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Lo stupore delle prese elettriche

Gli enti locali e la mentalità parassitaria

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Avete presenti le manifestazioni culturali, gastronomiche, sociali gratuite in cui si ringrazia l’assessore? Ecco il modello degli enti locali.

I cittadini fanno ulteriori rivendicazioni e tutto viene concesso. L’irresponsabilità finanziaria è regola, sorgono centri di spesa a gogo e nessun centro di entrata. Nessuna autonomia impositiva o copertura delle spese sono previste: la riforma fiscale del ’73 fece decidere tutto allo stato.
Il debito degli enti locali se lo accolla lo stato. Così si assolvono gli amministratori, si hanno amici anche tra le banche ecc, i costi non vengono percepiti dai cittadini.
Il blocco generalizzato delle assunzioni che si avrà in seguito eviterà a sua volta ogni differenziazione basata su meriti e responsabilità del singolo ente.
Viene garantito il pareggio automatico con trasferimenti erariali che rappresentano l’80% delle entrate dei Comuni, mentre fino al ’73 la quota di entrate prevalente era fornita dai cittadini. Nessuna differenza tra enti virtuosi meno: tutti sarebbero stati coperti. Non sia mai che si abbia a premiare il merito.

No: compito dello stato è premiare i peggiori, magari in modo da far sì che né loro né i migliori siano incentivati a migliorare, svilupparsi, progredire, tenendo conto però anche dei vincoli di bilancio. Il vincolo di spesa è addirittura fondato su quella storica, così conviene spendere di più prima della prossima richiesta di soldi allo stato.

Nessuna considerazione qualitativa sulle spese viene effettuata. La stessa corte dei conti è tenuta solo a verificare se le spese rispettano le leggi: poi possono essere anche inutili o disincentivanti, chi se ne frega. A queesto punto i cittadini chiedono più spese e gli assessori acconsentono.

La spesa è rivolta a finalità redistributive e non a fornire servizi. In parte, ma soprattutto è trainata dalla capacità di interessi e categorie locali di condizionare il potere decisionale.

L’economia assistita che ne scaturisce è indipendente da considerazioni di mercato. Le commesse, gli appalti, gli impieghi pubblici, la creazione di municipalizzate e l’inserimento a vita di dipendenti e dirigenti (ex politici trombati, spesso), i finanziamenti di associazioni politicamente assistite: tutto è finalizzato alla crescita di consenso clientelare, più che alla fornitura di servizi ai cittadini. Tutto ciò indipendentemente dal fatto che ci siano stati enti più virtuosi, gestioni più efficienti e oculate, regioni gestite più o meno bene.
Già. Le Regioni. Presentano gli stessi problemi. Nessuna autonomia impositiva e la loro nascita non è avvenuta a costo zero, anche se le intenzioni erano quelle. Anche i tentativi di risanamento restano imposti dall’esterno. Oggi l’80% della spesa regionale è per la sanità e anche lì si sono fatte assunzioni in massa, dettate solo da esigenze di consenso elettorale e spartizione partitica.

I soviet direttivi delle Unità Sanitarie Locali, nate nel 1978, erano una specie di parlamentino a uso e consumo dei partiti e dei politici del luogo. Per quanto la riforma sanitaria abbia creato un vero elemento di welfare universalistico, il problema è stata la sua gestione affidata ai partiti senza nessun interesse per l’efficienza o la qualità del servizio (sempre salve le dovute eccezioni: qua stiamo parlando di tutta l’Italia.) In precedenza le mutue, per quanto spezzettate in mille rivoli e categorie, avevano conservato un patrimonio, sapevano gestire le spese e con questo potevano assicurare anche la copertura sanitaria agli iscritti più poveri, gravando sui contribuenti alla mutua e non sui risparmiatori-contribuenti o sulle generazioni future.

 

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