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there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

Pignone 2001 e addio commercialista.

Mi rivedo in camera a Firenze la sera con uno accanto che russa e rumoreggia. Poi migliorerà la sensazione, ma capisco che un certo periodo, quello della casa da studenti, è finito. Mi vedo poi sperduto alla stazione sotto la pioggia. Chiamo casa e appena dicono che se devo essere abbattuto torno ad Arezzo a fare il commercialista, dentro di me dico “Magari!”.
Anche al lavoro, penserò che potrei tornare e da quel punto in avanti, potrei “comportarmi come si deve”, autoaccusandomi di non avere rispettato certi standard fissati da chissà chi.
Già da Adecco, visto che ero assunto presso di loro, dissi che per me era solo una prova (esatto: una prova per vedere le aziende da vicino) e che poi probabilmente me ne sarei andato.
Ero stato assegnato all’ufficio fatturazione, in pratica, anche se nel contratto c’era scritto che avrei fatto l’analista finanziario. Comunque al colloquio avevo detto che non mi vedevo come commercialista e sembravo deciso nel dirlo. Comunque in seguito in molti diranno che si sono trovati bene al Pignone, contrariamente a quella che è stata la mia limitatissima esperienza. Comunque non sono mai stato pagato così tanto e così bene, nella super multinazionale di proprietà della GE.
In quell’ufficio non c’era una persona che sostenesse che fosse meglio restarvi. Da quando sono stato assunto al Pignone, ho come vissuto tante cose, tanti lavori, tante esperienze come provvisorie, come un qualcosa che dovesse essere fatto, magari per necessità contingenti tipo guadagnare. Qualcosa che dovesse essere fatto prima di…diventare insegnante, diventare ricercatore, diventare controller, diventare analista o meglio consulente finanziario, fare trading on line, trovare il modo di far soldi da casa attraverso magari internet, tornare in uno studio commerciale e poi aprirne uno mio. Sarò finito in un imbuto pieno di strade aperte e prospettive svariate senza che avessi le idee sufficientemente chiare da prendere una sola strada in modo deciso? Può essere. Infatti avrò fatto le prove di lavori diversi, di master diversi. Forse avrebbero potuto essere fatti in periodo universitario, forse forse forse adesso, quindici anni dopo, non ha più importanza.
Di certo, mentre in treno pensavo a cosa potevo voler fare da grande, una frase mi aveva colpito nella telefonata della responsabile risorse umane del Pignone: “Ti si aprono un sacco di porte!”.
Poco prima avevo acquistato “Come trovare il lavoro che piace” e “Mi sono laureato in economia”. Ogni tanto, direi a scadenze annuali, avevo quelle sensazioni di dover svoltare, forse doversi reinventare. “Reinventa la tua vita” è il titolo di un altro libro, comprato nel 2006, basato sulla teoria dello “Schema therapy”.
Il primo giorno di lavoro, uscito alle cinque e mezzo, l’essere tranquillamente per strada con la sicurezza di ricevere uno stipendio e non solo un rimborso spese, mi dava la sensazione di libertà, di non dover pensare necessariamente a come trovare un lavoro remunerato nel futuro prossimo.
Alla fine ero “preso” dall’attività, dallo stare tutti i giorni a Firenze, spesso anche di sabato (in sei su quattromila ed ero uno di quei sei), dagli straordinari (“Sei flessibile”), dalle conoscenze. Effettivamente mi ricordo che con alcuni colleghi (il controller Luca Castellucci e “quelli come me”, tipo Moira che poi dopo un anno di rinnovi sarebbe tornata a fare la commercialista) mi trovavo bene, a livello di gruppo. Saremmo anche andati a mangiare una pizza la sera insieme per festeggiare una sorta di amicizia. Effettivamente (e due) mi sentivo anche parte di un piccolo team di quattro persone giovani, laureate, qualificate e pure divertenti.
“Questi son pazzi!”, pensai quando la capa mi disse che stavano pensando di farmi lavorare l’otto dicembre “per fare le fotocopie”. Mi disse che se stavo a casa l’otto, avrei dovuto essere disponibile a lavorare il ventiquattro e il trentuno dicembre. Dissi di sì, ma me ne andai molto prima.
Ci fu la tragica esperienza della macchina da scrivere: non so se in due ore avevo finito di compilare un documento, con la paura di commettere errori irreversibili su documenti ufficiali. Al pc, invece, mi chiamavano loro per risolvere i problemi, ma con gli strumenti antiquati dall’uso manuale non ci ho mai saputo fare.
C’era costantemente l’effetto gallina ovaiola: finestre chiuse, luce artificiale tutto il giorno. Certo: gli spazi erano aperti, l’ambiente era informale, le persone erano gentili, nessuno se la tirava, c’era uniformità tra impiegati e dirigenti. Sentivo parlare la responsabile delle risorse umane e cominciavo a capire che gli annunci ufficiali “devono” essere così, ma dietro ci sono delle persone che “si rendono conto” della realtà delle cose, del lavoro, degli studi, delle persone.
Il bagno, per me, era davvero la “rest room”, come dicono gli americani: “dentro il lavoro” mi sentivo veramente libero e in pace al bagno. Eppure nessuno controllava o mi teneva il fiato sul collo. Erano tutti comprensivi anche se “dovevano rimettere le mani” su quello che facevo (compilare i packing list, stampare bolle, apporre timbri, fare troppe cose manuali e routinarie). Era l’agitazione tipica dell’ambiente (quella che mangiava solo un toast crudo in fretta e furia per pranzo, quella che temeva di dover lavorare a Natale) a essere ansiogena.
Peraltro chiunque altro abbia lavorato lì mi dice che in realtà è sempre stato benissimo e tuttora vi si trova alla grande, che se uno vuole esce alla sua ora, che comunque il lavoro non gli pesa affatto, che il sabato è a casa. E’ anche vero che quando ho detto di essere laureato, le colleghe han detto: “Nooo, qui siamo operativi”! Insomma: non è che ho sbagliato a rispondere a quello specifico annuncio? Può essere, ma la domanda non ha senso. Tutte le scelte fatte hanno portato a essere il me stesso di adesso e quindi va bene così.
Poi c’è stata Chiara Favaron. Entrata dopo di me, le insegnavo le cose ed era bellissimo. Inoltre praticamente eravamo insieme dalla mattina alla sera perché prendevamo lo stesso autobus (al ritorno c’era sempre una simpaticissima bocconiana, che aveva ventiquattro anni, diceva che alla Bocconi era rimasto solo il nome, che parlava di margini operativi visto che era all’AN.FI. e mi dicevo che forse alcune strade erano precluse). Ricordo che quando se ne andò alla Menarini mi dispiacque. Disse che avrebbe voluto fare una carriera che partisse da contabile junior e la facesse crescere di livello con gli anni. Che io sappia, lavora ancora alla Menarini e probabilmente ha fatto la carriera che desiderava.
Infine ci fu la chiamata per andare a fare tirocinio per analisi di bilancio in Comune. Due cose mi dissero, in quella telefonata: “Si esce alle due” (così torno a casa, pensai!) e “Ti occupi di analisi di bilancio” (bastava questo: non li feci nemmeno finire. Sarei andato lì.
Chiusi definitivamente con lo studio commerciale. Perché mi vergognavo di andare a chiedere firme a Stefano, il commercialista capo. In realtà lo hanno trattato da coglione perché chi non si presenta alle firme è di solito chi non frequenta il tirocinio e quindi insomma era meglio se facevo firmare. Soprattutto lui avrebbe accettato. Però non gli chiesi di continuare a mettere le firme sul libretto pur non svolgendo più il tirocinio.. Avevo un anno e mezzo di tempo e lo feci scorrere.
“Ti cancello!” Mi disse Stefano arrabbiatissimo al telefono perché non ero più tornato da lui a fargli firmare il libretto che avrebbe attestato il mio svolgimento del tirocinio presso di lui. Ci ero stato effettivamente un anno e mezzo. Mancava un altro anno e mezzo per chiudere.
“Ma infatti”…aggiunsi io.
“Ma infatti nulla” disse lui.
“Ma infatti volevo cancellarmi” replicaio io.
“Ma ti potrebbe servire avere il libretto completato, in futuro”. Disse lui.
“Pazienza.” Pensai io. Chiuse quindi la telefonata lui e io pagai il toast alla barista che aveva ascoltato la telefonata ed era in qualche modo imbarazzata quanto me

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