorsa, soprattutto se laureata, è più costoso. Anche a fronte di industria 4.0 è difficile trovare persone, che, per esempio nel polo del meccatronico, sono più attratte dall’Emilia Romagna. Mantenere i talenti costa di più in Sicilia che in Emilia.
Le imprese grandi in realtà non ci sono mai state. Le piccole e le medie sono scomparse. Esisteva un distretto farmaceutico in Sicialia, insieme a quelli della Toscana e di Roma. Sicilia si è però desertificata. La burocrazia costa di più e non è formata a raccogliere le istanze che le imprese presentano per cogliere opportunità di sviluppo. Spesso la burocrazione non risponde ai quesiti.
I sogni di fare impresa ci sono in Sicilia e ci sono ragazzi con idee e voglia di lavorare.
In un sud desertificato è però difficile anche stimolare i ragazzi. A volte questi propongono idee innovative. Non sempre diventano prodotti o progetti. Però dal punto di vista umano il sud è attivo.
Lo stato non pensa a sviluppare in modo organico. C’è chi pensa a finanziare, chi pensa a formare ecc. Tutto separato.
Il problema è l’incentivo a fare impresa. Più che le tasse. Spesso gli incentivi sono di breve termine. Si deve avere la capacità di rimettere in discussione anche i budget.
Si vede anche uscendo dallo stabilimento che l’Italia è spaccata in due. Si sentono problemi diversi. In Sicilia le condutture vengono fatte a titolo privato. Manca l’acqua. Tuttavia c’è tanta energia umana.
Le imprese cercano persone che abbiano l’attitudine mentale al cambiamento.
Esistono delle elasticità mentali che devono essere patrimonio di tutti. L’imprenditore deve continuare a studiare, deve formare, deve comunicare, deve infondere fiducia. I manager pure. Non devono esserci segreti all’interno dell’azienda.
Bisogna continuare a fare bene, pur sbagliando.

BOLDRIN 46”07
Punto uno. Povera è la parte interna della Bolivia. Povero è il Sudan. Povero è il Marocco. Il sud non è povero. Sarà un 15% del pil procapite mondiale, c’è il nero, ci sono servizi peggiori, è messo peggio del nord e altri ecc.
Però regioni che erano più povere del sud qualche decennio fa, come l’Estremadura, l’Andalusia, l’Europa dell’Est (Boemia, Estonia…),, l’Irlanda sono cresciute di più. Anche il Veneto era povero come il sud prima del boom. Allora non è vero che non puoi crescere perché sei povero. Quindi la trappola della povertà non è un argomento.

Punto due. Politiche di sviluppo. La spagna post franchista non ha fatto politiche. Non ci sono state politiche, non c’è stata una cassa del mezzogiorno, non si sono dati sussidi alle aziende agricole, non si sono elaborati piani speciali. Si sono fatte, là, le autostrade e un si è fatto un piano rurale che voleva evitare la rivolta degli agricoltori quando sono saltate le tariffe doganali a seguito dell’entrata nella UE. Il PER fu un sussidio di eccesso di occupazione agricola. Eppure il sud della spagna cresce. L’Almeria era così povera negli anni 60 che poteva sembrare il deserto del sudovest degli Stati Uniti. Oggi è una delle province più ricche della spagna. Le serre dell’orticoltura di Almeria esportano le fragole in tutta l’Europa. Lo sviluppo o è endogeno o non è.
Fatte salve le opere di costruzione delle infrastrutture, le politiche adeguate sono le politiche che non esistono.

Punto tre. La storia secondo cui la spesa pubblica e i sussidi dal nord al sud sono funzionali alla creazione di domanda per i prodotti del nord è una stronzata. Se do a lui 100 lire con cui si compra il mio libro gli ho regalato il libro e anche il resto, nel caso che se lo tenga.

FEDERICO 53’
Il capitale umano nell’800 e a inizio 900 consisteva nell’alfabetizzazione.
L’istruzione primaria obbligatoria dei primi anni del 900 non ebbe successo: gli enti locali del sud non investivano nelle scuole. Dal 1911 lo stato centrale finanziò le scuole del sud e l’alfabetizzazione aumentò.
Le politiche che son servite a qualcosa sono state: concedere la libertà di emigrazione, l’alfabetizzazione, la prima Cassa del Mezzogiorno che ha permesso la costruzione delle infrastrutture.

La costruzione di dighe e autostrade e le infrastrutture per l’irrigazione hanno aumentato la dotazione infrastrutturale del sud. Poi negli anni 50 l’IRI è stata forzata a localizzare gli impianti al sud, a dare sussidi diretti, a costruire le cattedrali nel deserto.

AIELLO 57’
La Spagna ha sviluppato delle risorse endogene in maniera virtuosa. Però ci sono paesi o regioni che sono cresciuti in maniera virtuosa con sostegni politici. Per esempio lo sviluppo della Polonia di oggi è legato anche a delle politiche polacche ben pensate o a delle politiche europee ben usate.
Lo sviluppo che si crea in un modo o in un altro è una teoria un po’ debole. I casi vanno contestualizzati.
Il sud non è antropologicamente avverso allo sviluppo.

Ci sono delle eccellenze individuali al sud che stanno nei mercati e operano in concorrenza internazionale. Queste eccellenze sono in alto nella catena del valore mondiale. Bisogna investire in capitale umano, nell’innovazione e bisogna scegliere i settori che creano valore.
Se uno è talentuoso fa bene in Almeria come in sicilia perché è in grado di superare l’ostacolo.
In alcuni territori dobbiamo occuparci non dei talenti ma dei medi e dei bassi.

A leggere le statistiche Istat sui valori della produttività dei sistemi locali vediamo che qualcosa si muove. Ci sono delle eterogeneità per area e per macrosettore. Ci sono comunque dei sistemi locali del sud che hanno una produttività superiore ai sistemi del centronord. Anche il Mezzogiorno non è un blocco unico, ma è diversificato. I pionieri dell’innovazione iniziano a clusterizzarsi.

1h10’ BOLDRIN
Ok c’è un problema infrastrutturale. La gestione è locale. L’autonomia finora non ha funzionato, in Sicilia.
C’è responsabilità derivante dalla mancanza di controllo sociale. Perché le autostrade siciliane sono un disastro, con erba e radici e non c’è manutenzione?
Ora il decreto crescita restituisce alle regioni la gestione dei fondi strutturali. Questa gestione è stata disastrosa al sud. Perché i polacchi e gli slovacchi li usano bene?

I fondi strutturali possono fare danno, ma quelli europei non sono stati costruiti male e soprattutto qualcuno li ha usati bene. In alcune regioni sono stati utili: la Spagna o l’Est Europa, per esempio. Perché i calabresi non sanno usarli e i polacchi o gli andalusi sì?
Esiste un problema di capitale sociale, nel senso descritto da Putnam. Perché i tassi di scolarizzazione sono uguali o maggiori al nord?. È un problema di capitale sociale o di capitale umano o ambedue?

CHINES 1H15’
Chi gestisce i fondi? I polacchi li gestiscono bene. Il Presidente della Regione Sicilia chi è? Dobbiamo cambiarela classe politica. Forse occorre fare delle scuole di politica?
AIELLO 1H 18’
Il segmento delle consulenze funziona. Non tutti i fondi sono gestiti male.
I fondi hanno effetto redistributivo e non impattano sulla crescita anche se quella era l’idea.
Perché in alcuni luoghi funzionano e al sud in generale no? Da un lato c’è un problema di classe politica. Quel modello non crea sviluppo endogeno. La società, gli stakeholder locali dovrebbero recepire politiche di sviluppo. Manca la produzione di beni collettivi di lungo periodo. Si hanno solo consulenze e spese senza utilità sociale.
Questa incapacità di governarsi non è femata da Bruxelles perché mancano le vere verifiche sull’impatto delle politiche strutturali rispetto ai programmi. Non c’è una valutazione seria fatta con strumenti rigorosi. Ci sono rendicontazioni, spese, cose da burocrati, fissazioni temporali di sei sette anni. Nel ciclo Bruxelles dice di fare una cosa (più smart, più sostenibili, più green). A bruxelles il fatto che in Calabria non riusciamo a raggiungere gli obiettivi non frega.

BOLDRIN. No. Le politiche di spesa così sono un disastro ok, però se le confronto con la gestione e la verifica è meglio di quanto il governo italiano abbia mai fatto. Ecco perché le regioni del sud ricevono pochi soldi e poche autorizzazioni. Mi chiedete di spendere per cose diverse da quelle che vi diciamo. In avvio la spesa è bassa. A fine settennio tutta la spesa sarà certificata.

AIELLO. Il problema è che nessuno si preoccupa dell’effetto che la spesa ha sui territori. Gli obiettivi sono omogenei. Se riesci a fare bene anche se nessuno ti controlla e sei inclusivo sostenibile smart, la tua capacità di raggiungere gli obiettivi è maggiore rispetto a me se me ne frego. A Bruxelles frega niente che io spenda in a o in b: basta che io certifichi che le cose si sono fatte.
La spesa comunitaria deve essere addizionale e non sostitutiva di quella nazionale. Come accade in polonia.

FEDERICO 1H30
Perché il sud non riesce a rilanciarsi?
Ci sono ragioni economiche varie. È stato relativamente più arretrato, si è sviluppato relativamente meno.
Ogni ragione economica può valere per un periodo ma un modello non può spiegare tutto.
Il libro di Felice “Perché il sud è rimasto indietro” ha una spiegazione gramsciana acemogluiana. Cioè le istituzioni del sud sono state cattive e più cattive del nord. Può essere vero fino al 1951, ma i diritti di proprietà e le strutture giuridiche son sempre state le stesse. Prima della democrazia con suffragio universale le classi dirigenti avevano un potere superiore, forse. Ma dopo la seconda guerra mondiale questa spiegazione non può valere. Tutti votavano, il quadro giuridico era lo stesso. Le stesse istituzioni allora sono state usate diversamente al sud che al nord o in Polonia. Quindi c’è un problema di capitale sociale. Le popolazioni del sud, fin dal tempo dei comuni, erano diverse. Ma qual è la prova che il capitale sociale era inferiore? Perché funzionano meno nel sud. Ma allora perché funzionano meno? Perché il capitale sociale era inferiore. Il ragionamento è circoare e è questo il problema di Acemoglu (“Perché falliscono le nazioni”).
In realtà non si sa quale sia la ragione precisa per cui il sud non riesca a rilanciarsi.
Un problema è la criminalità organizzata. Ha avuto un ruolo pesante nell’incapacità di usare bene le risorse. Le ha gestite anche mantenendo forti legami con la politica. La criminalità organizzata è un prodotto storico. Non è antropologico.

23 Ottobre 2019
di riccardoricciblog
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Meno spesa per pensioni per avere lavori migliori

Michele Boldrin, qui:

https://www.youtube.com/watch?v=Rpdc86-I5y8

Ognuno fa dei lavori più o meno gratificanti  ma non è accettabile dire che chiunque faccia un lavoro di merda abbia il diritto di andare in pensione a 60 anni e restarci per 30 anni. Questo genera un circolo vizioso di costi sociali che si riflettono nel costo del lavoro e in lavori ancora più miserabili.

Ragionare da monadi sta fottendo il paese. “Io avevo dei progetti di vita” ma certi progetti implicano la violenza su quelli altrui perché siamo interdipendenti. “I nipoti non hanno un lavoro, ma io nonno posso aiutarli coi miei beni”. Allora andiamo avanti così.

Mandare in pensione la gente troppo presto e per troppi anni peggiora il lavoro degli altri e fa sì che chi resta a lavoro (o lo trova, se lo trova) sia ancora meno pagato. Nel medio lungo termine si hanno alta spesa pensionistica, alta assistenza, alti contributi, alta tassazione, scarsa produttività, scarsi investimenti in istruzione, scarsi investimenti in capitale, scarsa crescita e quindi lavori ancora meno pagati e ancora più di merda.

Se vuoi costruire un paese pieno di lavori gratificanti e ben pagati entro i prossimi dieci anni devi ridurre il costo del lavoro, riducendo i contributi previdenziali (e quindi tagliando le pensioni) perché così diventa conveniente pagare qui il lavoro qualificato e il lavoratore può restare o venire qua anziché andare o restare all’estero come nel caso in cui  gli porti via il 50% del reddito.

Riducendo la spesa pensionistica ti resta lo spazio per spendere in investimenti pubblici, educazione, ricerca, infrastrutture, che sono altre cose che attirano i lavori qualificati e gratificanti.

L’Italia sta diventando un paese di camerieri, per dire lavoratori a basso valore aggiunto, che non hanno prospettive di miglioramento e crescita, così che iniziano a fare i camerieri a vent’anni e magari continuano a vita e a cinquant’anni scoprono che non riceveranno un euro di pensione.

 

23 Ottobre 2019
di riccardoricciblog
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La tossicodipendenza da deficit può portare al disastro

Inizio con questo, le sbobinature dei video del canale di Michele Boldrin e del canale di Liberi Oltre le Illusioni. Non si tratta di vere e proprie sbobinature, ma di cose salienti (secondo me) o di cose che avrei voluto dire anche io. Potrei aggiungere qualcosa di personale o fare delle raccolte ma per ora l’obiettivo è buttare nel blog più roba possibile. Dopo, vedremo.

Il video di riferimento di questo articolo è:

https://www.youtube.com/watch?v=Rpdc86-I5y8

Angolo di Phastidio. Il progetto dietro i minibot

Cose da segnalare, quindi.

1.     In Italia vige la legge del piagnisteo e della cospirazione.

2.     Siamo un paese di tossicodipendenti da deficit.

3.     L’Italia è un paese nel quale i gruppi, in questo corporativismo malato, giocano a somma zero per cercare di catturare risorse fiscali.

4.     Gli appartenenti ai gruppi ragionano con un orizzonte temporale pari a zero. “Sto segando il ramo sul quale sto seduto ma intanto prendo qualcosa e se cado magari cado sul denaro”.

5.     La demografia e questo tipo di mentalità porta a esiti tragici.

6.     Occorrerebbero dei cambiamenti strutturali che valgano da qui a cinque, dieci, venti anni e che possono richiedere tempi lunghi per essere messi in moto e per mostrare i loro effetti.

7.     Invece la massima aspirazione di molti italiani sembra quella di sopravvivere. Oppure di andare in pensione (ndrr).

8.     Se italiani fossero vagamente ricardiani (teorema equivalenza) ogni volta che viene fatto deficit aggiuntivo saprebbero che ciò vuol dire pagare più tasse e quindi aumenterebbero il risparmio anziché i consumi. Allora  non ci sarebbero governi demagoghi. In altri paesi europei l’etlettorato è storicamente mediamente ricardiano.

9.     In italia si ripete ossessivamente che nel lungo periodo saremo morti. Noi vogliamo tutto e subito, Non abbiamo una funzione di utilità proiettata nel lungo periodo. Il tasso di sconto del valore futuro è zero. Viviamo come se dovessimo morire domani. Nel frattempo si muore perché la demografia è quella. Questo atteggiamento ha anche a che fare con l’invecchiamento della popolazione.

10.  Soffrono tutti di illusione monetaria. Sono convinti che contino le grandezze nominali, e non reali, e dicono che o svaluti lavoro o svaluti la moneta, che è la stessa cosa.

11.  In molti pensano per clan. Pensano al particolare. Siamo malati di familismo e di individualismo. Sono mancate storicamente delle elite politiche  e culturali che trasmettessero un senso di collettività, di proposito comune.  

12.  A un certo punto gli altri paesi europei cercheranno di evitare di togliere di mezzo l’Italia. Per evitare disastri  isoleranno le loro economie dai danni che sta facendo l’Italia a colpi di spesa pubblica e deficit oppure di flat tax alla cazzum e deficit.

13.  Sul piano finanziario l’Italia cercherà di attaccarsi ai chiodi che ancora reggono e spolperanno la parte sanna dell’economia, quella industriale che esporta e compete.

14.  In Argentina ci sono state svariate crisi finanziarie e in modi più drammatici. Il paese non ha capito quali fossero i problemi perché la visione dell’opposizione era la stessa dei peronisti. Volevano tutti delle dosi di veleno maggiori o minori.

15.  Perché i cittadini non sono consapevoli del fatto che le politiche economiche proposte dai governi sono deliranti? Perché non c’è vera differenza tra governo e opposizione e perché il sistema mediatico è complice: pronto a inchinarsi al potere di turno e a riportare senza verifica le bugie che vengono dette dai politici o da chi passa loro i foglietti e le veline su cui è scritto cosa devono dire. I politici possono mentire liberamente perché gli organi di informazione non controllano, non dicono ma guardi che un mese fa ha detto altro, non dicono che menti, hai capacità di manipolazione

16.  Alcune cose sui minibot. Intanto i debiti non pagati dalla pa ammontano a 50 miliardi e l’ammontare è in diminuzione. Non è la tragedia di un tempo, anche grazie a una direttiva europea. Precisiamo che la cartolarizzazione è dei crediti e non la fanno i debitori. In ogni caso se vuoi pagare in titoli, emetti titoli. Tanto gli investitori sanno che esistono debiti verso la pa che non sono contabilizzati come debito pubblico.Potresti anche ampliare le possibilità di compensazione tra crediti e debiti, no? I nostri eroi volevano immettere un titolo perpetuo che crea circolazione monetaria. È idoneo a pagare le tasse, ma per la fiducia del creditore ci vuole il consenso delle categorie interessate. Quale poteva essere il progetto politico? Diranno: “Avevamo la soluzione. I minibot. Questi ce lo stanno impedendo. L’opposizione ha cambiato opinione e dimostra di essere eterodiretta e traditrice della patria”.

17.  Comunque finora ci sono state gelate, aumenti di incertezza, gelata di investimenti, ma non c’è stato l’evento devastante come la creazione di una moneta parallela (minibot secondo Borghi) che vorrebbe dire reazione nucleare dei mercati e degli investitori. Qualcuno dirà che non possiamo dipendere dai mercati? Si tratterebbe solo della realtà che vi bussa alla porta. Dovrete piazzare il debito pubblico. Se nessuno vuole i titoli italiani il debito dovrà essere ristrutturato. O con inflazione pesante (la stessa che si avrebbe uscendo dall’euro) o col default. Quando succede il trauma anche se dai la colpa a destra e a manca la gente che perde il lavoro si incazza e viene sotto casa tua. Quando la gente capirà di essere stata presa per il culo che succederà?

23 Ottobre 2019
di riccardoricciblog
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Per un vero federalismo fiscale.

Tagliare la spesa al sud oppure lasciare che se la finanzino.
Inoltre. Lasciare decidere le tasse al nord. Se le tasse le decide Roma e lascia il gettito da spendere ai politici locali va a finire che aumenterà la pressione fiscale al nord per avere i soldi sufficienti a pagare il sud in cambio di voti e, quindi stipendi. E il parassitismo aumenta.
L’ente locale decide le tasse come e per quanto e a chi gli pare. Autonomia di entrata.
L’ente locale decide come e quanto spendere e a chi dare i soldi. Autonomia di spesa.
Vincolo: il bilancio deve essere in pareggio pena sanzioni agli amministratori.
Gli amministratori possono in modo autonomo decidere di fare fusioni con altri enti, alleanze, privatizzazioni. Possono favorire gli investimenti nel loro paese in modo da aumentare il benessere e le entrate. Possono chiedere soldi in prestito sapendo che dovranno spendere risorse per gli interessi ecc. gli amministratori saranno incentivati ad amministrare bene.
I cittadini scontenti dovranno stare attenti alle entrate e alle spese del loro paese perché in caso di mala amministrazione ci rimetteranno o con più tasse o con meno servizi e non potranno fare le vittime o piagnucolare di fronte al resto del mondo chiedendo più soldi agli altri. In ultima ratio i cittadini potranno votare coi piedi e andarsene in luoghi più efficientemente amministrati.
Questo sarebbe il federalismo fiscale vero.
Dare statuti speciali o dare autonomia di spesa senza dare autonomia di entrate e soprattutto certezza sulle responsabilità degli amministratori farà sì che le regioni che riescono ad ottenere più autonomia aumentino la spesa a deficit.
Dare soldi alle regioni povere non ha funzionato. Queste sono cresciute quando hanno iniziato ad attirare investimenti, a innovare. Vedi per esempio il caso dell’Almeria o quello dell’Irlanda.

22 Ottobre 2019
di riccardoricciblog
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22 ottobre 2019

“Mi alzo presto e cammino a lungo”. Mi sono riaddormentato e mi sono alzato alle 7,15.

“Va bene. Cammino fino alla stazione”. Sono andato in bus fino alla fermata del tram.

Perlomeno ho scoperto Socratica, un nuovo canale di Youtube, e ho visto dei video di algebra astratta di base.

“Questo tram è pieno. Prendiamo l’altro”. Il prossimo è passato dopo cinque minuti. È tardi. Prima di entrare in ufficio devo rilassarmi.

Perlomeno ho trovato posto a sedere e ho guardato due video di corsi del MIT di fisica di base. Un cagnolino che muove un’auto è stato un bell’esempio di vettori. Devo imparare a fare i video su Youtube.

“Vado al bar e prendo una pasta”. Integrale alla marmellata. Peccato che ci fossero tre persone prima di me e tutte e tre hanno voluto un cappuccino. Peggio ancora: al momento di pagare il banco era occupato da due uomini che facevano da barriera tra me e la barista. Ho fretta!

“Leggo la Gazzetta e entro in ufficio”.

Il nervosismo non deve prendermi e mi è passato perché penso che potrei iniziare l’attacco al recupero della forma atletica, al risparmio e allo studio di una o due o tre o cinque (quattro, no) materie per volta.

Intanto ogni giorno scrivo anche almeno un articolo per il blog! Incredibile!

Quella cosa di youtube, comunque, mi attrae…

Ah. Da segnalare che ieri sera, dato che il 14 sarebbe passato dopo mezzora, ho camminato per un quarto d’ora fino a casa con: uno zaino pesante sulla schiena, un altro sulla spalla destra (cercando di non farlo cadere), l’ipad con tastiera mezza aperta in mano e il caricabatterie portatile sotto l’ipad tenuto con una mano. Il motivo? Brescia – Fiorentina. Partita nella quale sembrava che i viola non volessero calcare la mano. Quando sono arrivati lì lì per segnare è mancato il colpo del ko.

22 Ottobre 2019
di riccardoricciblog
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Comprare al negozio? Solo se è meglio che online

Dici di comprare al negozio così non chiude e le strade pullulano di socialità..
Però preparati a comprare ciò che desideri solo quando arriva, se arriva.
Se vuoi la socialità potresti farlo gratis, trovando altre persone con cui stare in piazza. Oppure crea un centro sociale. Senza voler proprio dire che la socialità la potresti trovare anche in un centro commerciale. Sempre che ti piaccia tanto questa socialità.
Una volta entravi in un negozio e ti trovavi una barriera davanti: il bancone. Dietro c’era il negoziante. Dietro ancora il magazzino. Il negoziante sceglieva per te. Se volevi certe caratteristiche che l’oggetto in vendita non aveva, te le sminuiva.
Adesso puoi fare le ricerche da te e andare pronto al negozio sapendo cosa comprare. O, meglio ancora, puoi comprare online e avere quel che desideri a casa tua senza neanche muoverti.

Qualcuno dice: “Se volete lo smartphone o altro lo comprate per quanto costa, altro che con lo sconto,” come se il prezzo dovesse essere deciso dal grande moralizzatore di sta cippa. Su oggetti che lui non compra né vende.

“O fate senza”, dicono altri, “così non contribuite allo sfruttamento degli schiavizzati nei supermercati”. Peccato che a fare senza ci rimettano tutti coloro che hanno contribuito alla progettazione, alla produzione e alla commercializzazione del prodotto. Compresi i commessi che, senza consumatori, si ritroverebbero senza quel lavoro. Se i prezzi fossero più alti non è detto che ci sarebbe sufficiente domanda e quindi sufficiente numero di negozi e un pari numero di commesse.

Quando non c’erano i centri commerciali, c’erano meno commessi pagati peggio. Il titolare del negozio sfamava e occupava la famiglia: i commercianti guadagnavano da quella situazione rispetto ai non commercianti, ai consumatori, agli stessi produttori. Avete presente i commercianti col macchinone, i figli a lavorare in negozio e un paese con eccesso di microimprese improduttive?

Se poi i commercianti evadevano finivano sulle spalle dei contribuenti e continuano a esserlo se sono in pensione. Salvo lamentarsi del fatto che, pur non avendo versato contributi, hanno la minima. Poverini.

Naturalmente esistono anche i commercianti che stanno sul mercato, magari innovano, magari creano delle nicchie, magari sono pure bravi e gentili e simpatici e si meritano pure il macchinone e i figli sono più produttivi stando lì invece che andare a fare i dipendenti in grandi catene più efficienti.

21 Ottobre 2019
di riccardoricciblog
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Gente che vive di stato

Basterebbe dire che il 75% buono dell’economia italiana è intermediato direttamente o indirettamente dallo Stato.

Questo elenco l’ho fatto un tempo ed è un po’ circolare, a pensarci.

Gente che vive per lo Stato: commercialisti, notai, dipendenti, consulenti del lavoro, uffici amministrativi, aziende che vivono di appalti

Amministratori pubblici.

Ragionieri di stato, consiglieri di stato, giudici amministrativi, tecnici ministeriali…

Consiglieri regionali provinciali comunali

Aziende pubbliche, semipubbliche, partecipate

Aziende e imprenditori cui è garantita protezione (false privatizzazioni, concessioni di rendite, autostrade, telecom, poste, cdp, ffss…)

Dipendenti pubblici entrati a seguito di raccomandazioni, tangenti, concorsi pilotati, leggi speciali.

Sindacalisti, dei lavoratori o delle imprese.

Superburocrati.

Burocrati.

Dirigenti pubblici.

Pensionati baby.

Pensionati andati in pensione col sistema retributivo.

Falsi invalidi.

Professionisti: avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro

Aziende che lavorano in appalto per lo Stato.

Consiglieri provinciali, comunali, regionali, di quartiere.

Banchieri

Bancari.

Ipergarantiti, come i vecchi giornalisti o i lavoratori con contratto a tempo indeterminato di grandi aziende private (almeno in certi decenni) e pubbliche.

Parlamentari.

Imprenditori che godono di protezioni e rendite.

Dirigenti privati che stanno al di fuori della concorrenza.

Infermieri

Insegnanti

Professori universitari

Aziende convenzionate

Autori che vivono di siae

Dipendenti in cassa integrazione

Dipendenti di aziende salvate dallo stato

Dipendenti alitalia

Dipendenti di società controllate dallo stato (eni, enel…)

Notai, tassisti, settori protetti

Ordini professionali

Agricoltori sussidiati

Gente che vive di sussidi statali.

21 Ottobre 2019
di riccardoricciblog
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Il re dell’work life balance

Andavo all’asilo malvolentieri.

Ci stavo due ore e tornavo a casa.

Passavo da zero a mille tornando a casa, in quanto ad attivismo.

Poi a scuola mi annoiavo e a casa leggevo e imparavo tantissimo nei miei libri.

Alle medie e alle superiori andavo e mi divertivo, ma avrei studiato e imparato di più e meglio da me.

L’obiettivo durante l’università era tornare a casa il prima possibile e in base a questo mi calcolavo le frequenze, non che fossero poi utilissime.

Gli ultimi anni, vissuti in casa, sono stati quelli in cui ho avuto il miglior rendimento.

Ho scelto i primi lavori in base al grado di libertà che mi fornivano.

Andavo a fare tirocinio da un libero professionista alle dieci di mattina e tornavo alle quattro la sera, pensando ai miei problemi, anche se mi piaceva il tipo di lavoro. La reputazione non era granché.

Sono andato nella grande multinazionale per fare un lavoro da impiegato d’ordine ma avevo troppo poco tempo libero e fuggii subito per andare in Comune, dove la noia regnava ma potevo tornare a casa alle due del pomeriggio.

Ho ottimizzato i tempi nella seconda e nella terza azienda in cui ho lavorato. In quest’ultima ero coinvolto in una guerra e il lavoro di tutti alla fine ricadeva tutto su di me che non dicevo mai di no.  Sono stato messo in mobilità ed ero contento perché avrei trovato il lavoro che piace.

Nella falegnameria dove sono andato costringendomi ad andarci ci sono stato due mesi.

Nell’ultima azienda prima dell’attuale ci sono stato due o tre mesi, sbagliando l’impossibile nel fare il commerciale e attaccare le buste.

Non sono andato in quell’altra azienda perché il sabato si doveva lavorare.

In fin dei conti ho sempre parteggiato per me stesso e per il mio tempo libero.

Adesso ho trovato pace ed equilibrio. Sono diventato il re dell’work life balance.

21 Ottobre 2019
di riccardoricciblog
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Perché l’età pensionabile non va abbassata

Mando in pensione delle persone.

Queste persone prenderanno come pensione un importo simile al loro ultimo stipendio indipendentemente dai contributi versati.

Chi paga quelle pensioni? Chi versa i contributi o le tasse oggi.

Questo pagatore rischia di non avere una pensione per sé.

In ogni caso il pagatore avrà una pensione più bassa perché lui, a differenza di quei privilegiati, andrà col contributivo.

Il pagatore rischia anche di non trovare lavoro (quindi non è un pagatore) o di avere stipendi più bassi a causa delle tasse e dei contributi a carico del datore di lavoro.

Se al posto di queste persone ne vengono assunte altre, sempre nel pubblico chi le paga? Gli stessi pagatori di prima: i lavoratori privati, visto che è dalle loro tasse che i dipendenti pubblici ricavano i propri stipendi.

Se non ci sono abbastanza soldi per pagare i pensionati, che succede? Semplice. Si alzano le tasse (presenti o future, nel caso si riesca a prendere in prestito i soldi attraverso le emissioni di titoli pubblici).

Con le tasse in più i lavoratori attuali hanno meno soldi in tasca che potrebbero altrimenti investire o risparmiare o consumare o usare per creare imprese e invece che in qualcosa di produttivo devono essere destinati a mantenere quei privilegiati.

Con le tasse in più le aziende non possono assumere o dare più soldi ai lavoratori. Potrebbero anche avere dei costi più alti e fare prezzi più alti ed essere meno competitivi e rischiare di chiudere e licenziare.

Può essere che quelli che rischiano il licenziamento o le aziende che dovrebbero fallire vengano salvati, così da aumentare ulteriormente spesa pubblica e tasse, salvo il giorno del default.

Con le tasse in più è probabile che chi cerca un lavoro, il primo o uno successivo, non lo trovi, e il Paese resterebbe immobile e non produttivo.