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Produttività, welfare, spesa pubblica: che fare? Le proposte di Alberto Bisin.

 Leggiamo Alberto Bisin in “Favole e Numeri:”

Occorre ridurre la pressione fiscale, le tasse su lavoro e imprese e ridurre e riqualificare la spesa pubblica per non peggiorare i deficit di bilancio.

La spesa, nel lungo periodo, va riqualificata per favorire la crescita della produttività totale dei fattori, l’efficienza della spesa e quindi un uso minore delle risorse per sostenerla.

La pressione fiscale nel 1980 era attorno al 30%. Oggi è al 45% (a parte il total tax rate che supera il 60%) Per effetto dell’inflazione, i salari nominali sono cresciuti e per effetto del fiscal drag chi guadagna 10000 euro a valori odierni viene derubato del 23% quando nel 1980 l’aliquota era il 16%. Chi guadagna 30000 euro lordi viene derubato del 38% contro il 25% del 1980.

Dagli anni Novanta in poi i governi hanno messo patrimoniali, alzato aliquote iva, imposte varie e la più iniqua e disincentivante di tutte: l’Irap, che colpisce i ricavi e penalizza chi ha più dipendenti e investimenti.

Ridurre irpef e irap di 13 punti può portare a un aumento di ore lavorate del 10% e del tasso di occupazione di tre o quattro punti.

Ridurre il cuneo fiscale si traduce in meno 35 miliardi di entrate.

Dove ridurre allora la spesa?

L’Italia spende mezzo punto di pil in più della Germania in costi della politica: ad esempio spese per organi esecutivi, legislativi e affari esteri. Notare che la Germania, come la Svezia, come i paesi anglosassoni, ha  adottato politiche di riduzione della spesa.

L’Italia può risparmiare dieci miliardi dalle spese per la difesa.

Anche senza voler ricalcolare tutte le pensioni col contributivo, la deindicizzazione di quelle di importo più elevato sarebbe sacrosanta.

La spesa per istruzione non è maggiore di quella dei paesi europei e va riqualificata.La spesa per la sanità pure. Risparmi sono possibili nella spesa per consumi intermedi. Occorre usare i costi standard.

Veniamo infine alla questione della spesa per la retribuzione del lavoro dipendente. È ragionevole che una impresa sull’orlo della bancarotta, quale è lo stato italiano, chieda dei sacrifici ai propri dipendenti; tanto più che la produttività dell’impresa stessa, misurata dalla qualità dei servizi pubblici offerti, è eterogenea ma generalmente bassa.

Inoltre, i redditi da lavoro dei dipendenti pubblici sono cresciuti più rapidamente del Pil nell’ultimo decennio (38 contro 30 per cento in termini nominali), in un contesto economico in cui i lavoratori del settore privato sono stati invece particolarmente esposti alla competizione internazionale.

Va anche detto però che il costo del lavoro pubblico in Italia non è drammaticamente fuori linea rispetto a quello medio nell’area Euro (mezzo punto di Pil in più) e che il numero dei dipendenti pubblici è andato decrescendo negli ultimi dieci anni in proporzione agli occupati. Una riduzione delle retribuzioni nel pubblico impiego del 10 per cento vale circa 12 miliardi al netto dei contributi e potenzialmente circa 8 al netto delle imposte, che rappresentano una partita di giro per il bilancio dello stato. Naturalmente, anche in questo caso sarebbe bene garantire una sostanziale progressività dell’intervento, agendo soprattutto sui dipendenti con redditi più elevati, che peraltro sono quelli i cui salari si discostano maggiormente nei confronti internazionali.

Nel contesto di un piano di riforma generale del welfare naturalmente si può fare di più e soprattutto meglio. Partiamo dai dati, limitandoci per concretezza a sanità, istruzione e giustizia, i più importanti servizi pubblici, anche in termini di spesa.

Da un punto di vista aggregato l’Italia (dati Eurostat 2010) spende il 7,6 per cento del Pil per la sanità e il 4,5 per cento per l’istruzione. Questo è essenzialmente in linea con l’Europa a 15, un po’ più della Germania (7,2 e 4,3 per cento, rispettivamente) e meno della Francia (8 e 6 per cento). Per la giustizia (dati Cepej 2012 relativi al 2010) l’Italia spende sostanzialmente più della Francia pro capite (70 Euro contro 56; il Cepej non fornisce dati comparabili per la Germania). Le differenze rispetto a Germania e Francia stanno nella qualità dei servizi pubblici che riceviamo, a parità di spesa.

Riguardo alla scuola, l’Italia è significativamente sotto la media (e sotto Francia e Germania) in tutte le materie (lettura, matematica, scienze) nei test Pisa (Ocse) del 2009. Riguardo alla sanità invece l’Italia fa meglio (dati Ocse, Health at a Glance, 2012) rispetto all’Europa, anche se non come Francia e Germania.

La situazione della giustizia, invece, è drammatica rispetto a tutti gli indicatori, specie quelli riguardanti i tempi, nel civile come nel penale (dati Cepej). Se spendiamo come la Germania ma riceviamo servizi molto peggiori, è come dire che il «prezzo» che paghiamo per unità di qualità è molto più elevato di quello pagato dai tedeschi. Questo prezzo è in generale il risultato di una combinazione complessa di fattori istituzionali e anche di norme sociali e attitudini e predisposizioni culturali. Purtroppo questi fattori e predisposizioni sono difficilmente controllabili. Supponiamo per un istante che essi siano fissi. Ne risulterebbe che non è appropriato per l’Italia avere la stessa distribuzione dei rapporti spesa/Pil prevalenti in Germania.

L’Italia, allo stesso prezzo, ottiene servizi ben inferiori e quindi è bene che ne acquisti una quantità inferiore. Inoltre, poiché una larga parte dell’imposizione è evasa in Italia, il costo economico di ogni livello di spesa/Pil è più elevato perché mal distribuito tra i contribuenti. Anche per questa ragione è quindi razionale spendere meno. Naturalmente, né la struttura istituzionale del paese, né la sua capacità di contenere l’evasione sono fisse nel tempo, ma è ragionevole pensare che entrambe cambino con grande difficoltà e molto lentamente.

Anche i recenti successi nella lotta all’evasione, per esempio, sono stati ottenuti a un costo molto elevato per i contribuenti onesti, sottoposti a limitazioni degli scambi in contante, a pratiche spesso vessatorie da parte dello stato, quali il rovesciamento dell’onere della prova, a tasse ingiuste ma più difficili da evadere, come l’Irap. E’ quindi desiderabile che l’Italia si ponga come obiettivo un rapporto spesa pubblica/Pil sostanzialmente inferiore a quello di Francia e Germania. Questo significa però optare per un sistema di welfare meno comprensivo di quello attuale. Farlo senza ridurre l’accesso delle classi meno agiate ai servizi pubblici è possibile, agendo con una politica redistributiva sulla spesa, in cui i servizi pubblici gratuiti o fortemente sussidiati siano offerti solo o soprattutto ai contribuenti dal reddito più basso (gli economisti riferiscono a questo come targeting della spesa pubblica).

Ma la questione è ancora più complessa in Italia, a causa della notevolissima disparità tra regioni nella qualità dei servizi pubblici offerti. Sia nei test Pisa sia nei vari indicatori di qualità del servizio sanitario e della giustizia le differenze tra Nord e Sud del paese sono drammatiche (per quanto riguarda scuola e sanità, ma non giustizia, il Nord è in linea con i paesi del Nord Europa).

Questi risultati sono solo in parte spiegati dalle diverse condizioni economiche e sociali e soprattutto non corrispondono affatto a differenze nella spesa pro capite che, se non omogenea, non varia certo in modo comparabile alla qualità dei servizi. È chiaro allora che il targeting non può essere riferito solo al reddito e che si rende necessaria una qualche forma di collegamento diretto tra qualità e spesa. Diventa fondamentale cioè costituire dei meccanismi che permettano allo stato centrale di pagare un prezzo per i servizi pubblici offerti a livello locale commisurato alla qualità dei servizi che in ultima istanza i cittadini ricevono.

Nel contesto di un federalismo fiscale in cui i centri di spesa pubblica locale siano responsabili della raccolta fiscale con cui finanziare la spesa stessa, sarebbe bene entro certi limiti (cioè garantendo una serie ben definita di servizi pubblici essenziali) permettere anche una differenziazione dei servizi pubblici offerti. In questo modo quelle regioni in cui il prezzo per unità di qualità risulti elevato potrebbero autonomamente limitarne l’offerta (o esercitare un maggior targeting al reddito) avendone in cambio minore spesa e soprattutto minori tasse.

Per quanto ovviamente queste siano proposte di non facile attuazione e su cui legittimamente molti saranno in disaccordo, un confronto razionale e attento sul futuro del welfare in Italia è inevitabile. Lasciare gattopardescamente le cose come stanno non può che accentuare il declino del paese, costretto a finanziare a mezzo di una inefficiente imposizione una inefficiente spesa pubblica, la cui qualità varia in modo inaccettabile da Nord a Sud.

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